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mercoledì 2 luglio 2025

La cultura della destra al potere


Elio Cappuccio
Il cuore di tenebra della destra. Alle radici della democratura
Domani, 1 luglio 2025

In Nero indelebile. Le radici oscure della nuova destra italiana (Longanesi, 2025), Mirella Serri indaga intorno alla cultura politica che, sin dalle origini, ha ispirato Fratelli d’Italia. Nel novembre del 2011 Giorgia Meloni fu invitata a partecipare al secondo congresso del movimento fondato da Francesco Storace nel 2007, La Destra. La crisi del Governo Berlusconi e l’allontanamento di Gianfranco Fini da quell’area spinsero Meloni a recuperare, rileva Serri, il mondo di “destra-destra” che non si era riconosciuto nella svolta di Fiuggi del 1995.

Per recuperare il rapporto, Meloni dovette impegnarsi nel compito di delineare un comune terreno d’incontro, che si collocava, scrive Serri, «in quel brodo di cultura rautiano» diffuso nelle sedi romane del M.S.I., e particolarmente in quella di Colle Oppio, in cui lei stessa si era formata. In quel clima, fortemente segnato dal reducismo repubblichino, i militanti di Ordine Nuovo, come i seguaci di Julius Evola, costituivano una presenza significativa.

Insieme a Evola, il Marcuse della destra, come lo definiva Giorgio Almirante, altri maestri contribuivano nella formazione dei militanti, come Ernst Jünger, il cui Trattato del ribelle simboleggiava una alternativa alle democrazie “borghesi” o Pierre Drieu La Rochelle (autore di Socialisme fasciste), secondo il quale Hitler avrebbe fatto rinascere l’Europa sulle ceneri degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica. Nella biblioteca di Colle Oppio un posto di riguardo era riservato a Il Signore degli anelli di J.R.R. Tolkien e nel 1977, da un’idea di Pino Rauti, nacquero i Campi Hobbit, in cui il culto della “Tradizione” incontrava i miti pop e rock, attirando giovani affiliati. Le manifestazioni di Atreju, promosse da Meloni a partire dal 1998, hanno poi raccolto questa eredità.

Nell’edizione di Atreju del 2018, dal titolo emblematico “Europa contro Europa”, apparve con chiarezza l’intenzione di mettere a confronto due visioni alternative del mondo. Nel logo, infatti, all’immagine di architetture antiche si contrapponevano le sagome delle sedi istituzionali dell’Unione Europea, per indicare come il grigiore tecnocratico gettasse un’ombra sui simboli della storia europea.

Nel 2019, Victor Orban, il teorico della democrazia illiberale, è stato fra gli ospiti più applauditi di Atreju, soprattutto quando, nel descrivere il rapporto della destra con gli avversari, ha citato un adagio popolare, che consiglia di confidare in Dio, tenendo però asciutta la polvere da sparo. Nell’edizione del 2024, a Roma, al Circo Massimo, è stato accolto con grandi ovazioni il filosofo Alexandr Dugin, molto apprezzato da Steve Bannon, da Matteo Salvini e da vari esponenti della destra internazionale. Dugin (ideologo di Vladimir Putin) fondò con Limonov, nel 1993, il partito Nazionalbolscevico, una formazione rosso-bruna in cui confluivano, in modo controverso, suggestioni provenienti da Antonio Gramsci, Carl Schmitt, Julius Evola, e altri pensatori, visti alla stregua di compagni di battaglia contro un Occidente giudicato decadente e corrotto. Si trattava di una guerra in cui anche la Chiesa ortodossa poteva rivelarsi un’alleata e lo stretto rapporto del Patriarca Kyrill con Putin lo ha testimoniato ampiamente.

L’apertura a un contesto internazionale, rileva Serri, non è nuova nella destra italiana, come dimostra il fatto che Rauti era vicino alla Nouvelle Droite, in cui convivevano esoterismo, antisemitismo e simpatie naziste.

Fra le figure più rilevanti in questo confronto spicca il filosofo Alain de Benoist, la cui presenza nella manifestazione di Atreju del 2023 è stata accolta con entusiasmo dall’allora ministro della cultura Gennaro Sangiuliano.

