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venerdì 17 aprile 2026

Max Ernst

 tutto l’impegno di max ernst

Renania. A 50 anni dalla morte, un docufilm e una mostra celebrano l’artista: è quanto mai attuale l’Europa dei conflitti nell’ottica del Surrealismo come movimento politico antifascista

Martina Mazzotta
Il Sole 24ore, 12 aprile 2026

 «Chi determina la storia mondiale? Non certo le persone più ragionevoli, quanto piuttosto dei folli. Dunque, se la pittura è un riflesso della realtà, deve essere folle, così da mostrare l’immagine veritiera della nostra epoca. Contrapponiamo una follia a un’altra follia».

Le parole sono di Max Ernst. L’epoca è quella delle dittature tra le due guerre in Europa che l’artista visse drammaticamente in prima persona: dalle trincee del primo conflitto mondiale ai campi di concentramento per intellettuali e artisti “degenerati” in Francia, nel 1940, dall’esilio al dramma dell’uccisione ad Auschwitz della prima moglie Luise Straus, importante storica e critica d’arte ebrea rimastagli sempre amica e madre del suo unico figlio, Jimmy. Queste stesse parole marcano le scene d’esordio di un ottimo docufilm che il regista di Colonia Daniel Guthmann e la sua Filmproduktion hanno prodotto in collaborazione con ZDF e Arte. Scritto insieme con Christian Buckard, s’intitola Max Ernst. Il surrealista e il mostro fascista (Max Ernst, der Surrealist und das Trampeltier/Max Ernst, le surréaliste et le monstre fasciste) e rappresenta un piccolo, inatteso gioiello che resterà visibile fino al 2030 nella Mediateca di Arte.

Analoghe istanze relative alla Storia europea riecheggiano in questi mesi a Bonn, nella stupenda Casa-Museo del “cavaliere azzurro” August Macke (amico caro di Ernst, morto durante la Prima Guerra, come il compagno Franz Marc), nelle sale della mostra curata dalla direttrice Friederike Voßkamp e intitolata «Max Ernst e August Macke. Visioni del modernismo».

Entrambe le iniziative, film e mostra, celebrano il cinquantesimo anniversario della morte di Ernst, avvenuta in coincidenza con la notte precedente al suo compleanno, il 2 aprile 1976.

Sebbene in tanti musei, come ad esempio il MoMa di New York, si parli di lui eminentemente quale artista franco-americano, e sebbene le sue opere siano disseminate un po’ in tutto il mondo, è altamente significativo che le due iniziative messe in moto in occasione dell’anniversario della morte siano state concepite nella sua vera Heimat. Parliamo di un Land tedesco incantato, di quel tratto di Renania che si estende tra Bonn e Colonia, nei cui paesaggi risuonano le sinfonie di Beethoven, ma anche le musiche di Brahms e dei coniugi Schumann (Ernst nacque a Brühl e studiò all’università di Bonn come Aby Warburg, nella culla della “Kulturwissenschaft”). Tappa del Grand Tour decantata da Lord Byron, meta di pellegrinaggi romantici e d’itinerari wagneriani, tale zona è peraltro ricchissima di musei di primo piano, anche al di fuori delle città maggiori.

Un esempio per tutti: il monumentale Arp Museum-Bahnhof Rolandseck (Arp fu amico del cuore di Ernst per più di cinque decenni). Il museo fu progettato da Richard Meier circa vent’anni fa e si trova a monte della storica stazione ferroviaria di Rolandseck, alla quale è collegato da un fantascientifico tunnel.

Ma torniamo al film e alla mostra di produzione renana. Entrambi i progetti hanno coinvolto attivamente storici dell’arte e curatori (tra i quali Jürgen Pech e chi scrive, presenti nel film come nel catalogo del Museo Macke) nell’affrontare temi e problemi dell’opera dell’artista che risultassero rilevanti per il mondo e le generazioni di oggi. La cornice resta l’Europa dei conflitti del “secolo della memoria breve”, anche in relazione alle culture distanti, nonché l’Europa nell’ottica del Surrealismo, quale movimento politico antifascista.

Attraverso brani di animazione digitale, fumetti, filmati originali, fotografie, interviste con specialisti e testimoni diretti, e poi riprese di luoghi storici, di mostre e musei, il film di Guthmann ha saputo intrecciare la Storia d’Europa e del Surrealismo con la produzione di opere d’arte di Ernst che si legano a temi politico-sociali. Da notare che i colori e la resa delle superfici di dipinti, collages, frottages, sculture presenti nella pellicola sono stati attentamente calibrati da Jürgen Pech, nel rispetto degli originali, proprio come accade con i libri (quelli buoni).

