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domenica 8 febbraio 2026

Milano-Cortina e l'Italia


Marco Damilano
Per rompere la coltre serve una serena, tranquilla mobilitazione democratica

Domani, 8 febbraio 2026

Tra le immagini che resteranno della cerimonia inaugurale delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, nello stadio che va verso la demolizione, c’è quella di Sergio Mattarella che scende dal tram 26, piena di grazia sorrentiniana, antica, gentile. Il miracolo a Milano, un paese in cui «buongiorno vuol dire veramente buongiorno». 

E pieno di grazia era Ghali, l’innominato della diretta televisiva, mentre interpretava il Promemoria di Gianni Rodari: «Ci sono cose da non fare mai, né di giorno né di notte, né per mare né per terra: per esempio, la guerra».

Piena di grazia è stata l’ovazione per l’Ucraina e aggraziato è risuonato anche il boato di fischi all’indirizzo del vice-presidente Usa J.D.Vance, subito dopo gli applausi per la squadra Usa. Come dire, siamo amici dell’America, ma Trump con l’Ice, la violenza, il razzismo, tradisce l’America che amiamo. Una valanga di fischi arrivata subito dopo l’incontro tra Vance e Giorgia Meloni e il comunicato di Palazzo Chigi in cui si vantava la «comunanza di vedute». Speriamo non troppa.

LA grande fuga 

La grazia si ferma ai giorni della festa e delle medaglie. Perché intanto accade che Stellantis affonda in borsa e blocca la giga-factory di Termoli: l’ultimo capitolo della grande fuga. Le scene dello scontro di piazza di Torino restano sui talk governativi per una settimana, vivisezionate, rallentate, commentate, mentre le strade di Minneapolis scompaiono rapidamente dagli schermi, insieme alla frana di Niscemi nella Sicilia da sempre governata dalla destra.

Si evocano gli anni di piombo, le Brigate rosse, e qualcuno trancia i cavi dell’alta velocità ferroviaria (eppure, all’epoca la classe dirigente democristiana cercava l’alleanza con il principale partito dell’opposizione, il Pci, per isolare gli estremismi e la violenza politica organizzata nel terrorismo. Oggi il governo di destra, al contrario, punta a spingere ogni forma di dissenso sul lato più estremo).

Un generale traditore  – così lo chiamano non io ma quelli che un anno fa lo candidarono al Parlamento europeo come un eroe nazionale  – soffia sul fuoco e scatena la reazione. Hanno paura che li scavalchi a destra e si precipitano in tv a reti unificate, alla stessa ora, la presidente del Consiglio, il vicepremier, il ministro dell’Interno, per assicurare maggiore severità sulla sicurezza e dare la colpa del crimine al lassismo alla magistratura. Senza distinzione di funzioni e di ruoli: tutta la magistratura.

Meloni vorrebbe far imparare a memoria questa filastrocca: i giudici devono avallare quello che ordinano i pubblici ministeri, che a loro volta devono applicare alla lettera le leggi votate dal Parlamento, cioè dalla maggioranza di governo. La separazione dei poteri, che si giura essere l’obiettivo della riforma della giustizia sottoposta a referendum, è così quotidianamente calpestata e negata dai portabandiera della squadra Meloni. Nessuna separazione, nessun distinguo è ammesso, dopo che il governo ha deciso.

Il ritorno del dibattito democratico

Prima è stata accusato di far politica il Tribunale dei ministri, i cui componenti sono sorteggiati, per l’inchiesta sulla fuga di Almasri, poi la Corte dei conti, per lo stop al ponte sullo stretto, ieri la Cassazione. Gli esponenti della maggioranza, insieme (purtroppo) al presidente delle Camere penali, hanno accusato i giudici della Cassazione che hanno accolto la richiesta di riformulazione del quesito referendario di essere sostenitori del No.

Qualcuno ha gridato al golpe. Invece la Cassazione ha semplicemente rispettato i 546.343 cittadini che in un mese hanno firmato il nuovo quesito, dichiarando con il loro gesto di voler partecipare, di non subire le decisioni di altri. Fino a quel momento la maggioranza aveva potuto approvare in parlamento la riforma della magistratura senza dibattito, senza emendamenti. E mirava a farla votare dai cittadini in poche settimane (la prima data ipotizzata era il primo marzo) senza battaglia politica, nel silenzio.