Meloni, insieme a Guido Crosetto e Ignazio La Russa, fondò Fratelli d’Italia nel 2012. Alle sue prime elezioni il partito ottenne meno del due per cento dei voti, che divennero circa il quattro nel 2022, per arrivare quasi al trenta nel 2022. Dopo essersi allontanata da Fini, che aveva favorito la sua ascesa politica, Meloni si allontanò anche da Silvio Berlusconi e dalla sua idea di una destra liberale ed europeista.

Nel programma di Fratelli d’Italia per le elezioni europee del 2014 si proclamava infatti la difesa dell’«Europa dei popoli», la netta opposizione all’Unione Europea e l’uscita dall’Euro. Sempre nel 2014, dopo l’invasione russa della Crimea, Meloni non ritenne opportuno incrinare le sue buone relazioni con Putin e criticò Paolo Gentiloni, che in Consiglio europeo aveva votato a favore delle sanzioni contro la Russia.

Dopo l’invasione dell’Ucraina del 2024, la sua posizione rispetto a Putin subisce però un mutamento e si assiste a un allineamento con l’Unione Europea, gli Stati Uniti e la Nato. Questa ambivalenza si manifesta anche di fronte alle vicende americane. La sintonia con Donald Trump, durante il suo primo mandato, è netta, a tal punto che nel gennaio del 2021 Fratelli d’Italia vota in Parlamento europeo contro la dichiarazione di condanna dell’assalto a Capitol Hill. Le critiche ai democratici americani vengono però messe in sordina quando Meloni, divenuta leader, si trova a confrontarsi con Joe Biden. Sarà poi pronta a riposizionarsi già in vista della seconda presidenza Trump.

Nell’“ideologia della superdonna”, incarnata da Meloni, fiera di essere la prima donna a guidare un governo italiano, è emerso, scrive Serri, un tratto decisionista in cui Berlusconi riconosceva quell’arroganza che si manifestò quando, contro le indicazioni di Forza Italia, Ignazio La Russa fu eletto Presidente del Senato. Serri identifica, in questa scelta, il secondo parricidio di Meloni, che dimostrava così, a sé stessa e al suo partito, di essersi liberata dai numi tutelari.

Nel prendere in esame i diversi aspetti della destra meloniana, Serri riserva una particolare attenzione alle posizioni di Fratelli d’Italia rispetto al fenomeno migratorio e coglie proprio qui un crudele “cuore di tenebra”. Il decreto legge varato a Cutro non sarebbe nato, a suo avviso, in seguito a quella tragedia, ma rifletterebbe le Tesi di Trieste del 2017, in cui si auspicava di affrontare la questione superando la «anomalia italiana della protezione umanitaria».

I centri di identificazione e di espulsione sarebbero stati così la risposta più adeguata. Nelle Tesi di Trieste, il documento valoriale di Fratelli d’Italia, si rifiutava il «mito dell’integrazione e del superamento della nazionalità», perché non avrebbe contribuito a realizzare un federalismo delle diversità, ma «un politburo di sapore sovietico».

Solo una «filosofia dell’identità» avrebbe allora consentito di recuperare le tradizioni culturali che l’universalismo e il multiculturalismo avrebbero cancellato.

Tutto ciò non implica certamente il progetto di un improbabile ritorno ai totalitarismi novecenteschi, sostiene Serri, ma alimenta una concezione autoritaria della democrazia, in cui il dissenso è mal tollerato da qualunque parte venga, dall’informazione, dalla stampa, dalle piazze o dalle aule universitarie. Appare paradossale che ciò accada con l’accondiscendenza dell’attuale leadership americana e che, come scrive Francis Fukuyama, le destre europee traggano ispirazione nel «vedere la più grande e antica democrazia che si muove verso il populismo».

