Visualizzazione post con etichetta Philip Roth. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Philip Roth. Mostra tutti i post

sabato 4 aprile 2026

Operazione Shylock

Ida Bozzi
Philip Roth trova Philip Roth La Lettura ritrova il suo romanzo
Corriere della Sera, 4 aprile 2026

Un romanzo provocatorio, perfino più attuale oggi di quanto non fosse nell’anno in cui fu pubblicato, il 1993. Torna in libreria da mercoledì 8 aprile uno dei capolavori di Philip Roth (1933-2018), Operazione Shylock. Ma è quasi un libro tutto nuovo, come sono nuove l’edizione di Adelphi, la traduzione di Ottavio Fatica e la prefazione di Emmanuel Carrère: il mondo è cambiato dopo il 7 ottobre, dopo Gaza e dopo l’attacco all’iran, e un romanzo così complesso, drammatico e ironico al modo di Roth, oggi è, se possibile, perfino più perturbante e scabroso di quanto già non fosse allora, quando uscì per Einaudi nella traduzione di Vincenzo Mantovani.
A questo caso letterario è dedicato il focus di apertura de «la Lettura», domani in edicola e già oggi nell’app: uno speciale in cui si può leggere in anteprima la prefazione di Carrère, un articolo dello stesso Roth inedito in Italia, l’intervista di Cristina Taglietti al nuovo traduttore Fatica, e la recensione di Emanuele Trevi al volume. Carrère riflette sull’eccezionalità del romanzo, in una prefazione pure scritta in circostanze eccezionali, durante il recente soggiorno dello scrittore francese a Gerusalemme, per un reportage nel cuore del conflitto. Proprio di questo si occupa il romanzo di Roth, del conflitto israelopalestinese e dell’identità di Israele, argomenti intorno ai quali oggi «ogni parola è minata», constata lo stesso Carrère. La storia è infatti ambientata fra Gerusalemme e Ramallah nel 1988, all’epoca della prima Intifada, e narra di un Philip Roth «reale» che scopre di avere un sosia, un «doppio», il quale non solo afferma di chiamarsi Philip Roth, ma sotto quel falso nome propala una dottrina assurda, il «diasporismo», opposto e speculare al sionismo, che caldeggia il reinserimento degli israeliani ashkenaziti nelle originarie comunità europee, per sottrarre gli ebrei all’identificazione con la politica dello Stato di Israele.
Si tratta, osserva Carrère, di temi difficili già nel 1993, ma oggi più che mai delicati, che solo l’ebreo Roth avrebbe potuto affrontare, grazie alla sua «capacità di interpretare tutti i ruoli»: «Non una sola riga — commenta l’autore francese — da modificare. Salvo che oggi quelle righe nessuno potrebbe scriverle». Un esercizio compiuto in piena consapevolezza: lo dimostra l’articolo che Roth pubblicò nel ’93 per presentare il libro sul «New York Times». Qui non solo lo scrittore dà conto delle circostanze del romanzo e dell’incontro con quel suo doppio così scandaloso e malizioso, ma mostra di sapere bene d’aver toccato un nodo arduo, e commenta arguto che «la malizia può essere una liberazione da tutte le norme».
Necessaria, in un mondo così trasformato, una nuova traduzione capace di restituire il «triplo salto mortale» del romanzo, come spiega il nuovo traduttore Ottavio Fatica: la scelta è stata quella di ripristinare il gioco di specchi con cui il libro si cimenta, tra ricchezza ritmica e volute iterazioni lessicali, mantenendo l’apparente naturalezza dello stile, in realtà ottenuta da Roth con un lavoro ostinato. «Non ho mai visto il “doppio” usato in questa maniera», confessa Fatica, che sottolinea anche la capacità del romanziere di far coesistere temi drammatici e ironia, ma senza mai mollare la presa, quasi «mordendo alla caviglia» il lettore. Una lezione di scrittura, non solo per l’argomento, spiega Emanuele Trevi nella recensione che completa il focus, ma anche per il modo in cui Roth si cimenta proprio con la tradizione letteraria del «sosia»: il personaggio del «diasporista» affronta il Roth «reale» rinfacciandogli il diverso approccio alla realtà, l’imprevedibile davanti al razionale, il caos davanti alla causalità. Il che è esattamente ciò che incarna il Doppio, in psicoanalisi e in letteratura.



venerdì 26 settembre 2025

Le sorprese del destino

 

Raphaëlle Leyris
Marc Weitzmann, scrittore: "Il caos contemporaneo porta a Philip Roth la sua vittoria paradossale e postuma"
Le Monde, 25 settembre 2025

L'errore sarebbe aspettarsi, aprendo The Wild Part , una biografia di Philip Roth (1933-2018). Il libro di Marc Weitzmann è qualcosa di indubbiamente più interessante, e certamente più ricco e ampio: un ritratto dell'americano come grande scrittore e amico prezioso, sorprendente, generoso ed esigente, incontrato nel 1999, durante un'intervista e diventato, col tempo, un caro amico; un'immersione nella sua opera prodigiosa; una meditazione sulla letteratura, sulle condizioni della sua creazione e ricezione; una radiografia degli Stati Uniti come l'autore di The Stain (Gallimard, come tutti i suoi libri, 2002) li ha descritti a partire dagli anni Cinquanta e come sono diventati. Si rivela anche un ritratto della Francia, come un seguito o una controparte di Il tempo dell'odio, il libro precedente di Marc Weitzmann (Grasset, 2018), un'indagine sulla violenza fanatica e sull'antisemitismo che si sono diffusi dall'inizio del secolo – l'opera è nata in parte grazie all'incoraggiamento di Roth.