Bisogna ringraziare quei 546.343 cittadini e i comitati che hanno sostenuto l’iniziativa se oggi nel paese si è cominciato a parlare del referendum e se la discussione è uscita dai cenacoli per iniziati in cui si voleva tenerla confinata.

Oggi il referendum è di nuovo restituito a un dibattito democratico. È una reazione al silenzio in cui si vorrebbe ridurre la democrazia, alla coltre che avvolge il paese, diviso tra un’apparente tranquillità di superficie e con l’inquietudine, l’angoscia, la rabbia che ribollono in profondità. Per rompere la coltre, serve una serena, tranquilla mobilitazione democratica. Come ha detto Ghali: «Le persone sono ciò che conta davvero. In un momento di così tanto odio, vi prego di non giocare il loro gioco e di rispondere sempre come vorremmo che il mondo fosse. “Ci sono cose da non fare mai”». E tante altre cose da fare.

Alexis Petridis

Recensione della cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali 2026: i maestri dell'opera disco-dance surclassano Mariah Carey

The Guardian, 7 febbraio 2026

La cerimonia di apertura delle Olimpiadi Invernali è arrivata avvolta nel mistero. Non c'erano molte anticipazioni su cosa sarebbe successo, a parte un elenco di artisti musicali, più inclini a nomi classici popolari tra cui Andrea Bocelli e Lang Lang che a pop star, e una dichiarazione del responsabile creativo e produttore esecutivo dell'evento, Marco Balich, secondo cui l'evento avrebbe evitato "alta tecnologia e sfarzo".

Chiunque fosse alla disperata ricerca di informazioni avrebbe potuto imbattersi in una diretta streaming di un tabloid che annunciava la notizia che "sarebbe potuta durare TRE ore" – non era del tutto chiaro se si trattasse di un invito o di un avvertimento – e in un servizio giornalistico che suggeriva che il Comitato Olimpico Internazionale fosse preoccupato che il Team America potesse essere fischiato, dato che il leggendario fascino dell'amministrazione Trump aveva contribuito così tanto a diffondere buona volontà nei confronti degli Stati Uniti negli ultimi 12 mesi. In effetti, ciò che la presidente del CIO aveva detto era: "Spero che la cerimonia di apertura sia vista da tutti come un'opportunità per essere rispettosi gli uni degli altri" – quindi c'era sempre la possibilità che il pubblico potesse attaccare la Danimarca, ma non sembrava probabile.

A quanto pare, c'erano riferimenti alla mitologia romana, all'opera del XVIII secolo, a Giorgio Armani e, in effetti, all'opera di un regista che il commentatore della BBC chiamava Federico Fellini. Inoltre, un approccio fulmineo alla musica che ha fatto sì che le cose passassero abbastanza rapidamente da Verdi alle sue effigi dalle teste giganti, a Puccini e Rossini che ballavano sulle note del successo italo disco degli anni '80 dei Righeira, Vamos a la playa; e all'opera della compianta Raffaella Carrà, meglio conosciuta in Gran Bretagna per il suo successo del 1978 "Do It Do It Again" e la sua terrificante coreografia di accompagnamento. (Se non l'avete visto, o non ve lo ricordate, andate su YouTube e stupitevi che la povera donna non sia stata aiutata a scendere dal palco di Top of the Pops con un collare cervicale.)

Avrebbe potuto creare confusione, ma per fortuna la squadra di commentatori della BBC era sempre pronta a chiarire ogni dubbio. "La bellezza è uno stile di vita in Italia!" "Quel piumino è affascinante !" "I tantissimi fan di Mariah Carey là fuori non dovrebbero andare in bagno!". C'era comunque un contesto prezioso per un segmento di danza contemporanea ammirevolmente intellettuale, su "come mantenere un equilibrio tra l'ambizione umana e il mondo naturale", con percussioni sferraglianti in stile These New Puritans e archi neoclassici. Sugli spalti, JD Vance era probabilmente sconcertato.