Da segnalare, inoltre, l’animazione ottimamente riuscita del capolavoro del 1937 L’angelo del focolare, opera che fu centrale nella rassegna milanese nel 2022-23 e di seguito anche in tutte le iniziative e mostre organizzate in diversi paesi in occasione del centenario del Surrealismo, nel ‘24. Il trionfo del Surrealismo è l’altro titolo dell’opera che fu ispirata, come racconta lo stesso Ernst, dalla guerra di Spagna nella quale aveva tentato di arruolarsi, da Guernica di Picasso, nonché dalla furia delle dittature, soprattutto in Germania. Alla presenza di fumetti si alternano interviste e documenti d’archivio quando il film affronta una storia poco nota, quella di camp des Milles. Nella Francia progressivamente occupata dai nazisti, infatti, oltre 3mila intellettuali e artisti austriaci e tedeschi residenti, ma considerati “nemici del Paese”, furono deportati in una immensa fabbrica di mattoni convertita in Lager. Lion Feuchtwanger ebbe modo di descriverlo nel libro Le diable en France (fu lui a far infine evacuare il campo di concentramento, in accordo col direttore, sottraendo tutti alla morte). A camp des Milles, e nella stessa cella, si ritrovarono Max Ernst, che vi realizzò la decalcomania L’angoscia dell’ebreo (1940), e Hans Bellmer, che ritrasse il suo compagno con un volto composto interamente di mattoni. Flashback riportano tra le macerie della Prima Guerra, che vide il soldato ferito Ernst ricomporre i frammenti delle rovine nei suoi collage degli anni 20, al tempo del Dada di Colonia, prima che le sue opere giungessero a Parigi e impostassero le basi fondamentali per la nascita del Surrealismo.

Attraverso opere significative come le serie de I Barbari che calpestano le proprie origini, il film racconta poi dell’approdo a Marsiglia nel ’41, alla Villa Air-Bel, da dove l’artista si avviò con Peggy Guggenheim sulla via della salvezza, verso l’America. E qui si conclude il film, quasi fosse una “parte I” (preludio a un sequel sulla seconda parte della vita dell’artista?). Nei fotogrammi conclusivi, un capolavoro assoluto quale L’Europa dopo la pioggia (1940-’42) viene accarezzato dalla telecamera che si ferma su una coppia, un uccello e una donna (Europa). Improvvisamente i due si animano, volgono le spalle a noi e all’oscurità e si dirigono verso la luce. Accompagnano la scena i versi finali del poema di Ernst Das Schnabelpaar, dove è la coppia Rondinel-Rondinella a guardare al futuro, indicando il cammino: «E quando ancora rovesciano piogge e mattoni / sull’Europa / sulla Kafkasia e la Kafkamerica / invece d’allegri compari di svaghi e d’amori / e quando le loro teste diventano pietre / e le loro digressioni giallo-senape chiaro / le schiene canicolari / le piume dure come correggie / che cosa fa rondinel / acchiappa quei duri titani / per le loro code di topo / e con un gesto indica il cammino».





domenica 25 gennaio 2026

La via dei tarocchi

Dario Olivero
Alejandro Jodorowsky, intervista e tarocchi

la Repubblica Robinson, 25 gennaio 2026

Probabilmente non c’è un modo per renderlo in parole, tantomeno parole scritte. E lui non solo se ne rende conto, ma la cosa sembra divertirlo. E quando coglie che la postura dall’altra parte del video è cambiata commenta sorridendo: «Si sta massaggiando la mano, poi si tocca la testa, poi la guancia. Cosa significa? Forse vorrebbe sapere che cosa se ne farà di questo materiale che ha raccolto». Ha ragione lui, ovviamente. Questa è tutto tranne che un’intervista, è un tentativo di tradurre more geometrico un mondo fatto di immagini, di performance e di arte ininterrotta in questi 97 anni (tra un mese) di vita e avventure di Alejandro Jodorowsky. Infatti Art sin fin si intitola l’omaggio che Taschen dedica all’ultimo grande surrealista, se con questo termine si riescono a riassumere le mille personalità dell’uomo che sorride dall’altra parte del video. 

Regista, musicista, compositore, sceneggiatore di fumetti, scrittore, poeta, fabbricante di burattini, attore, mimo, genio intuitivo, psicoterapeuta, anzi la definizione corretta è psicomago. A scanso di equivoci è bene forse darne una seppur parziale definizione.

Una delle più sintetiche della sua sterminata opera (pubblicata in Italia da Feltrinelli) non si trova né in Psicomagia né nel Manuale pratico di psicomagia, ma ne La via dell’immaginazione: «Non si può insegnare all’inconscio a parlare il linguaggio della realtà. Bisogna insegnare alla ragione a parlare il linguaggio dei sogni». Ribaltate così dalle fondamenta le grandi intuizioni della psicoanalisi, Jodorowsky riporta il setting in una landa molto meno scientifica di quanto predicasse il padre fondatore Freud e si incammina verso una psicologia del profondo più immaginifica, dove il sintomo diventa simbolo (e Jung si sarebbe fermato qui) e la guarigione atto artistico, performance, rito sciamanico (appreso sul campo in Messico) in grado di comunicare e di riconciliarsi con l’inconscio. In questo sta la magia.

