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domenica 8 marzo 2026

Peter Thiel, anima nera di Trump

Giorgio Ferrari
Chi è cosa vuole davvero Peter Thiel, cuore di tenebra del mondo digitale

Avvenire, 8 marzo 2026

Attenti a quell’uomo. Si chiama Peter Thiel. Proviene dal sussiegoso cantiere dem (un tempo vanto dell’intelligentsija liberal della Silicon Valley), ma è approdato sulla sponda opposta. È straricco (se pure solo quarantesimo nella classifica di Forbes con un patrimonio di 27 miliardi), anarco-libertario, laurea in filosofia e giurisprudenza alla Stanford University, grande finanziatore del mondo MAGA e di Donald Trump fin dalla prima candidatura del 2016, ex amico e compare di Elon Musk, quindi grande elettore e finanziatore di JD Vance, un tempo paladino del “cafoni” raccontati nel suo Hillbilly Elegy, e poi tecnocrate estremista e alfiere di un’intransigenza nazionalista e antimigratoria, quasi una grottesca copia carbone del mastino di Putin Dmitrij Medvedev. Non per nulla Vance è una figura politica letteralmente creata da Thiel, che lo ha finanziato e fatto eleggere nell’Ohio, quindi lo ha sostanzialmente imposto a Donald Trump come running mate, fino a issarlo sul podio della vicepresidenza.

Ma chi è Peter Thiel, kingmaker di Vance e altri membri del governo e figura opaca e sfuggente, ma decisiva nella lenta conversione della democrazia liberale americana in una sorta di autocrazia light costruita a sua misura?
Prima di tutto, è il fondatore di Palantir, nata nel 2003 dopo la vendita di PayPal come società tecnologica della Silicon Valley e diventata rapidamente – come racconta Luca Ciarrocca nel suo saggio “L’anima nera della Silicon Valley. La vera storia di Peter Thiel” (Fuori Scena, 2026) – una delle aziende più influenti nel campo dell’analisi dei dati per governi, intelligence, come la Cia, l’Nsa e l’Fbi, e grandi imprese. Oltre che nell’aggregazione di dati biometrici, il software di Palantir è stato utilizzato anche dall’Ice per l’analisi delle reti migratorie e l’individuazione degli irregolari, nonché dalle forze armate americane per studiare la guerra ibrida che si sta svolgendo nel confronto fra le grandi potenze.
Vista da fuori, quella di Palantir potrebbe essere solo una case history di successo, nonostante l’ormai imbarazzante mole di miliardi di dati macinati e riorganizzati da un database che – scrive Ciarrocca – «digerisce ogni tipo di dati, dalla dichiarazione dei redditi allo status di immigrazione, dalle informazioni sul lavoro al numero dei figli», senza trascurare i post sui social media.
Questo è Palantir, un Grande Fratello che fa impallidire le profezie di George Orwell, una onnipotente entità che richiama alla memoria i più suggestivi azzardi filosofici di Isaac Azimov e di Arthur C.Clarke.
E qui dobbiamo fare un importante distinguo. Fra Peter Thiel e la pletora di paperoni della Silicon Valley che dopo aver fatto corona alla sinistra dem si sono rapidamente accucciati al trono di The Donald - stiamo parlando di figure come Jeff Bezos, Marc Zuckerberg, Larry Page, Tim Cook, Reid Hofmann, ossia Amazon, Meta, Google, Apple, Linkedin – corre un abisso.
Peter Thiel, negazionista climatico, genio matematico, libertario di destra, ammiratore di Tolkien, cofondatore di PayPal, considerato il “cuore di tenebra” del mondo digitale, non insegue la ricchezza come hanno fatto tutti gli altri, non ingaggia una gara all’ultimo respiro come fanno da Elon Musk in giù gli oligarchi del dollaro alla corte di Trump. Thiel vuole altro. La sua visione apocalittica della modernità (ne parlerà fra pochi giorni in un seminario a porte chiuse a Roma) contempla un ritorno alla visione assolutista della politica, quella del bellum omnium contra omnes, disegnata da Thomas Hobbes nel De Cive e nel Leviathan. Thiel non ama la concorrenza («una perdita di tempo e di risorse») né il libero mercato, ma vuole un potere assoluto gestito da tecnocrati assecondati dall’intelligenza artificiale, senza il quale a suo dire lo Stato non funzionerà mai. Mescolando suggestioni di Tolkien, Carl Schmitt e dell’antropologo René Girard, profetizza un Armageddon che vedrà a breve lo scontro supremo fra il Bene e il Male. «Per questo, dice, c’è Palantir», con la sua miriade di società collegate. Una specie di Linea Maginot – ci tiene a dire - a tutela dell’umanità.
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Si veda inoltre Raffaele Simone, Illuminismo nero: cos'è la neoreazione digitale che sta riplasmando l'America, Avvenire, 7 marzo 2026