Per chi non fosse attratto dalla musica classica leggera e non conoscesse il pop italiano (Laura Pausini, che ha venduto 40 milioni di album senza mai turbare l'immaginario collettivo del Regno Unito, ha cantato l'inno nazionale italiano), Carey è stata la grande attrazione, ma è stata eliminata piuttosto presto. Con indosso paillettes e uno sguardo perso nel vuoto, ha offerto una lettura al rallentatore e relativamente sommessa – almeno per gli standard di Mariah Carey – di Volare (o meglio, Nel blu, dipinito di blu, visto che l'ha cantata in italiano) prima di sfoderare una sorprendente nota di fischio che indicava un passaggio al suo recente singolo Nothing Is Impossible.

Le esibizioni dal vivo sono state divise dalla parata degli atleti – la squadra americana ha ricevuto quella che la BBC ha tacitamente descritto come "un'accoglienza mista" – e sono riprese con una storia danzata dei Giochi Olimpici . Gli anni '60 e '70 sono stati accompagnati dal favoloso singolo di Adriano Celentano del 1973 "Prisencolinensinainciusol", tardivamente famoso nel Regno Unito come colonna sonora di uno spot televisivo per easyJet. Da lì in poi, l'intrattenimento musicale è stato tutto musica classica popolare – Andrea Bocelli ha eseguito "Nessun Dorma", Lang Lang ha accompagnato Cecilia Bartoli – fatta eccezione per una breve apparizione del rapper italiano Ghali.

Quasi sconosciuto nel Regno Unito, Ghali sembra intrigante sulla carta – anche perché ha un singolo intitolato Pizza Kebab – ma la sua performance è stata troppo sommessa, troppo vicina alla parola parlata, per dare un'idea reale di ciò di cui potrebbe essere capace. Mentre le effigi dalle teste giganti dei compositori d'opera tornavano sul palco, ballando un vivace pop-dance come era solito fare il compositore d'opera, mi sono ritrovato a chiedermi cosa avrebbe potuto riservare la cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici di Los Angeles del 2028. Dato che Donald Trump sarà ancora al potere, probabilmente possiamo aspettarci Kid Rock.

venerdì 3 gennaio 2025

Un libro sul nulla




Alessandro Piperno, Quelli che scrivono per PIACERE
Corriere della Sera La lettura, 29 dicembre 2024

... proviamo a leggere l’intero stralcio della lettera scritta da Flaubert in una gelida notte normanna del 1852 alla solita Louise Colet. «Ciò che mi sembra bello, quello che vorrei fare, è un libro sul nulla, un libro senza correlato esteriore, che si tenesse da solo per la forza interiore del suo stile, come la terra che si tiene nell’aria senza appoggiarsi, un libro che non avrebbe quasi soggetto, o in cui il soggetto almeno sarebbe pressoché invisibile, se questo è possibile». Ora sì che il passo mostra i suoi veri intendimenti. Il sogno di Flaubert è quello di dare vita a una forma del tutto autonoma. La prosa deve diventare un luogo dello spirito in cui le frasi risuonino come melodie, le immagini risplendano come affreschi, le cesure rivelino bellezze nascoste. Un ideale che se realizzato nel modo giusto può dare vita a gemme scintillanti e insostituibili. È chiaro allora che l’ambizione di scrivere un «libro sul nulla» è la scelta di campo di chi ha scommesso interamente sul piacere. L’idea molto scolastica secondo cui un romanzo degno di nota debba custodire un qualche messaggio di facile smerciabilità insulta tutto ciò in cui Flaubert crede. Lo scopo che si prefigge è assimilare la prosa alla poesia, la frase al verso. Per avviare una simile rivoluzione occorre un inesausto lavoro di scavo alla ricerca dell’essenza. Ricorrendo a una similitudine operistica, si può dire che Flaubert miri a ripulire il romanzo dalle scorciatoie offerte dal recitativo. Il «libro sul nulla» che sogna di scrivere si articolerà in una serie ininterrotta di arie. Un romanzo, quindi, che rifugga i dialoghi didascalici di certa narrativa a tesi, e le zeppe della letteratura popolare. Per Flaubert scegliere una parola a dispetto di un’altra è questione di vita o di morte. Un’assunzione di responsabilità morale ineludibile. Il piacere cui il narratore flaubertiano aspira non può essere disgiunto dal perseguimento dell’espressione felice. La beffa è che una concezione così edonistica della scrittura generi in chi la persegue sofferenze indicibili. Il paradosso inaugurato da Flaubert — condiviso da stilisti non meno intransigenti di lui come Fitzgerald, Borges, Nabokov, Capote e Salinger — costringe lo scrittore di prosa a una disciplina militare. Il piacere di scrivere, così come lo intendono questi autori, è di stampo sado-masochista. Allo scrittore di piacere toccano entrambi le parti in commedia: quella del fustigatore e quella del fustigato. Nelle estenuanti sedute di lavoro che si infligge non fa che auto-flagellarsi: il dolore che prova, ben lungi dall’essere fine a sé stesso, è volto al perseguimento della grazia.
È allora che il piacere di scrivere si fa maledizione.