The Wild Part è anche, in un certo senso, un libro di suspense: l'autore annuncia che il suo amico, più anziano di ventisette anni, colui di cui aveva fatto la sua "bussola etica e letteraria" , è caduto, alla fine della sua vita, in una trappola che lui stesso si era "teso" . Questa trappola, conclude spiegando, consisteva nell'organizzare la scrittura della propria biografia autorizzata, affidata all'accademico Blake Bailey. La sua pubblicazione, nel 2021, negli Stati Uniti, è stata fagocitata dalle accuse di stupro mosse al biografo; esse sono arrivate, assurdamente, a riattivare i processi per misoginia intentati contro Roth fin dallo straordinario e terribile My Life as a Man (1976), e ancor di più dopo che l'attrice britannica Claire Bloom aveva narrato la sua versione del loro matrimonio in Leaving a Doll's House (non tradotto, 1996).

Marc Weitzmann spiega a "Le Monde des livres": "Quando Roth, nel 2012, commissionò questa biografia a Blake Bailey e gli diede accesso a tutti i suoi archivi, fu perché cedette a ciò che vedevamo emergere negli anni Novanta e Duemila, in un misto di tentazione morale e impulso morboso: la richiesta di realtà. Si considerava vittima di un'ingiustizia, voleva reagire, ristabilire la verità attraverso i fatti, in una narrazione controllata come nei suoi libri. E come nei suoi libri, l'imprevisto colpì. Ed fu disastroso. La sua eredità fu persino compromessa per un certo periodo da questa vicenda."

Lo scrittore francese nota, tuttavia, che il declino della stella di Roth non aveva aspettato questo scandalo: La Part sauvage descrive il crescente divario tra Philip Roth, i cui romanzi erano animati da un "irrefrenabile desiderio di dire le cose come stanno, in uno scoppio di risate" , e un paese che cominciava a "considerare la narrativa e l'ironia come sospette" , in un'epoca "post-letteraria" , pronta ad attribuire all'autore le colpe e i possibili peccati dei suoi personaggi - come l'"enorme" eroe, grondante di libido, di Sabbath Theatre (1997).

La “profonda deregolamentazione degli Stati Uniti”

È anche pronto a dare ai romanzi un'interpretazione politica molto miope, come quando The Plot Against America (2005), una storia alternativa che immagina l'elezione alla presidenza americana nel 1940 dell'aviatore filonazista Charles Lindbergh, fu considerato una dura critica al presidente repubblicano George W. Bush. Mentre per Roth, con questo romanzo come con molti altri, si trattava di "lodare l'America ma implicitamente, scavando nella sua fragilità, immaginando cosa potrebbe accadere", afferma Marc Weitzmann. Il paradosso è che questo dipinto per ipotesi offre  un ritratto "realistico" dell'America di oggi. "Il caos contemporaneo gli porta la sua vittoria paradossale e postuma".

Il modo in cui il "profondo sconvolgimento degli Stati Uniti" e il nostro "presente squilibrato" hanno dato all'opera di Roth una rinnovata rilevanza è uno dei motivi per cui Marc Weitzmann si è imbarcato in questo libro, che brilla di intelligenza, vivacità e profondità, anche se la sua densità a volte ne ostacola la chiarezza. Plasmato tanto dalle "ossessioni  " di Roth quanto da quelle di Weitzmann, The Wild Side conduce il lettore dal ristorante newyorkese Russian Samovar, dove i due uomini trascorsero così tante serate, a una conferenza del 1962 sul "conflitto di lealtà tra scrittori di minoranza", che ebbe un profondo impatto su Roth; dalla casa isolata del Connecticut dove scrisse in silenzio, ai campus universitari del 2024, dove le proteste filo-palestinesi si sono trasformate in manifestazioni antisemite. Lo porta anche dai recenti incontri con lo storico Steven J. Zipperstein, che si sta preparando a pubblicare un'altra biografia di Roth, alla Parigi dei primi anni 2000, dove Marc Weitzmann, allora giornalista di Les Inrockuptibles , si lanciò diligentemente in un programma di distruzione professionale e sociale, dal quale il suo incontro con Roth gli offrì una via di fuga.

Tra i fili conduttori del testo c'è il dibattito che ha occupato le discussioni dei due uomini per vent'anni sulla responsabilità di ogni persona nel proprio destino. "Così come la libertà, l'imprevisto era il suo grande tema ", riassume Marc Weitzmann.  "I suoi eroi sono personaggi forti, che hanno lottato per costruirsi una vita autonoma e indipendente. E loro, che hanno fatto tutto bene, vedranno qualcosa di inaspettato, assurdo, ridicolo abbattersi su di loro, che li distruggerà. Di fronte a questa posizione molto americana secondo cui si può diventare "liberi di lottare per essere liberi", ho un po' esagerato il punto di vista francese, del Vecchio Continente, sostenendo che non si può sfuggire al determinismo". Le ultime pagine lasciano Marc Weitzmann non lontano dalla tomba dell'amico, a meditare su questo tema irrisolto.

