Andrea Fabozzi Un doppio fallimento il manifesto, 15 aprile 2026
Avrà ripensato alla cerimonia del giuramento a Washington, lei unica
leader europea, o alla visita a Mar a Lago, due trasvolate oceaniche
in un giorno: «È venuta fin qui solo per vedere me», disse allora
Trump della premier italiana. Giorgia Meloni è diventata di colpo
«inaccettabile» per quel presidente Usa a cui voleva dare il Nobel
per la pace e con il quale aveva scelto di stare nel pazzesco Board
of peace, di nuovo unica in Europa con l’eccezione di Orbán – e
sappiamo com’è finito Orbán.
Ecco
perché Meloni ci ha messo tanto a criticare Trump e a difendere papa
Leone: sapeva che non le sarebbe stato perdonato. Ed ecco perché
tanto a lungo ha accompagnato la deriva trumpiana senza mai prenderne
le distanze, limitandosi a qualche colpo di tosse fino
all’insostenibile «non condivido e non condanno» per l’attacco
all’Iran. Sapeva che l’alleanza con Trump è sudditanza o non è.
Che basta alzare un sopracciglio per passare in un attimo da «grande
leader» a «debole».
Confermata
la regola per la quale i sovranisti partono a braccetto e finiscono a
cazzotti, c’è dunque da chiedersi se Meloni questo sopracciglio lo
abbia finalmente mosso per convenienza più che per improvviso
coraggio, visto che l’amicizia di Trump (e Netanyahu) è ormai
utile quanto una zavorra al collo in pieno oceano. E se in definitiva
l’operazione le riuscirà, se potrà esistere un secondo tempo di
Meloni, una riverniciata di autonomia in vista del voto. La nostra
risposta è che probabilmente sì, la scelta è di convenienza, ma
probabilmente no, non le basterà.
Non
è un secondo tempo quello che resta da giocare da qui alle elezioni,
ma al massimo un tempo supplementare e Meloni lo farà con il peso di
un fallimento. La trumpiana numero uno in Europa, sponda continentale
del tycoon come si è voluta raccontare, non ha tra i suoi talenti
quello di sapersi reinventare. Piuttosto quello della fedeltà al
passato, anche il peggiore. Tutti i suoi avversari e persino molti
dei suoi alleati avrebbero più titoli di lei per interpretare una
fase nuova. Assistiamo a una lite tra due capi entrambi in
difficoltà, non solo Trump anche Meloni dopo il referendum è in
discesa. Si era arrampicata molto in alto sulla torre Maga e la
caduta le farà male.
La vera eleganza della forza
Carmelo Caruso
Il Meloni 0
Il Foglio, 15 aprile 2026
Il sindaco leghista di Treviso, Mario Conte, in visita alla Camera, la butta: “Non escludo che Meloni possa di nuovo pensare al voto". Si troverà una Schlein che da oggi, con il suo intervento, si merita pienamente la carica da sfidante. La generosità del rivale è la vera eleganza della forza. Trump ha rivelato al mondo un papa e alla sinistra consegnato una Papessa.
Francesco Scalambrino Pillole gramsciane. 5 - Analisi culturale e lotta politica Belfagor blog, 29 marzo 2013
“La mia vita trascorre sempre ugualmente monotona. Anche lo studiare è molto piú difficile di quanto non sembrerebbe. Ho ricevuto qualche libro e in verità leggo molto (piú di un volume al giorno, oltre i giornali), ma non è a questo che mi riferisco; intendo altro. Sono assillato (è questo fenomeno proprio dei carcerati, penso) da questa idea: che bisognerebbe far qualcosa «für ewig», secondo una complessa concezione di Goethe, che ricordo aver tormentato molto il nostro Pascoli. Insomma, vorrei, secondo un piano prestabilito, occuparmi intensamente e sistematicamente di qualche soggetto che mi assorbisse e centralizzasse la mia vita interiore.”
Questo si legge in una delle più belle (e commoventi) lettere di Gramsci, inviata a Tatiana pochi mesi dopo il suo arresto, il 19 marzo 1927. La lettera continua delineando un vero e proprio progetto culturale: 1° una ricerca sugli intellettuali italiani; 2° Uno studio di linguistica comparata; 3° uno studio sul teatro di Pirandello e sulla trasformazione del gusto teatrale italiano; 4° un saggio sui romanzi di appendice e il gusto popolare in letteratura.