venerdì 6 giugno 2025

La faida


L'inevitabile faida tra Trump e Musk è finalmente arrivata, ed è patetica.

Moira Donegan
The Guardian, 6 giugno 2025

Da quando la persona più ricca del mondo, Elon Musk, ha investito il suo peso finanziario nella campagna presidenziale del 2024 di Donald Trump ed è apparso saltellando in modo idiota dietro il candidato sul palco di un comizio, gli osservatori politici si sono chiesti cosa avrebbe potuto scatenare l'inevitabile litigio tra i due uomini.

Sarebbe una questione di ego in competizione, con ognuno che prova risentimento per il potere e l'influenza dell'altro? Sarebbe una questione di culture in conflitto, con la corruzione di Trump che si scontra con la raccapricciante Silicon Valley di Musk? Sarebbe uno scontro ideologico, con i nazionalisti paleoconservatori della cerchia ristretta di Trump in declino che si rivoltano contro la schiera di hacker adolescenti del Doge e tecno-reazionari cosmopoliti di Musk?

Era destinato a diventare qualcosa di importante. Trump, dopotutto, non è noto per la sua capacità di mantenere alleanze cordiali, nemmeno con coloro che sono stati utili quanto Musk. Il primo mandato di Trump, per non parlare della sua carriera pre-presidenziale, è stato segnato da alleanze incrinate, proteste pubbliche contro i suoi ex partner e mandati brevi e disastrosi da parte di dipendenti e consulenti che se ne sono andati rapidamente, arrabbiati. Musk, nel frattempo, è noto per la sua personalità insolitamente odiosa, uno stile di gestione che viene eufemisticamente definito "mercuriale" e il suo comportamento sempre più imprevedibile, che include scontri con un harem di donne che gli hanno dato i figli, una presunta dipendenza problematica e in crescita dalla droga e presunte malattie vescicali. Non è solo che questi non siano uomini molto intelligenti; è che sono uomini il cui potere e il denaro hanno gonfiato il loro ego a tal punto patologico da non essere più stabili, o addirittura particolarmente funzionali. Sarebbero casi già abbastanza tristi se il loro deterioramento personale non avesse avuto conseguenze di portata storica mondiale; se avessero danneggiato solo se stessi e non avessero creato così tanta sofferenza inutile agli altri. Così com'è, questi uomini erano destinati a rivoltarsi l'uno contro l'altro e il loro inevitabile scontro avrebbe sicuramente riorientato il Partito Repubblicano, mettendo in dubbio l'instabile coalizione di nuovi media, influenze della manosfera e denaro che li aveva portati alla vittoria nel 2024.