https://www.lemonde.fr/livres/article/2025/09/25/marc-weitzmann-ecrivain-le-chaos-contemporain-apporte-a-philip-roth-sa-victoire-paradoxale-et-posthume_6642868_3260.html?search-type=classic&ise_click_rank=1



sabato 31 gennaio 2015

Philip Roth intervista Primo Levi





ROTH: Nel Sistema periodico, il tuo libro sul sapore forte e amaro della tua esperienza di chimico, tu parli di una collega, Giulia, che spiega la tua mania di lavorare con il fatto che tu, poco più che ventenne, eri timido con le donne e non avevi una ragazza. Ma credo che sbagliasse. La tua effettiva mania di lavorare ha un'origine più profonda. Il lavoro sembra un tema ossessivo per te, persino nel tuo libro sulla detenzione ad Auschwitz. "Arbeit Macht Frei," il “Lavoro rende liberi”:sono le parole incise dai nazisti all'ingresso di Auschwitz. Ma il lavoro ad Auschwitz è un'orrenda parodia del lavoro, senza scopo e senza senso; è fatica come punizione, che porta a una morte tormentosa. Si può considerare la tua intera fatica letteraria come tesa a restituire al lavoro il suo senso umano, redimendo la parola Arbeit dall'irridente cinismo con il quale i tuoi datori di lavoro di Auschwitz l'avevano sfregiata. Faussone ti dice: "Ogni lavoro che incomincio è come un primo amore". Gli piace parlare del suo lavoro quasi quanto gli piace lavorare. Faussone è l'Uomo Lavoratore, reso realmente libero dalla sua fatica.

LEVI: Non credo che Giulia avesse torto nell'attribuire la mia mania di lavorare alla mia timidezza di allora con le ragazze. Questa timidezza, o inibizione, era un dato di fatto, concreto, doloroso e pesante. A quel tempo, era molto più importante per me che non la passione per il lavoro: del resto, il lavoro nella fabbrica di Milano che ho descritto nel capitolo Fosforo del Sistema periodico era un falso lavoro, in cui io non credevo; la catastrofe dell'armistizio italiano era già nell'aria, e non avrebbe avuto molto senso ignorarla per immergersi in un lavoro fittizio e scientificamente insensato. Non ho mai cercato seriamente di analizzare la mia timidezza sessuale di allora, ma è certo che essa era in buona parte condizionata dalle leggi razziali; anche altri miei amici ebrei ne soffrivano, alcuni nostri compagni di scuola << ariani >> ci deridevano, dicevano che la circoncisione non era altro, in sostanza, che una castrazione, e noi, almeno a livello inconscio, tendevamo a crederci (aiutati in questo dal puritanesimo che dominava nelle nostre famiglie). Di conseguenza, credo che a quel tempo il lavoro fosse effettivamente per me un equivalente sessuale piuttosto che una passione. Tuttavia, per quanto mi riguarda, sono ben consapevole che dopo il Lager il lavoro, anzi, i miei due lavori (la chimica e lo scrivere) hanno avuto, e tuttora hanno, un'importanza fondamentale nella mia vita. Sono convinto che l'uomo normale è biologicamente costruito per un'attività diretta a un fine, e che l'ozio, o il lavoro senza scopo (come l'Arbeit di Auschwitz) provoca sofferenza e atrofia. Nel mio caso, e in quello del mio alter ego Faussone, il lavoro si identifica con il “problem solving,” il risolvere problemi. Ma ad Auschwitz ho notato spesso un fenomeno curioso: il bisogno del “lavoro ben fatto” è talmente radicato da spingere a far bene anche il lavoro imposto, schiavistico. Il muratore italiano che mi ha salvato la vita, portandomi cibo di nascosto per sei mesi, detestava i tedeschi, il loro cibo, la loro lingua, la loro guerra; ma quando lo mettevano a tirar su muri, li faceva dritti e solidi, non per obbedienza ma per dignità professionale.
ROTH: Se questo è un uomo si conclude con un capitolo in titolato Storia di dieci giorni, nel quale tu descrivi, in forma di diario, come hai resistito dal 18 al 27 gennaio del 1945 tra un piccolo manipolo di malati e moribondi nell'infermeria improvvisata del campo, dopo la fuga dei nazisti verso Ovest con circa ventimila prigionieri sani. Quel racconto mi suona come la storia di Robinson Crusoe all'inferno, con te, Primo Levi, nei panni di un Crusoe che strappa ciò che gli serve per vivere ai magmatici avanzi di un'isola irriducibilmente spietata . Ciò che mi ha colpito in quel capitolo, come in tutto il libro, è quanto il pensare abbia contribuito a farti sopravvivere, il pensare di una mente pratica, umana, scientifica. La tua non mi pare una sopravvivenza determinata da una animalesca resistenza biologica o da una straordinaria fortuna, ma radicata semmai nel tuo mestiere, nel tuo lavoro, nella tua condizione professionale, nell'uomo della precisione, nell'uomo che verifica esperimenti e cerca il principio dell'ordine, posto di fronte al perverso capovolgimento di tutto ciò che per lui era un valore. Sì il pezzo numerato di una macchina infernale, ma un pezzo numerato con un'intelligenza metodica che deve sempre capire. Ad Auschwitz dici a te stesso: “penso troppo per resistere sono troppo civilizzato.” Ma secondo me l'uomo civilizzato che pensa troppo è inscindibile dal sopravvissuto. Lo scienziato e il superstite sono una cosa sola.
LEVI: Benissimo! Hai colpito nel segno. È proprio vero che, in quei memorabili dieci giorni del gennaio 1945, io mi sono sentito come Robinson Crusoe, ma con una importante differenza. Robinson si era messo al lavoro per la sua individuale sopravvivenza; io ed i miei due compagni francesi eravamo consci, e felici, di lavorare finalmente per uno scopo giusto e umano, quello di salvare le vite dei nostri compagni ammalati. Quanto al perché della sopravvivenza, è una questione che mi sono posto più volte, e che molti mi hanno posto. Insisto: regole generali non ce n'erano, salvo quelle fondamentali di entrare in Lager in buona salute e di capire il tedesco. A parte questo, ho visto sopravvivere persone astute e stupide, coraggiose e vili, pensatori e folli (ad esempio, quell'Elias che ho descritto in Se questo è un uomo). Nel mio caso personale, la fortuna ha avuto un ruolo essenziale in almeno due occasioni: nell'avere incontrato il muratore italiano a cui ho accennato prima, e nell'essermi ammalato una volta sola, ma al momento giusto. Tuttavia, quello che tu dici, e cioè che per me il pensare, l'osservare, è stato un fattore di sopravvivenza, è vero, anche se a mio parere ha prevalso il cieco caso. Ricordo di aver vissuto il mio anno di Auschwitz in una condizione di spirito eccezionalmente viva. Non so se questo dipenda dalla mia formazione professionale, o da una mia insospettata vitalità, o da un istinto salutare: di fatto, non ho mai smesso di registrare il mondo e gli uomini intorno a me, tanto da serbarne ancora oggi un'immagine incredibilmente dettagliata. Avevo un desiderio intenso di capire, ero costantemente invaso da una curiosità che ad alcuni è parsa addirittura cinica, quella del naturalista che si trova trasportato in un ambiente mostruoso ma nuovo, mostruosamente nuovo.