Ma prima, dopo e durante tutto questo, Jodorowsky è l’uomo della Via dei tarocchi, titolo di un altro suo libro. Attratto dalle carte fin da bambino, quando divennero sue compagne in un’infanzia difficile e solitaria, ne fece col tempo materia di studio, fino a diventare restauratore (la storica edizione Comoins porta la sua firma) e, soprattutto lettore. Insomma, Jodorowsky è il più grande conoscitore di tarocchi vivente.

Daremo per scontato, insieme a lui, che il tarocco, specie se di Marsiglia, possa essere utilizzato, al pari di I-Ching, immaginazione attiva o mandala, come strumento di dialogo con l’inconscio e lasceremo per brevità da parte ogni nobiltà e miseria degli arcani, dalle grazie artistiche rinascimentali alle fioriture massoniche fino all’inseminazione nei giochi popolari e alle vere, presunte o millantate proprietà divinatorie. 

Sfogliando i due volumi che Taschen, certamente non senza fatica, ha messo insieme, dalle origini cilene a Tocopilla, al cinema alchemico di El Topo e La montagna sacra, al magnifico fallimento di Dune, all’ennesima vita come sceneggiatore di centinaia di fumetti come l’ormai classico ciclo de L’Incal, le collaborazioni con Moebius, i tarocchi spuntano a ogni capitolo. Come figure primordiali, come una danza poetica per immagini – così simile a quella del titolo della sua autobiografia, La danza della realtà – che accompagna le moltitudini alle quali gli archetipi, da Platone in poi, danno origine plasmando il mondo.

Un’ultima premessa. Quella che segue dell’intervista ha solo l’involucro, per il resto sembra più una performance surrealista, un esperimento “panico”, per richiamare il movimento fondato con Topor e Arrabal negli anni Settanta, in cui emergono alcune idee imperiture della poetica di Jodorowsky: la relatività dello sguardo storico, l’arte come unica risorsa di guarigione nel campo da gioco della vita e una sorprendente fiducia nelle giovani generazioni che, forse per la loro condanna a una incolpevole ma consapevole impermanenza sotto forma di precarietà e assenza di prospettive future, meglio di tutti sono portate a mettere in pratica queste antiche e modernissime ricette surrealiste. Fine della premessa. Da questo momento in poi, comincia l’esperimento. Due mazzi di carte, uno sul tavolo a Roma, l’altro a Parigi da dove Jodorowsky si collega. Scopo dell’esperimento: dimostrare che, per quanto oggi sia in uso interrogare l’intelligenza artificiale, ci sono domande alle quali nessun chatbot può rispondere. E risposte che nessun algoritmo può chiarire. Che ci sono porte di accesso alla conoscenza profonda e inconscia che possono essere aperte soltanto dall’immaginazione, l’arte, la fantasia. Così si tira la prima carta, ed esce il primissimo arcano dei tarocchi, il Matto. La domanda che si accompagna e la sua risposta però le lasceremo per ultime. 

Maestro, qual è la migliore domanda per cominciare questa “intervista taroccata”? Escono queste tre carte: la Giustizia, il Papa e la Stella. Forse rappresentano la madre, il padre e l’anima che cerca di liberarsi dalla loro influenza cercando la propria individuazione? Una condizione universale della continua lotta dell’umanità per realizzarsi.

«L’uomo, la donna e i figli… sì ci sono nei tarocchi ma vanno cercati in altre carte. Se vuole sapere chi è il padre e chi è la madre, la madre principale è il numero 2, la Papessa. La madre chiusa, seduta nel suo refettorio, tiene la Bibbia, pronuncia l’“amen”, il mistero della creazione, la creazione da cui si sviluppa il tarocco. Poi la madre è nel 3, l’Imperatrice, una principessa, più sviluppata, più aperta: è l’attrazione sessuale. Il 4, l’Imperatore, è il futuro padre. Il 2 e il 4 servono a fare la coppia di ciò di cui lei parla. Ma se vuole dare il ruolo di madre e padre alle carte che ha scelto, può farlo, la libertà è totale».

Lei invece che cosa legge?

«Qui ci sono il principe, i banditi, le forme sociali».

Un’allegoria del presente? Potenti senza leggi, rivoluzioni tecnologiche che stanno cambiando le nostre società in una delle distopie che lei da sempre racconta, per esempio nei suoi fumetti?

«Lei lo dice perché siamo abituati a guardare il pianeta da una certa angolazione, ma questa non è la realtà: è l’effetto di una visione limitata. La Terra è soltanto un luogo sperduto nell’Universo».

Quindi non è turbato dai tempi in cui viviamo?

«Quello che vediamo può apparire come una disintegrazione, invece porta a una grande apertura. L’umanità sta lavorando, non smette mai di farlo, e dovremmo provare molta tenerezza per la ricerca portata avanti dalle giovani generazioni. Sono loro che stanno aprendo nuove vie, nuovi sguardi. Ai giovani si può affidare l’anima».

Che cosa intende per anima?

