Visualizzazione post con etichetta Iliade. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Iliade. Mostra tutti i post

venerdì 20 febbraio 2026

La fabbrica del mito dai poemi omerici a Dante

 

Giovanni Maria VianIn principio fu il jazzista dell'epica: viaggio nei classici a partire da Omero, Domani, 14 dicembre 2024

Trasformati e adattati in modo incessante, i classici dell’antichità greco-romana restano “classici”. Esercitando un’attrattiva permanente che cresce con la lettura diretta dei testi. 


... [Debitamente] narrata, ricca di citazioni e di illustrazioni spesso poco conosciute, è la via percorsa da Piero Boitani (Il grande racconto dei classici, il Mulino). Più classicamente – è il caso di dire – in successione storica. All’interno di un arco temporale quasi millenario: dai poemi omerici ai testi della letteratura latina antica, con un’attenzione rilevante alla filosofia, dove all’inizio, secondo Bruno Snell, «non è possibile separare radicalmente l’illuminismo razionale dall’illuminazione religiosa».

All’inizio c’è Omero. Non si trova «presso i greci alcuno scritto considerato più antico». Ad ammetterlo, nell’anno 93, è lo storico ebreo Flavio Giuseppe, pur convinto – come molti autori del giudaismo ellenistico e molti scrittori cristiani – dell’antichità e della priorità di Mosè, e quindi dei testi sacri ebraici. Eppure persino Omero, il classico per antonomasia, aveva i suoi classici, costituiti da innumerevoli tradizioni orali.

L'ERROL GARNER DELLA POESIA EPICA 

Al culmine, Omero. Poeta realmente esistito, e autore di entrambi i grandi poemi, oppure nome dietro il quale sono state riunite tradizioni orali molto diverse? Se gli antichi non dubitavano della sua esistenza storica, la questione omerica nasce nell’età ellenistica contrapponendo i due schieramenti detti degli unitari e dei separatisti, ma si radicalizza dal 1664 quando per la prima volta si sostiene che Omero non fosse mai esistito. Sfumate si fanno via via le ipotesi dei filologi e dei critici contemporanei che studiano l’oralità.

Razionale e trascinante, del tutto persuasivo, «basato su una consuetudine e un amore di lunga data», è l’ultimo libro di Lane Fox (Omero e l’Iliade, Einaudi) dedicato al «più grande poema epico della letteratura mondiale»; anzi, il «più grande in assoluto». Superiore «persino all’Odissea», come già nel I secolo l’anonimo autore del trattato Sul sublime adombra nel paragonare l’Omero del secondo poema «al sole quando tramonta: è ancora ugualmente grande, ma meno ardente».

Omero, secondo Lane Fox, iniziò a declamare l’Iliade tra il 750 e il 740 avanti Cristo, che via via perfezionò oralmente, e diversi anni dopo, tra il 735 e il 725, compose l’Odissea. Il classicista oxoniense accosta Omero a un pianista jazz maestro dello swing – «mi piace pensare a lui come all’Erroll Garner della poesia epica, un autore il cui capolavoro fu infine trascritto nel corso di una performance appositamente eseguita» – e spiega la grandezza di Omero con le qualità che gli assegnò Clive S. Lewis: il perenne splendore e la spietata intensità emotiva.


Caratteristiche che Silvia Romani (Omero, ovvero delle armi e del vero amore, il Mulino) presenta nel VI libro dell’Iliade, il poema della guerra evocato dai versi di Carducci all’inizio dello struggente Sogno d’estate: «Tra le battaglie, Omero, nel carme tuo sempre sonanti». Trecento duelli – li ha contati Hans van Wees – che si succedono in un crescendo di orrore e, appunto, di intensità emotiva.

Come nella «più bella dichiarazione d’amore di ogni tempo», quella di Andromaca («Così Ettore tu sei per me padre e madre veneranda, fratello, tu sei il mio sposo fiorente»). O nello straziante destino di Astianatte, che Omero non ha bisogno di raccontare. I suoi ascoltatori lo conoscevano benissimo, e del bimbo nelle Troiane di Euripide la nonna Ecuba immagina l’epitaffio: «Qui giace un bambino che i Greci un tempo uccisero perché avevano paura; che vergogna per la Grecia tutta questa iscrizione!».