ANSA


sabato 16 novembre 2024

La quintessenza della vita



La Grande Guerra fu un grande massacro. 10 milioni di morti. Un orrore prolungato per quattro anni. Danni materiali e morali sparsi ovunque sui campi di battaglia e nelle retrovie. Di fronte a tutto questo, alcuni scrittori avvertirono il bisogno di prendere le distanze come se avessero voluto ristabilire un equilibrio. Ricorsero in tal modo alla metafora della montagna. Anche tra la gente comune avvenne qualcosa di simile. Un culto della montagna come luogo puro, lontano dalle brutture del mondo, si andò sviluppando nel dopoguerra, ci furono dei pellegrinaggi rituali in cerca di una superiore armonia e ci fu perfino una produzione cinematografica con i film di Luis Trenker. Già Henri Barbusse nel 1916, nel romanzo Il fuoco, aveva previsto uno scenario introduttivo che si svolgeva in un sanatorio di montagna, accanto al Monte Bianco. Thomas Mann nel 1924 pubblicò La montagna magica, una narrazione tutta imperniata sul lungo soggiorno del protagonista, Hans Castorp, in un sanatorio di lusso a Davos, in Svizzera, su un altopiano incantato, aperto verso il cielo e lontano dalla pianura, dalla vita e dal grigiore delle occupazioni quotidiane. Nel 1939, quando la nuova guerra non era ancora iniziata, Ernst Jünger, che aveva alle spalle l'esperienza del precedente, grande conflitto, riprese il tema dello sguardo dall'alto sulla valle dove si svolgeva la normale esistenza degli esseri umani. 

Bruce Chatwin

Jünger scrive in una prosa dura e lucida che spesso lascia nel lettore un'impressione dell'imperturbabile considerazione che l'autore ha per se stesso, un'impressione di dandismo, di sovrana freddezza, e alla fine di banalità. Ma anche le pagine meno promettenti s'illuminano all'improvviso per un lampo di genialità aforistica, e le descrizioni più strazianti sono sempre attenuate da un desiderio di valori umani in un mondo disumanizzato.

Ernst Jünger, Sulle scogliere di marmo, traduzione di Alessandro Pellegrini, Mondadori, Milano, 1942

Voi tutti conoscete la selvaggia tristezza che suscita il rammemorare il tempo felice: esso è irrevocabilmente trascorso, e ne siamo divisi in modo spietato più che da quale si sia lontananza di luoghi. Le immagini risorgono, più ancora allettanti nell’alone del ricordo, e vi ripensiamo come al corpo di una donna amata, che morta riposa nella profonda terra e che simile a un miraggio riappare, circonfusa di spirituale splendore, suscitando in noi un brivido di sgomento. Sempre di nuovo ritroviamo negli affannosi sogni il passato, in ogni suo aspetto, e come ciechi brancoliamo verso di esso. La coppa della vita e dell’amore ci sembra non essere stata colma fino all’orlo, per noi, e nessun rimpianto vale a ridonarci tutto ciò che non abbiamo avuto. Oh, fosse questa tristezza d’insegnamento per ogni nuovo attimo di felicità.

...