«È il lato dell’emozionale, l’altra faccia della moneta, l’opposto del denaro. Il denaro oggi è in guerra per liberarsi dalla legge. Ma è riduttivo pensare che la società umana sia la proprietaria del pianeta. Bisogna affidarsi all’immaginazione e allargare la prospettiva».

Non crede che l’immaginazione oggi abbia perso potere, travolta da immagini false, veloci, scrollate? La nostra capacità di attenzione si è ridotta alla soglia critica di otto secondi. Non avrebbe bisogno l’immaginazione di bellezza e di tempo per la contemplazione?

«Questo è vero solo in minima parte: tutto oggi si misura per quantità. Ma la quantità non è la padrona del pianeta. Noi non sappiamo cos’è davvero il pianeta Terra. A diecimila chilometri, a centomila chilometri ci sono pianeti senza vita animale, pianeti di metallo. Bisogna rendersi conto che abitiamo in una collezione di pianeti. Non sappiamo di cosa è fatto l’universo. È troppo grande per noi, è immenso, non è misurabile in termini di quantità. Quello che possiamo fare è attraversare l’illusione e credere che stiamo combattendo, che ci stiamo adattando al pianeta su cui camminiamo. Per questo dico che i giovani, in questo momento, stanno stabilendo una nuova libertà di creazione».

Altra carta, l’Arcano 13. Per molti la Morte, per altri la trasformazione.

«Non è trasformazione, è trasmissione. Perché tutti noi abbiamo lo scheletro che la carta rappresenta. Abbiamo corpi diversi, visioni diverse, ma nella nostra forma interna siamo tutti uguali. La nostra è una danza degli scheletri. Ma questa dance macabre nasconde al suo interno tesori immensi che, secolo dopo secolo, si stanno aprendo con movimenti ricchi di raggi creativi. Il 13 non ha una forma reale. Anche la distinzione tra uomo e donna perde forma nei momenti dell’amore. Questo è interessante. La politica non è più interessante. La religione non è più interessante. Sono invenzioni per cui abbiamo sofferto per secoli. Soffriamo da sempre per cose che non sono reali».

Altra carta, l’Impiccato. Per cosa soffriamo, maestro?

«Vede? In questa carta c’è un individuo simile a tutti gli altri, però è capovolto, appeso per i piedi. Tutti cercano di essere qualcosa, e non lo sono. Si sentono obbligati ad accettare ordini e tutto si trasforma in un grande mattatoio. Pensiamo che sia un tempio, ma in realtà è il mattatoio dove i maiali vengono portati a farne salsicce. Ma noi non siamo nutrimento, siamo un essere umano unico».

Altra carta, l’arcano 4: l’Imperatore. È la politica, che lei ha detto non essere più interessante?

«Il 4 crede di guidare la società. Sono i presidenti, la federazione dei presidenti. Ma il presidente non ha alcun potere. Sembra che ce l’abbia, ma non è così. Il potere è quello dell’artista che rivela qualcosa di nuovo per la razza umana. La verità è una forza sotterranea che nasce dalle unioni profonde. Conosce i semi degli arcani minori?».

Coppe, spade, bastoni, denari.

«Ecco. La coppa è una cattedrale femminile; la spada è un coltello maschile; il bastone, un ramo d’albero, è la natura; e poi c’è il denaro. Il denaro è l’anima della civiltà attuale. Siamo già in lotta con il denaro. Quanto tempo ci vorrà per il cambiamento della razza umana? Forse avverrà tra venti milioni di anni. Cosa sono venti milioni di anni per noi? Nulla. Tutti questi nostri libri, cosa sono? Sono sogni. Travestimenti. Ci mascheriamo nei libri, ma non è la verità. Un libro di poker vale quanto una Bibbia per alcune persone. Tutto è uguale».

Servirebbe un grande atto di psicomagia collettivo. Esce il Carro, la carta numero 7.

«È quello che faccio. Ogni domenica sui miei canali quasi otto milioni di persone mi seguono. Cerco di inviare loro sempre un messaggio positivo. Non beato, non ingenuo. Non nascondo la realtà, ma scelgo di portare le persone a pensare in modo poetico. Scelgo sempre un angolo poetico per vedere il mondo. Non servono associazioni per guarire le persone. Non è necessario. Per guarire lo stomaco bisogna guarire il cervello. Chi mi contatta, lo fa per i motivi più incredibili, ma l’importante è che quel giorno, la domenica, sia un giorno di vita».

Chi la contatta? E riecco la Stella, la stessa carta uscita all’inizio.

«Sono persone che vogliono cambiare vita ma non si rendono conto che hanno un’ancora che li tiene bloccati. La Stella è il 17. C’è una donna che innaffia la terra, è una madre che regola il pianeta, e sopra le sue spalle c’è un cielo stellato. Il 17 è il pianeta e risponde alla carta che la precede, il 16: la Torre. È un castello enorme che si sta formando, e non si sa se sta cadendo o se si sta innalzando. È quello che succede quando cerchi di trasformare un essere umano: da una parte comincia a scoprire cose nuove, ma dall’altra cominciano ad apparire sensazioni fastidiose o dolorose. Vogliamo il cambiamento, ma non sappiamo quale. Oppure alcuni ottengono il cambiamento e non se ne rendono conto. Bisogna semplicemente essere amabili con se stessi. Andare incontro a tutto. La magia è entrare profondamente in ciò che uno sente come vita».