Stando all'interpretazione di Anna Maria Chiavacci Leonardi, quello di Ulisse è il coraggio dello stesso Dante

Il coraggio è Ulisse che non torna a casa
Giuseppe Conte
il manifesto Alias, 2 giugno 2025

Il mito, quel sapere delle origini che arriva sino al presente illuminandolo, racconta molte diverse versioni del coraggio. Il coraggio di Achille consiste nella accettazione tormentata del proprio destino di morte in giovane età. Quello di Ettore nel difendere la sua città sfidando proprio Achille, eroe imbattibile e spietato. Quello di Enea nel dire no a una guerra che ritiene ingiusta, e poi nel prendere sulle spalle il padre Anchise sulla via di un esilio finalizzato a un disegno di rinascita. Ma il coraggio più esemplare che il mito ci racconta non riguarda un eroe: riguarda una giovane donna, Antigone, la figlia di Edipo, che è rimasta al fianco del padre ridotto dalla sua disgrazia a vagare cieco e mendico, e torna in tempo a Tebe per vedere il cadavere del fratello Polinice abbandonato ai cani e ai corvi per ordine del nuovo re Creonte. Ed ecco che lei trova il coraggio supremo, quello di opporsi al Potere, alla sua Legge ferrea, in nome di leggi superiori, quelle degli affetti, dell’anima e del divino, pronta a sacrificare la sua vita stessa. Che sia una giovane donna a farlo, ci dice che il coraggio nelle sue forme più alte si manifesta anche dove il pensiero dominante, maschile, ossessionato dall’idea di dominio, riterrebbe impossibile.

Un aspetto del coraggio che mi affascina è quello della sfida all’ignoto e all’infinito, che ha spesso a che fare con il mare. Penso all’Ulisse di Dante, un Ulisse molto più medievale e gotico che classico e greco, uno che non torna a casa, non naviga sottocosta, ma si lancia sulle onde nel folle volo verso l’inconoscibile per seguir «virtute e canoscenza». Il mare chiede sempre coraggio e pazienza, obbedienza e disobbedienza. La coscienza del sangue che gli europei hanno versato distruggendo gli imperi degli Aztechi e degli Incas e i Nativi Americani, coscienza viva da sempre negli europei migliori, non può però far scendere ombre sul coraggio dei navigatori che a cominciare da Colombo hanno sfidato un oceano sconosciuto, le sue tempeste e i suoi segreti. Mi piace il coraggio dei marinai detti cap hornier che furono gli ultimi a scapolare su bastimenti a vela il terribile Capo Horn. E anche quello degli ammutinati, quando come Fletcher Christian, l’ufficiale del Bounty cui al cinema prestò il volto Marlon Brando, si ergono contro un comandante ingiusto e inutilmente feroce. I grandi poeti romantici inglesi innamorati dell’Italia trovarono nel mare il teatro per mostrare versioni estreme di coraggio: Shelley che parte lo stesso sul suo Ariel nonostante la tempesta annunciata, Byron che con le sue nuotate si allena e tempra lo spirito che lo porterà a combattere e morire per la libertà della Grecia.

Ma c’è, ed è decisivo, un coraggio umile, quotidiano, che ciascuno di noi deve trovare nella sua esistenza giorno dopo giorno.

Il coraggio di affrontare il proprio lavoro e di amarlo, di sentirlo, qualunque esso sia, come la fonte della propria dignità di essere umano. Il coraggio di sorridere, di guardare con un filo di humour lo spettacolo del mondo che ruota intorno a noi, talvolta dolce e sublime, ma molto più spesso laido e abietto. Poi occorre il coraggio più difficile, quello di ribellarsi, di lottare, di sognare a occhi aperti nuovi assetti del vivere e nuovi equilibri della società. Di essere rivoluzionari in una realtà che prevede soltanto «rivoluzioni» tecnologiche, che confermano, come fa l’Intelligenza Artificiale, tutto il sapere e tutto il potere esistente. Non si parla abbastanza, parlando dei migranti, del coraggio che li spinge a sradicarsi e a cercare affrontando mille pericoli le coste di terre straniere, dove pensano di poter vivere esistenze migliori. Esiste infine un coraggio, indomabile, che è quello della speranza. E un coraggio altrettanto indomabile della poesia, quando erge una barriera contro la disumanizzazione e la barbarie in atto attraverso il suo linguaggio, il suo canto, la sua ricerca di bellezza e felicità.

Dante, Inferno, 26, 85-142
commento di Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori, Milano 1991

Che l'Ulisse di Dante sia cosciente di violare un limite, è scritto nel suo stesso racconto: egli oltrepassa quello stretto dove la divinità aveva posto il suo segno acciò che l'uom più oltre non si metta. Ed egli sa di correre un rischio estremo, come dimostra la breve ma drammatica allocuzione ai compagni. Se la sua fosse soltanto un'aspirazione inappagata di conoscenza, dovuta al naturale limite della ragione umana, egli rientrerebbe, come Aristotele e Platone, tra i magnanimi del Limbo, i grandi filosofi che hanno in sorte, come eterna pena, il loro stesso desiderio (quel disio... ch'etternalmente è dato lor per lutto). Ma noi troviamo Ulisse nel profondo dell'inferno. C'è in lui una prevaricazione, una presunzione, che attiene alla facoltà più alta dell'uomo, la mente, «quella fine e preziosissima parte de l'anima che è deitade» (Conv. III, ii 19), e per questo è così grave. Si tratta di una passione travolgente, per cui si trascurano anche gli affetti più cari e sacri. La sete delle ultime realtà, dell'infinito (che l'aperto oceano figura), è posta da Dio stesso nell'animo umano; ma Dio ha riservato a sé di saziarla, per chi umilmente glielo chiede, come sarà detto a Purg. XXI 1-3. Se l'uomo non accetta questo limite, questo aiuto, la sua stessa magnanimità finirà col perderlo.

