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lunedì 1 dicembre 2025

L'erotismo al femminile


Juliette Deborde
Alla fiera della letteratura erotica: "C'è stato un prima e un dopo nella mia sessualità"
Libération, 30 novembre 2025

Laetitia si è avvicinata alla letteratura erotica sette anni fa, dopo aver scoperto Cinquanta sfumature di grigio . A pensarci bene, la trentenne non lo ammette del tutto. Ma leggere il bestseller ha avuto il merito di aprirle le porte a questo genere letterario fino a quel momento sconosciuto, di cui ora è una devota fan. Tanto che domenica 30 novembre è partita dagli Alti Pirenei per partecipare alla nona edizione della fiera della letteratura erotica. "La letteratura erotica permette di scoprire tantissime cose. C'è stato davvero un prima e un dopo nella mia sessualità", spiega la giovane donna nel trambusto della fiera, che si tiene a La Bellevilloise a Parigi. Questa passione, a cui ha persino convertito alcuni colleghi, è qualcosa di cui Laetitia dice di parlare "in tutta libertà", "senza vergogna".

Tra i suoi libri preferiti ci sono la trilogia SM di Emma Cavalier , "The Manor ", che ha suscitato in lei "un'enorme rivelazione" , e le opere di Chloé Saffy. Questi autori erano presenti in gran numero questa domenica e ora sono alla guida di questo genere letterario un tempo molto maschile. "Prima, la letteratura erotica era scritta da uomini per uomini. Negli ultimi anni, la situazione si è completamente invertita", osserva Anne Hautecoeur, direttrice di La Musardine, casa editrice e libreria partner della fiera del libro. Dei quindici titoli pubblicati dalla sua casa editrice nel 2025, undici sono scritti da donne .

Questo cambiamento è evidente anche tra le lettrici, numerose tra le corsie di La Bellevilloise. Da La Musardine, le clienti sono spesso donne. Donne "che non trovano necessariamente quello che cercano nella pornografia", spiega Anne Hautecoeur, e che si identificano maggiormente con le visioni trasmesse da una nuova generazione di autrici, che tengono conto "dell'affermazione del desiderio" e delle fantasie femminili. E del rispetto del consenso, che dopo #MeToo , "si è affermato dove prima la questione non veniva realmente sollevata", sottolinea Flore Cherry, fondatrice e organizzatrice della fiera del libro, che ritiene che il movimento abbia aperto "spazi in cui le donne possono esprimersi".

Sguardo femminile

Dietro il suo stand, l'autrice Rose Brunel accoglie con favore l'emergere di questo "sguardo femminile" nella letteratura erotica, anche se "il dominio patriarcale prevale ancora", anche nella scrittura femminile. Tuttavia, si rifiuta di puntare il dito contro le giovani fan del dark romance , accusate di normalizzare la violenza, il che, secondo lei, equivarrebbe a "fare la predica alle donne su ciò che leggono". Il suo ultimo romanzo, Rouge humide (Rosso bagnato), racconta la storia della scoperta della sessualità da parte di un'adolescente nell'era post-#MeToo. L'autrice ha tratto ispirazione, in particolare, dalle domande sollevate durante i gruppi di discussione sulla sessualità che conduce con i padri e i loro figli. L'autrice, che ha iniziato a scrivere perché non riusciva a trovare ciò che cercava nella letteratura erotica troppo intrisa di cultura dello stupro , afferma di prestare particolare "attenzione al consenso" e agli stereotipi di genere, ad esempio invertendo i ruoli femminili e maschili in uno dei suoi racconti: "Questi sono vincoli che mi impongo, senza censurarmi".

Sebbene il movimento #MeToo e le sue conseguenze influenzino inevitabilmente la sua scrittura, Chloé Saffy non si tira indietro. Il suo ultimo libro, La Vocation (La Vocazione), pubblicato da Cherche Midi questo autunno, racconta la storia della sottomissione volontaria di una giovane donna a una coppia benestante. "Anche se ci sono eccessi, la comunità BDSM riflette molto sul consenso", sottolinea l'autrice 44enne tra una sessione di autografi e l'altra. Secondo lei, gli scrittori erotici stanno cambiando la percezione, soprattutto non trascurando "ciò che accade nella mente". "Quando scrivo una scena di sesso, mi assicuro di includere molti dettagli nella narrazione: la sudorazione, il momento in cui si indossa il preservativo, andare in bagno dopo... Ciò che amo è l'erotismo della vita quotidiana!". Un modo per i lettori di identificarsi maggiormente con i personaggi: "Questo permette loro di dire a se stessi : 'Potrei provare anche io questa esperienza !'"

"Sviluppare la propria immaginazione"

In Carnes, il suo primo romanzo pubblicato all'inizio del 2025 da Pauvert , Esther Teillard voleva includere scene di sesso "piuttosto fredde", quasi cliniche e prive di qualsiasi abbellimento estetico. Perché "le prime esperienze sessuali sono spesso catastrofiche" e alcuni di questi "fallimenti possono essere esilaranti", afferma la ventiquattrenne autrice marsigliese, che voleva anche rappresentare la realtà delle "zone grigie del consenso". Se il suo libro può aver "eccitato vecchi lascivi, anche le giovani donne si sono identificate con esso", aggiunge con soddisfazione.

Al piano superiore, presso lo stand ben fornito della libreria Musardine, sono esposti saggi femministi, romanzi BDSM, raccolte di racconti, graphic novel, classici della letteratura erotica e cruciverba erotici. "Tutti i generi letterari sono rappresentati", insiste Anne Hautecoeur. Tuttavia, i librai generalisti, esitanti ad abbracciare il genere, faticano a promuoverlo, considerandolo ancora una nicchia. Anche se "ha un potenziale reale e attrae un vasto pubblico", osserva l'editore. E questi libri possono avere uno scopo educativo e un potere liberatorio.