Fin dal mio primo approccio con Nino, mi ha sempre meravigliato questa decisione di un impegnato attivista politico – che aveva abituato i suoi lettori e compagni di militanza politica soprattutto alla corrosiva e quotidiana polemica politica in quelli che egli stesso definisce “scritti alla giornata”, che dovevano morire “dopo la giornata” (lettera a Tatiana del 7 settembre 1931) – di passare a scrivere qualcosa “per l’eternità”, (l’espressione tedesca è di Goethe) e di dedicarsi a un sapere “disinteressato”. Eppure io partivo, come tutti noi “posteri”, dalla consapevolezza dell’importanza di un autore ormai considerato un “classico” della cultura mondiale. Per questo continuo ancora a chiedermi quale impressione deve aver provocato la lettera di Gramsci in Tatiana e in quei pochi e “intimi” lettori dell’epoca.
Oggi mi sembra di poter affermare che in Nino ci fosse la chiara consapevolezza dell’enorme differenza tra la necessità di procedere a strattoni, ed eventualmente con colpi di pesante ironia capaci di spiazzare l’avversario, nella fluida e spesso imprevedibile attività politica quotidiana, e l’analisi accurata, capace di consentire una comprensione più approfondita delle realtà e dei problemi socio-economici, politici e culturali – ammesso che sia possibile distinguere nettamente questi tre livelli nell’opera gramsciana.
La consapevolezza di tale differenza non significa però che, in Gramsci, le due forme di analisi siano o debbano essere autosufficienti o addirittura in conflitto tra loro. Occorre anzi afferrare la necessità di entrambe e coglierne le imprescindibili interconnessioni, soprattutto se si tratta di individuare i “principii di metodologia storica” che consentano una corretta analisi dei rapporti di forza in una determinata situazione:
“l'osservazione più importante da fare a proposito di ogni analisi concreta dei rapporti di forza è questa: che tali analisi non possono e non debbono essere fine a se stesse (a meno che non si scriva un capitolo di storia del passato) ma acquistano un significato solo se servono a giustificare una attività pratica, una iniziativa di volontà. Esse mostrano quali sono i punti di minore resistenza, dove la forza della volontà può essere applicata più fruttuosamente, suggeriscono le operazioni tattiche immediate, indicano come si può meglio impostare una campagna di agitazione politica, quale linguaggio sarà meglio compreso dalle moltitudini ecc.” (Quaderni del Carcere, Torino 1977, pag. 1588)
Marco Damilano, Il PD del post Ulivo non si governa con alleanze tattiche Domani, 26 gennaio 2025
Nella settimana di inizio impero di Trump II, con la sua controrivoluzione culturale e i giganti del web che abbandonano il loro progressismo liquido per svelare il volto feroce della conservazione, nell’Italia in cui i magistrati protestano contro il governo e i criminali libici entrano ed escono, capita che il dibattito politico sia inesorabilmente attratto dall’intervista di Dario Franceschini a Repubblica, con il titolo “L’Ulivo non torna. Marciare divisi per battere la destra”. «Cominciano così le celebrazioni del trentennale», ha commentato sarcastico uno dei protagonisti della storia del centrosinistra.
Trent’anni fa, era il 2 febbraio 1995, partì l’operazione Ulivo, con la disponibilità di Romano Prodi a guidare il centrosinistra alle elezioni. Un anno prima, nel voto del 1994, la divisione tra il centro di Martinazzoli e la macchina da guerra progressista di Occhetto aveva consegnato la vittoria a Berlusconi.
L’Ulivo fu la risposta. Il nome arrivò qualche giorno dopo, il 12 febbraio, una domenica. «Mi venne in mente all’uscita dalla messa a piazza Maggiore», rivelò Arturo Parisi. Il giorno dopo Prodi lanciò la sua bandiera: «Accanto alla Quercia è necessario nel campo democratico piantare un albero di Ulivo».
Accanto, perché all’inizio l’Ulivo non era il simbolo dell’intera coalizione, ma di una sua parte, quella fuori dal Pds. Ma subito l’Ulivo ebbe successo, al solito imprevisto dai capipartito, e divenne il simbolo di tutti. Non era un prodotto di laboratorio, era la conclusione di un lungo cammino nella società e l’inizio di un nuovo progetto di governo. Trent’anni dopo, siamo ancora lì. A destra c’è un dominus inattaccabile, oggi è una donna, a sinistra è tutto da costruire. L’intervista di Franceschini è stata accolta con sollievo dai 5 stelle e da Calenda, il tana libera tutti lascia ognuno padrone a casa sua, e ha lasciato gelidi i convenuti della settimana scorsa di Milano e di Orvieto, già superati. Un professionista come Franceschini dimostra se non altro che non si gioca alla politica se non si ha il senso del tempo, il ritmo, lo spiraglio in cui infilarsi per andare a segno, o almeno fare notizia.