Quando finalmente è arrivato questo giovedì – con Trump e Musk che pubblicavano insulti sempre più ostili l'uno contro l'altro sulle rispettive piattaforme social proprietarie, Truth Social e X – la lotta sembrava essere stata in gran parte una questione di soldi. Trump ha scritto che Musk aveva lasciato l'amministrazione arrabbiata per i tagli ai sussidi per i veicoli elettrici e chiedeva la cancellazione dei contratti governativi con le aziende di Musk; da parte sua, Musk ha iniziato una serie di post in cui affermava che Trump era menzionato nei file governativi su Epstein – "Questo è il vero motivo per cui non sono stati resi pubblici", ha detto – e ha ripubblicato tweet in cui chiedeva la rimozione di Trump dall'incarico. Musk si è attribuito il merito della vittoria dei Repubblicani nel 2024 e ha definito Trump "ingrato". Le azioni Tesla sono crollate. Presto vari media di destra e personaggi del mondo di Trump hanno iniziato a unirsi all'azione, schierandosi dietro Trump o Musk con l'aria spaventata e bisognosa di figli i cui genitori stanno divorziando.

Trump sembra essersi inasprito nei confronti di Musk qualche settimana fa, quando è diventato chiaro che Doge, la frenetica e aggressiva iniziativa extralegale di Musk, mirata a ridurre i costi e a smantellare la burocrazia federale per perseguire la visione libertaria del mondo del miliardario, era caotica, inefficiente e, soprattutto, estremamente impopolare. Musk, nel frattempo, era irritato dalla guerra commerciale di Trump, che minacciava il valore delle sue aziende, e dal disegno di legge di politica interna di Trump, che ha tagliato i sussidi federali per le auto elettriche di cui aveva beneficiato la casa automobilistica di Musk, Tesla.

Da parte sua, Musk ha sempre avuto nemici all'interno del campo di Trump: Steve Bannon, il nazionalista di destra, aveva infatti sempre odiato il miliardario sudafricano, pur condividendo l'amore per certi gesti delle braccia. Sulla stampa iniziarono ad apparire indiscrezioni poco lusinghiere su Musk, alcune delle quali sembravano mirate a metterlo in imbarazzo. Musk lanciò un tour mediatico annunciando il suo abbandono dell'amministrazione Trump e accennando alla sua frustrazione nei confronti dell'amministrazione Trump e a un più ampio risentimento anti-Washington. Iniziò a pubblicare post in cui esprimeva il suo disappunto per la legge del presidente; il suo ultimo giorno di lavoro nello Studio Ovale, si presentò con un occhio nero.

La faida crea nuove pressioni per i politici repubblicani, che ora devono scegliere tra far infuriare Musk, i cui soldi potrebbero finanziare una sfida alle primarie contro chiunque di loro, e provocare Trump, la cui approvazione può decretare il successo o il fallimento delle loro carriere politiche. E rappresenta un'opportunità unica per i democratici, che ora hanno un'opportunità senza precedenti per bocciare la legge di Trump, sfruttare l'instabilità nella coalizione repubblicana e le fratture sempre più profonde all'interno della coalizione Maga, e ricordare ai loro elettori che il regime di Trump non è solo corrotto, ma anche incompetente: dispettoso, meschino e incapace di mettersi d'accordo su nulla se non sul desiderio comune di saccheggiare il governo e privare la popolazione di risorse per arricchire ulteriormente la classe miliardaria.

I Democratici sono da tempo tiepidi e incerti di fronte al secondo mandato di Trump, con una dirigenza del partito timorosa e facilmente intimidita che rimprovera i politici progressisti e la base attivista di non opporsi a Trump-Musk, ma di lasciarli implodere da soli. Ora ci sono riusciti. Il momento è arrivato. Sta ai Democratici non sprecarlo.


martedì 8 aprile 2025

Trump come piace a me




Claudio Cerasa
La scorciatoia del trumpismo percepito per non parlare del Trump reale
Il Foglio, 8 aprile 2025