A La Musardine, aggiunge Anne Hautecoeur, alcune giovani donne vengono addirittura "su consiglio del loro sessuologo, per sviluppare la loro immaginazione". Capucine, cliente della libreria nell'XI arrondissement di Parigi, disgustata dai circoli "perversi" che frequentava in passato e dalle app di incontri, trova nella letteratura uno spazio più sicuro, "un modo di vedere la sessualità in modo diverso, senza che sia squallida". Anche se la liberazione è "un viaggio", è ancora lontana dall'averlo completato.

venerdì 26 settembre 2025

Una parola fuori posto


Adele Palumbo
Dario Pera è fuori dal Pd dopo le offese sessiste in Consiglio. Petracin: "Spero sia di monito"

la Repubblica Torino, 26 settembre 2025

Dario Pera è fuori dal Pd. La commissione di garanzia del Partito democratico si è riunita e ha deciso di cancellare dall’anagrafe dei suoi iscritti il consigliere della Circoscrizione 8, reo di aver ingiuriato una collega di partito con commenti sessisti durante una seduta pubblica del consiglio.

A denunciare il comportamento di Pera era stata la stessa consigliera, Noemi  Petracin, suscitando l’immediata levata di scudi dei compagni di partito. E la condanna del sindaco di Torino, Stefano Lo Russo. “Starà facendo un pom...o” avrebbe detto Pera a microfono aperto riferendosi alla collega in quel momento assente dall’aula.

“Il nostro è un partito che ha dei principi, dei valori e un regolamento chiaro – commenta il segretario metropolitano del Pd Marcello Mazzù -. Abbiamo dimostrato di essere rapidi e concreti in una decisione che poteva sembrare scontrata, ma che doveva essere ratificata velocemente dagli organi del partito. In particolare, su questi temi non si scherza”.

“Spero che questa vicenda sia da monito a tutti. Se si sperava che passasse in sordina così non è - commenta Petracin - Non era un caso mediatico. Al di là di me, poteva succedere a chiunque altra. Il fatto che ci sia stata una presa di posizione così rapida e risoluta fa capire l’importanza del tema”. 


Laura Chiola
Torino Cronaca

Il Consiglio si era svolto da remoto. "L'aula consiliare ancora in riqualificazione e lunedì avevamo solo due delibere", spiega il presidente della 8 Massimiliano Miano raccontando l'accaduto. Poi in fase di chiusura e approvazione del verbale si fa l'appello. "Arriviamo alla lettera P: Pera, poi la Petracin, che non risponde al primo appello, bensì al secondo. Nel frattempo si sente questo insulto. "Un pensiero a voce alta riferito. La cosa è casuale, mi riferivo a un fatto che stava avvenendo in casa", avrebbe riferito Pera a Miano. Un insulto, comunque grave, ma non rivolto alla collega Petracin, avrebbe assicurato Pera.

giovedì 21 agosto 2025

Mia moglie


Gianfranco Pellegrino
Il gruppo "Mia moglie": il paese dove il patriarcato è un regime della mente

Domani, 21 agosto 2025

Immaginatevi un paese di sessantamila persone circa. In Italia, paesi come Cinisello Balsamo, Savona, Civitavecchia, Agrigento, Viareggio, Gallarate, Pordenone, Vigevano, Portici, Benevento. Paesi con piazze, scuole, uffici, monumenti. Ma anche con famiglie, padri e madri, figli e figlie, professioni, tessuto economico e politico: negozi, studi legali, studi medici, Comune, Prefettura, forze dell’ordine.

Immaginate che metà degli abitanti di questo paese passino il proprio tempo a fotografare parti dei corpi dell’altra metà degli abitanti, all’insaputa di questi ultimi. Poi si scambiano le fotografie, facendo commenti. I commenti partono tutti dalla stessa premessa implicita.

Quei pezzi di corpi sono solo pezzi di carne, caratterizzati soltanto da funzioni, dimensioni, caratteristiche morfologiche: grandi, piccoli, proporzionati, belli, brutti, li si può usare per compiere atti che coinvolgono i corpi di chi fotografa, e possono, talvolta e in certe condizioni di patologia psichica, dare piacere. Immaginate, per finire, che le persone che sono questi corpi vengano vilipese, schernite, immaginate in mille posture servili e subordinate, in questi commenti.

La metà fotografata è fatta di donne. I fotografi che commentano, insultano e oggettificano sono uomini. Questo paese è in Italia. I suoi abitanti potrebbero essere nostri amici, conoscenti, colleghi. Di più: questo paese è nella nostra mente. Talvolta, questo paese è quello che visitiamo tutte le volte che parliamo col vecchio amico del liceo, col collega simpatico, con quelli con cui giochiamo a calcetto. Questo paese è l’evoluzione social della chat del calcetto, che a sua volta era l’evoluzione della chiacchiera all’osteria e al casino. Questo paese è il paese dove il patriarcato è un regime della mente, innanzitutto, e il fascismo un modo di vivere.

Questo paese esiste. Sta su Facebook, è un gruppo chiamato “Mia moglie”, con la violenza dell’aggettivo possessivo, della letteralità e dell’istituzione matrimoniale monogamica disvelata per la sua carica di dominio. Un gruppo social – ieri rimosso da Meta per «violazione delle policy contro lo sfruttamento sessuale di adulti» – dove ci si scambiavano foto di pezzi di corpi femminili, di mogli, forse, e commenti che vorrebbero essere salaci, e sono invece solo violenti. È un gruppo venuto alla luce in questi giorni, prima denunciato da Carolina Capria, poi da Biancamaria Furci, e ne ha parlato su queste pagine Simone Alliva. 

Cosa dovremmo dire noi

I commenti alla scoperta di questo gruppo Facebook sono soprattutto, o esclusivamente, di donne. E già questo è un fatto grave, che si aggiunge alla gravità di quel che avviene nel gruppo.

