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martedì 28 aprile 2026

La luce di Gramsci

Matteo Marchesini
SU ANTONIO GRAMSCI (27 aprile 1937-27 aprile 2026) Facebook

Tra la fine del ‘900 e oggi, l’ombra di Gramsci è stata evocata soprattutto per chiuderla nella triste cella dei cultural studies o per ricondurla alla spy saga sulla Spectre togliattiana. Tutto ciò, temo, ha relegato sullo sfondo i tratti essenziali della sua figura, che forse vale la pena ricordare. Magari partendo dal dato più ovvio: la paradossale originalità del Gramsci maturo nasce dalla tensione tra l’isolamento e lo slancio militante, tra l'ansia di totalità enciclopedica e gli appunti frammentari di un uomo privo di libri e di interlocutori. Mentre il regime fascista si stabilizza e la Terza Internazionale si consegna a Stalin, uno dei più acuti ideologi del comunismo trova la sua espressione più libera dentro un carcere, in uno stile che grazie a una singolare miscela di aridità razionalistica e lampi epigrammatici aderisce con perfetta funzionalità all’osso del pensiero. Perciò la sua lezione di politico marxista non è immediatamente politica né tradizionalmente marxista. Gramsci si forma durante la reazione contro il positivismo: quindi anche contro il socialismo che positivisticamente riduceva la società a un gioco fisico di forze. Croce, Gentile, “La Voce” e i futuristi enfatizzano la possibilità di trascendere le condizioni materiali; e lo stoico sardo approdato a Torino trasferisce questo antideterminismo nella sua militanza, insieme a una forte vocazione pedagogica. Davanti al ’17 russo parla di “Rivoluzione contro il ‘Capitale’” di Marx: in Lenin, che sembra portare all’avanguardia una società arretrata saltando i passaggi presupposti dal filosofo tedesco, vede una volontà motrice superiore all’economia. Un tale ‘idealismo’ spiega l'insistenza sui temi della cultura. Del resto è su questo terreno che si radicano nel ‘900 le più autorevoli teorie ispirate al marxismo (si pensi a Lukács, come Gramsci influenzato da Bergson, o ai francofortesi): sia perché lo spazio della prassi è divorato da burocrazie partitiche e monopoli, sia perché nella società di massa la “sovrastruttura” reagisce a sua volta sulla “struttura”. Di qui viene la concezione gramsciana dell’“egemonia”, secondo cui una classe s’impone anche attraverso la pervasività di certi modelli culturali e morali: concezione che allontana sì l’ideologo dal culto della forza bruta, ma per riportarlo con un percorso più lungo a un’immagine comunque tendenzialmente totalitaria della società. Gramsci riflette sul contrasto che esiste nella storia italiana tra “nazionale” e “popolare”, sugli scrittori più simili ai propri antenati del ‘500 che a un contadino loro contemporaneo, e spera di colmare lo iato con un corpo d’intellettuali organici al movimento operaio, capaci di far la spola tra senso comune e saperi specialistici. Ma nel dopoguerra, mentre si diffondono i “Quaderni”, questo umanesimo di massa sarà beffardamente realizzato e dissolto dal boom e dalla tv, in un contesto ormai impermeabile a qualunque progetto pedagogico. In una lettera del luglio ’33, Gramsci racconta un delirio che sembra quasi un’allegoria del dramma vissuto da chi crede nella “andata al popolo”, cioè nell’idea che si possa instillare in un gruppo sociale una “coscienza di classe”: “Pare che per una notte intera”, scrive, “ho parlato dell’immortalità dell’anima in un senso realistico e storicistico, cioè come una necessaria sopravvivenza delle nostre azioni utili e necessarie e come un incorporarsi di esse (…) al processo storico universale ecc. Ad ascoltarmi era un operaio di Grosseto che cascava dal sonno e che credo abbia creduto che impazzissi, secondo l’opinione anche della guardia carceraria di servizio”.