La percezione è accettabile, la realtà no. Nel variegato e scombinato mondo dei follower trumpiani, vi sono alcune categorie particolarmente gustose che vale la pena mettere a fuoco per provare a capire qualcosa di più rispetto a quelli che sono i satelliti che ruotano attorno all’orbita trumpiana. Tra le cinquanta sfumature di trumpismo, oggi, si trovano i trumpiani più realisti del re, modello Laura Loomer, consigliera del presidente, complottista a tal punto da far sembrare Donald Trump un sincero moderato. Si trovano i trumpiani che provano a dare un senso alle strategie del re, come Scott Bessent, il segretario al Tesoro, che ogni giorno cerca un modo, senza riuscirci, per dare una dignità di mercato alle politiche anti mercato del presidente. Si trovano i trumpiani che provano a borbottare nelle orecchie del presidente, come i valenti editorialisti del Wall Street Journal, imbufaliti con Trump per le sue scelte sui dazi, e come alcuni miliardari che lo hanno finanziato in campagna elettorale, come Bill Ackman, secondo cui “imponendo dazi massicci e sproporzionati su amici e nemici e promuovendo una guerra economica contro il mondo stiamo distruggendo la fiducia nel nostro paese come partner commerciale, come luogo in cui fare affari e come mercato in cui investire”. Tra le cinquanta sfumature di trumpismo, poi, si potrebbero aggiungere anche le sfumature modello Musk (sfascisti per Marte) o le sfumature modello Bannon (xenofobi per il mercato). Ma tra le sfumature più interessanti, e da valorizzare, ci sono certamente quelle emerse negli ultimi mesi in un paese speciale per il presidente americano, come l’Italia, dove si sta facendo strada con forza un’altra forma di trumpismo: quello percepito. Il trumpismo italiano, da questo punto di vista, è un esercizio stilistico di una certa raffinatezza perché punta a normalizzare il trumpismo negando l’essenza reale del trumpismo e descrivendo l’azione dell’amico Trump non per quella che è, per come si presenta di fronte ai nostri occhi, ma per quella che potrebbe essere, se solo volessimo vedere Trump senza fermarci alle apparenze. E dunque Trump, quando dice che vorrebbe prendersi la Groenlandia, non fa sul serio, figuriamoci, è un modo di dire, perché quelle di Trump “non sono intenzioni reali di annessione, ma sono messaggi rivolti ad altre grandi potenze globali, in particolare alla Cina” (Giorgia Meloni, 9 gennaio 2025). Nel corso dei mesi, poi, il trumpismo percepito ha raggiunto vette di una qualche rilevanza sul fronte geopolitico, sul fronte politico, sul fronte economico. Sul fronte geopolitico, in Italia, il trumpismo percepito è emerso con chiarezza in tutte le occasioni in cui la linea del nostro paese, in politica estera, si è andata manifestare sulla base non del Trump reale ma del Trump possibile. Esempio: Trump minaccia di lasciare l’Ucraina al suo destino, minaccia di allontanare l’America dalla difesa dell’ucraina, minaccia di costruire una pace in Ucraina che somiglia a una resa, e piuttosto che prendere sul serio le parole del presidente americano il trumpismo fondato sulla percezione e non sulla realtà sceglie di muoversi sullo scacchiere geopolitico non sulla base di ciò che Trump ha detto che farà (niente America in Ucraina) ma sulla base di quello che potrebbe fare (sì America in Ucraina).
E dunque: da una parte vi sono i volenterosi in Europa che cercano di avere un piano alternativo nel caso in cui il piano A di Trump (disimpegno americano) dovesse concretizzarsi. E dall’altra parte vi sono i meno volenterosi in Europa che si rifiutano di avere un piano alternativo perché convinti che il piano annunciato da Trump sia solo chiacchiere e nulla di più. Sul piano politico, stessa storia, e quando Trump dice che l’Europa è fatta di “parassiti”, quando J. D. Vance dice che la minaccia più grave per l’Europa “non è la Russia ma è la stessa Ue”, quando Musk dice che in Europa si augura che trionfino partiti neonazisti come l’Afd, la reazione del partito del trumpismo percepito è più o meno sempre la stessa: ma no, non voleva dire quello che ha detto, voleva solo dire che l'Europa deve essere più aperta al mercato e più incline a trattare con gli americani. Sul piano economico, infine, stessa storia. Trump, da mesi, promette di infliggere duri dazi all'Europa, e dunque anche anche all'Italia, e mentre gli avversari di Trump, in questi mesi, hanno cercato un modo di poter arrivare al più presto a questo appuntamento inevitabile, gli amici di Trump, nello stesso arco temporale, hanno sempre sostenuto che alla fine i dazi non si sarebbero fatti, che le minacce di Trump altro non sono che tentativi di negoziare con l'Europa e che alla fine se pure Trump avesse scelto di mettere in campo i dazi, avrebbe risparmiato l'Italia, al pari degli altri paesi dell'Unione europea. Cosa che ovviamente non è avvenuta considerato il fatto che l'Italia è stata colpita da tariffe del 20 per cento – e in fondo anche Elon Musk, quando sostiene di considerare non impossibile un mondo all’interno del quale America e Europa hanno dazi pari a zero, sceglie di iscriversi al partito del trumpismo percepito, diverso da quello reale e infinitamente lontano dal modello di difesa di libero mercato contenuto nelle parole di Milton Friedman postate ieri su X dal miliardario americano. Il trumpismo percepito non è solo una scorciatoia comunicativa e cognitiva attraverso la quale i follower del trumpismo tendono ad approcciarsi al trumpismo in modo retorico descrivendo un Trump razionale, gestibile, che esiste solo nella propria immaginazione. E’ qualcosa di più. E’ la spia di una difficoltà strutturale e oggettiva a gestire le conseguenze del trumpismo nella consapevolezza in fondo genuina che l’unica forma di trumpismo digeribile per l’Europa e per il mondo non è il trumpismo che si presenta di fronte a noi in modo crudo, quello reale, ma è il trumpismo che ciascun trumpiano, con molte sfumature, sogna di poter gestire: quello costruito sulla base della propria sensibilità, dei propri desideri, dei propri sogni. Un trumpismo percepito, e dunque irreale. A dimostrazione del fatto che a vivere in un universo parallelo non è solo il presidente americano, ma anche i suoi follower che riescono a considerare Trump un alleato costruttivo non per quello che fa, e promette di fare
, ma per quello che potrebbe fare, e che disgraziatamente non fa e chissà se davvero farà.