È questa la scelta fatta da Dante nella Commedia dove, dal primo canto all'ultimo, egli si fa condurre; ed è ciò che gli permette di arrivare al fine di tutt'i disii. Ma la scelta è drammatica, come sempre quando l'uomo rinuncia a se stesso. Il grande mito di Ulisse – una delle più alte pagine dell'umana poesia – ne resta testimonianza. E noi pensiamo che proprio la stretta identificazione tra il poeta e il suo personaggio abbia portato alla preferenza data a un eroe mitico per coprire questo ruolo: un contemporaneo, o comunque qualcuno storicamente determinato, avrebbe impedito alle due figure di sovrapporsi, come l'indeterminata lontananza permette. La stessa pena nasconde alla vista quell'uomo lontano più di un millennio. Ulisse non si vede, non dialoga con Dante e Virgilio. Egli è il più distaccato dal suo sfondo di tutti i grandi personaggi dell'Inferno, quasi racchiuso, come nella fiamma, nel suo grande racconto. Francesca, Farinata, Brunetto parlano della loro pena, e sono consapevoli della loro colpa; per non dire di Ugolino, la cui vicenda terrena fa tutt'uno col suo gesto presente. La storia di Ulisse è come un fuori campo. Egli ignora i suoi due interlocutori, la sua pena, la sua colpa. Attacca con il Quando, l'inizio della sua tragica avventura, e finisce con il mare che lo ricopre. È una «voce recitante», di nient'altro consapevole che di ciò che narra, e non ha alcun appiglio con la realtà presente, della bolgia dove si trova e dei due poeti che lo interrogano.

Questo singolare carattere, oltre a quello, già osservato, della sua identità non storica ma mitica, contribuisce a distinguere Ulisse tra tutte le altre figure infernali. Qualunque determinazione, quella storica come quella dialogica, avrebbe stabilito una differenza. Ma quella sorta di canto fuori scena narra la storia stessa di colui che scrive. E la storia infatti non finisce qui. Essa riaffiora all'inizio delle altre due cantiche: nel Purgatorio, quando Dante toccherà la spiaggia dove non arrivò Ulisse (e più di una parola del testo sarà chiaro rimando al tragico viaggio infernale, come si vedrà); nel Paradiso, quando proponendo il tema Dante presenterà la nuova e intentata impresa della sua fantasia come una navigazione su un mare mai percorso da alcuno: L'acqua ch'io prendo già mai non si corse. La nave che naufragò nel XXVI dell'Inferno riappare sicura a varcare le acque del regno divino. È questo uno dei tanti rimandi interni che ritroveremo nella Commedia: da Francesca a Piccarda, da Pier delle Vigne a Romeo, da Brunetto a Cacciaguida, da Guido a Buonconte da Montefeltro. Ma in questo caso la storia appare privilegiata: su di essa infatti Dante ha incardinato il poema, come dicono i chiari riferimenti all'inizio stesso delle tre cantiche (per il I dell'Inferno, si vedano le note a folle volo e ad alto passo, nel commento). Tutto il poema è infatti un viaggio, o meglio un ritorno, verso quell'infinito che Ulisse presunse di conquistare con i suoi deboli remi, e che Dante raggiunge per altra via, o meglio con altri mezzi, infinitamente più potenti, e dati gratuitamente, purché – e questo è il prezzo che Dante accetta di pagare – richiesti (si cfr. I 130-3 e Par. XXXIII 25-7).

testo

Lo maggior corno de la fiamma antica
cominciò a crollarsi mormorando,
pur come quella cui vento affatica;87

indi la cima qua e là menando,
come fosse la lingua che parlasse,
gittò voce di fuori e disse: "Quando90

mi diparti’ da Circe, che sottrasse
me più d’un anno là presso a Gaeta,
prima che sì Enëa la nomasse,93

né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né ’l debito amore
lo qual dovea Penelopè far lieta,96

vincer potero dentro a me l’ardore
ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto
e de li vizi umani e del valore;99

ma misi me per l’alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.102

L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,
e l’altre che quel mare intorno bagna.105

Io e’ compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov’Ercule segnò li suoi riguardi108

acciò che l’uom più oltre non si metta;
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l’altra già m’avea lasciata Setta.111

"O frati," dissi, "che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia114

d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.117

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza
".120

Li miei compagni fec’io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;123

e volta nostra poppa nel mattino,
de’ remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.126

Tutte le stelle già de l’altro polo
vedea la notte, e ’l nostro tanto basso,
che non surgëa fuor del marin suolo.129

Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto da la luna,
poi che 'ntrati eravam ne l'alto passo
,132

quando n’apparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avëa alcuna.135

Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
ché de la nova terra un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto.138

Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com’altrui piacque,141

infin che ’l mar fu sovra noi richiuso".