venerdì 6 dicembre 2024

Adorno contro l'autenticità




Marco Maurizi, La filosofia e il suo altro. Adorno lettore di Hegel
Dialegesthai, 4 aprile 2001

La filosofia e il suo altro. Questa frase esprime, in sintesi e in tutta la sua paradossalità, il contributo più importante di Adorno alla filosofia come disciplina. La filosofia e il suo altro: pensare, attraverso il pensiero, ciò che pensiero non è. Per Adorno il compito più importante che la filosofia deve prefiggersi è certo quello di pensare l’alterità e la differenza; tale assunto, per altro oggi pacifico ai più, assume in Adorno un aspetto tragico. All’interno della prospettiva adorniana, infatti, sembra quasi impossibile pensare radicalmente l’altro, sfuggire all’incantesimo che chiude il pensiero in se stesso. Ciò che venne visto come il carattere infinitamente positivo del pensiero dall’idealismo, il suo radicarsi nell’Identità, diviene in Adorno condanna, incapacità di uscire dalla gabbia che il pensiero tesse attorno alle cose. E tuttavia, questa la scommessa di Adorno, al pensiero, e solo al pensiero, è affidato il compito di salvare l’alterità radicale e, alla fine, di renderla possibile. Lo schema di questa possibile salvezza è curiosamente custodito tra le pagine del pensatore moderno che più di ogni altro è stato accusato di assoggettare la differenza ad un ordine violento ed onnipervasivo: Hegel.

Se si volesse riassumere drasticamente il debito di Adorno nei confronti di Hegel si avrebbe a disposizione una sola parola: quella “dialettica” che accompagnò il pensiero di Adorno dal libro sull’Aufklärung del 1941 fino alla fine della sua vita. Se ora volessimo illuminare in parte il modello adorniano di dialettica saremmo costretti a prendere in esame l’interpretazione che Adorno dà di Hegel in tutta la sua portata. Altrettanto importante, infatti, dell’eredità hegeliana nel linguaggio e nel modo di concepire la filosofia per Adorno è comprendere come e perché Adorno si distacca da Hegel proponendo uno schema alternativo di dialettica. Da un punto di vista strettamente gnoseologico la concezione adorniana della dialettica manifesta un profondo debito anche nei confronti di Kant, la sua teoria della conoscenza si muove costantemente tra questi due poli, riconoscendo — con Hegel — l’intreccio costitutivo di soggetto e oggetto e — con Kant — la persistente presenza di un residuo che impedisce al soggetto di ridurre a sé l’oggetto.

Th.W. Adorno, Negative Dialektik, in Gesammelte Schriften, Suhrkamp Verlag, Frankfur am Main 1986, Vol. 6, p. 145. 

Di fatto la dialettica non è né soltanto metodo né qualcosa di reale nel senso dell’intelletto ingenuo. Non un metodo: infatti la cosa inconciliata, cui manca proprio quell’identità, che il pensiero surroga, è contraddittoria e si chiude ad ogni tentativo di una sua interpretazione. Essa, e non l’impulso organizzativo del pensiero, spinge verso la dialettica. Non un semplicemente reale: infatti la contraddizione è una categoria della riflessione, il confronto pensante tra concetto e cosa. Dialettica come procedimento significa pensare in contraddizioni in forza della contraddizione esperita nella cosa e contro di essa. Contraddizione nella realtà, essa è contraddizione contro questa. Ma tale dialettica non si può conciliare con Hegel. Il suo movimento non tende all’identità nella differenza di ogni oggetto dal suo concetto; piuttosto essa ha in sospetto l’identico. La sua logica è logica della disgregazione, nella forma costruita e oggettivizzata dei concetti, che il soggetto conoscente ha immediatamente di fronte a sé. La loro identità con il soggetto è la non verità. Con essa la preformazione soggettiva del fenomeno si insinua davanti al non identico, all’individuum ineffabile.