ROTH: In Se questo è un uomo la descrizione e l’analisi del tuo atroce ricordo del gigantesco esperimento biologico e sociale fatto dai tedeschi sono controllate con grande puntualità da un interesse quantitativo per i modi in cui un uomo può venire trasformato o disgregato e può perdere le sue proprietà caratteristiche come una sostanza che si decompone per una reazione chimica. Se questo è un uomo equivale alle memorie di un teorico della biochimica morale che sia stato precettato come organismo campione per essere sottoposto alla più bieca sperimentazione di laboratorio. La persona prigioniera nel laboratorio dello scienziato folle riassume in sullo scienziato razionale. Nella Chiave a stella - che si sarebbe potuta benissimo intitolare Questo è un uomo - tu dici a Faussone tuo Shahrazad operaio che essendo agli occhi del mondo un chimico e sentendomi... il sangue dello scrittore nelle vene come risultato tu hai <due anime in corpo che sono troppe. Direi che c'è un anima sola capace e senza saldature. Che non sono inscindibili soltanto il sopravvissuto e lo scienziato ma anche lo scrittore e lo scienziato

LEVI: Più che una domanda, questa è una diagnosi, che accetto e di cui ti ringrazio. Ho vissuto il Lager nel modo più razionale che potevo, e ho scritto Se questo è un uomo sforzandomi di spiegare agli altri, e a me stesso, i fatti in cui ero stato coinvolto, ma senza precisi intenti letterari. Il mio modello, o se preferisci il mio stile, era quello del weekly report, del rapportino settimanale che si usa fare nelle fabbriche: deve essere conciso, preciso, e scritto in un linguaggio accessibile a tutti i livelli della gerarchia aziendale. Non certo in linguaggio scientifico: del resto, scienziato avrei voluto diventare, ma la guerra e il Lager me lo hanno impedito, e ho dovuto accontentarmi di essere un tecnologo durante tutta la mia vita professionale. Sono d'accordo con te sul fatto che ho <una sola anima senza saldature>, e ancora una volta ti ringrazio. La mia affermazione che <due anime sono troppe> è per metà uno scherzo, ma per l'altra metà allude a cose molto serie. Ho vissuto in fabbrica per quasi trent'anni, e devo ammettere che non c'è contraddizione fra l'essere un chimico e l'essere uno scrittore: c'è anzi un reciproco rinforzo. Ma stare in fabbrica, anzi, dirigere una fabbrica, significa molte altre cose diverse e lontane dalla chimica: assumere e licenziare personale; litigare col padrone, con clienti e con fornitori; far fronte a incidenti, ed essere chiamati al telefono, magari di notte o durante una cena da amici; occuparsi di noiose faccende burocratiche; e tanti altri “soul destroying tasks”, compiti che distruggono l'anima. Tutti questi affari sono brutalmente incompatibili con lo scrivere, che esige una certa pace dell'anima; perciò mi sono sentito veramente nato una seconda volta quando ho raggiunto l'età della pensione e ho potuto dare le mie dimissioni, rinunciando così alla mia anima numero uno.