Esce di nuovo l’Impiccato. È la seconda volta. Perché?

«Aspetti, lo giri al contrario».

Sottosopra?

«Coraggio, lo giri. Non è inchiodato...».

Ecco.

«Lo guardi ora: è il creatore di un bosco, questo personaggio trasmette la vita, la proietta nella società attuale. Sta creando, sta aiutando. E aiuta anche i giovani a fare una nuova festa. Prenda la carta numero 6».

L’Amante.

«Ci sono una donna giovane, una donna che è la madre, e poi una donna magica che è un angelo. E poi l’uomo che sta in mezzo. Sono tre elementi: testa, cuore, sesso. Ma se la giro in orizzontale diventa un’altra cosa. Ora l’uomo sta nuotando verso l’angelo, vuole essere un angelo. Oltre alle tre di prima, ora c’è una quarta porta. Sta lasciando la Terra, sta avanzando. È la quarta prova. Mi ci sono voluti anni per scoprirlo: è il viaggio verso la morte al quale ti consegni con un respiro di gratitudine. Dove vado? Non lo so. Mi getto nello spazio, e lo spazio si apre. La morte è tale solo per una persona non libera. Chi è libero muore passando con curiosità in altri pianeti, o in fondo al mare, o in una nuova vita nel ventre di una balena, chi lo sa? Non lo so. Ma vivo, vivo ciò che mi concede l’universo. Tiri un’altra carta».

Il Bagatto, la carta numero 1.

«Bene, se aggiungi questo 1 al 6 di prima, diventa sette: il Carro. Il sette è un principe senza armi. È un uomo con due cavalli, uno maschile alla sua destra, uno femminile alla sua sinistra. Sembrano uniti, ma in realtà si stanno separando. Un giorno forse l’umanità avrà due cuori, tre cuori, quattro cervelli, otto piedi, come un ragno. Una molteplicità di dettagli in un universo immenso. È meraviglioso. Non bisogna pensare che tutto vada male, che la razza umana sia in rovina. Non si rovinerà: penserà sempre a come sistemare l’universo».

Resta l’ultima domanda, in realtà la prima. Quella dove comincia la grande danza dei tarocchi e della realtà: il Matto. Maestro, ha avuto una buona vita?

«Il Matto. Il Matto non ha numero. È completamente diviso in tutto. Sembra un mendicante, ma non lo è: è qualcuno che è nel mondo senza essere legato, senza essere prigioniero. Questa carta è una rappresentazione della realtà. In questo momento sono io che sto agendo. Ora non ho numero. Sono una persona che agisce in unione. Una vita buona? Cattiva? Ho avuto una vita».

Il libro – Art sin fin (edizione limitata di 1000 copie, due volumi in scatola in plexiglass personalizzata utilizzabile come leggio, 1096 pagine, 1250 euro) è l’omaggio che Taschen dedica al grande visionario Alejandro Jodorowsky. Progettato e curato in collaborazione con M/M Paris e Donatien Grau, è una finestra sul processo artistico di Jodorowsky: raccoglie materiali d’archivio collezionati in 96 anni di vita e selezionati dall’artista personalmente. Tutte le copie sono firmate da Jodorowsky e le prime 200 accompagnate da una stampa firmata.

venerdì 7 novembre 2025

Alice

 

Alice Liddell

Xavier Houssin
"Alice" di Lewis Carrol, un ritorno trionfale nella "Pléiade"

Le Monde, 7 novembre 2025

Il poeta britannico vittoriano Matthew Arnold definì Oxford, dove era stato studente, "la città dalle guglie sognanti ". È come se i pensieri vaganti rimanessero intrappolati tra le guglie gotiche degli alti edifici dell'antica città universitaria. È il 1855. Nella biblioteca del Christ Church College, un ventitreenne sta preparando le sue lezioni. Charles Dodgson (1832-1898) era entrato al college cinque anni prima per completare gli studi. Diventato tutor, è appena stato promosso a docente di matematica. L'inizio della carriera di insegnante. La affronta con un entusiasmo temperato da un pizzico di apprensione. Sa di essere impacciato. A volte balbetta. Scrive anche. Poesie, racconti, che pubblica su riviste e che presto firmerà con lo pseudonimo di Lewis Carroll. Le finestre della sala di lettura dove siede si affacciano su un giardino dove giocano dei bambini. Sono i figli del preside Liddell, recentemente nominato preside dell'istituto. Ci sono Harry, Lorina, Edith. E l'ultima, Alice. Lui osserva distrattamente. Come poteva immaginare che, per questa bambina, avrebbe inventato una specie di racconto meraviglioso e strano che, un secolo e mezzo dopo, sarebbe stato letto, ammirato e studiato in tutto il mondo?