Sinora i commenti insistono sul sessismo, sulla violazione del consenso, sul fatto che siamo di fronte praticamente a uno stupro virtuale. Si richiama il caso di Gisèle Pélicot. E questo è quello che debbono dire le donne. Ma che cosa dovremmo dire noi, i compatrioti mentali di quella parte del paese che sto descrivendo?

Dovremmo confessare che non è una cosa inaspettata. Dovremmo ricordarci che questa notizia arriva dopo i quattro femminicidi del mese di agosto in Italia – Emilia Nobili (1 agosto), Fatimi Hayat (7 agosto), Tiziana Vinci (13 agosto), Zinoviya Knihnitska (16 agosto). Dovremmo ammettere che trentaduemila iscritti a un gruppo del genere, tanti erano quelli prima che scoppiasse lo scandalo, non possono essere un accadimento inaspettato.

Sono una normalità atroce che si nasconde bene. Sono il fallimento dei maschi capaci solo di reazioni difensive e tic ripetitivi, solo di nascondere il proprio smarrimento di fronte all’esistenza del genere femminile, un nascondimento o una rimozione ottenuti con la riaffermazione ripetitiva e psicotica della parte più becera del maschile patriarcale. Trentaduemila iscritti sono una devastazione psicologica, un’incompetenza esistenziale, una disfatta morale, una catastrofe sociale che divengono crimini e ingiustizie.

La cura dei maschi è diventata una emergenza vera e propria. Il sottile discrimine fra atteggiamenti e azioni, fra mentalità criminale e crimine rischia di venir meno. È compito di ogni maschio, in tutti gli ambiti, bonificare il paese che sta dentro la sua mente e convincersi che non esistono pezzi di corpi, ma persone, intorno a noi.


Nathania Zevi
"Mia moglie", perché quel sito Facebook ci insegna che gli uomini sono tutti da rifare

La Stampa, 22 agosto 2025

l 20 agosto Meta ha chiuso il gruppo Facebook “Mia moglie”: nato nel 2019, trentaduemila iscritti, è rimasto attivo per sei anni nonostante le centinaia di segnalazioni che si sono accumulate fino a diventare valanga.

Su come questo sia stato possibile c’è, perlomeno, da interrogarsi.

Parliamo di uomini che pubblicavano foto delle proprie compagne - spesso intime e sistematicamente sottratte senza consenso - accompagnate dall’immancabile “che ne pensate?” seguito da valutazioni, tante valutazioni, che oscillavano tra il sessista e il denigratorio.

Qualcuno osserverà che si tratta di una dinamica già vista, per evitare di dire solita: già perché dalla preistoria, passando per un medioevo che tutto sembra tranne che passato, mascolinità e goliardia sono stati spesso fenomeni inscindibili.

Dal gruppo sportivo al plotone militare, dallo spogliatoio al bar sotto casa.

Vero. Ma ciò che si è consumato in quel gruppo digitale rappresenta una mutazione antropologica di questa alleanza antica: qui non siamo più di fronte alla goliardia come base di un vocabolario, di un codice interno ad un gruppo, ma come sistema di validazione pubblica che trasforma l’intimità privata in contenuto per sconosciuti.

Questo salto qualitativo potrebbe essere cruciale: occorre chiedersi, infatti, se la pulsione primaria degli appartenenti al gruppo “Mia moglie”, non fosse tanto erotica quanto identitaria, fatta di tanti sé alla ricerca ossessiva di una certificazione collettiva della propria maschia virilità attraverso la mediazione, ma soprattutto la condivisione, del corpo femminile.

La compagna, dunque, non come oggetto di un desiderio mio e degli altri, ma come documento probatorio del mio valore di uomo sul mercato della virilità.

Ci troveremmo così di fronte ad un cambiamento della tradizionale goliardia in quella che potremmo definire una nuova maschilità in outsourcing: processo che per costruire un’identità ha bisogno del timbro della massa, del branco, della corrente per sostituire l’elaborazione personale del sé con l’attesa del verdetto degli sconosciuti, di più sconosciuti possibile.

La donna, in questo quadro, assume così una funzione, nuova eppure così antica, di veicolo, di strumento; mezzo, in questo caso, documentale.

È possibile, inoltre, che questa terrificante dinamica si inscriva in una più ampia trasformazione antropologica che la rivoluzione digitale potrebbe solo avere accelerato: il passaggio da una società della prestazione a una società della performance, dello show, della diretta senza limiti.

Nella prima rimane vivo, seppure con tante involuzioni, un rapporto diretto tra azione e risultato, persona e persona; nella seconda viene introdotta la mediazione fondamentale dello sguardo altrui. Siamo passati, con ogni probabilità, dunque, dal «sono bravo perché riesco. Sono bravo perché conquisto», al «sono bravo perché gli altri me lo riconoscono».

Le radici di questo fenomeno affondano in terreni culturali complessi. Si potrebbe infatti osservare che si sono erosi i tradizionali marcatori di mascolinità - lavoro stabile, ruolo di provider economico, centralità sociale del padre di famiglia - lasciando un vuoto di identità che le nuove generazioni faticano a riempire. Dall’altro, l’economia digitale dell’attenzione crea e incentiva nuovi sistemi di misurazione del valore personale basati su metriche quantificabili: like, condivisioni, commenti.

È forse la convergenza di questi fattori a produrre quella che potremmo chiamare performatività pornografica dell’intimità: tutto ciò che un tempo apparteneva alla sfera privata viene convertito in contenuto pubblico, con la relazione a due, o quella intima, che diventa mera risorsa estrattiva di materiali da immettere nello stream pubblico del riconoscimento.

Un cortocircuito quasi del tutto inconsapevole, attraverso cui più un individuo (in genere un uomo) cerca conferme esterne della propria mascolinità, più ne dimostra la fragilità strutturale.