Marco Maurizi, La filosofia e il suo altro. Adorno lettore di Hegel - Dialegesthai (mondodomani.org)
Theodor W. Adorno, Minima moralia, traduzione di Renato Solmi, Einaudi, Torino 1954, pp. 147-152. 



venerdì 10 maggio 2024

Gramsci comunista speciale




L’intérêt pour l’œuvre d’Antonio Gramsci est loin de marquer le pas en France, et il conviendrait même d’identifier une nouvelle « Gramsci Renaissance » après celle des années 1970 et après l’éclipse des années 1980. Dans les derniers temps, six livres au moins ont paru sur le sujet : Etudier Gramsci : pour une critique de la révolution passive capitaliste, d’André Tosel, Antonio Gramsci, Vivre c’est résister de Jean-Yves Frétigné, qui a également produit en 2021 une anthologie des Cahiers de prison ; La pensée politique de Gramsci de Jean-Marc Piotte, initialement publié en 1970 et réédité à Montréal ; L’Histoire et la question de la modernité chez Antonio Gramsci de Yohann Douhet (1).

L’ouvrage de Romain Descendre et de Jean-Paul Zancarini, L’oeuvre-vie d’Antonio Gramsci, est le dernier produit de cette floraison, le plus original et le plus vaste dans sa conception. Les professeurs d’études italiennes à l’Ecole normale supérieure de Lyon Romain Descendre (1971) et Jean-Paul Zancarini (1947) sont tous deux passionnés de philologie historique et animent depuis une dizaine d’années un séminaire sur les Cahiers de prison à l’ENS.

Ils partent de l’idée qu’il y avait un vide à remplir et explicitent ainsi leur intention : « Nous avons voulu écrire le livre sur Gramsci que nous avions cherché en vain dans une bibliographie pourtant immense » (p. 531). Ils ont donc choisi de suivre pas à pas la biographie personnelle, politique et intellectuelle de Gramsci à partir de 1911, l’arrivée à Turin, jusqu’en 1937, l’année de sa mort. Le livre est divisé en trois parties : la formation d’un intellectuel socialiste (Turin, 1911-1919) ; le militant révolutionnaire (1919-1926) ; le prisonnier (1926-1937). La méthode était-elle judicieuse ? La succession des tableaux est convaincante et, au fil des pages, beaucoup de points obscurs ou controversés sont éclaircis. Rappelons, à titre d’exemple, la position favorable à la liberté des échanges (p. 41-47) et le rapport avec le penseur bolchevique Alexandre Bogdanov (p. 69-70). Cette manière de procéder présente surtout un avantage : elle exclut la recherche d’un système caché, tentation à laquelle beaucoup de biographes ont succombé jusqu’ici. Suivre les réflexions ou les actions de Gramsci, moment par moment, écarte l’idée d’une œuvre à retrouver : Gramsci n’a pas eu la volonté d’élaborer une œuvre finie (p. 329). Il a formulé au fur et à mesure des concepts qui restent toujours ouverts et opérationnels.

La grande réussite de la première partie (p. 15-116) consiste dans la découverte d’un penseur qui, au bout du compte, est un idéaliste et voit dans l’idéalisme le cœur doctrinal même du marxisme (p. 106). Un texte important de 1917, La révolution contre le Capital, change ainsi de statut, il cesse d’être une intuition géniale mais isolée, et devient le témoignage remarquable d’une réflexion cohérente sur l’événement : selon les auteurs Gramsci continue d’affirmer l’assise idéaliste du marxisme jusque dans les années 1930 (p. 107). Au passage, il faut noter l’attention consacrée aux penseurs qui ont inspiré l’auteur des Cahiers : à côté de Karl Marx nous trouvons ici Croce, Gentile, Bergson, Georges Sorel, Hegel naturellement.