venerdì 13 settembre 2024

Ettore e Andromaca, l'addio

Joseph-Marie Vien, Les adieux d'Hector et d'Andromaque, 1786, Museo del Louvre

Siamo abituati a pensare che la scena rappresenti il dilemma tra l'amore per la moglie e il dovere verso Troia in Ettore. Dilemma risolto dall'eroe che aderisce all'ideale del guerriero fedele alla patria. A ben vedere anche Andromaca segue l'andamento della guerra, va sulle mura a osservare gli scontri che si svolgono in basso. Tuttavia in lei prevale l'attaccamento alla vita del marito. Da lui dipende l'intero suo destino. Non sbaglia il pittore Vien quando pone Andromaca al centro della scena, con gli occhi sbarrati, mentre Ettore abbassa le palpebre, quasi per una ammissione di colpa. Dulce et decorum est pro patria mori, canta Orazio sulle orme di Tirteo che aveva a sua volta scandito: «Giacere morto è bello, quando un prode lotta per la sua patria e cade in prima fila». Un secolo prima di Tirteo, l'Iliade pur assegnando il giusto rilievo al patriottismo di Ettore rivela lo strazio prodotto nell'animo della donna dal sacrificio del marito guerriero, ostaggio di una sorte avversa. Andromaca donna di carattere ritorna nella tragedia omonima di Racine (1667). Ci sono varie ipotesi sul significato del suo nome. Alla luce di quanto si è detto, la più plausibile appare essere "colei che combatte audacemente" [viriliter pugnans].

Iliade, VI, versi 392-502, traduzione di Ettore Romagnoli


 Dette queste parole, l’eroe dal fulgente cimiero,
Ettore, mosse: e alla bella sua casa in un attimo giunse.
Ma non trovò nelle stanze la sposa dal candido braccio:
ch’essa col bimbo e l’ancella dal peplo fulgente, recata
s’era alla torre, e lí, piangeva, levava lamenti.
Ettore, poi che in casa non trovò la pura sua sposa,

sopra la soglia i passi fermò, si rivolse alle ancelle:
“Donne, di casa, andiamo, sapete di Andromaca dirmi,
sicuramente dove si trovi? Che fuor della casa.
Dalle cognate è andata fors’ella, o nel tempio d’Atena,
dove la Dea tremenda imploran le donne di Troia?». —
La dispensiera fida con queste parole rispose:
«Ettore, come tu chiedi, ti posso dar certa risposta.
Non già dalle cognate né al tempio d’Atena ella è andata,
dove la Dea tremenda imploran le donne di Troia;
ma sovra l’alta torre di Troia, quand’ella ha sentito
c’han gran vantaggio gli Achivi, che cadono stanchi i Troiani.
Subito allora è corsa di furia, verso le mura
come una pazza; e con lei la nutrice, recando il bambino».
La dispensiera disse così. Si spiccò dalla casa
Ettore, su la medesima via, per le belle contrade.
Ora, quand’egli, tutta la grande città traversata,
giunse alle porte Sceèe, dond’era l’uscita sul piano,
quivi gli venne contro, correndo, la florida sposa,
Andromaca
, la figlia d’Etíone dall’animo grande,
d’Etíone, che sottesse le selve abitava del Placo,
nell’Ipoplacia Tebe, di genti cilicie signore;
e d’Ettore, fulgente guerriero, fu sposa la figlia.
Contro or gli mosse; e l’ancella seguiala, che il bimbo recava
parvolo ancora, 
né ancora parola dicea, tra le braccia,
d’Ettore il figlio diletto, che un astro del cielo sembrava.
Ettore lo chiamava Scamandrio; ma gli altri Troiani
Astïanatte: ché il padre, da solo era schermo di Troia.
Ecco, e sorrise in silenzio, com’egli il suo pargolo vide.
Ma, lagrime versando, vicina gli venne la sposa,
e per la man lo prese, gli volse cosí la parola:

«Misero te, la tua furia sarà la tua perdita, e il bimbo
non ti commuove a pietà, non io sciagurata, che presto
vedova rimarrò di te: ché ben presto gli Achei
t’uccideranno, piombando su te tutti insieme. Ed allora,
quando di te sarò priva, meglio è ch’io discenda sotterra;
poi che nessun conforto, se un tristo destino ti coglie,
piú mi rimane, ma solo cordoglio. Non padre, non madre
piú mi rimane. Ché il padre m’uccise il terribile Achille,