Trentacinque anni dopo la pubblicazione delle opere di Lewis Carroll nella prestigiosa collana "La Pléiade" , curata da Jean Gattégno, Alice torna in tutto il suo splendore nella collezione con un'edizione illustrata, bilingue e nuove traduzioni di Philippe Jaworski. Questa edizione include tutte le avventure di Alice , ovvero entrambe le parti delle sue scappatelle: Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie e Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò . Preceduto da Le avventure di Alice nel sottosuolo , il testo del manoscritto originale, presentato con disegni e miniature, alla giovane Alice Liddell, che ispirò e istigò la storia. Fu lei, infatti, che, dopo la gita in barca nell'estate del 1862 in cui Charles Dodgson raccontò a lei e alle sue sorelle questa bizzarra storia, insistette perché la mettesse per iscritto.

Tutto sommato, questa storia è piuttosto spaventosa. Alice cresce, si rimpicciolisce, quasi annega nelle lacrime, deve dare spiegazioni a un'intera schiera di creature, negozia con una regina tirannica e si ritrova coinvolta in un processo. Dall'altra parte dello specchio, le cose non sono più semplici. Salta da una casella all'altra su un paesaggio a scacchiera, parla con i fiori, incontra gemelli arrabbiati e cavalieri che cadono di testa. Peggio ancora, nel mondo dello specchio, tutto è al contrario. Tutto è fatto al contrario. Come può trovare la strada? Per orientarsi in questa assurda terra desolata, la bambina ha un suo metodo. "Facciamo finta". In questo modo, gioca con strani compagni, sentieri che non portano da nessuna parte e, soprattutto, parole che cambiano costantemente significato.

Difficoltà di traduzione

Intraprendere una nuova traduzione di Alice è, in un certo senso, come andare a prendere il tè con la Lepre e il Cappellaio, i due pazzi del Capitolo VII. Tutti cambiano posto per prendere una tazza pulita e finiscono per trovarsi di fronte ai piatti sporchi del vicino. Esistono già quasi trenta traduzioni francesi. La prima, pubblicata nel 1869 , fu curata da Henri Bué, figlio di Jules Bué, eminente professore di francese al Magdalen College, collega e amico dell'autore. Carroll gli esprime la sua gratitudine all'inizio del volume, ben consapevole della difficoltà del compito. Parodie di poesie e filastrocche inglesi, giochi di parole, parole macedonia, parole distorte, parole inventate si intrecciano in tutta la storia. Per non parlare dei termini e del contesto dell'epoca vittoriana in cui fu scritta.

Tutti coloro che, dopo Bué, hanno tentato questo compito, da René Bour (1937) ad André Bay (1947), Jacques Papy (1961), Henri Parisot (1968), e persino Laurent Bury (Le Livre de poche, 2009) , e più recentemente Marie Darrieussecq (Cambourakis, 2024), hanno contribuito a questo grande lavoro di ricerca di equivalenti e di adattamento del testo alla nostra lingua. A ciò si aggiungono apparati critici e una ricchezza di interpretazioni e spiegazioni. Philippe Jaworski ha prodotto qui una traduzione fedele e fluida. Inventiva, sfumata. Ma, soprattutto, non dimentica che Lewis Carroll ha scritto per i bambini. Il bambino che legge Alice accetta ciò che non capisce. Meglio ancora, sfrutta al meglio l'inaspettato e diventa rapidamente fluente nel nonsense , questo linguaggio di passi falsi e svolte inaspettate.

L'edizione si conclude con "La caccia allo Snark" , una ballata, un lungo poema sconcertante, burlesco e tragico, pubblicato nel 1876. "Un racconto di una caccia in otto atti di canto ", come lo sottotitolò Jaworski. Lewis Carroll lo iniziò alla fine. Fu tradotto per la prima volta in francese da Aragon nel 1929, che lo introdusse nel movimento surrealista, tanto convinto dell'onnipotenza dei sogni. Questi sogni, tutti questi sogni che, si dice, rimangono aggrappati al merletto di pietra dei campanili della città di Oxford.

Estratto

Nel frattempo, era entrata in una graziosa stanzetta, davanti alla cui finestra, su un tavolo, erano posati (come aveva sperato) un ventaglio e due o tre paia di minuscoli guanti bianchi di pelle di capretto. Prese il ventaglio e un paio di guanti e stava per uscire dalla stanza quando il suo sguardo cadde su una bottiglietta posta vicino allo specchio. Questa volta, non c'era l'etichetta con la scritta "INGHIOTTITEMI". No, non questa volta. Ciononostante, tolse il tappo e si portò la bottiglietta alle labbra.

"So che mi succede sempre qualcosa di interessante ogni volta che bevo o mangio qualcosa", si disse. "Ecco perché andrò a vedere cosa succede con la bottiglietta. Spero davvero che mi faccia crescere, perché sono così stanca di essere così piccola!"