A valle e all'orizzonte la Marina appariva disseminata attorno di piccole città con mura e torri ancora dell'epoca romana e castelli merovingi sovrastanti e cattedrali ingrigite dal tempo. Tra l'una e l'altra città giacevano grosse borgate, e quivi, attorno ai comignoli, sciami di colombe svolazzavano; e vi erano i mulini, verdastri per il musco, verso i quali si vedevano gli asini trotterellare in autunno, con i loro sacchi ricolmi; e castelli annidati su alte rocce, e conventi dalle oscure mura e dagli stagni pescosi, nei quali la luce si rifletteva scintillando come in uno specchio. 
Se da quelle alte balze rocciose noi contemplavamo le città erette dall'uomo per suo albergo e conforto, per viverci e per adorarvi gli dei, gli evi si confondevano l'un l'altro ai nostri sguardi, e quasi uscendo dai sepolcri aperti, i morti invisibilmente si radunavano intorno a noi. Essi, i morti, sono sempre a noi vicini, quando il nostro sguardo si posa pieno d'amore su paesi edificati in antiche età; e come la opera loro prosegue a vivere in quelle pietre e nel solco dei campi, così il loro spirito [aleggia] fedelmente protettore sui paesi e sulla terra.
Alle nostre spalle, verso settentrione, si stendeva la Campagna sino a trovare il suo confine sulle Scogliere di Marmo, che la separavano dalla Marina, simili ad un bastione. Questa cita di prateria si protendeva in primavera come un soffice tappeto fiorito, nel quale i greggi di manzi andavano lentamente pascolando, quasi nuotassero in una variopinta spuma. Nel meriggio i greggi riposavano alla fresca ombra degli ontani e dei pioppi, che formavano isole frondose nell'ampia pianura, donde di frequente saliva il denso fumo dei fuochi accesi dai pastori. Si scorgevano inoltre, sparse lontane, le grandi fattorie con stalle e fienili, alti da terra, che adducevano l'acqua delle sorgenti agli abbeveratoi.
L'estate quivi era assai calda e umida, mentre l'autunno, quando i serpenti vanno in amore, questa striscia di terra era come una steppa desertica, solitaria e bruciata. Al suo margine opposto, essa confinava con una palude, e in quella regione non vi era più traccia di abitazione umana. Quivi solo capanne fatte di un intreccio grossolano di giunchi, come se ne costruiscono per la caccia delle anatre, vi erano rade sulle rive degli oscuri paduli, e tra i rami degli ontani sedili nascosti erano foggiati, simili a nidi di cornacchie. Questa zona era già dominio del Forestaro, e di qui il terreno cominciava ad elevarsi e aveva inizio la foresta. Dai margini di questa, a guisa di larghe falci, dal popolo denominate le Corna, strisce boscose si protendevano nella zona dei pascoli. 
Tale era la regione, che dalle Scogliere di Marmo il nostro sguardo poteva abbracciare; e vedevamo da queste guglie la vita, che radicata nella terra antica e ben educata e disciplinata, al modo come il vignaiolo fa con la vigna, sbocciava e dava frutto; e anche vedevamo i limiti e i confini di quella forma di vita, cioè le montagne, tra le cui cime la libertà aveva dimora, ma presso popolazioni barbariche e incolte; e a settentrione infine le terre paludose e oscure, donde la sanguinosa tirannide minacciava.
Assai di frequente, quando sedevamo insieme in cima alle guglie rocciose, noi consideravamo quante cose siano necessarie, perché il grano venga infine raccolto e se ne faccia il pane e perché lo Spirito possa con sicurezza aprire le ali al volo. 





venerdì 9 gennaio 2015

Jünger e Genevoix visti da Bernard Maris




Maurice Genevoix






Ernst Jünger




















Bernard Maris





















 
Pierre Pachet
Due del 14
L'Indice

... Pierre Pachet, membro con Jean Lacoste e Tiphaine Samoyault della direzione editoriale della “Quinzaine”, è autore di un’ampia produzione saggistica, che spazia dal pensiero di Baudelaire alle vicissitudini culturali e politiche dell’Europa dell’Est (Pachet è di origine russa) e comprende testi autobiografici di una lucidità appassionata e rigorosa molto particolare. Grecista in origine, è il curatore della più recente e autorevole edizione francese della Repubblica di Platone. Uscito in apertura del primo numero di quest’anno della “Quinzaine” (n. 1096, 1°-15 gennaio 2014) con il titolo Deux de 14, l’articolo commenta il libro di Bernard Maris*, in cui l’esperienza della prima guerra mondiale, nell’occasione del centenario, è rivisitata attraverso le testimonianze, esemplari nelle loro contrapposte sensibilità e visioni, dei due grandi scrittori che si trovarono a combattere sui due opposti fronti in una medesima battaglia: Maurice Genevoix (1890-1980), autore di varie memorie e racconti pubblicati tra il 1916 e il 1923, poi raccolti nel volume Ceux de 14 (1949) ed Ernst Jünger, autore di Tempeste d’acciaio (1920; Guanda, 1990).