e la fiorente abbatté popolosa città dei Cilíci,
Tebe dall’alta porta. Die’ morte ad Etíone Achille,
né lo spogliò dell’armi, ché n’ebbe nel cuor peritanza;
ma, chiuso ancor nell’armi sue belle, lo diede alle fiamme,
e su le ceneri il tumulo estrusse; e le Ninfe montane,
figlie di Giove, che l’ègida scuote, lo cinsero d’olmi.
Nella mia casa con me vivevano sette fratelli;
ma nello stesso giorno piombarono tutti nell’Ade;
ché tutti quanti Achille, l’eroe piú gagliardo, li uccise,
presso alle tarde loro giovenche, alle pecore bianche.
La madre mia, la sposa del sire di Tebe Ipoplacia,
qui la condusse Achille con l’altre sue prede di guerra.
Poi rimandata l’aveva, ché n’ebbe riscatto infinito;
ma nella casa del padre, d’Artèmide un dardo la spense.
Ettore, dunque per me tu sei padre, sei tenera madre,
fratello sei per me, sei florido sposo.
 Oh, t’imploro,
muoviti adesso a pietà! Rimani con noi sulla torre,
non lasciar orfano il bimbo, né vedova me tua compagna!
E presso il caprifico la gente raccogli, ove il varco
s’apre piú facile verso la rocca, e piú agevole è il muro:
ché già l’hanno tentato tre volte i piú prodi guerrieri,
stretti agli Aiaci intorno, intorno ai due figli d’Atrèo,
a Idomenèo, valoroso campione, al figliuol di Tidèo,
sia che scaltriti li abbia qualcuno d’oracoli esperto,
sia che l’animo loro li spinga e costí li diriga».
Ettore grande, il prode dall’elmo corrusco, rispose:
«Di tutto questo anch’io pensiero mi do, sposa mia;
ma dei Troiani troppo temo io, delle donne troiane,
se come un vile in disparte mi faccio, se schivo la guerra;
né mi v’induca il mio cuore, ché appresi a condurmi da prode,
sempre,
 a combattere sempre fra i primi guerrieri di Troia,
gloria pel padre mio, per me gloria sempre acquistando.
E bene questo io so: me lo dicono l’anima e il cuore:
giorno verrà che cadrà la rocca santissima d’Ilio,
ed il re Priamo, e la gente di Priamo, maestra di lancia.
Ma non cosí dei Troiani la doglia futura mi cruccia,
non d’Ècuba mia madre, né pure del vecchio mio padre,
né dei fratelli miei, che molti, che forti, dovranno
sotto i nemici colpi cader nella polvere spenti,
come di te, quando alcuno dei duri guerrieri d’Acaia
via lagrimosa ti tragga, lontana dai liberi giorni,
e in Argo debba tu filare al telaio d’un’altra,

e da Messíde l’acqua tu debba portar, da Iperèa,
ben repugnante; ma pure costretta sarai dal destino.
E forse alcun dirà, vedendo che lagrime versi:
«D’Ettore è questa la sposa, che primo fra tutti i Troiani
era in valor, quando a Troia d’attorno ferveva la pugna».
Questo qualcuno dirà, nuova doglia sarà nel tuo cuore,
priva dell’uom che potrebbe strapparti alla vita servile.
Ah! Ma la terra sparsa sovresso il mio corpo mi asconda,
pria che il tuo lagno ascolti,
 che via tratta schiava io ti sappia!».
Poi ch’ebbe detto cosí, le mani tese Ettore al bimbo.
Ma con un grido il bambolo il viso nascose nel grembo
della nutrice bella, sgomento all’aspetto del padre:
ché sbigottí, vedendo rifulgere il bronzo, ed i crini
terribilmente ondeggiare su l’alto cimiero de l’elmo.
Sorrise il padre caro, sorrise la nobile madre.
E súbito dal capo via l’elmo si tolse l’eroe,
e a terra lo posò, che fu tutto un barbaglio di raggi.
Quand’ebbe poi baciato, palleggiato il figlio suo caro,
tale preghiera a Giove rivolse ed a tutti i Celesti:
«Giove, e voi tutti, o Numi, deh!, fate che tale divenga
questo mio figlio, quale sono io, dei Troiani l’insigne,
forte cosí di membra, sicuro signore di Troia.

E quando ei tornerà dal campo, taluno abbia dire:
«Questi è più forte molto del padre!». E, trafitto il nemico,
rechi di sangue intrise le spoglie; e s’allegri la madre».
Detto cosi, fra le braccia depose alla sposa diletta
il suo bambolo. Andromaca al seno odoroso lo strinse,
e fra le lagrime rise. 
vide lo sposo quel riso,
e si commosse, 
e a farle carezza distese la mano:
«O poverina! — le disse — non stare ad affliggerti troppo:
ché contro il fato nessuno potrà giù nell’Ade piombarmi:
ché la sua sorte, ti dico, nessuno degli uomini schiva,
né buono, né malvagio, come essa per lui sopraggiunga.
Via, dunque, adesso, a casa ritorna, ed all’opere attendi,
alla tua rocca, al telaio, partisci comandi alle ancelle,
ch’esse lavorino. E gli uomini, quanti ne nacquero in Ilio,
— io più che tutti gli altri — dovranno pensare alla guerra».