Ricresciuta, e molto prima di quanto si aspettasse. Prima ancora di averne bevuto metà, si sentì schiacciare dal soffitto sulla testa e dovette chinarsi per evitare che il collo si rompesse. Posò la bottiglia, dicendo: (...) "Non avrei mai dovuto bere così tanto!"

TROPPO TARDI"

Alice, "Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie", pagina 242

Punti di riferimento

1832  Nasce Charles Lutwidge Dodgson nel Cheshire (Regno Unito).

Anni 1850 Studiò a Oxford, dove divenne professore di logica.

1856  Falsifica il suo pseudonimo, Lewis Carroll, da Ludovicus Carolus, invertendo i suoi nomi e traducendoli in latino.

1856  Acquista la sua prima macchina fotografica: delle 3.000 fotografie che scattò, ne sono sopravvissute un migliaio.

1861   È ordinato diacono nella Chiesa anglicana.

1864  Offre il manoscritto calligrafato di Alice's Adventures Under Ground alla giovane Alice Liddell che, durante una gita in barca, aveva ispirato questa storia.

1865  Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie , illustrato da John Tenniel.

1871  Attraverso lo specchio.

1876  ​​La caccia allo Snark.

1898  Muore di polmonite.

https://www.lemonde.fr/critique-litteraire/article/2025/11/05/alice-de-lewis-carroll-un-retour-en-majeste-dans-la-pleiade_6652362_5473203.html

https://www.lemonde.fr/livres/article/2015/11/26/alice-la-muse-merveilleuse_4817533_3260.html

sabato 13 febbraio 2016

Wu Ming, addio alla storia


Michele Smargiassi
Noi Wu Ming diciamo addio alla Storia”
Il collettivo di autori si congeda dal genere con “L’invisibile ovunque” sulla Grande guerra
la Repubblica, 27 novembre 2015