domenica 20 ottobre 2024

Sisifo felice

 



Colpisce nel vaso antico la leggerezza del masso che Sisifo regge agevolmente con le mani e non sospinge faticosamente davanti a sé come nelle raffigurazioni moderne 



Federico VareseJohn Le Carré. Negli archivi venuti dal freddo
la Repubblica, Robinson, 20 ottobre 2024

David [David Cornwell, vero nome dello scrittore che si nascondeva dietro lo pseudonimo di John Le Carré] citava spesso un verso del Faust di Goethe sul desiderio di conoscere "quello che contiene il mondo nel suo punto più profondo". Cos'è un archivio se non la promessa di questa scoperta, il miraggio della conoscenza definitiva? La spia e il ricercatore sono due talpe che scavano per trovare quel luogo dove sono sepolti i segreti di una nazione, di una vita, la chiave ultima dei nostri comportamenti. Ma forse l'esistenza di tutti noi è davvero alla mercè di un demiurgo imprevedibile e malvagio, come ebbe a dire Max Brod a Kafka [...]. L'unico riscatto possibile, l'unico antidoto alla disperazione, è continuare a spingere il masso verso la cima della montagna e rendere onore alle persone che ci hanno accompagnato in quello sforzo, che ci hanno amato. Camus l'ha detto meglio di tutti: "Bisogna immaginare Sisifo felice". 



Albert Camus, Il mito di Sisifo, 1942

Se si crede ad Omero, Sisifo era il più saggio e il più prudente dei mortali; ma, secondo un’altra tradizione, tuttavia, egli era incline al mestiere di brigante. Io non vedo in questo una contraddizione.
...Sisifo insegna la fedeltà superiore, che nega gli dei e solleva i macigni. Anch’egli giudica che tutto sia bene. Questo universo, ormai senza padrone, non gli appare sterile né futile. Ogni granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammantata di notte, formano, da soli, un mondo. Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice.



François Veryunes, Sisyphe heureux, 2021

Questo spettacolo, ispirato all'opera di Albert Camus, Il mito di Sisifo, è brillante nella sua potenza, poesia, dolcezza, virtuosismo e mette in discussione la nostra capacità di agire sul mondo. Sì, bisogna immaginare “Sisifo felice” come ha scritto Albert Camus.
Sebbene condannato dagli dei a spingere fino alla cima di una montagna il masso
 che instancabilmente ricade, Sisifo incide la gioia e il significato della sua vita nel suo infinito coraggio, nel suo sacrificio di sé, nel suo impegno radicato. Questo eroe dell'antichità ci invita, anche oggi, ad accogliere la vita senza subirla.
Uno spettacolo di estrema precisione, sia nello slancio collettivo della vita che nell'impresa del  superamento individuale. Danza sensuale e carnale. Impegnata. Dalla maestria del gesto negli assoli alla forza dispiegata nei duetti, i corpi rivelano una bellezza rara. Tutti, come Sisifo, lottano ferocemente nell'equilibrio o nello squilibrio, spingendo oltre i propri limiti per ottenere grazia e spiritualità nello sforzo. Un pezzo sensibile che sfida il potere dei vivi, più di quello degli dei.


Arthur C. Brooks, Come trovare la gioia in una vita degna di Sisifo
Internazionale, 23 giugno 2023

Nel suo libro Camus riconosce la futilità del compito di Sisifo e i suoi ovvi parallelismi
con la nostra vita ordinaria. Ma sostiene che, nonostante le difficoltà di questo mondo, e apparentemente contro ogni probabilità, gli esseri umani sperimentano regolarmente la vera felicità. Le persone in circostanze terribili si crogiolano nell’amore reciproco. Godono di semplici svaghi. Perfino Sisifo era felice, secondo Camus, perché “il suo stesso sforzo per raggiungere una vetta è sufficiente a riempire il cuore di un essere umano”. In poche parole, aveva qualcosa che lo teneva occupato.