Barbara Castiglioni, Abbi pietà di me, Ettore... Andromaca e il VI dell'Iliade, il canto delle prime volte, Alias, il manifesto, 29 settembre 2024

La disperata supplica di Andromaca a Ettore è anche, probabilmente, la più bella dichiarazione d'amore di ogni tempo - scrive Silvia Romani (Omero. Delle armi e del vero amore, Il Mulino). Indimenticabile è certamente la dichiarazione del principe Andrej a Nataša in Guerra e pace, ma quella di Andromaca, se non la più bella, è senza dubbio la prima. 

sabato 19 maggio 2018

La morte di Patroclo

 
 
 Iliade, libro XVI, traduzione di Rosa Calzecchi Onesti
 
E tu rispondesti, sfinito, Patroclo cavaliere:
<<Sì, Ettore, adesso vantati:
a te hanno dato vittoria Zeus Cronide e Apollo, che m’abbatterono
facilmente: essi l’armi dalle spalle mi tolsero.
Se anche venti guerrieri come te m’assalivano,
tutti perivano qui, vinti dalla mia lancia;
mi uccise destino fatale e il figliuolo di Latona,
e tra gli uomini Euforbo: tu m’uccidi per terzo.
Altro ti voglio dire e tientelo in mente:
davvero tu non andrai molto lontano, ma ecco
ti s’appressa la morte e il destino invincibile:
cadrai per mano d’Achille, dell’Eacide perfetto>>.
Mentre parlava così la morte l’avvolse,
la vita volò via dalle membra e scese nell’Ade,
piangendo il suo destino, lasciando la giovinezza e il vigore.

giovedì 29 gennaio 2015

Quando manca il padre

Lo psicanalista  junghiano Luigi Zoja
«Un rapporto da fratelli non può funzionare Serve il coraggio dei no»
«Sono perfettamente d’accordo con il Papa.
Anzi, scherzando con il mio editore argentino, gli ho proposto di chiedere al Pontefice la prefazione al mio libro»
intervista di Riccardo Bruno

Corriere della Sera, 29 gennaio 2015



Luigi Zoja, psicanalista junghiano, quindici anni fa ha scritto Il gesto di Ettore, un caposaldo nell’analisi tra padri (assenti) e figli, testo ancora molto letto e tradotto. «Ettore si sfila l’elmo, prende in braccio il figlio e prega che diventi più forte di lui — spiega Zoja —. Nella mitologia non c’è solo Edipo, il padre castrante, ma anche la figura di un genitore forte e positivo». Papa Francesco parla di figli «orfani», perché vivono in famiglie con padri assenti. «L’atteggiamento della madre è radicato nella biologia, e in tutte le culture varia di poco. Quello del padre è invece variabilissimo: non basta avere il ruolo fecondante, bisogna riconoscere e alimentare il proprio figlio, fisicamente ma anche affettivamente e culturalmente. Il padre era tradizionalmente preposto a una funzione secondaria, a dire dei no, a insegnare a limitare i bisogni. E questo sta venendo meno».
Eppure sempre più padri cambiano i pannolini, svolgono compiti prima esclusivi delle madri. «È vero e anch’io l’ho fatto con i miei tre figli. È molto bello e ti gratifica. Credo che in parte derivi dal senso di colpa dopo secoli di patriarcato e di abusi, come se si sentisse il bisogno di essere accettati». E questo è positivo? «Sì, è positivo. E rispetto a quindici anni fa è un fenomeno che si ulteriormente rafforzato».
E allora perché i padri sono sempre più assenti? «Perché non viene coperta o è sottovalutata l’educazione, la fase dell’adolescenza. Per esempio, il padre, soprattutto con i figli maschi, deve essere in grado di canalizzare l’aggressività dei giovani».
E deve proporsi come modello. Ma in una società competitiva come la nostra, non è allora meglio che si dedichi alla carriera piuttosto che stare troppo a casa? «Quando scrivevo il libro la mia figlia più piccola mi rimproverava che non l’aiutavo a fare i compiti».
E adesso immagino che sia orgogliosa di lei... «Se non ti dedichi alla carriera chissà che un giorno tuo figlio non ti rimproveri di essere stato un pappamolla, che per colpa tua non potrà comprarsi una casa. In effetti l’equilibrio è delicatissimo». Francesco invita anche a evitare di mettersi «alla pari». «Deve esserci comunicazione ma senza eccedere, il padre deve mantenere la sua figura di rispettabilità. Non bisogna creare una “società di fratelli”, ma recuperare anche una verticalità nei rapporti. Lasciandoci alle spalle la società patriarcale abbiamo finito per buttare anche il bambino con l’acqua sporca». Anche in questo è d’accordo con il Papa.
«Sì, ma anche lui deve stare attento. I termini Papa e papà, non a caso, hanno la stessa radice.
Bergoglio cerca di essere alla mano, ma a mio avviso a volte è al limite. Se il Papa diventa un amicone rischia di perdere autorevolezza. Così come un papà».