La deuxième partie (p. 117-263) devrait rendre compte des changements qui caractérisent les périodes de 1919 (le retour à la paix) à 1926 (l’arrestation de Gramsci). Le pointillisme du récit finit par brouiller les pistes. Le titre « le militant révolutionnaire » n’aide pas à comprendre que le statut du personnage, pendant ces années, acquiert une importance beaucoup plus grande. A sa naissance, en 1921, le parti communiste d’Italie avait à sa tête Amadeo Bordiga. A ce moment-là Gramsci était un personnage mineur dans la hiérarchie de la nouvelle formation politique, même s’il était un adhérent remarquable, le directeur d’une revue, un membre du Comité central. Trois ans plus tard, en 1924, ce même personnage est élu secrétaire du parti. Que s’est-il passé ? En 1923 Gramsci, après avoir réuni bon nombre de ses amis turinois, a engagé une bataille pour un changement de direction avec l’appui des Soviétiques. Sur quoi porte la discussion ? Un point central est la conception du parti : la vision sectaire de Bordiga s’oppose à la vision plus souple de Gramsci. Or, Romain Descendre et Jean-Paul Zancarini tombent ici dans un piège en considérant l’exposé que fait Gramsci des idées de son adversaire comme la présentation de ses propres positions (p. 195). Mais le fait est que Gramsci se révèle dans ces circonstances comme le vrai fondateur de l’organisation nouvelle. En 1926, à la veille de son arrestation, il s’oppose d’ailleurs dans une lettre signée par le bureau politique du parti italien - et adressée au Comité central du Parti Communiste de l’Union Soviétique - à la manière dont on est en train de régler en Russie les rapports avec la minorité trotskiste. Il écrit « vous êtes en train de détruire votre œuvre » (cité p. 247), faisant preuve encore une fois d’une certaine souplesse dans la vision du parti. Ici et là on voit apparaître dans les textes de Gramsci les signes annonciateurs du passage à une autre conception du monde. Le théoricien revient sur le rôle de l’hégémonie, la distinction entre Orient et Occident s’affirme, la part de nouveauté s’élargit après 1930.

La troisième partie (p. 264-536) est d’une lecture passionnante. Elle a évidemment pour objet central les Cahiers de prison. Les auteurs du volume exploitent à fond le travail de Gianni Francioni qui a produit une datation plus précise des textes. Sur cette base, une troisième édition (en cours) des Cahiers, des Lettres et de l’œuvre intégrale a été programmée et largement réalisée. Il s’agit maintenant de retrouver les étapes d’une recherche : « Nous tressons […] une histoire personnelle, une histoire politique, un parcours d’élaboration théorique en train de se faire » (p. 268). Gramsci a besoin de s’adresser à des interlocuteurs, ce qui confère à ses écrits une nature dialogique. On entrevoit la possibilité d’une lecture à la manière de Bakhtine, qui n’est cependant pas nommé, et Gramsci écrit même « Ordinairement il m’est nécessaire de partir d’un point de vue dialogique ou dialectique, autrement je ne sens aucune stimulation intellectuelle » (cité p. 251).

La rédaction des Cahiers s’étale de 1929 à 1935. L’Internationale communiste, désormais sous la houlette de Staline, adopte une nouvelle ligne, « classe contre classe » : tous les partis ou groupes sociaux-démocrates ou démocrates sont rejetés dans le camp ennemi. On parle de « social-fascisme ». En 1929 la Nouvelle Politique Économique est abandonnée, préludant à la collectivisation des campagnes. Gramsci s’y oppose et expose ses raisons en réfutant une certaine vulgate du marxisme, et attaque le « manuel » de Boukharine (La théorie du matérialisme historique. Manuel populaire de sociologie marxiste, Éditions Sociales Internationales, Paris 1927). Il s’agit d’une opération semblable à celle accomplie par Lukács avec Histoire et conscience de classe, paru en 1923 (p. 371-372). Assez vite dans les écrits, le matérialisme historique est remplacé par la philosophie de la praxis, expression qui se justifie par elle-même et qui ne doit pas être attribuée à une pratique de l’autocensure à laquelle Gramsci avait recourt pour contourner la surveillance policière.