Ma il gruppo “Mia moglie” ha evidenziato anche le dinamiche di quello che potremmo definire un conformismo dell’eccesso: la pressione sociale, infatti, raramente spinge verso la moderazione ma quasi sempre verso l’escalation. Chi non partecipa rischia la marginalizzazione o l’esclusione; chi rimane deve continuamente alzare la posta per mantenere su di sé l’attenzione del gruppo. Si innesca così una spirale in cui il confine del lecito, anche attraverso la mediazione dello schermo che regala l’illusione che la responsabilità individuale possa diluirsi nell’anonimato del branco, si sposta velocemente verso territori sempre più pericolosi normalizzando comportamenti che, in contesti analogici- se esistono ancora -, verrebbero immediatamente riconosciuti come problematici.

Gli effetti di questa deriva non si limitano alle vittime dirette - donne la cui privacy viene violata irrimediabilmente - ma si estendono all’intero sistema relazionale. Sul versante maschile, si produce una dipendenza dal riconoscimento che rende progressivamente impossibile vivere l’intimità come dimensione autonoma e autosufficiente senza il filtro del giudizio esterno. Su quello femminile si assiste a una oggettivazione che riduce (un’altra volta?) la donna a strumento di validazione maschile, espropriandola del ruolo di soggetto attivo della relazione. La sua voce, in questo caso, letteralmente, esce dall’inquadratura.

E allora la chiusura del gruppo rappresenta una vittoria importante ma insufficiente. Il fenomeno non nasce dalle specifiche di una piattaforma ma da tensioni culturali più profonde che possono facilmente migrare su altri spazi: digitali o meno. La sfida che ci pone non è tecnologica ma antropologica: ricostruire modelli di mascolinità che non abbiano bisogno di un sigillo esterno per sostenersi, che sappiano distinguere tra intimità e performance, tra relazione e condivisione, tra essere e apparire.

Ma sarebbe davvero necessaria anche una riflessione culturale più ampia sui nostri fallimenti e sui modelli di successo maschile che la società tuttora propone, con attenzione particolare ai meccanismi attraverso cui i giovani uomini apprendono a costruire la propria identità.

Eravamo certi di avere già lavorato in questo senso per decenni. Evidentemente non sono stati affatto sufficienti, anni e sforzi.

domenica 15 dicembre 2024

Le donne di Picasso




Sandra Petrignani, Le donne di Pablo, Il Foglio, 2 maggio 2016

Dee o zerbini: fra queste due categorie ondeggiava l’idea che Picasso aveva delle donne e, quando s’innamorava perdutamente di una dea, faceva di tutto per trasformarla in zerbino. Ci riusciva sempre, non ci fu essere femminile che passò indenne attraverso una seria relazione con lui. Le adorava le donne, le condizionava, le manipolava, le tradiva, le costringeva a confrontarsi una con l’altra, le disprezzava, le distruggeva, le disegnava, le dipingeva, le ritraeva, le ritraeva, le ritraeva. Si può seguire la cronologia dei suoi amori guardando l’opera: Olga, Thérèse, Dora, Françoise, Inès, Jacqueline, e le altre. Quando le abbandonava, spesso lo perseguitavano, lo pedinavano, facevano irruzione in casa sua, non lo lasciavano in pace pretendendo ancora qualcosa da lui, lui che le aveva umiliate e scacciate. Diceva: “Se avessi dovuto cambiare casa ogni volta che le donne litigavano per me, non avrei avuto tempo di fare altro nella vita”.

Esistono diversi video, tratti la maggior parte dal documentario del 1954 di Luciano Emmer, “Pablo Picasso a Vallauris”, che lo mostrano al lavoro. In alcuni di essi lo si vede volteggiare con grazia femminea intorno alle tele, un folletto leggero e veloce capace con una pennellata di cambiare in senso totalmente imprevisto la direzione del disegno, l’armonia del colore. Indossa le sue famose magliette a righe, marinaresche, o pesanti pullover, oppure è a torso nudo con pantaloni corti e larghi che gli lasciano scoperte le gambe muscolose, ben fatte. Nel film “Il mistero Picasso”, di Henri Clouzot, del 1955, il regista coglie un aspetto tenero e infantile dell’artista settantaquattrenne. Picasso accetta di dipingere una delle sue figure tipo, un gufo coloratissimo, a prova di cronometro. Alla fine scrive con lettere giganti sulla tela bianca il proprio nome, lo sottolinea, si gira, allarga le braccia e, come uno scolaretto alla lavagna, dice semplicemente, sorridendo: ”Ho finito”, soddisfatto di aver superato la prova. La voce è fonda, potente, come tutto in lui, da lui si diffonde – sempre – un’ammaliante energia, da vecchio e da giovane, che dipinga o sorrida o faccia il broncio.

E’ indubbiamente attraente, e molto, a dispetto di qualsiasi canone: non era un uomo slanciato, anzi era tozzo, la testa un po’ incassata nelle spalle, eppure sprigiona quella forza allegra e determinata, una sinuosità ipnotica, una grazia unica. Di ipnotico aveva – questo lo dicono tutti, uomini e donne che lo hanno conosciuto, e lo dicono le mille fotografie che lo ritraggono – soprattutto gli occhi. Scurissimi, duri ma carezzevoli, diretti e ironici. Facevano un bell’insieme strafottente con la bocca dalle smorfie irridenti. Era sempre circondato da adoratori, donne innamorate, perdigiorno, adulatori, ma – come ogni artista che si rispetti – era profondamente solo. Diceva: “L’oscurità deve essere completa ovunque, eccetto che sulla tela, perché il pittore sia ipnotizzato dal suo lavoro e dipinga quasi come fosse in trance. Deve restare il più possibile chiuso nel suo mondo interiore, se vuole trascendere i limiti che la sua ragione tenta costantemente d’imporgli”. Diceva: “Ogni poeta, ogni artista è un individuo antisociale. Non perché lo voglia, ma perché non può proprio fare diversamente”. E sua madre, Maria, diceva di lui: “Nessuna donna, penso, potrebbe essere felice con mio figlio. Appartiene solo a se stesso”. E forse un poco a lei, di cui aveva scelto il cognome (il padre si chiamava José Ruiz y Blasco, anche lui pittore, ma il bisnonno materno, Tommaso Picasso, era stato un artista di una certa importanza del primo Ottocento). Forse l’amore per la madre non c’entrava niente, forse gli piaceva solo il suono di quel nome più raro e fastoso del semplice Ruiz. Un aspetto decisivo del carattere di Pablo fu senz’altro la capacità di promuoversi, creare un personaggio, aureolarsi di genialità. E per questo aveva bisogno di avere una corte intorno, quanto di poter restare solo ogni volta che lo desiderava.