ROTH: Il seguito di Se questo è un uomo è La tregua. Il tema è il tuo viaggio di ritorno da Auschwitz in Italia. C'è davvero una dimensione mitica in questo tormentato viaggio, specialmente nella storia del tuo lungo periodo di gestazione in Unione Sovietica, in attesa di essere rimpatriato. Ciò che sorprende ne La tregua - che avrebbe potuto, e comprensibilmente, essere stata improntata al lutto, a un inconsolabile disperazione - è l'esuberanza. La tua riconciliazione con la vita si compie in un mondo che a tratti pareva simile al caos primordiale. Eppure tu vi appari straordinariamente interessato a tutto, pronto a ricavare da tutto divertimento e cultura al punto che mi sono domandato se nonostante la fame, il freddo e le ansie, persino nonostante i ricordi, davvero tu abbia mai vissuto mesi migliori di quelli che definisci una parentesi di disponibilità illimitata, un provvidenziale ma irripetibile regalo del destino. Tu sembri una persona la cui esigenza più profonda è innanzi tutto di aver radici - nella professione, nella razza, nel luogo, nella lingua, eppure, quando ti sei trovato più solo e sradicato di quanto si possa essere hai considerato quella condizione un regalo.

LEVI: Un amico, ottimo medico (era fratello di Natalia Ginzburg. conosci i suoi libri ? È una Levi anche lei, ma non mia parente), mi ha detto molti anni fa: “I tuoi ricordi di prima e di dopo sono in bianco e nero; quelli di Auschwitz e del viaggio di ritorno sono in technicolor”. Aveva ragione. La famiglia, la casa e la fabbrica sono cose buone in sé, ma mi hanno privato di qualcosa di cui ancora oggi sento la mancanza, cioè dell’avventura. Il mio destino ha voluto che io trovassi avventura proprio in mezzo al disordine dell'Europa devastata dalla guerra. Tu sei del mestiere, e sai come vanno queste cose. La tregua è stato scritto quattordici anni dopo Se questo è un uomo; è un libro più consapevole, più letterario, e molto più profondamente elaborato, anche come linguaggio. Racconta cose vere, ma filtrate. E stato preceduto da innumerevoli versioni verbali: intendo dire, ogni avventura era stata da me raccontata molte volte a persone di cultura diversa (spesso a ragazzi delle scuole medie), e aggiustata a poco a poco in modo da provocare le reazioni più favorevoli. Quando Se questo è un uomo ha cominciato ad avere successo, e io ho cominciato a intravedere per me un futuro come scrittore, mi sono accinto alla stesura. Volevo divertirmi scrivendo, e divertire i miei futuri lettori; perciò ho dato enfasi agli episodi più strani, più esotici, più allegri: soprattutto, ai russi visti da vicino. Ho relegato all'inizio e alla fine del libro i tratti, come tu dici, di lutto e di disperazione inconsolabile. A proposito del radicamento, della “rootedness”: è vero che io ho radici profonde, e che ho avuto la fortuna di non esserne stato privato: la mia famiglia è stata in buona parte risparmiata dalla strage, e oggi io continuo ad abitare addirittura nell'alloggio dove sono nato. La scrivania su cui scrivo sta esattamente nel luogo in cui, secondo la leggenda, sono stato partorito. Perciò, quando mi sono trovato sradicato quanto più non si potrebbe, ho certo provato sofferenza; ma questa è stata compensata dal fascino dell'avventura, dagli incontri umani, dalla dolcezza della “convalescenza” dal morbo di Auschwitz. La mia “tregua” russa, nella sua realtà storica, ha cominciato ad apparirmi come un dono solo molti anni dopo, quando l'ho depurata rivivendola e scrivendola.

ROTH: Se non ora, quando? è diverso da tutto ciò che ho letto di tuo. Pur essendo puntualmente tratto da reali eventi storici, il libro è presentato come un puro racconto picaresco delle avventure di un piccolo gruppo di partigiani ebrei di origine russa e polacca, che tendono imboscate ai tedeschi dietro le loro linee sul fronte orientale. Gli altri tuoi libri hanno forse trame meno <fantasiose, ma mi hanno colpito per una maggiore fantasia sul piano tecnico. L'impulso creativo che sta alle spalle di Se non ora, quando? dà l'impressione di essere più limitato, più parziale - e quindi meno liberatorio per lo scrittore - di quelli che hanno dato vita alle opere autobiografiche. Mi domando se tu concordi su questo: se scrivendo dell'audacia degli ebrei che si ribellarono, tu abbia sentito di fare un qualcosa che bisognava fare, se ti sentissi responsabile di una rivendicazione politica e morale che non poteva comparire altrove, anche quando il tema è il tuo destino, inconfondibilmente ebraico.

