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mercoledì 25 marzo 2026

I rapporti di forza e l'iniziativa


Francesco Scalambrino
Pillole gramsciane. 5 - Analisi culturale e lotta politica

Belfagor blog, 29 marzo 2013

“La mia vita trascorre sempre ugualmente monotona. Anche lo studiare è molto piú difficile di quanto non sembrerebbe. Ho ricevuto qualche libro e in verità leggo molto (piú di un volume al giorno, oltre i giornali), ma non è a questo che mi riferisco; intendo altro. Sono assillato (è questo fenomeno proprio dei carcerati, penso) da questa idea: che bisognerebbe far qualcosa «für ewig», secondo una complessa concezione di Goethe, che ricordo aver tormentato molto il nostro Pascoli. Insomma, vorrei, secondo un piano prestabilito, occuparmi intensamente e sistematicamente di qualche soggetto che mi assorbisse e centralizzasse la mia vita interiore.”

Questo si legge in una delle più belle (e commoventi) lettere di Gramsci, inviata a Tatiana pochi mesi dopo il suo arresto, il 19 marzo 1927. La lettera continua delineando un vero e proprio progetto culturale:  1° una ricerca sugli intellettuali italiani; 2° Uno studio di linguistica comparata; 3° uno studio sul teatro di Pirandello e sulla trasformazione del gusto teatrale italiano; 4° un saggio sui romanzi di appendice e il gusto popolare in letteratura.

Fin dal mio primo approccio con Nino, mi ha sempre meravigliato questa decisione di un impegnato attivista politico – che aveva abituato i suoi lettori e compagni di militanza politica soprattutto alla corrosiva e quotidiana polemica politica in quelli che egli stesso definisce “scritti alla giornata”, che dovevano morire “dopo la giornata” (lettera a Tatiana del 7 settembre 1931) – di passare a scrivere qualcosa “per l’eternità”, (l’espressione tedesca è di Goethe) e di dedicarsi a un sapere “disinteressato”. Eppure io partivo, come tutti noi “posteri”, dalla consapevolezza del­l’impor­tanza di un autore ormai considerato un “classico” della cultura mondiale. Per questo continuo ancora a chiedermi quale impressione deve aver provocato la lettera di Gramsci in Tatiana e in quei pochi e “intimi” lettori dell’epoca.
Oggi mi sembra di poter affermare che in Nino ci fosse la chiara consapevolezza dell’enorme differenza tra la necessità di procedere a strattoni, ed eventualmente con colpi di pesante ironia capaci di spiazzare l’avversario, nella fluida e spesso imprevedibile attività politica quotidiana, e l’analisi accurata, capace di consentire una comprensione più approfondita delle realtà e dei problemi socio-economici, politici e culturali – ammesso che sia possibile distinguere nettamente questi tre livelli nell’opera gramsciana.
La consapevolezza di tale differenza non significa però che, in Gramsci, le due forme di analisi siano o debbano essere autosufficienti o addirittura in conflitto tra loro. Occorre anzi afferrare la necessità di entrambe e coglierne le imprescindibili interconnessioni, soprattutto se si tratta di individuare i “principii di metodologia storica” che consentano una corretta analisi dei rapporti di forza in una determinata situazione:

“l'osservazione più importante da fare a proposito di ogni analisi concreta dei rapporti di forza è questa: che tali analisi non possono e non debbono essere fine a se stesse (a meno che non si scriva un capitolo di storia del passato) ma acquistano un significato solo se servono a giustificare una attività pratica, una iniziativa di volontà. Esse mostrano
 quali sono i punti di minore resistenza, dove la forza della volontà può essere applicata più fruttuosamente, suggeriscono le operazioni tattiche immediate, indicano come si può meglio impostare una campagna di agitazione politica, quale linguaggio sarà meglio compreso dalle moltitudini ecc.” (Quaderni del Carcere, Torino 1977, pag. 1588)

Francesco Scalambrino

martedì 28 giugno 2022

Per Raffaele La Capria

 


 

Giuseppe Sciara

Oggi è morto uno dei pochi scrittori italiani davvero importanti degli ultimi decenni: Raffaele La Capria. Quello che mi ha sempre attirato di La Capria è la sua capacità di fare "critica su stesso", alla maniera crociana, che non è semplicemente scrivere la propria biografia, raccontare di sé e della propria vita, ma è soprattutto andare alla ricerca dei motivi reconditi che stanno dietro la produzione di letteratura, di studi, di libri. Non è per nulla facile mettere a fuoco il senso profondo di ciò che ci guida nel nostro percorso intellettuale. La Capria ha invece sempre avuto la volontà e la lucidità di esplorare, avendo come campo d'indagine sé stesso, il significato del fare letteratura, che poi significa esplorare il senso ultimo della vita. Lo ha fatto in "False partenze" (1974), in cui ripercorre le proprie esperienze letterarie del decennio 1940-1950: un tentativo audace di emanciparsi dall'opprimente cappa ideologica degli anni Settanta, raccontando di un giovane – Candido, suo alter ego – che, nel decennio dominato dalla menzogna, è incapace di trovare un senso agli eventi che sta vivendo, perché è incapace di accettare le spiegazioni e le risposte rassicuranti che gli vengono fornite dalle ideologie, quelle morenti e quelle che si stanno affermando, sempre più pervasive.
Lo ha fatto anche in "Letterattura e salti mortali" e in "Novant'anni d'impazienza. Un'autobiografia letteraria" (2013) che consiglio anche come introduzione alla sua intera produzione letteraria, prima di leggere altro: qui La Capria ripercorre libro dopo libro il proprio percorso, dal primo romanzo "Un giorno di impazienza" del 1952 a "Doppio misto" del 2012. È forse proprio questo scrivere da romanziere, ma senza scrivere romanzi che più mi piace di lui. Scrivere di letteratura, scrivere di Napoli, scrivere della quotidianità politica e culturale del nostro Paese. È quella che oggi viene chiamata, con un (per una volta) non fastidioso inglesismo, “non-fiction”. Le brevi prose di "Esercizi superficiali" (2012) e di "Umori e malumori" (2013), pubblicate sul "Corriere" nel biennio 2012-2013, sono piccoli gioielli in grado di tratteggiare un'Italia fatta di bassa politica, di cattivo giornalismo, di "fuffa" spacciata per cultura, di "banal-buonisti" che indossano la maschera del bene per fare il male. Il pezzo che apre "Umori e malumori" tratteggia alla perfezione il quadro generale: "La normalità è lo stato d'emergenza. Mi metto nei panni di un qualunque cittadino che così la vive, sempre frastornato dalla politica e dai media e, dunque, sempre in bilico tra una verità e una contro-verità sullo stato generale delle cose, mentre penosamente tira avanti la sua vita privata e quella intima, molto spesso con un reddito che gli consente di vivere fino alla terza settimana del mese".
Mi riprometto di leggere “Ferito a morte”, ma intanto il La Capria saggista è già nel mio cuore.