BOLOGNA In un chiostro del mistico labirinto delle sette chiese di Santo Stefano, la nebbia di novembre inumidisce l’anagrafe di marmo del grande macello di un secolo fa. Assieme ai Wu Ming, i quattro autori “senza nome” del collettivo di scrittura bolognese che vent’anni fa rivoluzionò il romanzo storico in Italia, passeggiamo in laica meditazione fra le lapidi ai caduti della Prima guerra mondiale. Ossia l’epoca in cui si svolgono i quattro racconti di “L’invisibile ovunque” (Einaudi). Il libro che per loro, Wu Ming, segna l’evasione dalla loro stessa storia, verso terreni nuovi della narrazione.
Neppure voi avete resistito alla tentazione del centenario, quindi?
«Le librerie sono piene di rievocazioni, in montagna si imbellettano i camminamenti e si lucidano i fili spinati per i pacchetti turistici, ma l’occasione l’hanno colta in pochi. L’occasione di riflettere su quanto quella guerra abbia condizionato pesantemente il nostro presente. Si è preferito un anniversario di retorica della conciliazione. La cultura italiana è tornata indietro anche rispetto all’antiretorica pacifista di Uomini contro, si è recuperato perfino l’interventismo democratico. Una volta prestato l’omaggio rituale al cliché della “inutile strage”, si è archiviata la grande guerra come una sorta di catastrofe naturale, deprecabile, inevitabile. Si è come ricucito chirurgicamente un trauma storico e politico. Ma il filo è marcito sulle ferite...».
È un libro-verità, il vostro, allora?
«No. Non è “il grande romanzo dei Wu Ming sulla guerra”, qualcuno forse si aspettava le ottocento pagine epiche, forse è il libro più sottile che abbiamo mai scritto (ma solo in apparenza, perché è denso come un file zippato…). Per noi il modo di chiudere quel percorso ventennale attraverso il romanzo storico che iniziò nel ‘95 con Q e che è finito con L’armata dei sonnambuli ».
Un genere che avete reinventato, il neoromanzo storico italiano, che ha avuto fortuna ed epigoni: rinnegate tutto?
«Niente affatto, né possiamo giurare che non ci torneremo mai. Ma dopo averlo esplorato, deformato, forzato, abbiamo piegato le sbarre della finestra e ce ne siamo andati. Questo libro è un po’ la mappa della nostra evasione da un genere che almeno a noi ha dato tutto ciò che poteva dare».
Verso quale destinazione?
«Qui ci sono quattro racconti, che sono poi quattro spostamenti progressivi della forma narrativa. Il primo è nello stile del romanzo storico classico: un individuo alle prese con la grande storia, un racconto immaginario ispirato a racconti familiari e storie orali. Il secondo è una sorta di docufiction che fonde in una storia virtuale vicende reali tratte da diari e memorie di persone reali. Il terzo è un anti-romanzo di taglio surrealista, del resto il suo protagonista è André Breton. Il quarto è quello che gli anglosassoni hanno chiamato mockumentary, e funziona al contrario del secondo: vicende largamente immaginarie vengono proposte nello stile del saggio storico. Nell’insieme, è un po’ come offrire ai lettori la tastiera più vasta delle cose che ci piace scrivere ora».
Anche la tecnica di scrittura è cambiata?
«Anche quella ha preso una forma più individuale. Per la prima volta, anche se il progetto è stato deciso in comune, anziché editare assieme il testo, ciascuno di noi quattro ha scritto un racconto che è stato semplicemente riletto dagli altri».
Perché la prima guerra mondiale? Si prestava bene all’esperimento?
«Non è in realtà neppure un libro sulla grande guerra: la attraversa, in qualche modo la evade. È precisamente un libro sull’evasione. Per quello che racconta, e per come lo fa».
Cosa intendete per evasione?
«Una strategia umana molecolare di fuga dall’orrore, una forma di resistenza individuale alla stretta del potere, di cui la guerra è solo l’espressione più evidente. Da un punto di vista puramente narrativo, sono quattro storie di uomini che eludono la paura della guerra in modi diversi».
La storia quasi-vera della “brigata camaleonte” è una delle più avvincenti del libro. Ma alla luce della cronaca recente, è anche inquietante. I guerrieri mimetizzati nell’ambiente, che sbucano dal nulla, non sono in fondo i commando stragisti del Daesh nascosti nelle nostre città?
La tuta mimetica nacque per salvare la vita, non per aggredirla meglio. Per rendere il corpo del soldato invisibile al nemico, per proteggerlo. Poi il suo scopo è cambiato, è diventato il mascheramento del cecchino che colpisce senza essere visto. Ma nella teoria della mimetizzazione è rimasta la traccia di una domanda ancora aperta: può esistere un modo per nascondersi completamente agli occhi della guerra? Farsi questa domanda è già un atto di resistenza, anche ai terrori di oggi».
Quelle raccontate nel libro sono fughe individuali. Un po’ sorprendente da parte vostra: affezionati al romanzo corale come scrittori, sostenitori dell’azione collettiva nel vostro impegno politico...
«Qualcuno magari si aspettava da noi il racconto di una diserzione di massa, di una brigata intera che si ribella contro i comandi militari, cose che peraltro non ci furono... Magari le avremmo inventate se fossimo, come qualcuno continua a pensare, scrittori di manuali di istruzioni sovversive in forma di romanzi. Certo, la coralità dei nostri romanzi precedenti era voluta, programmatica, ma non era ideologicamente obbligatoria. Continuiamo a credere che senza l’organizzazione e l’azione comune non si va da nessuna parte, ma non sempre è possibile salvarsi collettivamente, ci sono momenti in cui sei da solo, e sono quei momenti che abbiamo sentito il bisogno di esplorare».
Un elogio della fuga, del si salvi chi può, del ciascuno per sé?
«Intendiamoci, l’evasione non è una diserzione. Disertare è abbandonare una causa comune che potrebbe anche avere un senso. Evadere è sottrarsi con uno scarto geniale al vicolo cieco, per ricostruirsi altrove. George Jackson, uno dei fratelli di Soledad, dice: prima fuggo, poi cerco un’arma. La diserzione è istinto di sopravvivenza, l’evasione è offensiva. Ma non c’è intento morale o pedagogico nelle intenzioni del libro. Il nostro impegno, quando scriviamo, è prima di tutto liberare la narrazione. Questa volta il nostro punto di partenza era: come si possa mentire alla guerra, per
detournarne la logica, per fregarla, per ingannarla. L’esito narrativo dell’individualità non era in programma, è esploso da solo nelle narrazioni, ha stupito un po’ anche noi ma l’abbiamo accettato. È vero però che nessuna delle quattro storie di evasione individuale è vincente, tutte finiscono in tragedia o fallimento. Ma ci sono storie per quando lotti con gli altri, e storie per il momento in cui vacilli da solo sull’orlo di un dirupo. L’invisibile ovunque l’abbiamo scritto per momenti come questo».









domenica 20 gennaio 2013

Magritte, L'impero delle luci

Paul Delvaux, Trains du soir, 1957
 Nel quadro di Delvaux, che è stato dipinto prima del più famoso L'Empire des lumières, c'è un'aria diàfana sognata, o riflessa, con infantile candore. L'evidenza diurna del mondo nel cuore della notte.














«Nell'Impero delle luci ho rappresentato due idee diverse, vale a dire un cielo notturno e un cielo come lo vediamo di giorno. Il paesaggio fa pensare alla notte e il cielo al giorno. Trovo che questa contemporaneità di giorno e notte abbia la forza di sorprendere e di incantare. Chiamo questa forza poesia.»

René Magritte



Venezia, Collezione Guggenheim. Il quadro è del 1961.
Certo il giorno e la notte possono essere anche visti come un ossimoro e danno luogo, insieme, a una visione surreale. A volte però, nei paesi nordici, la coesistenza del giorno e della notte si può dare. Ci sono dei momenti speciali: le luci sono già accese sulla terra, mentre nel cielo ancora è riconoscibile la luce del giorno. Momenti crepuscolari, ma non tanto tristi: in essi risplende variamente rappresentato il desiderio di resistere al predominio dell'oscurità.