Questa conclusione porta Camus a una strategia di vita che è totalmente in contrasto con la maggior parte dei filosofi esistenzialisti degli ultimi due secoli. Invece di provare disperazione per la futilità della vita, Camus ci dice di accettarne la sua dimensione ridicola. È l’unico modo per arrivare alla felicità, l’emozione più assurda di tutte, date le circostanze in cui viviamo.

Non dovremmo cercare di dare un significato cosmico alla nostra incessante routine: comprare, spendere, mangiare, lavorare, spingere i nostri piccoli massi sulle nostre piccole colline, dice. Dovremmo invece ridere di gusto del fatto che non c’è alcun significato, ed essere comunque felici. La felicità, per Camus, è una dichiarazione d’indipendenza esistenziale. Invece di consigliare “non preoccuparti, sii felice”, offre un ribelle “dì all’universo di girare altrove, sii felice”.

Se accettare il ridicolo vi sembra impossibile, Camus dice che è solo a causa del vostro orgoglio. “Coloro che antepongono i loro princìpi alla loro felicità, rifiutano di essere felici al di fuori delle condizioni che gli sembrano imprescindibili per esserlo”, scrisse qualche anno dopo il suo saggio su Sisifo. Inoltre, “se si sorprendono a essere felici, si scoprono impotenti, infelici perché sono stati privati della loro infelicità”. Il consiglio pratico che segue è chiaro: se avete un momento di felicità inspiegabile in un mondo difficile, vivetelo senza pensarci troppo.

Dovremmo essere in grado di fare di meglio che affidarci alla serendipità per ottenere una felicità occasionale. La realtà è che ognuno di noi può mettere in pratica consapevolmente l’assurdismo di Camus per forgiarsi una vita più felice.




Sisifo e Prometeo sono uniti da una stretta parentela: essi sono gli eroi che non chiudono gli occhi di fronte alle contraddizioni dell’esistenza, e che hanno una lucida consapevolezza del loro destino. https://mondodomani.org/dialegesthai/articoli/federica-ottavi-01



martedì 26 marzo 2013

La verità, la grazia, il silenzio

Pier Aldo Rovatti
Scoprite la filosofia del “quasi-niente”
Il mondo di Jankélévitch, grande pensatore francese, in una monografia 