giovedì 20 marzo 2025

Il passo indietro della sovranista




Eric Josef, Ma così Meloni ha rinnegato le radici antitotalitarie
La Stampa, 20 marzo 2025

Nei suoi due anni e mezzo alla guida del governo italiano, Giorgia Meloni era riuscita a limare il suo passato di giovane militante post-fascista ma anche, dialogando con Bruxelles, a eclissare le posizioni ultra-nazionaliste e anti-europeiste di quando era all’opposizione. Ieri, alla Camera dei deputati, additando il “Manifesto per un Europa libera e unità” scritto nel 1941, ha dileggiato tre confinati antifascisti di estrazioni ideologiche diverse, Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni, ma ha soprattutto riaperto la questione del suo rapporto con l’Europa. Estrapolando dal loro contesto passaggi del [manifesto] di Ventotene, la premier italiana ha cercato infatti di fare passare il [documento] per un’apologia di regimi autoritari e rivoluzioni marxiste snaturandolo da quel che è, un ragionamento con limiti e contraddizioni ma con l’incredibile forza d’immaginare in un continente sottomesso alla dittatura nazifascista [la] possibilità di un’Europa pacificata, libera, federale e democratica. Ed è vero che dalle pagine emana una visione socializzante della società futura, ma era allora un’ispirazione talmente diffusa che pure la Costituzione italiana del 1948 inizia proclamando la Repubblica “fondata sul lavoro”. Questo però, lungi dal fare del Manifesto un Libretto Rosso ante-litteram, lo rende un testo fondativo dell’idea di Europa unita.