venerdì 9 gennaio 2015

Jünger e Genevoix visti da Bernard Maris




Maurice Genevoix






Ernst Jünger




















Bernard Maris





















 
Pierre Pachet
Due del 14
L'Indice

... Pierre Pachet, membro con Jean Lacoste e Tiphaine Samoyault della direzione editoriale della “Quinzaine”, è autore di un’ampia produzione saggistica, che spazia dal pensiero di Baudelaire alle vicissitudini culturali e politiche dell’Europa dell’Est (Pachet è di origine russa) e comprende testi autobiografici di una lucidità appassionata e rigorosa molto particolare. Grecista in origine, è il curatore della più recente e autorevole edizione francese della Repubblica di Platone. Uscito in apertura del primo numero di quest’anno della “Quinzaine” (n. 1096, 1°-15 gennaio 2014) con il titolo Deux de 14, l’articolo commenta il libro di Bernard Maris*, in cui l’esperienza della prima guerra mondiale, nell’occasione del centenario, è rivisitata attraverso le testimonianze, esemplari nelle loro contrapposte sensibilità e visioni, dei due grandi scrittori che si trovarono a combattere sui due opposti fronti in una medesima battaglia: Maurice Genevoix (1890-1980), autore di varie memorie e racconti pubblicati tra il 1916 e il 1923, poi raccolti nel volume Ceux de 14 (1949) ed Ernst Jünger, autore di Tempeste d’acciaio (1920; Guanda, 1990).

Con stupefacente delicatezza (trattandosi delle atrocità di massa della grande guerra) e con un costante sforzo d’imparzialità, in questo libro (L’homme dans la guerre. Maurice Genevoix face à Ernst Jünger, pp. 80, € 16,Grasset, Paris 2014) Bernard Maris rimette uno di fronte all’altro questi due combattenti in campi opposti, feriti lo stesso giorno sulla cresta di Les Éparges, nella Mosa, il 25 aprile 1915, per mettere a confronto il modo in cui hanno vissuto e descritto situazioni simmetriche. In realtà, sono anche due scrittori notevoli, benché Maurice Genevoix abbia paradossalmente un po’ sofferto del successo dei suoi racconti sulla Sologne e sugli animali, e degli infiniti dettati scolastici tratti da Raboliot e da Rroû, dettati divenuti, temo, troppo difficili per gli alunni di oggi. Bernard Maris li ha amati: prima Jünger, poi Genevoix (i due d’altronde non si sono mai né conosciuti né letti), ed ecco che li mette a confronto tra loro.
A meno di sedici anni, Jünger, dandy e scrittore nato, si arruola per un breve periodo nella legione straniera, poi parte a diciannove anni per il fronte. È fortunato: “Ferito quattordici volte, mai gravemente, salvato dalla ferita riportata a Les Éparges (la sua unità viene decimata), salvato da un’altra ferita agli inizi della battaglia della Somme, alla quale non partecipa nei primi giorni (la sua unità è totalmente annientata, non sopravvive nessuno)”. Nel 1918, riceve la croce “al merito”; sarà l’ultimo tedesco a portarla quando morirà, a 102 anni, divenuto “il sopravvivente” nel senso sinistro che Elias Canetti dà a questo termine in un capitolo di Massa e potere. Il suo libro magnifico e spaventoso, Tempeste d’acciaio, più volte riscritto, dal 1918 al 1978 (“i suoi curatori nella “Pléiade” rilevano 2500 varianti”), è uno dei più belli e dei più veri su quello che fu la prima guerra mondiale.
Nel 1915, Genevoix ha ventiquattro anni. È uno studente brillante (primo in graduatoria all’École normale supérieure), noncurante e seduttore; la guerra ne fa uno scrittore e un guerriero, un capo preoccupato di far cessare il panico e di risparmiare le vite dei suoi uomini. Incidentalmente, Bernard Maris confuta la frase “stupida” di Barbusse, che in Le Feu scrive: “Non ci sono quasi intellettuali, artisti o ricchi che durante questa guerra abbiano rischiato la vita nelle trincee, se non di sfuggita, né kepi gallonati”. Maris: “I gallonati, dell’École normale o della scuola militare di Saint Cyr si son fatti massacrare più degli altri... Quattrocento normaliens mobilitati, duecento uccisi”. L’enorme e ammirevole libro di Genevoix Ceux de 14 non fu riscritto. Fu censurato perché descriveva “le scene di panico, le violenze fatte alla popolazione, ai prigionieri… la stupidità degli ordini.” La sua prima parte, Sous Verdun, non ebbe il premio Goncourt nel 1916 perché scritta “con troppa semplicità, senza il velo del pacifismo o della lezione a posteriori che lo fecero ottenere a Barbusse. Anche Genevoix scampò alla morte grazie alla terribile ferita riportata a Les Éparges.
Jünger e Genevoix uccidono entrambi, spesso con gioia. Ma nel combattimento Genevoix, a differenza di Jünger, quando cade uno dei suoi soldati, avverte con pietà e dolore la scomparsa di un individuo, e il vuoto che quella morte apre nella catena umana, nella catena della vita. Li guarda sfilare, con uno sguardo che si fa acuto: “Commessi, contabili, ortolani di periferia, vignaioli della Champagne, eccoli, bruni o biondi, come lo si era qualche tempo fa, alcuni brutti, altri sporchi, altri rimasti belli e consapevoli di esserlo. Eccoli che arrivavano da tutte le parti, sradicati, ammucchiati. Si scorgeva ancora, su di loro, qualche brandello di quella che era stata la loro vita”. Il suo sguardo si affina ancora, scende nei particolari, si attarda su quel che sarà distrutto: “Uno alto, ossuto, con la pelle conciata dal sole e gli occhi quasi febbrili sul naso con una gobba, l’altro piccolo, grassoccio, con gli occhi ridenti, le guance rosee, la barba bruna ricciuta…”.
Anche Jünger sa soffermarsi sugli uomini, ma troppo spesso le sue idee sulla storia e sul destino delle civiltà vengono in primo piano: “Meglio sprofondare come una meteora in un nugolo di scintille che spegnersi vacillando a fuoco lento”, scrive a vent’anni. E anche: “La morte per una convinzione è il supremo compimento. In questo mondo imperfetto è qualcosa di perfetto”. Nel tessere il suo commento, Maris evidentemente riabilita Genevoix, e non soltanto perché ne ha sposato la figlia, Sylvie. Si schiera dalla parte dell’amore per la vita, della compassione per coloro che soffrono e presto moriranno, ricollegandosi esplicitamente alle riflessioni di Simone Weil sulla bellezza dell’Iliade (L’Iliade ou le poème de la force, 1941). Adolescente, Maris si era esaltato alla lettura di Avvicinamenti. Droghe ed ebbrezza (ed. orig. 1970, Multhipla, 1982), nonché a quella di Boschetto 125. Una cronaca delle battaglie in trincea nel 1918 (ed. orig. 1925, Guanda, 1999) e dell’inquietante Der Kampf als inneres Erlebnis (1922, “La lotta come esperienza interiore”). Nella maturità, lui che fu un economista, per usare le sue stesse parole, “in crisi”, si corregge senza rinnegarsi.
Due scrittori paralleli, combattenti diversi, amici, in modo diverso, della vita e delle bestie (cavalli, insetti, animali della foresta). E una strana situazione: Jünger (grazie all’ammirazione di Julien Gracq, e forse anche a quella di François Mitterrand) è celebre in Francia anche più che in Germania. Julien Hervier, che ha tradotto parecchie sue opere, pubblica ora presso Fayard una biografia molto completa (Ernst Jünger dans les tempêtes du siècle), ricca di puntualizzazioni precise su questo personaggio, contestato nel suo paese per il suo militarismo, il suo nazionalismo e le sue amicizie a volte compromettenti. Jünger ora è nella “Pléiade”. E Genevoix, che non fu mai un ideologo, ma seppe osservare e descrivere incomparabilmente gli esseri viventi minacciati dalla morte, che fu stimato da de Gaulle e a cui Gaston Gallimard aveva promesso di pubblicare le sue opere in quella stessa collezione? Genevoix dovrebbe esserci anche lui, nella “Pléiade”. La sua opera merita di essere letta e amata.
(Trad. dal francese di Mariolina Bertini)