la Repubblica, 31 dicembre 2012

Vladimir Jankélévitch, chi era costui? Eppure si continuano a pubblicare in Italia le sue opere: nel 2009 il grande volume su La morte, nel 2010 la nuova edizione del suo libro chiave Il non-so-che e il quasi-niente, nel 2012 la splendida conversazione intervista con Béatrice Berlowitz Da qualche parte nell'incompiuto (Einaudi, con l'appassionato interesse di Carlo Bonadies, e a cura di Enrica Lisciani-Petrini). Jankélévitch è morto nella sua Parigi nel 1985, un anno dopo Foucault. La tonalità morale è quella che lui stesso attribuisce alla propria filosofia, che è comunque un pensiero a tutto campo alla ricerca, ostinata e sempre inevitabilmente "incompiuta", di un fondo tanto "semplice" quanto inarrivabile dell'esperienza del pensare e del vivere. La musica, per esempio, e quanto vi attinge per dare colore e perfino spessore al suo singolare modo di far filosofia: è uscita anche la riedizione di Débussy e il mistero (edizioni SE) e bisogna ricordare un altro testo-chiave, La musica e l'ineffabile, tradotto già nel 1985 proprio da Lisciani-Petrini, poi riapparso nel 1998 (da Bompiani).
Enrica Lisciani-Petrini, studiosa napoletana, ha legato al nome di Jankélévitch più di trent'anni del suo lavoro: è lei che lo ha "scoperto" e adesso raccoglie gli esiti di una lunghissima fatica nel saggio Charis, una monografia compatta su Jankélévitch (Mimesis), la prima di tale impegno e penetrazione. Charis, cioè grazia, la nota giusta per entrare in questo pensiero senza tradirlo immediatamente. E allora perché tanta difficoltà? Basta leggere una pagina di Jankélévitch per capire che tra lui e l'attuale dibattito, dal sapore sempre più neo-illuministico, c'è moltissima distanza, quasi un'incompatibilità.
Prendiamo solo qualche battuta dal citato libro-conversazione (Da qualche parte nell'incompiuto): «Per un po' mi sento meno inquieto quando, dopo aver girato a lungo tutt'intorno alle parole, mi rendo conto che non posso andare oltre. La pretesa di toccare un giorno la verità è un'utopia dogmatica, quel che importa è andare fino in fondo, e siccome ciò che cerco esiste appena, siccome l'essenziale è un quasi-niente, una cosa leggera fra tutte le cose leggere, questa ricerca forsennata tende soprattutto a mostrare qualcosa di cui si può intravedere l'apparizione, ma non verificarla perché svanisce nell'istante stesso in cui appare».
E così che lui reinventa la lezione del maestro Bergson, e un'intera generazione di intellettuali francesi ha fatto tesoro del suo insegnamento alla Sorbona e una folla di studenti e studiosi ha trattenuto nelle orecchie parole come queste. Oggi il nostro orecchio sembra meno adatto: abbiamo fretta di correre alla verità, quasi nessuna pazienza di girare e rigirare le parole per orientarle a un obiettivo che subito si preannuncia deludente. Jankélévitch aborriva gli "insipidi itinerari del turismo filosofico", chiedeva tempo e pazienza. Attenzione, però: niente a che fare con una grigia filosofia accademica, ma, al tempo stesso, niente a che fare con un pensiero sfumato e vago. Anzi, lui riprende in modo sorprendente l'adagio di Husserl, strenge Wissenschaft, scienza rigorosa, intendendo con esso l'incessante interrogazione, l'andare fino in fondo anche se l'oggetto sfugge per definizione e scompare proprio quando credi di averlo catturato nella rete della speculazione: il tema della "morte" è per eccellenza un simile oggetto, ma tutti quelli lavorati da Jankélévitch sono simili oggetti. Già, cosa dobbiamo intendere per "rigore"? A che titolo considerare poco rigoroso un modo di pensare che, sulla linea di Agostino e di Bergson, ci mette di fronte all'ineffabilità dell'esperienza del tempo? È più rigoroso stringere in una formula questa esperienza, oppure accorgersi che stringerla in una simile formula è un trucco per tradirla, mentre essa chiede il rigore di un'incessante apertura, il riconoscimento della sua essenza "misteriosa"? Inoltre, questo inabituale rigore deve coniugarsi, secondo Jankélévitch, con il ritrovamento della semplicità: è la fatica ("forsennata", dice) di conquistare una semplicità che tutti sentiamo a portata di mano, quasi intuitiva, ma che ogni volta ingombriamo di discorsi opachi e alla lettera viziosi.
Il mio incontro con il pensiero di Jankélévitch è avvenuto attraverso un suo vecchio saggio sull'ironia (1936, tradotto dal Melangolo, 1987) che ho letto come un "elogio della litote": un'antiretorica del "meno", l'abbassamento del tono come risultato di una "buona coscienza" di tipo ironico. È questo il filo che ci può portare a far nostra la "grazia" che respira in tutte le sue pagine, a non fraintendere l'insistenza sullo charme, in cui lui sposa filosofia e musica mostrando che il "silenzio" è un operatore decisivo del pensare, un tono basso contro i toni alti di tanta filosofia. Ecco dunque un altro pensatore che sembra diventare col tempo sempre più inattuale e che lo rimarrà, necessariamente, finché sarà così invadente e frenetico il nostro desiderio di impadronirci della verità, una volta per tutte.
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Non è disponibile in rete l'articolo di Marco Dotti, Jankélévitch. Identità dell’opera tra un istante di grazia e la rovina del tempo. Una «filosofia della vita» al cuore del Novecento francese: monografia e libro-dialogo curati da Lisciani Petrini; il volume si trova invece ampiamente riconsiderato in  http://www.recensionifilosofiche.info/search/label/Vladimir%20Jank%C3%A9l%C3%A9vitch
https://machiave.blogspot.com/2025/09/il-non-so-che-e-il-quasi-niente.html