Tuttavia, al di là della strumentalizzazione politica di alcuni passaggi, la polemica aperta da Giorgia Meloni presenta un merito. Nell’affermare «non so se questa è la vostra Europa ma certamente non è la mia» la presidente del Consiglio pone il Manifesto di Ventotene come la discriminante tra due visioni radicalmente distinte dell’Europa, oggi più che mai. Quella cioè di chi ne trae ispirazione per proiettarsi verso un’Unione antinazionalista, anti-imperialista e sempre più federale, e l’altra di chi, sull’onda del premier ungherese Viktor Orban o del ministro Salvini, afferma la propria fede europeista (servendosi dello slogan di Elon Musk “Make Europe Great Again”) impiantandola su un continente tradizionalista, bianco e cristiano, vicino al “Dio, patria e famiglia” di Giorgia Meloni.

lunedì 20 gennaio 2025

Cecilia Sala. La prigionia



Flavia Amabile, Le tappe della vicenda, La Stampa, 20 gennaio 2025

Subito dopo la liberazione la giornalista Cecilia Sala aveva raccontato una parte di quello che era accaduto nei 21 giorni di prigionia nel carcere di Evin a Teheran nell'intervista rilasciata ieri sera a Fabio Fazio durante il programma Che tempo che fa sono emersi alcuni dettagli nuovi sugli interrogatori, sulle tecniche utilizzate dai carcerieri per indurre i prigionieri a confessare anche quando non si è commesso alcun reato come è il caso della giornalista italiana. «Avvenivano ogni giorno, per 15 giorni, incappucciata – ha raccontato Cecilia Sala –. Sei sempre solo anche quando non sei solo, quando qualcuno ti interroga sei incappucciato, faccia al muro. Nel corso degli interrogatori ci sono momenti in cui ti fanno rilassare, magari con una sigaretta. La mia impressione è stata che loro volessero trovare qualcosa di me che dimostrasse che non ero una giornalista». A interrogarla era sempre la stessa persona. «Il giorno prima della mia liberazione, annunciata alle 9 di mattina dell'8 gennaio, mi hanno interrogata per dieci ore». Chi poneva le domande conosceva bene l'Italia. «In un'occasione mi ha chiesto se preferissi la pizza con l'impasto romano o napoletano, e questa è una cosa che solo chi ha familiarità con l'Italia può chiedere», spiega la giornalista.