A volte, a Parigi, nel suo salotto sempre affollato, prendeva per mano una bella ragazza venuta per conoscerlo al numero 7 di rue des Grands-Augustins – dove abitò per vent’anni – e la portava nel suo studio al piano di sopra “per mostrarle i sui quadri” senz’altra giustificazione verso tutti gli altri, che smaniavano di vedere il suo lavoro e ne restavano offesi e ingelositi. Nello studio, le donne, le corteggiava, le provocava, le studiava, le spogliava, prometteva un ritratto, le interrogava, le ascoltava, qualche volta s’innamorava. Forse evocava per loro la celebre novella di Balzac “Il capolavoro sconosciuto”, da lui stesso illustrata, ambientata proprio a quel suo stesso indirizzo, una storia che lo aveva sempre turbato per ciò che diceva della tormentosa insicurezza dell’artista di arrivare al centro dell’opera, per la conturbante presenza femminile, per la gelosia delle modelle che si sprigionava fra maschi, per quel finale sconsolato, soprattutto, con il pittore incontentabile, Frenhofer, che prima di morire brucia tutti i suoi dipinti. Sarebbe stato difficile a Picasso, bruciare tutta la sua pittura, tanti furono i suoi lavori. Si contentò di bruciare le persone, uomini e donne, amici e nemici. Ma soprattutto le donne. Diceva: “Quando dipingo il fumo, voglio che uno possa piantarci un chiodo”, lui i chiodi li piantava nei cuori di cui faceva strage.

La più famosa delle sue vittime è senz’altro Dora Maar, anche la più dotata e certamente fra le più belle della sua generazione (la racconta Osvaldo Guerrieri nel romanzo “Schiava di Picasso”, di prossima uscita per Neri Pozza). Fu lei, fra l’altro, a trovargli la casa ai Grands-Augustins. Aveva gambe lunghe, mani affusolate, occhi grigi inguaribilmente malinconici, un’espressione serissima stampata sul volto classico e la sua voce, dicono, era indimenticabile, come un canto. La leggenda vuole che Picasso restasse soggiogato da un gioco che lei faceva, seduta ai Deux Magots, il famoso caffè parigino, la seconda volta che la vide. La mano guantata e appoggiata al tavolino con le dita divaricate, pugnalava con un coltello lo spazio vuoto fra un dito e l’altro ferendosi di tanto in tanto, ma senza fermarsi. Era il 1935, Dora aveva ventotto anni, Pablo era un cinquantaquattrenne già provvisto di moglie (Olga Chochlova, ballerina di Djaghilev, da cui aveva avuto un figlio, Paulo) e di un’atletica, bionda compagna, Marie-Thérèse Walter, relazione da cui era appena nata una bambina, Maja. Picasso conserverà per tutta la vita i guanti sforacchiati da quel rito carbonaro ai Deux Magots. Quando ritrae Dora, le disegna sotto le ciglia, la maggior parte delle volte, grandi lacrime che le rendono gli occhi stellati. “Io sono la donna che piange” dice lei “sono l’idea stessa del dolore, il mio, il suo, quello del mondo”. Quando si conoscono, lei è una fotografa stimatissima, di vero talento. Era stata la compagna di Georges Bataille, che l’aveva introdotta in ambiente surrealista influenzandone il lavoro. Era diventata amica di Breton, di Eluard, di Man Ray che la fotografa nuda rivelandone la delicata bellezza. Le fotografie di Dora sono innovative, profonde: usa il collage, è attratta dai diseredati. Ma Picasso non apprezza, ci vede dentro qualcosa di De Chirico, che detesta, e la convince ad abbandonare la fotografia per la pittura. Nella pittura Dora non eccelle e lui la critica: “Tanti segni per non dire niente”.



Le infinite crudeltà e umiliazioni che riversa su questa artista singolare, da tutti definita intelligentissima, nei quasi nove anni di relazione, fanno pensare all’attrazione e insieme al panico che lo specchiarsi nella nevrosi di lei produceva in lui. Picasso non sopportava l’infelicità, però riusciva sempre a provocarla. Faceva leva sui risvolti masochisti degli altri per praticare un sadismo che forse placava antiche personali ferite. Ma aveva liquidato quelle ferite una volta per tutte con la pittura cupa del suo “periodo blu”, quello dei vent’anni, in cui non aveva ancora le idee chiare e non aveva trovato una sua collocazione nell’arte e nella vita. Non è un caso che abbia prodotto “Guernica” durante la sua relazione con Dora Maar, ed è Dora Maar a stimolarlo a fare il quadro e a seguirne le fasi di lavorazione immortalandole in un servizio fotografico per cui ha temporaneamente ripreso in mano il suo strumento, la macchina fotografica. “Guernica” è il grande canto della sofferenza umana, della violenza cieca, della devastazione della guerra, dell’impotenza delle vittime. E il profilo di donna che spinge al centro del quadro una lampada a olio, simbolo di una luce che arde nonostante tutto, è ancora una volta quello di Dora: la bocca dolorosa, il naso greco, l’occhio umido di pianto.