LEVI: Se non ora, quando? è un libro che ha avuto un destino imprevisto. I motivi che mi hanno spinto a scriverlo sono diversi: li enumero qui per ordine di importanza. Avevo fatto una specie di scommessa con me stesso: dopo tanta autobiografia aperta o mascherata, sei o non sei uno scrittore a pieno titolo, capace di costruire un romanzo, di creare personaggi, di descrivere ambienti in cui non sei stato ? Mettiti alla prova ! Volevo divertirmi a scrivere un “western” ambientato in uno scenario poco comune; volevo divertire i miei lettori raccontando loro una storia sostanzialmente ottimistica, piena di speranza, a tratti allegra, anche se sullo sfondo della strage. Volevo rompere un luogo comune ancora prevalente in Italia: un ebreo è un mite, uno studioso (pio o laico), una persona ribelle, umiliata che ha subìto secoli di persecuzioni senza mai ribellarsi. Mi sembrava doveroso rendere omaggio a quegli ebrei che in condizioni disperate avevano trovato la forza e l'intelligenza di resistere ai nazisti. Nutrivo anche l'ambizione di essere il primo scrittore italiano a descrivere il mondo yiddish; volevo insomma “utilizzare” la mia popolarità in Italia per far giungere fra le mani di molti lettori un libro che avesse come soggetto la cultura, la lingua, la mentalità e la storia, dell'ebraismo ashkenazita, che in Italia è virtualmente sconosciuta. Questi motivi sono stati riconosciuti come validi in misura diversa nei diversi paesi in cui il libro è stato pubblicato. In Italia esso ha avuto pieno successo, sotto tutti i suoi aspetti. Lo stesso si può dire per l'Inghilterra e la Germania, almeno a giudicare dalle prime reazioni del pubblico e della critica. In Francia è passato sostanzialmente inosservato. Negli Stati Uniti, come sai, ha avuto un successo moderato: la sua Yiddishkeit è stata giudicata risaputa; un soggetto insomma troppo noto perché ancora se ne parli. Inoltre, il lettore americano si è accorto di un fatto vero, che cioè si tratta di un libro “yid” scritto da un autore che “yid” non è, ma che ha cercato di diventarlo studiando testi e ascoltando racconti. Personalmente io sono soddisfatto di questo libro, soprattutto perché mi sono divertito molto nel progettarlo e nello scriverlo. Per la prima e unica volta nella mia carriera di scrittore, ho avuto l'impressione (quasi un'allucinazione) che i miei personaggi fossero vivi, mi stessero intorno, e mi suggerissero loro stessi le loro avventure e i loro dialoghi. L'anno che ho impiegato a scriverlo è stato un anno felice; perciò, indipendentemente dal risultato, per me questo libro è stato liberatorio.

ROTH: Parliamo ora della fabbrica di vernici. Oggigiorno molti scrittori hanno fatto gli insegnanti, altri i giornalisti, e la maggior parte degli scrittori sopra i 50 anni hanno prestato servizio militare; per questo o quel paese. C'è un elenco impressionante di scrittori che hanno esercitato la medicina e contemporaneamente fatto libri, e altri che sono stati uomini di chiesa. T. S. Eliot era editore, e, come noto, Wallace Stevens e Franz Kafka lavoravano per grandi società assicurative. Che io sappia, solo due scrittori di rango sono stati dirigenti di una fabbrica di vernici: tu a Torino, in Italia, e Sherwood Anderson a Elyria, nell'Ohio. Anderson dovette abbandonare la fabbrica di vernici (e la famiglia) per diventare scrittore; sembra invece che tu sia diventato lo scrittore che sei oggi rimanendovi, e continuandovi la tua carriera. Mi domando se ti consideri addirittura più fortunato - e magari più agguerrito per scrivere - di quanti tra noi non hanno alle spalle una fabbrica di vernici e tutto quanto comporta quel tipo di contesto.

LEVI: Sono approdato all'industria delle vernici per puro caso. Mi sono occupato piuttosto poco di vernici propriamente dette: la nostra fabbrica, fin dai primi anni, si è specializzata nella produzione di smalti isolanti per conduttori elettrici di rame. A quel tempo contavo fra i trenta o quaranta specialisti del mondo in questo ramo: di filo smaltato sono fatti gli animali che hai visto nel mio studio. Onestamente non conoscevo il nome di S. Anderson. Ho letto ieri una sua breve biografia: no, a me non sarebbe mai venuto in mente di abbandonare la famiglia e la fabbrica per mettermi a fare lo scrittore a tempo pieno come ha fatto lui; avrei avuto paura del salto nel buio, ed oltre tutto avrei perso il diritto alla pensione. Al tuo breve elenco di scrittori verniciai devo però aggiungere un terzo nome, quello di Italo Svevo (1861 1928), ebreo triestino convertito al cattolicesimo: Svevo fu direttore commerciale di una fabbrica di vernici di Trieste, la Società Veneziani, che apparteneva a suo suocero e che si è sciolta pochi anni fa. Fino al 1918 Trieste apparteneva all'Austria, e questa Società era famosa perché forniva alla Marina austriaca una eccellente vernice antivegetativa per le carene delle navi da guerra; dopo il 1918 Trieste divenne italiana, e la vernice venne fornita alla Marina italiana e a quella inglese. Per trattare con la British Admiralty Svevo prese lezioni d'inglese da James Joyce, che a quel tempo insegnava a Trieste; Joyce divenne amico di Svevo, e lo aiutò nella pubblicazione delle sue opere. La vernice accennata si chiamava Moravia. La coincidenza con lo pseudonimo del noto scrittore italiano non è casuale: sia l'industriale triestino, sia lo scrittore romano ricavarono questo nome dal cognome di una loro comune parente dal lato di madre. Scusami per questo pettegolezzo che forse è poco pertinente. Sì, come accennavo prima, non ho rimpianti. Non credo di aver sprecato il mio tempo dirigendo una fabbrica (di vernici o di qualsiasi altra roba): ho acquistato altre esperienze preziose, che si sono addizionate e combinate con quelle di “Auschwitz.” 