Con stupefacente delicatezza (trattandosi delle atrocità di massa della grande guerra) e con un costante sforzo d’imparzialità, in questo libro (L’homme dans la guerre. Maurice Genevoix face à Ernst Jünger, pp. 80, € 16,Grasset, Paris 2014) Bernard Maris rimette uno di fronte all’altro questi due combattenti in campi opposti, feriti lo stesso giorno sulla cresta di Les Éparges, nella Mosa, il 25 aprile 1915, per mettere a confronto il modo in cui hanno vissuto e descritto situazioni simmetriche. In realtà, sono anche due scrittori notevoli, benché Maurice Genevoix abbia paradossalmente un po’ sofferto del successo dei suoi racconti sulla Sologne e sugli animali, e degli infiniti dettati scolastici tratti da Raboliot e da Rroû, dettati divenuti, temo, troppo difficili per gli alunni di oggi. Bernard Maris li ha amati: prima Jünger, poi Genevoix (i due d’altronde non si sono mai né conosciuti né letti), ed ecco che li mette a confronto tra loro.
A meno di sedici anni, Jünger, dandy e scrittore nato, si arruola per un breve periodo nella legione straniera, poi parte a diciannove anni per il fronte. È fortunato: “Ferito quattordici volte, mai gravemente, salvato dalla ferita riportata a Les Éparges (la sua unità viene decimata), salvato da un’altra ferita agli inizi della battaglia della Somme, alla quale non partecipa nei primi giorni (la sua unità è totalmente annientata, non sopravvive nessuno)”. Nel 1918, riceve la croce “al merito”; sarà l’ultimo tedesco a portarla quando morirà, a 102 anni, divenuto “il sopravvivente” nel senso sinistro che Elias Canetti dà a questo termine in un capitolo di Massa e potere. Il suo libro magnifico e spaventoso, Tempeste d’acciaio, più volte riscritto, dal 1918 al 1978 (“i suoi curatori nella “Pléiade” rilevano 2500 varianti”), è uno dei più belli e dei più veri su quello che fu la prima guerra mondiale.
Nel 1915, Genevoix ha ventiquattro anni. È uno studente brillante (primo in graduatoria all’École normale supérieure), noncurante e seduttore; la guerra ne fa uno scrittore e un guerriero, un capo preoccupato di far cessare il panico e di risparmiare le vite dei suoi uomini. Incidentalmente, Bernard Maris confuta la frase “stupida” di Barbusse, che in Le Feu scrive: “Non ci sono quasi intellettuali, artisti o ricchi che durante questa guerra abbiano rischiato la vita nelle trincee, se non di sfuggita, né kepi gallonati”. Maris: “I gallonati, dell’École normale o della scuola militare di Saint Cyr si son fatti massacrare più degli altri... Quattrocento normaliens mobilitati, duecento uccisi”. L’enorme e ammirevole libro di Genevoix Ceux de 14 non fu riscritto. Fu censurato perché descriveva “le scene di panico, le violenze fatte alla popolazione, ai prigionieri… la stupidità degli ordini.” La sua prima parte, Sous Verdun, non ebbe il premio Goncourt nel 1916 perché scritta “con troppa semplicità, senza il velo del pacifismo o della lezione a posteriori che lo fecero ottenere a Barbusse. Anche Genevoix scampò alla morte grazie alla terribile ferita riportata a Les Éparges.
Jünger e Genevoix uccidono entrambi, spesso con gioia. Ma nel combattimento Genevoix, a differenza di Jünger, quando cade uno dei suoi soldati, avverte con pietà e dolore la scomparsa di un individuo, e il vuoto che quella morte apre nella catena umana, nella catena della vita. Li guarda sfilare, con uno sguardo che si fa acuto: “Commessi, contabili, ortolani di periferia, vignaioli della Champagne, eccoli, bruni o biondi, come lo si era qualche tempo fa, alcuni brutti, altri sporchi, altri rimasti belli e consapevoli di esserlo. Eccoli che arrivavano da tutte le parti, sradicati, ammucchiati. Si scorgeva ancora, su di loro, qualche brandello di quella che era stata la loro vita”. Il suo sguardo si affina ancora, scende nei particolari, si attarda su quel che sarà distrutto: “Uno alto, ossuto, con la pelle conciata dal sole e gli occhi quasi febbrili sul naso con una gobba, l’altro piccolo, grassoccio, con gli occhi ridenti, le guance rosee, la barba bruna ricciuta…”.
Anche Jünger sa soffermarsi sugli uomini, ma troppo spesso le sue idee sulla storia e sul destino delle civiltà vengono in primo piano: “Meglio sprofondare come una meteora in un nugolo di scintille che spegnersi vacillando a fuoco lento”, scrive a vent’anni. E anche: “La morte per una convinzione è il supremo compimento. In questo mondo imperfetto è qualcosa di perfetto”. Nel tessere il suo commento, Maris evidentemente riabilita Genevoix, e non soltanto perché ne ha sposato la figlia, Sylvie. Si schiera dalla parte dell’amore per la vita, della compassione per coloro che soffrono e presto moriranno, ricollegandosi esplicitamente alle riflessioni di Simone Weil sulla bellezza dell’Iliade (L’Iliade ou le poème de la force, 1941). Adolescente, Maris si era esaltato alla lettura di Avvicinamenti. Droghe ed ebbrezza (ed. orig. 1970, Multhipla, 1982), nonché a quella di Boschetto 125. Una cronaca delle battaglie in trincea nel 1918 (ed. orig. 1925, Guanda, 1999) e dell’inquietante Der Kampf als inneres Erlebnis (1922, “La lotta come esperienza interiore”). Nella maturità, lui che fu un economista, per usare le sue stesse parole, “in crisi”, si corregge senza rinnegarsi.
Due scrittori paralleli, combattenti diversi, amici, in modo diverso, della vita e delle bestie (cavalli, insetti, animali della foresta). E una strana situazione: Jünger (grazie all’ammirazione di Julien Gracq, e forse anche a quella di François Mitterrand) è celebre in Francia anche più che in Germania. Julien Hervier, che ha tradotto parecchie sue opere, pubblica ora presso Fayard una biografia molto completa (Ernst Jünger dans les tempêtes du siècle), ricca di puntualizzazioni precise su questo personaggio, contestato nel suo paese per il suo militarismo, il suo nazionalismo e le sue amicizie a volte compromettenti. Jünger ora è nella “Pléiade”. E Genevoix, che non fu mai un ideologo, ma seppe osservare e descrivere incomparabilmente gli esseri viventi minacciati dalla morte, che fu stimato da de Gaulle e a cui Gaston Gallimard aveva promesso di pubblicare le sue opere in quella stessa collezione? Genevoix dovrebbe esserci anche lui, nella “Pléiade”. La sua opera merita di essere letta e amata.
(Trad. dal francese di Mariolina Bertini)