Nessuno le ha fatto del male durante i 21 giorni in carcere. «Non mi hanno mai toccato, anche perché i maschi non possono neanche sfiorare le femmine, mi portavano con un bastone nella sala degli interrogatori. Ero incappucciata anche per andare alla toilette». Sono molti i modi per rendere le persone psicologicamente più fragili. «C'erano fari al neon sempre accesi e quando non dormi per giorni perdi anche fiducia nella tua testa», ha ricordato la giornalista. E poi i rumori: «Quando si aprivano le porte sentivo una ragazza di una cella vicina che prendeva la rincorsa per sbattere la testa il più forte possibile contro la porta. I rumori che arrivavano dal corridoio erano strazianti, spesso urla o pianti, erano tentativi di farsi del male di detenute in isolamento».
Cecilia Sala non sapeva nulla di ciò che accadeva fuori ma è riuscita comunque a far trapelare delle informazioni. «Nella prima telefonata potevo dire di essere stata arrestata e di non essere stata ferita. Poi le telefonate sono diventate un po' più lunghe e riuscivo a passare delle informazioni a Daniele (Raineri, il compagno, ndr)». Per esempio che non aveva un materasso e un cuscino. Un giorno, però, i carcerieri le hanno comunicato una notizia. «Quando mi hanno detto che era morto Jimmy Carter, che era il presidente della presa degli ostaggi nell'ambasciata Usa a Teheran, quella è l'unica notizia che mi hanno dato dall'esterno. Lì ho capito che il messaggio era: sei un ostaggio». L'arresto è avvenuto mentre si trovava in albergo a lavorare. «Hanno bussato e mi hanno portata via. Ho capito dove mi stavano portando perché conosco il carcere che è dentro la città. Ero bendata ma dal traffico e dalla strada che stavamo facendo ho capito che stavamo andando lì».
Dopo un lungo periodo in isolamento, la giornalista ha condiviso per qualche tempo la cella con un'altra detenuta e ha raccontato che «la prima cosa di cui abbiamo parlato con la è stato come capire che ora fosse. C'era una piccola finestrella sbarrata in alto e da lì abbiamo giocato a capire dal riflesso che ora fosse». I primi giorni, quando era in isolamento, sono stati i peggiori.
È stato allora che le hanno tolto gli occhiali, ma anche le lenti a contatto che porta. «Questa è stata l'operazione per liberare un ostaggio preso in Iran più rapida dagli anni Ottanta. Seguo l'Iran da giornalista e quindi conoscevo gli altri casi», ha spiegato. Rispondendo a una domanda di Fabio Fazio, Sala ha chiarito anche il coinvolgimento di Elon Musk nella sua liberazione. «Nessuno della mia famiglia e neanche Daniele ha mai parlato con Elon Musk. La mia famiglia in quei momenti ha provato a parlare con tutti. Daniele ha contattato il referente in Italia di Musk, Andrea Stroppa, per chiedere se potesse avere notizie, perché Musk in precedenza aveva incontrato l'ambasciatore iraniano all'Onu dopo che dal 1979 non c'erano contatti tra americani e iraniani. L'unica risposta che Daniele ha avuto da Stroppa è che era informato».
Cecilia Sala ora sa che non tornerà in Iran, almeno «finché c'è la Repubblica islamica». Non vede l'ora di riprendere a raccontare storie e assicura di stare molto meglio. «Adesso aiutata riesco a dormire». La sua fortuna – ha aggiunto – è di essere rimasta «lì dentro solo 21 giorni» quindi «il recupero è più rapido rispetto a tante altre persone sono rimaste lì centinaia di giorni».
A loro è rivolto il suo pensiero, ai tanti che sono ancora in carcere e «non hanno la fortuna che ho avuto io di avere un Paese che ti protegge». Nel frattempo ieri è iniziato il rilascio degli ostaggi israeliani. «Non c'è notizia più importante che potessi sperare di leggere una volta tornata a casa», ha detto Cecilia. —

venerdì 10 gennaio 2025

Quello che Giorgia non dice






Andrea Colombo, Il sogno neomissino e la scommessa americana
il manifesto, 10 gennaio 2025 


 In conferenze stampa inutilmente fluviali come quella di ieri c’è quello che i presidenti del consiglio dicono. Quella di turno ha detto pochissimo. C’è poi quello che i premier non dicono ma che spesso è anche più eloquente.

Giorgia Meloni è stata ben attenta a non farsi scappare una sillaba critica nei confronti del futuro presidente americano che proclama di volersi prendere, tra le altre cose, un pezzetto d’Europa. Non è che volesse minacciare qualcuno. Rispondeva casomai alla minaccia cinese, il pericolo giallo. Lanciava un messaggio a Pechino e ognuno nella messaggistica ha il suo stile.

Infine c’è quello che, intenzionalmente o meno, i leader bersagliati dalle domande dei cronisti fanno capire. A proposito di rapporti con Elon Musk e con il già citato Donald Trump la presidente italiana ha fatto capire anche troppo. In una kermesse sonnacchiosa, priva dell’abituale grinta salvo che si trattasse di azzannare giornalisti, la premier si è svegliata e ha sfoderato gli artigli solo quando gli incauti hanno messo in mezzo il tycoon. L’uomo più ricco del mondo, con tutti e due i piedi nella comunicazione, forte di una flotta di satelliti in continua crescita che quasi tutti gli eserciti del mondo se la sognano mette becco ogni santo giorno nella politica di Stati europei che considera prossima terra di conquista? Be’ che male c’è a esprimere le proprie opinioni? Quella tutto è tranne che ingerenza politica. Soros, piuttosto, che non si limita a parlare ma apre i cordoni della borsa: lui sì che minaccia: «Musk non è un pericolo per la democrazia: Soros sì».