  New York Times Book Review. October 12 (1986):1,40,41.

domenica 30 novembre 2014

L'estate di Clinton. Il trionfo della vita sull'ipocrisia

L’euforico e generalizzato atteggiamento di condanna che, sul finire degli anni novanta, la società americana riserva allo scandalo Clinton-Lewinsky è il medesimo con cui la comunità di Athena – immaginaria cittadina universitaria del Berkshire, nel New England – censura l’ultima, straordinaria, storia d’amore di Coleman Silk. Non sembra ammissibile che, alla sua età e con la sua ragguardevole cultura, l’ex docente di lettere possa avere una relazione con una donna incolta e tanto più giovane di lui. (Luca Alvino, Minima & Moralia)

 

Philip Roth

La macchia umana 

traduzione di Vincenzo Mantovani

Einaudi, Torino 2005 

 

Capitolo primo

Tutti sanno

 

Fu nell’estate del 1998 che il mio vicino Coleman Silk – che

prima di andare in pensione, due anni addietro, era stato per una

ventina d’anni professore di lettere classiche al vicino Athena

College, dove per altri sedici aveva fatto il preside di facoltà –

mi confidò che all’età di settantun anni aveva una relazione

con una donna delle pulizie trentaquattrenne che lavorava al

college. Due volte la settimana questa donna puliva anche l’ufficio

postale, una piccola baracca rivestita di scandole grigie che

pareva aver protetto una famiglia di braccianti dai venti della

Dust Bowl negli anni trenta e che, piantata solinga e derelitta a

metà strada tra la pompa di benzina e l’emporio, fa sventolare

la bandiera americana all’incrocio delle due strade che

caratterizzano il centro commerciale di questa cittadina di

montagna.

Coleman l’aveva vista per la prima volta mentre lei lavava il

pavimento dell’ufficio postale nel tardo pomeriggio di un giorno

in cui, qualche minuto prima della chiusura, era andato a ritirare

la corrispondenza: una donna esile, alta e angolosa con i

capelli tra il biondo e il grigio raccolti in una coda di cavallo e

quei tratti del viso severamente scolpiti, associati di solito alle

devote e laboriose massaie del New England che hanno dovuto

sopportare gli stenti della vita coloniale, austere donne prigioniere

della moralità dominante e di questa stessa moralità rispettose.

Si chiamava Faunia Farley, e qualunque fosse la sua infelicità,

la teneva nascosta dietro uno di quegli inespressivi volti ossuti

che, senza nulla celare, tradiscono un’immensa solitudine. Faunia

abitava in una stanza di una fattoria del posto dove, per pagare

l’affitto, collaborava alla mungitura. Aveva fatto due anni di

scuole superiori.

L’estate in cui Coleman mi fece le sue confidenze su Faunia

Farley e il loro segreto fu, in modo abbastanza appropriato,

l’estate in cui il segreto di Bill Clinton venne a galla in ogni suo

minimo e mortificante dettaglio: in ogni suo minimo e vivido

dettaglio, là dove la vita, come la mortificazione, stillava

dall’asprezza dei dati specifici. Non avevamo avuto una stagione

come quella da quando qualcuno era incappato nella nuova Miss

America nuda in un vecchio numero di «Penthouse», foto di

lei elegantemente in posa in ginocchio e sdraiata sulla schiena

che costrinsero la ragazza, piena di vergogna, a restituire la

corona per diventare, in un secondo tempo, una celebre pop star.

Quella del novantotto nel New England fu un’estate di sole e

di uno squisito tepore; l’estate – nel baseball – di una mitica

battaglia tra un dio degli home run bianco e un dio degli home

run di pelle scura; e, in America, l’estate di un’orgia colossale di

bacchettoneria, un’orgia di purezza nella quale al terrorismo –

che aveva rimpiazzato il comunismo come minaccia prevalente

alla sicurezza del paese – subentrò, come dire, il pompinismo, e

un maschio e giovanile presidente di mezza età e un’impiegata

ventunenne impulsiva e innamorata, comportandosi nell’Ufficio

Ovale come due adolescenti in un parcheggio, ravvivarono la piú

antica passione collettiva americana, storicamente forse il suo

piacere piú sleale e sovversivo: l’estasi dell’ipocrisia. Nell’aula

del Congresso, sulla stampa e alla televisione, i cialtroni tronfi

e morigerati, smaniosi d’incolpare, deplorare e punire, facevano

i moralisti a piú non posso: tutti in un parossismo calcolato di

quello che Hawthorne (il quale, negli anni tra il 1860 e il 1870,

abitava a non molte miglia dalla porta di casa mia) identificò, nel

paese nascente di tanto tempo fa, come «lo spirito di persecuzione»; tutti ansiosi di celebrare gli astringenti riti purificatori che avrebbero estirpato l’erezione dall’esecutivo, rendendo cosí la situazione abbastanza confortevole e sicura

perché la figlia decenne del senatore Lieberman potesse riprendere a guardare la tivú col suo imbarazzato paparino. No, se non siete vissuti nel 1998 non sapete cos’è l’ipocrisia. Il columnist conservatoreWilliam F. Buckley scrisse nella sua rubrica:

«Quando lo fece Abelardo, fu possibile evitare che si ripetesse», insinuando che il modo migliore di rimediare all’illecito presidenziale – quella che Buckley definiva, altrove, l’«incontinente carnalità di Clinton» – forse non era una cosa incruenta come l’impeachment ma, piuttosto, il castigo che nel dodicesimo secolo venne inflitto al canonico Abelardo dal coltello dei compari del collega ecclesiastico di Abelardo, il canonico Fulberto, per vendicare la seduzione e il matrimonio segreto con la nipote di Fulberto, la vergine Eloisa. Diversamente dalla fatwa di Khomeini che condannava a morte Salman Rushdie, l’intenso desiderio nutrito da Buckley per la pena correttiva della castrazione non comportava incentivi finanziari per il possibile esecutore. Questa era suggerita, tuttavia, da uno spirito non meno severo di quello dell’ayatollah, e in nome di ideali non meno elevati.