Quando lui la lascia, in un modo beffardamente offensivo, portandole in casa (con lei non aveva mai voluto convivere) la nuova fiamma – una giovanissima pittrice, Françoise Gilot, futura madre di altri due figli, Paloma e Claude – tutti a Parigi pensano che si suiciderà. “Anche Picasso se lo aspettava” commenta la stessa Maar. “Il motivo principale per cui non l’ho fatto è stato privarlo della soddisfazione”. Però il dolore quasi la distrugge, finisce in clinica psichiatrica, subisce una serie di elettroshock, poi la salva Lacan, medico personale di Picasso, e anzi è lui stesso a chiedergli di intervenire (Picasso si rivolgeva a Lacan per se stesso e per le persone che amava anche solo per curare un’influenza). Jacques Lacan la incoraggia a seguire un suo delirio religioso e a riprendere la fotografia: e Dora, che ormai si veste sempre di nero, lo farà allo scoccare dei settant’anni, quando ancora le manca un ventennio per concludere la sua lunga vita. Si sarà almeno goduta la fine (molto prima della propria) del suo persecutorio amante, e quella – quattro anni dopo la morte di lui – di Marie-Thérèse che s’impiccò, e tredici anni dopo quella dell’ultima compagna di Picasso e sua seconda moglie, Jacqueline Roque, che scelse per farsi fuori di spararsi alla tempia. Olga era morta da molto tempo, più semplicemente di cancro. Tutte avrebbero potuto condividere il lapidario commento di Dora Maar: “Non sono stata l’amante di Picasso. Lui era soltanto il mio padrone”.

L'unica a riuscire a non farsi abbandonare, ma ad abbandonare lei un Picasso di oltre settant’anni, che la tradiva ripetutamente, dopo una relazione decennale e la nascita di due figli, fu proprio Françoise Gilot, che involontariamente era stata la causa dell’affondamento depressivo di Dora. Abbiamo da lei un racconto in prima persona, scritto in collaborazione con il giornalista Carlton Lake, “La mia vita con Picasso”, che risale al ’64 ed è stato ora tradotto da Donzelli. La foto di copertina, di Robert Capa, immortala un momento ironico e spavaldo di questo amore: il pittore segue con un ombrellone da spiaggia, per proteggerla dal sole giocando a fare il suo schiavo, la bella compagna sui trent’anni, che avanza nella sabbia. Purtroppo, anche se sono lodevoli il tono non recriminatorio e lo sforzo di mantenere il memoir su un piano di oggettività, dando risalto al rapporto di Picasso con la propria arte e con l’arte dei suoi contemporanei, con cui era costantemente in conflitto, Gilot non è abbastanza sottile ed è troppo cattiva scrittrice per illuminare il mistero Picasso, le tante ombre della sua esuberante personalità, e tentare un’interpretazione del carattere e del genio dell’uomo e dell’artista. Anche sulle proprie motivazioni è troppo reticente, contentandosi di riassumere la sua attrazione verso quel seduttore eccessivo in una spiegazione che almeno è spiritosa: “Un genere di catastrofe che non desideravo evitare”.

Ripercorriamo così fatti e misfatti sentimentali del grande Pablo con Olga, Thérèse, Dora e compagnia, scopriamo i suoi intrattenimenti ancillari con la succube bellissima Inès, sua domestica adorante e riservatissima, inorridiamo per la mancanza di tatto e la brutalità nel destreggiarsi fra l’una e l’altra delle sue amanti, ex o in carica, e finiamo con il condividere una delle convinzioni che Gilot ci garantisce appartenere al suo tempestoso compagno: “La vita, in fondo, non è che un cattivo romanzo”. Non si può che concludere, alla fine, che il vero amore di Picasso era Pablo Picasso, per un verso eroico combattente di una guerra senza quartiere con le sue tele, i colori, le forme, le prospettive contemporanee dei vari lati di un viso, di un corpo e, per l’altro, spirito vigliacchissimo nella vita quotidiana, nell’inevitabile confronto con la malattia, lo stress, le beghe, la socialità. Per fortuna il racconto di Françoise Gilot, modesta pittrice cui il confronto costante con un genio fece forse più male che bene, distilla inevitabilmente qualche ricordo dei ragionamenti di Picasso sulla propria pittura. Come questo: “Io non cerco di esprimere la natura, preferisco piuttosto lavorare come la natura, perché la pittura non è una questione di sensibilità, ma un’affermazione di potere per sostituirsi alla natura”.


E ancora: “Il colore è qualcosa che va al di là di se stesso. Un colore non deve avere necessariamente una forma definita. Quello che importa è la sua capacità di espansione”. O quando, pensando alle differenze fra lui e Matisse (uno dei pochissimi contemporanei che veramente stimava) dice: “Io uso il linguaggio della costruzione e in maniera abbastanza tradizionale, la maniera di pittori come Tintoretto o El Greco. Il fatto che in uno dei miei dipinti vi sia una certa macchia di rosso, non vuol dire che essa costituisca la parte essenziale del quadro. Il quadro è stato dipinto indipendentemente. Togliendo il rosso, il quadro esisterebbe ugualmente. Ma in Matisse è impossibile sopprimere un rosso, per minimo che sia, senza che il quadro venga del tutto compromesso”. E di Bonnard: “Non è assolutamente un pittore moderno: obbedisce alla natura, non la trascende”.