Sur beaucoup de points, la philologie historique des auteurs s’avère éclairante en redonnant leur épaisseur historique à certains termes : hégémonie, révolution passive, guerre de position, crise, américanisme et fordisme, subalternes. Gramsci voit se dessiner dans les États-Unis l’avenir du monde : « On peut dire – déclare-t-il – que l’américanisme et le fordisme découlent de la nécessité immanente d’atteindre l’organisation d’une économie programmatique » (cité p. 486). Il voit arriver ce que l’historien Eric Hobsbawm appellera le « capitalisme réformé » : l’avenir de la société américaine ne réside pas dans la victoire des classes laborieuses, mais dans le rôle futur que joueront les classes subalterne, dans une trajectoire qui ne sera pas linéaire (p. 492).

Deux points capitaux : le personnage n’est pas conforme à l’image que son parti a voulu promouvoir de lui, il reste cependant un communiste jusqu’au bout de son existence (p. 268 et 498). Histoire personnelle, voire sentimentale, s’entremêlent à l’histoire politique d’un engagement et d’une pensée. La rencontre avec les sœurs Schucht se situe au cours des années 1920, Eugenia et Julija en 1923, Tania en 1926. Le mariage avec Julija Schucht prend plus spécialement en 1932 une allure malheureuse, Gramsci ne comprend pas les silences de sa femme, qui travaille pour la police soviétique et est surveillée de près par le régime. Il arrive en novembre 1932 à envisager un divorce, mais se heurte à l’opposition de sa belle-sœur Tania : la séparation d’avec Julija demeure jusqu’à la fin une souffrance permanente pour Antonio (p. 364). De même, en 1928, un dirigeant communiste italien en exil à Berlin, Ruggero Grieco, envoie à Gramsci une carte postale le confortant dans sa position de chef du parti communiste, ce que Gramsci lui-même juge compromettant alors qu’il est emprisonné, au point d’y voir la volonté de ses adversaires politiques de nuire à sa cause. Pour d’autres (Togliatti, Sraffa), l’épisode a eu dans les faits un impact négligeable. Selon les auteurs du livre, la question reste ouverte : « Qu’il nous suffise d’avoir souligné l’effet à long terme de cette ‘lettre tristement fameuse’ sur Antonio Gramsci » (p. 293).

Le retour aux sources a l’effet, surprenant et naturel en même temps, de rendre Gramsci plus incisif et plus actuel de surcroît. Le livre est une invitation à une meilleure connaissance d’un auteur qui n’a pas cessé de livrer ses secrets. La boucle n’est pas bouclée. Gramsci l’hérétique est là, devant nous, avec toute la force d’une pensée dans son plein exercice.

1 André TOSEL, Etudier Gramsci : pour une critique de la révolution passive capitaliste, Paris, Editions Kymé, 2016 ; Jean-Yves FRETIGNE, Antonio Gramsci, Vivre c’est résister, Paris, Grasset, 2017; Antonio Gramsci, Cahiers de prison. Anthologie, introduction et notes critiques de Jean-Yves Frétigné, Paris, Gallimard, coll. « Folio Essais », 2021 ; Jean-Marc PIOTTE, La pensée politique de Gramsci, (1970), Lux, Montréal, 2020 ; Yohann DOUHET, L’Histoire et la question de la modernité chez Antonio Gramsci, Paris Garnier, 2021

Giovanni Carpinelli
Fondazione Istituto piemontese Antonio Gramsci

Romain Descendre Jean-Claude Zancarini, L’oeuvre-vie d’Antonio Gramsci. Paris, Editions La Découverte, 2023, recensione di Giovanni Carpinelli, in "Cahiers Jaurès", n. 250, Lectures, pp. 92-96. 

https://machiave.blogspot.com/2024/05/gramsci-riveduto-e-corretto.html