(*) Bernard Maris

Ber­nard Maris, nato a Tolosa nel 1946 e assas­si­nato il 7 gen­naio nell’agguato alla redazione di Charlie Hebdo che ha fatto 12 vit­time, era un eco­no­mi­sta molto noto, capace di comu­ni­care con stile e iro­nia anche i con­cetti più com­pli­cati. Oncle Ber­nard, come si fir­mava su Char­lie Hebdo di cui era un pila­stro, aveva delle rubri­che in tv e alla radio pub­blica France Inter. Con melan­co­nia, difen­deva l’idea di un’economia alter­na­tiva alla “furia del capi­ta­li­smo”, dove la gra­tuità e il dono hanno il loro spa­zio importante.
Pro­fes­sore all’università e autore di romanzi, ha dedi­cato un libro a Key­nes (Key­nes ou l’économiste citoyen, 1999) e i sue due Anti­ma­nuels d’économie (2003, 2006) sono dei punti di rife­ri­mento. Ha par­te­ci­pato a Attac, poli­ti­ca­mente aveva un retro­terra socia­li­sta ma ulti­ma­mente di era avvi­ci­nato ai Verdi. Guar­dava con disin­canto i socia­li­sti, ridotti a “gestori” il cui unico pro­getto era diven­tato quello di “farci uscire dal defi­cit di bilancio”.
Ulti­ma­mente, aveva uno sguardo disin­can­tato sull’euro, di fronte a un’Europa sem­pre più “bal­ca­niz­zata”. Incro­ciava l’economia con la let­te­ra­tura, amava Bal­zac, Zola, e di recente, sor­pren­den­te­mente, aveva apprez­zato Houel­le­becq che, ne La carte et le ter­ri­toire, secondo lui era “riu­scito a cogliere il males­sere eco­no­mico che incan­cre­ni­sce la nostra epoca”. Il key­ne­siano ico­no­cla­sta dal 2011 era nel con­si­glio gene­rale della Ban­que de France. (Anna Maria Merlo)