Un sistema fondato sui partiti
Ieri c’erano i collegi uninominali, oggi c’è una legge elettorale proporzionale, corretta con il 37 per cento dei seggi uninominali, decisivi per raggiungere la maggioranza. Dopo trent’anni di esperimenti di ogni tipo, sta rinascendo un sistema fondato sui partiti, stabili come non accadeva da anni. Partiti non più rappresentativi come in passato, partiti che si reggono sui capi che centralizzano la comunicazione e il finanziamento, anche il non-partito, il Movimento 5 stelle, si è convertito.
Con i partiti tornano i politici di professione, dopo la lunga stagione di imprenditori, professori, banchieri, magistrati, avvocati, papi stranieri. Di Giorgia Meloni si può ripetere l’antica battuta: «Fin da piccola si è iscritta alla direzione del partito». Uno spirito dei tempi che mette fuori gioco i tecnici, i civici, le riserve della Repubblica e i federatori estratti all’ultima ora, con un convegno o con un’intervista.
Franceschini lo sa bene, interpreta questo spirito dei tempi, nei suoi colloqui privati è ancora più disincantato. Scordiamoci i grandi programmi, sospira, facciamo il minimo indispensabile. Tenta Forza Italia, prospetta a Tajani la possibilità di diventare il Bayrou italiano, nientemeno: si torni alla proporzionale pura, ognuno faccia il suo gioco, dopo le elezioni si vedrà. Difficile però che Meloni faccia questo regalo. E così il discorso torna nel Pd.
L’Ulivo è morto da tempo, ma il Pd suo discendente ne porta tracce nel patrimonio genetico: le primarie aperte a tutti, non solo agli iscritti, perché il segretario è anche il primo nome come candidato premier, anche se non più in modo automatico. E l’idea che le coalizioni non sono un escamotage tattico, ma esprimono una visione del Paese proposta agli elettori.
Un Disastro Decennale
Il Pd governista degli ultimi dieci anni ha disperso questo patrimonio, si è alleato con tutti, ha praticato larghe intese, maggioranze giallorosse, di unità nazionale, ha governato con Forza Italia, con la Lega e con il Movimento 5 stelle, sempre in modo subalterno. Il risultato è stata una catastrofe elettorale, politica, sociale. Elly Schlein è stata eletta segretaria per ricucire questo strappo. Oggi, di fronte a una destra che vuole prendere tutto, nel mondo e in Italia, la questione per il Pd è ricostruire una presenza nella società, un’identità solida e riconoscibile, la capacità di rappresentare il Paese nelle sue pieghe più profonde. Con l’ambizione di candidarsi a guidare le future alleanze di governo con la propria leadership e le proprie idee, se si prendono più voti, come avviene da sempre a destra, piuttosto che fare la ruota di scorta degli alleati, magari con poltrone ministeriali di consolazione, come avvenuto nei lunghi anni in cui il Pd ha consegnato l’Italia alla destra.
È andata com'è andata in Liguria. È andata come poteva andare. Il campo largo è un dato di fatto. Una nozione statica. Esiste uno schieramento formato da quanti si oppongono alla maggioranza di centrodestra e al governo Meloni. Un dato di fatto non è una proposta, non contiene una promessa, non implica neppure una azione comune. Può anche dar luogo a una avanzata in ordine sparso, senza una idea precisa dello scopo, se non quella di conseguire la vittoria. Il passaggio da una nozione statica a una nozione dinamica non è automatico, non sta nelle cose. Si attua se qualcuno elabora un progetto e lo promuove, riuscendo a coinvolgere un numero sempre più ampio di sostenitori. Un progetto implica l'assunzione di una iniziativa e anche l'apertura di uno scontro, se occorre. Chi si oppone va sconfitto, sconfitto sul campo e non al tavolo di un negoziato interminabile e sfibrante. Già, perché il negoziato non c'è neppure. Ci sono solo gli ultimatum, i veti e le accuse reciproche. Tutto questo perché qualcuno non ha ancora accettato di stare al gioco senza pretendere un trattamento speciale dovuto alla sua presunta autorevolezza o speciale dignità. Intanto il tempo passa, le sconfitte succedono alle sconfitte e la destra sempre più si sente investita di un naturale e duraturo diritto a governare. Da questo gioco affliggente e ripetitivo bisogna uscire ritrovando la strada della battaglia politica e del progetto audace da mettere alla prova. Basta tatticismi, è tempo di passare alle strategie. Senza trascurare la ricerca degli strateghi adatti, beninteso.