(*) Bernard Maris

Ber­nard Maris, nato a Tolosa nel 1946 e assas­si­nato il 7 gen­naio nell’agguato alla redazione di Charlie Hebdo che ha fatto 12 vit­time, era un eco­no­mi­sta molto noto, capace di comu­ni­care con stile e iro­nia anche i con­cetti più com­pli­cati. Oncle Ber­nard, come si fir­mava su Char­lie Hebdo di cui era un pila­stro, aveva delle rubri­che in tv e alla radio pub­blica France Inter. Con melan­co­nia, difen­deva l’idea di un’economia alter­na­tiva alla “furia del capi­ta­li­smo”, dove la gra­tuità e il dono hanno il loro spa­zio importante.
Pro­fes­sore all’università e autore di romanzi, ha dedi­cato un libro a Key­nes (Key­nes ou l’économiste citoyen, 1999) e i sue due Anti­ma­nuels d’économie (2003, 2006) sono dei punti di rife­ri­mento. Ha par­te­ci­pato a Attac, poli­ti­ca­mente aveva un retro­terra socia­li­sta ma ulti­ma­mente di era avvi­ci­nato ai Verdi. Guar­dava con disin­canto i socia­li­sti, ridotti a “gestori” il cui unico pro­getto era diven­tato quello di “farci uscire dal defi­cit di bilancio”.
Ulti­ma­mente, aveva uno sguardo disin­can­tato sull’euro, di fronte a un’Europa sem­pre più “bal­ca­niz­zata”. Incro­ciava l’economia con la let­te­ra­tura, amava Bal­zac, Zola, e di recente, sor­pren­den­te­mente, aveva apprez­zato Houel­le­becq che, ne La carte et le ter­ri­toire, secondo lui era “riu­scito a cogliere il males­sere eco­no­mico che incan­cre­ni­sce la nostra epoca”. Il key­ne­siano ico­no­cla­sta dal 2011 era nel con­si­glio gene­rale della Ban­que de France. (Anna Maria Merlo)

sabato 6 luglio 2013

La memoria del nemico ucciso



E' raro trovare nei pur numerosi testi di memorie o negli stessi romanzi ambientati nella Grande Guerra episodi nei quali un personaggio racconta di aver visto il nemico e di averlo ucciso. Contrariamente a una leggenda tenace, gli scontri diretti e ravvicinati tra uomini schierati su fronti opposti non si producevano tanto spesso; il tema del nemico invisibile è svolto a lungo nel classico studio di Leed, Terra di nessuno.
Hans Baluschek, Die Vernichtung
Ernst Jünger partecipa per la prima volta a una battaglia nell’aprile 1915, sul fronte occidentale. Annota poi in Tempeste d’acciaio (1920): 