Era estate, in America, quando tornò la nausea, quando non

cessarono gli scherzi, quando non cessarono le congetture e le

teorie e le iperboli, quando l’obbligo morale di spiegare ai propri

figli la vita degli adulti fu abrogato per tenere viva in loro ogni

illusione sulla vita degli adulti, quando la meschinità della

gente apparve semplicemente schiacciante, quando una specie

di demone era stato sguinzagliato nel paese e, da ambo le parti,

la gente si chiedeva: «Perché siamo cosí pazzi?», quando uomini

e donne, svegliandosi al mattino, scoprivano che durante la notte,

in un sonno che li aveva trasportati oltre l’invidia o il ribrezzo,

avevano sognato la spudoratezza di Bill Clinton. Sognai io

stesso un gigantesco striscione, dadaisticamente teso come uno

degli involucri di Christo da un capo all’altro della Casa Bianca,

con la scritta qui abita un essere umano. Era l’estate in cui – per

la miliardesima volta – il casino, il pasticcio, il guazzabuglio si

dimostrò piú sottile dell’ideologia di questo e della moralità di

quello. Era l’estate in cui il pene di un presidente invase la mente

di tutti e la vita, in tutta la sua invereconda sconcezza, ancora

una volta disorientò l’America.


 

versione cinematografica  con lo stesso titolo (The Human Stain), regia di Robert Benton, interpreti: Anthony Hopkins, Nicole Kidman, Ed Harris e altri, USA 2003, durata h 1.46

 

mercoledì 3 aprile 2013

Recalcati, La pastorale americana

 l'aspetto considerato nel romanzo di Philip Roth

...Già, perché negli anni Sessanta, gli anni del Vietnam, un meccanismo virtuoso e in apparenza inossidabile si spezza: il figlio non rappresenta più "l'immagine perfezionata del padre". E si spezza proprio nella casa dello Svedese, dove la figlia Merry decide - alla lettera - di portare la guerra.
Dopo un'adolescenza segnata da una insuperabile balbuzie, Merry ha maturato un odio crescente per il governo e per la propria famiglia, che pure quel governo avversa in modo deciso. Sono però gli anni del fanatismo ideologico, non è tempo per sottili distinguo. Il sistema americano è marcio alle fondamenta e va sovvertito. Sicché la scelta terrorista diventa a un certo punto naturale: la ragazza compie svariati attentati e uccide quattro persone facendo al contempo deflagrare anche l'universo paradisiaco dello Svedese, il suo ideale di vita responsabile, tollerante e armoniosa: lei, "la figlia che lo sbalza dalla tanto desiderata pastorale americana e lo proietta in tutto ciò che è la sua antitesi e il suo nemico, nel furore, nella violenza e nella disperazione della contropastorale: nell'innata rabbia cieca dell'America".

(Franco Marcoaldi, la Repubblica, 3 giugno 2003)

la rilettura

...Anche Grillo si caratterizza per essere animato da quel fantasma di purezza che accompagna tutti i rivoluzionari più fondamentalisti. Egli proclama a gran voce la sua diversità assoluta dagli impuri: si colloca con forza fuori dal sistema, fuori dalle istituzioni, fuori dai circuiti mediatici, fuori da ogni gestione partitocratica del potere.
È il fantasma che troviamo al centro della vita psicologica degli adolescenti. Si riguardi la recente consultazione di Bersani con i rappresentanti del M5S. È il dialogo tra un padre in chiara difficoltà e due figli in piena rivendicazione protestataria. Mi è subito venuto alla mente Pastorale americana di Philip Roth dove si racconta la storia tormentata del rapporto tra un padre – il mitico “svedese” – e una figlia ribelle, balbuziente, prima aderente ad una banda di terroristi e poi di una setta religiosa che obbliga a portare una mascherina sul viso per non uccidere i microrganismi che popolano l’aria. Da una parte gli sforzi di conciliazione di un padre che non nasconde la sua insufficienza, dall’altra l’arroganza irresponsabile di chi rivendica il possesso di una ragione assoluta. Il dialogo tra loro è impossibile. Il padre cerca di capire dove ha sbagliato e cosa può fare per cambiare la situazione, la figlia risponde dall’alto della sua innocenza: sei tu che mi hai messa al mondo non io; sei tu che hai creato questa situazione non io; sei tu che devi porvi rimedio non io. Così agisce infatti la critica sterile dell’adolescente rivoltoso nei confronti dei propri genitori. Il mondo degli adulti è falso e impuro e merita solo di essere cancellato. Ma quale mondo è possibile in alternativa? E, soprattutto, come costruirlo? Qui il fondamentalismo adolescenziale si ritira. La sua critica è impotente perché non è in grado di generare davvero un mondo diverso. Può solo chiamarsi fuori dalle responsabilità che scarica integralmente sull’Altro ribadendo la sua innocenza incontaminata.


(Massimo Recalcati, La pastorale americana, la Repubblica, 3 aprile 2013)