Come nelle corride, che apprezzava tanto, Picasso era uno che amava vedere scorrere il sangue, sempre e comunque, con le donne, con i critici, con gli altri pittori. Per questo se l’intendeva bene con la grande amica Gertrude Stein, che tenera non era con nessuno. Con Chagall, invece, c’erano divergenze insormontabili, ma un profondo rispetto che ben si riassume nel giudizio: “Che genio quel Picasso. Peccato che non sappia dipingere!”. Ma forse la battuta che meglio interpreta i sentimenti della nostra epoca verso l’opera di quest’uomo estremo in tutto, la si deve a Philippe Daverio: “Di Picasso non mi frega niente, ma mi piace moltissimo”.

mercoledì 20 novembre 2024

Kafka, la scrittura e lo studio




Franz Kafka, Lettera al padre (1919)

Giustamente hai rivolto il tuo disprezzo alla mia attività di scrittore e a quanto, a te ignoto, le era collegato. Qui davvero mi ero allontanato autonomamente da te di un bel pezzo, anche se questo ricordava un po' il verme che, calpestato sulla coda da un piede, la abbandona e si trascina di lato con la parte anteriore. Un po' di sicurezza ce l'avevo, potevo tirare un sospiro di sollievo, e il disprezzo che naturalmente provavi per il mio scrivere mi era eccezionalmente benvenuto. La mia vanità e il mio amor proprio soffrivano naturalmente per il modo, ormai celebre per noi, con cui salutavi l'arrivo dei miei libri: "Mettilo sul comodino!" (perlopiù giocavi a carte quando arrivava un libro); ma in fondo esso sortiva un effetto benefico, perché quella formula suonava per me come: "Adesso sei libero!". Naturalmente era un'illusione, non ero o, nel più favorevole dei casi, non ero ancora libero. Scrivevo di te, scrivendo lamentavo quello che non potevo lamentare sul tuo petto. Era un addio da te, intenzionalmente tirato per le lunghe, soltanto che, per quanto imposto da te, andava nella direzione da me determinata. Ma quanto era poco, tutto ciò! Vale la pena di parlarne soltanto perché si è verificato nella mia vita; altrove non sarebbe minimamente degno di nota, e comunque soltanto perché ha dominato la mia vita, nell'infanzia come presagio, poi come speranza e dopo ancora, spesso, come disperazione, e mi ha dettato alcune piccole decisioni, se si vuole, ancora informate alla tua persona. Ad esempio la scelta della professione. Certo, tu mi hai dato piena libertà, alla tua maniera generosa e in questo senso perfino paziente. Tuttavia nel far ciò hai seguito anche il modo comune di trattare i figli da parte del ceto medio ebraico, che aveva per te un valore normativo, o comunque i giudizi di valore di tale ceto. Infine una certa influenza ha avuto uno dei tuoi fraintendimenti rispetto alla mia personalità. Tu mi ritieni infatti, da sempre, per orgoglio paterno, per ignoranza della mia vera esistenza, per le conclusioni che trai dalla mia debolezza, particolarmente studioso. Secondo te da bambino non facevo altro che studiare e poi non ho fatto altro che scrivere. Non è vero, neppure lontanissimamente. Si può semmai dire, con molta meno esagerazione, che ho studiato poco e non ho appreso niente; il fatto che in molti anni mi sia rimasto qualcosa, con una memoria decente e un'intelligenza non delle peggiori, non è poi molto strano, ma il risultato complessivo quanto alla conoscenza e soprattutto ai suoi fondamenti è comunque estremamente deplorevole, rispetto al dispendio di tempo e denaro e nel contesto di una vita esteriormente spensierata e tranquilla, in particolare anche in confronto a quasi tutta la gente che conosco. E deplorevole, ma per me comprensibile. Ho avuto, da quando so pensare, preoccupazioni così profonde relative all'affermazione spirituale dell'esistenza, che tutto il resto mi era indifferente. I ginnasiali ebrei da noi sono facilmente tipi singolari; tra loro si trovano le persone più improbabili; ma la mia indifferenza fredda, appena velata, indistruttibile, infantilmente inerme, quasi ridicola e animalescamente autocompiaciuta di bambino sufficiente a se stesso ma freddamente fantastico non l'ho ritrovata mai, per quanto qui fosse l'unico riparo contro la distruzione dei nervi da parte della paura e del senso di colpa. L'unica cosa che mi interessava era la preoccupazione per me stesso, che assumeva però le forme più differenti. Ad esempio come preoccupazione per la mia salute: cominciò in sordina, ogni tanto qualche leggera apprensione per la digestione, la caduta dei capelli, una deviazione della spina dorsale e così via; poi tutto ciò si intensificò nel corso di innumerevoli passaggi, fino a divenire una vera malattia. Ma poiché non ero sicuro di niente, avevo bisogno ad ogni momento di una nuova conferma della mia esistenza, niente era veramente e indubbiamente di mia esclusiva proprietà, proprietà che fosse determinata univocamente da me, così divenni naturalmente insicuro anche della cosa a me più vicina, il mio stesso corpo; crebbi molto in altezza ma non sapevo che farmene, il carico era troppo pesante la schiena si curvò; non osavo quasi muovermi o addirittura fare ginnastica, rimasi debole; se tutto quello di cui ancora disponevo sorprendeva, quasi fosse un miracolo, ad esempio la mia buona digestione, questo bastava a farmela perdere, e così era aperta la strada per ogni ipocondria, finché per lo sforzo sovrumano di volermi sposare (tornerò a parlarne) mi è uscito sangue dai polmoni, cosa della quale può essere in parte responsabile anche l'appartamento nel palazzo Schönborn, che però mi serviva solo perché credevo di averne bisogno per scrivere, e così è attinente a questa lettera. Quindi tutto ciò non è dovuto al superlavoro, come tu immagini da sempre. Ci sono stati anni in cui io, in piena salute, ho trascorso più tempo in ozio sul divano di quanto tu abbia fatto in tutta la tua vita, malattie comprese. Quando fuggivo da te occupatissimo, era in massima parte per andarmi a sdraiare in camera mia. Il mio rendimento complessivo sia in ufficio (dove peraltro la pigrizia non dà molto nell'occhio e inoltre era tenuta entro certi limiti dalla mia pavidità) che a casa è minimo; se tu ne avessi un'idea, rimarresti sconvolto. Probabilmente il mio impianto non è affatto pigro, ma per me non c'era niente da fare. Là dove ho vissuto ero rimproverato, giudicato, sconfitto; e fuggire altrove mi procurava una tensione estrema, ma non era fattibile, si trattava di una cosa impossibile, irraggiungibile con le mie forze, senza eccezioni di sorta. In queste circostanze ho avuto quindi la libertà di scegliermi la professione. Ma ero ancora capace di far davvero uso di una tale libertà? Confidavo davvero di riuscire a raggiungere una vera professione? La mia autostima dipendeva da te più che da qualsiasi altra cosa, ad esempio da un successo esteriore. Quello era il ristoro di un istante, nient'altro, ma dall'altra parte il tuo peso mi trascinava sempre più violentemente verso il basso. Non sarei mai andato al di là della prima elementare, pensavo; eppure ci riuscii, e mi dettero persino un premio; ma certamente non avrei superato l'esame di ammissione al ginnasio; eppure ci riuscii; ma adesso naturalmente all'esame di ammissione al ginnasio mi bocceranno; no, non fui bocciato, e continuai a riuscire. Ma questo non mi dette fiducia alcuna, anzi, fui sempre convinto--e ne avevo la prova formale nel tuo atteggiamento sprezzante-- che tanto più riuscivo tanto peggio sarebbe finita. 