“La battaglia di Les Eparges fu il mio battesimo del fuoco. Era stato completamente diverso da come lo avevo immaginato. Avevo partecipato a una grande operazione di guerra senza aver visto un solo avversario” (p. 35, Studio Tesi, trad. Gisela Jaager-Grassi).
Tanto più rilievo assumono allora le occasioni in cui a narrare l’uccisione di un nemico visibile, e visto senza problemi, è lo stesso suo esecutore. Una è ricordata proprio in Tempeste d’acciaio:
“In quella mattinata di successi, passeggiando nel mio settore, vidi il tenente Pfaffendorf che, sulla piazzola di una sentinella, con gli occhi fissi al cannocchiale a forbice, dirigeva il fuoco dei suoi lanciabombe. Avvicinandomi a lui, vidi un inglese che camminava allo scoperto dietro la terza linea nemica e che, nella sua uniforme kaki, si stagliava nettamente sull’orizzonte. Presi subito il fucile dalle mani della sentinella più vicina, regolai l’alzo a seicento metri, presi bene di mira la testa di quel soldato e tirai il grilletto. L’uomo fece ancora tre passi, poi cadde all’indietro per le gambe, sbatté qualche volta le braccia e finì rotoloni in un cratere, dove poi, per lungo tempo, rimase visibile con il cannocchiale il colore bruno di una sua manica” (ivi, pp. 129-130).
Nello stesso libro c’è anche l’episodio dell’uccisione mancata. In questo caso è notevole il dato della  distanza ravvicinata:
“Fu in quel momento che incontrai il primo soldato nemico. Una figura in uniforme kaki era accoccolata a venti passi da me, in mezzo all’avvallamento martellato dal tiro, con le mani appoggiate al suolo. I nostri sguardi si incontrarono quando uscii da una curva del sentiero. Lo vidi sussultare; teneva gli occhi spalancati fissi su di me mentre mi avvicinavo lentamente con la pistola puntata e con espressione truce. Si preparava una scena sanguinosa senza testimoni. Era come una liberazione poter vedere finalmente il nemico da vicino. Poggiai la bocca della pistola sulla tempia dell’uomo che sembrava paralizzato dalla paura mentre con l’altra mano l’afferravo alla giubba adorna di decorazioni e di insegne. Un ufficiale; forse era stato al comando di questa parte della trincea. Con un gemito portò la mano alla tasca per estrarne non un’arma, ma una fotografia che lo ritraeva su una terrazza, circondato da una numerosa famiglia.
Eral’incanto di un mondo passato e incredibilmente lontano. In seguito ho giudicato una gran fortuna l’essere riuscito a dominarmi e l’aver proseguito il cammino. Proprio quell’uomo mi apparve spesse volte in sogno”. (ivi, pp. 238-239).
Un caso di uccisione compiuta e narrata, dal lato francese, si trova in Genevoix. Siamo nei giorni della Marna, è il 10 settembre 1914 per l’esattezza. La distanza è ravvicinata, ma il tiro in questo caso è alle spalle. Non c'è, come nel caso del nemico visto da lontano, un confronto faccia a faccia (e questo, se si ragiona alla maniera di un pensatore come Levinas è un particolare che ha la sua importanza). Il narratore all'epoca dei fatti è un tenente ventiquattrenne:
“prima di rimettermi con gli chasseurs, tra i quali ritrovo una ventina dei miei uomini, ho ancora riagganciato tre fantaccini tedeschi isolati. E a ciascuno, correndo dietro di lui allo stesso ritmo, ho tirato una pallottola di pistola in testa o alle spalle. Sono crollati con lo stesso urlo strozzato” (Ceux de 14Sous Verdun, ed. originale 1916, Seuil 1984, p. 44). Nel 1949 l’autore ha aggiunto una nota per precisare che il brano in una precedente ristampa era a stato soppresso. Il ricordo non era facile da sostenere.