Augusto Minzolini, Il fallimento dello schema del 1994 Il Giornale, 29 ottobre 2024
È finita come tre decadi fa. Ma anche se avesse vinto Orlando per onestà intellettuale tutti dovrebbero ammettere che in un mese il centro-destra ha ribaltato la prospettiva di una sconfitta sicura (più o meno come nel '94 sfumò una vittoria che Occhetto pensava di avere in tasca) e già solo questo dimostra la fragilità e l'incompiutezza della strategia della sinistra. Se poi si coniuga la sconfitta di Orlando con il tonfo grillino emerge con clamore l'errore madornale commesso da chi ha accettato dentro il Pd i diktat di Giuseppe Conte. Una sconfitta per il presente e un monito per il futuro perché la vicenda ligure è di fatto la proiezione in piccolo degli equilibri a livello nazionale: il campo largo per essere competitivo, per poter aspirare a vincere, deve mettere insieme - basta leggere i dati dell'ultimo sondaggio «you trend» - tutte le sue anime compresa Italia Viva. E la ragione - come ho scritto e riscritto negli ultimi due mesi prevedendo la vittoria del centro-destra - non riguarda tanto il numero di voti che può portare Renzi, non è importante quel 2-3% che ha in dote, ma la funzione che può svolgere come ultima propaggine di una forza riformista collocata nell'area centrale della geografia politica di questo Paese. Più il campo largo con Schlein, Fratoianni, Bonelli e Conte ha il suo asse spostato a sinistra e più ha bisogno di una copertura, [di un bilanciamento magari anche non del tutto omogeneo] sul lato dell'area moderata. Una funzione che non può essere svolta dal solo «ectoplasma» Calenda, ma che ha bisogno di una presenza ben più pesante magari ingombrante. [...]
Il problema non è il Pd partito dello Ztl, oppure il duello Conte-Grillo. Queste sono puttanate. La questione è che in un sistema bipolare la caccia è all'ultimo voto e normalmente l'ultimo voto è quel pezzo di opinione pubblica che è al centro e che può spostarsi a favore di uno dei due schieramenti determinandone la vittoria. È quel pezzo di elettorato che farà vincere la Harris o Trump, che ha determinato il ritorno dei laburisti in Inghilterra, che ha impedito alla Le Pen di imporsi nelle elezioni politiche in Francia e che in passato in Italia ha premiato Berlusconi o ha permesso al moderato Prodi di battere il Cav per pochi voti.
Per questo parlo di «ebetismo politico» con la presunzione di avere ragione. Dopo trent'anni a sinistra ancora non hanno capito come va il mondo. Credono che gli basti un'inchiesta giudiziaria o un arresto, magari con il Ranucci di turno che prende il posto di Santoro, per assicurarsi la vittoria.
Federico Geremicca, Elly Schlein stecca la prova da leader. Centrosinistra a rischio irrilevanza politica, La Stampa, 29 ottobre 2024
Quante volte, anche noi osservatori, abbiamo liquidato le difficoltà di rapporto nel centrosinistra richiamando un evidente "problema di caratteri"? Figurarsi se non è vero: si fa oggettivamente fatica a immaginare Conte, Renzu e Calenda dalla stessa parte della barricata per più di mezz'ora. Prime donne. Egocentrici. Inaffidabili. L'errore, però, è nel chiuderla qui: circoscrivendo la questione ad un "problema di caratteri" per non vedere l'abisso culturale e programmatico che separa gli ex grillini dagli ex terzopolisti. Ora arrivano Umbria ed Emilia-Romagna. In primavera toccherà ad altre e importanti regioni, dal Veneto alla Campania. Il tempo vola e di mezzo c'è anche il possibile voto su un paio di referendum. Se il campo largo era solo un miraggio, è venuto il momento di prenderne atto. Perché il rischio dell'irrilevanza politica incombe. Anche se la sconfitta è stata solo per un soffio.
Per questo parlo di «ebetismo politico» con la presunzione di avere ragione. Dopo trent'anni a sinistra ancora non hanno capito come va il mondo. Credono che gli basti un'inchiesta giudiziaria o un arresto, magari con il Ranucci dei turno che prende il posto di Santoro, per assicurarsi la vittoriaUn copione scontato al punto da apparire disarmante, che non fa dimenticare ai liguri imbottigliati nel traffico di Genova che quella città da trent'anni non ha un raccordo anulare o una tangenziale che si chiama Gronda per il veto dei grillini. Un altro veto come quello su Renzi. Ma di veti si muore specie a sinistra.