http://www.salottoconti.it/public/F.Kafka_Lettera-al-Padre.pdf

Il patriarcato



Giorgia Serughetti, Complottismo, nativismo e anti-femminismo: le parole di Valditara sui femminicidi, Domani, 20 novembre 2011


«Il patriarcato è finito» , ha annunciato il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, intervenendo in   video durante la presentazione alla Camera dei deputati della fondazione intitolata a Giulia Cecchettin. E poiché questa parola è da consegnare al passato, ha continuato, parlare di femminicidio come manifestazione del potere patriarcale è una «visione ideologica».

A questa andrebbe sostituita una comprensione diversa delle cause del fenomeno, tra cui rilevano, in particolare, le «forme di marginalità e di devianza in qualche modo discendenti dall’immigrazione illegale».

Non poteva essere espressa in modo più chiaro, in pochi minuti di video-messaggio, la narrazione che la destra di governo fa propria e intende imporre nel discorso pubblico in tema di violenza di genere. Quella, cioè, di un fenomeno legato all’insicurezza sociale e associato a culture “non occidentali”, non raggiunte dai progressi nella parità giuridica tra donne e uomini che, da questa parte del mondo, segnalano il definitivo tramonto dell’oppressione femminile. Il ruolo dell’«immigrazione illegale di massa» è stata rimarcato, del resto, anche da Giorgia Meloni in conferenza stampa a Rio de Janeiro.

Le parole d’ordine

Le parole di Valditara sono suonate particolarmente fuori luogo, nella commemorazione di un femminicidio perpetrato da un ragazzo italiano e della buona borghesia “nativa”. Ma la verità è che il ministro ha colto quella che deve essergli apparsa come un’occasione d’oro per far passare, sotto la veste di un messaggio istituzionale, le parole d’ordine della destra radicale ed estrema sul caso in questione. Nel discorso complottista che circola sui social network, l’enfasi di parte progressista e femminista sulla morte di Giulia Cecchettin sarebbe motivata dalla possibilità di colpire un giovane “bianco”, per rimuovere la responsabilità della componente migrante della popolazione.

Ecco dunque arrivare il ministro a ristabilire i fatti contro le ideologie. Provando a celare il carattere di quella che, a tutti gli effetti, è una visione ideologica, sebbene di segno diverso e opposto. Perché questo sono le ideologie: insiemi di idee, valori, opinioni, che orientano l’agire pubblico. E scegliere di evidenziare la componente straniera come determinante significa inquadrare il problema della violenza di genere nella visione nativista e identitaria tipica della destra, per strumentalizzare il relativo allarme sociale e proporne la soluzione attraverso il contrasto all’«immigrazione illegale».

A questo obiettivo serve anche l’attacco alla visione concorrente: quella che attribuisce invece l’origine della violenza alla persistenza di un potere di matrice patriarcale. A partire in particolare dall’omicidio Cecchettin, la parola “patriarcato” ha conosciuto una rinnovata fortuna nel dibattito pubblico, dopo decenni in cui era largamente caduta in disuso fuori dai circoli femministi. Ma proprio la sua ricorrenza ha provocato, come effetto, il moltiplicarsi dei tentativi di distorcerne il significato, o negarne la validità.

Il fraintendimento

La critica essenziale a questo concetto – che ispira anche il discorso di Valditara – è che non possa chiamarsi patriarcato un regime di formale uguaglianza, dove le donne hanno conquistato parità di diritti e quote di potere sociale, dove addirittura una donna siede alla presidenza del Consiglio dei ministri.

Questo però significa fraintendere – più o meno consapevolmente – ciò che il femminismo ha inteso parlando di patriarcato: un millenario ordine materiale e simbolico fondato sul dominio degli uomini e l’oppressione delle donne. Un ordine che dà forma alla divisione e organizzazione del lavoro produttivo e riproduttivo, determina la distribuzione diseguale delle risorse, condiziona i ruoli che sono attribuiti a donne e uomini, e inoltre modella il linguaggio, l’immaginario, le rappresentazioni.

Pensare che questa struttura possa essere sradicata in un paio di generazioni per il solo effetto dell’innovazione giuridica è illusorio. Il cambiamento richiede impegno costante sul tempo lungo. Mentre negarne la persistenza, solo perché la superficie della rappresentazione pubblica restituisce una maggiore parità tra i generi, rappresenta un’ottima giustificazione per non agire.

Quasi trent’anni fa, nel 1996, dopo la Conferenza Onu sulle donne di Pechino, la Libreria delle donne di Milano parlò di «fine del patriarcato». Ma intendeva ben altra cosa rispetto alla vulgata della destra. Non era il dominio ad essere finito, ma la disponibilità femminile ad accettarne le regole. E siamo ancora in quello snodo. Troppe donne vengono ancora uccise. Ma in milioni alzano la voce. Perché il patriarcato esiste ancora, ma non è più accettabile.