Giorgia chiama, Elon, che non perde di vista il quadro italiano nemmeno per un attimo, si affretta a rispondere. Rilancia le parole della cara amica, aggiunge lapidario commento: «E Soros sta per essere sconfitto». Accorrono all’appello anche i Patrioti, che dovrebbero essere i duri traditi dalla moderata Giorgia invece duettano che è una meraviglia: «Musk è libero di dire la sua. L’establishment europeo guardi piuttosto a Soros». Ce ne fosse uno che sfugge al gioco della torre e conclude che i tycoon di qualsiasi colore andrebbero tenuti a bada e a distanza.

La premier è abile, chi non lo ha ancora capito farebbe bene a cambiare mestiere. Quando si arriva al nodo Starlink è cauta: giusto un’istruttoria, conclusa la quale entrerà in ballo chi di dovere, il Consiglio di Difesa, il Parlamento. Ma sia chiaro che la sola alternativa è fra Starlink e il nulla, quindi amici cari fate un po’ voi. Se avesse detto che l’accordo è già nell’ordine delle cose avrebbe fatto prima. Magari mezza parola sulla necessità di darsi da fare per evitare che Iris2, il sistema europeo, arrivi al traguardo quando sarà troppo tardi avrebbe modificato il senso del messaggio. Non c’è stata.

Quando dal tycoon che gioca con la politica si passa a quello che ormai la politica la fa da professionista, il presidente degli Stati uniti rientrante, la premier italiana diventa cerimoniosa. Il rapporto con lui chissà se si può definire privilegiato (magari!) ma certo è molto solido. Col vecchio Joe era già un idillio ma vuoi mettere averci a che fare con uno che la pensa come te su tutto: «Con due leader conservatori la convergenza può essere rafforzata».

Per due anni e mezzo Giorgia Meloni ha puntato le sue fiches politiche sulla capacità di accreditarsi presso centrali occidentali attestate su posizioni opposte alle sue, tanto a Washington quanto a Bruxelles. I tempi stanno per cambiare. Ora gli occhi della premier sono puntati oltre Atlantico, tanto in termini di rapporti politici quando economici. Musk è molto più del proprietario di un’azienda con il quale tocca trattare perché altro il mercato non passa. È il tycoon al quale offrire una testa di ponte per la conquista dell’Europa in cambio di corposi investimenti di ogni tipo. Trump non è solo un presidente degli Usa affine nella visione di fondo: è l’alleanza che, se realizzata davvero, può mettere le ali al sogno neomissino della premier. Una cosa la noiosa conferenza stampa di ieri ha reso chiara: il secondo tempo del governo Meloni sarà sensibilmente diverso dal primo.


mercoledì 8 gennaio 2025

Se Giorgia Meloni si allarga



Gianfranco Pasquino, Le scorribande pericolose di una premier senza freni
Domani, 7 gennaio 2025

Tre punti meritano approfondimenti. Il primo riguarda i limiti dei poteri del capo del governo italiano che in un settore di tale importanza per la sicurezza della nazione dovrebbe rapportarsi strettamente con il parlamento. 

Il secondo è che, quando si è parte di una entità sovranazionale come l’Ue, il bilateralismo già di per sé modalità controversa e discutibile, lo è ancor più quando si svolge su un terreno che interessa tutti gli Stati-membri. 

Terzo e ultimo punto, non deve essere ritenuta una critica di lesa maestà la richiesta di sapere quanto la premier sia tecnicamente attrezzata sul tema della sicurezza nazionale e in grado, quindi, di tenere a bada eventuali mire aggiuntive in termini di potere e di affari da parte di Elon Musk. Lecito è pensare e temere che Giorgia Meloni si sia allargata troppo, abbia mostrato un eccesso di fiducia nelle sue vorticose scorribande. C’è un tempo per agire e c’è un tempo per riflettere, anche per correggere.