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mercoledì 10 settembre 2025

Stefano Benni, la vertigine

Antonio Gnoli
Intervista a Stefano Benni: meglio vivere nel tempo della letteratura

la Repubblica, 13 agosto 2017, ripubblicata il 9 settembre 2025

Non so se sia un ricordo completo o solo un frammento. Ma nel momento in cui sento la voce di Stefano Benni, mi torna alla mente. Assisto a una lezione che lo scrittore tiene sul tempo comico, davanti a una platea in prevalenza di giovani. Spiega che la difficoltà di pronunciare una battuta è nella scelta di tempo. Che la sua efficacia è nel momento giusto in cui la si dice. Già, ma qual è il momento? Il comico lo sa e noi ne sperimentiamo la forza. Anche la vita, che non è affatto comica, si compone di momenti. Più che un flusso, la vita è un lungo tempo fatto di piccole rotture, strappi, salti, senza di che non sapremmo mai chi siamo davvero. Ieri Benni ha compiuto settant'anni.

È un uomo solare con qualche striatura malinconica. Mi fa pensare a quei sognatori di biliardo persi dietro geometrie impossibili: "Ho giocato soprattutto in gioventù, abbastanza a lungo per sapere che anche la vita ha le sue traiettorie, sponde, buche, colpi vincenti e perdenti. I giocatori eccelsi sono pochi. Gli altri sognano, sognano appunto di diventarlo. Mi chiedi cosa siano stati i miei settant'anni. Non lo so. Non ho voglia di bilanci. Chiedimelo di nuovo fra settant'anni".

È come se il tempo che passa e quello che resta ti provochi assuefazione o noia.

"Col pensiero razionale è impossibile affrontare quanto è già passato e quanto ti resta senza provare vertigine. Per questo preferisco vivere nel tempo circolare della letteratura, dove posso leggere un libro scritto mezzo secolo fa come se l'autore fosse davanti a me, o posso inventare un personaggio che nell'anno tremila parla del suo passato. Un grande scienziato, credo Niels Bohr, diceva: ogni tanto vorrei avere l'idea del tempo che hanno i bambini".

Hai spesso raccontato la tua infanzia, gli anni trascorsi in campagna, le figure dei nonni. Cos'era quel mondo prolungato e vissuto nell'appennino bolognese?

"Era un minuscolo borgo che si chiamava Biolo, dove ho passato molto tempo. La mia casa fu distrutta dal passaggio dell'autostrada. Ho cominciato molto presto a fare i conti con la catastrofe ambientale e la speculazione. L'Autostrada del sole era forse necessaria, ma non fatta in quel modo. Allora però si ribellò solo chi fu ferito, non esisteva un vero movimento per l'ambiente. Nei miei primi libri parlavo di un'Italia che franava, restava senza acqua e andava a fuoco. Speravo di avere esagerato. Mi sa di no".

È vera la storia che ti trovarono a ululare insieme ai cani e che preoccupati ti spedirono da uno psicologo?

"Molte parti della mia biografia sono inventate, è un modo di difendere la mia privatezza. Ma quell'episodio è vero, è da lì che viene il mio soprannome "lupo". Fu una bellissima follia notturna".

Sei nato a Bologna. Quanto ha contribuito a formarti?

"Se intendi alludere alle mia formazione culturale ho letto e amato di tutto, con sacro disordine. Bologna è stata la capitale dei nuovi fermenti culturali degli anni 60 e 70, era una città ispirata dalle Muse, da Eros e da Dioniso. Adesso è consacrata a San Cibo, ha più ristoranti che sampietrini. Ma qualche realtà interessante resiste ancora".

C'è una mitologia della città che ti piace?

"Ho vissuto la maggior parte della mia vita sull'Appennino, a Roma, in Sardegna, all'estero. Mi sento bolognese solo per gli affetti. Perciò la mia più grande mitologia è la formazione del Bologna dello scudetto 1963: Negri, Furlanis, Pavinato, e così via, la mia generazione la sa ancora a memoria".

Quali sono stati i personaggi del mondo emiliano (intendo scrittori, artisti, cantanti, personaggi anche comuni) con cui hai avuto rapporti più stretti?

"Moltissimi, da Roversi a Celati, da Cuniberti a Pazienza, da Guccini a Freak Antoni, ma anche persone non troppo conosciute dai media, come Morgantini e le sue mense sociali o Fabian Lang e la sua Harambe di sostegno ai migranti, o il gruppo di Psicoterapia e Scienze umane. Ho avuto invece pochissimi rapporti con l'università e col Comune".

Il luogo cui hai dato la massima riconoscibilità (antropologica e culturale) è il famoso Bar Sport. Forse la prima accademia del quotidiano. Davvero i luoghi " eterni" sono solo nei nostri ricordi?

"Sì, li ricordiamo con nostalgia un po' imprecisa. Erano belli, ma rievocandoli ci sembrano ancora più sereni e divertenti di quanto in realtà fossero. Quello che rimpiangiamo davvero è che eravamo giovani".

Lo dici quasi con una forma di rimpianto.

"Lo dico consapevole di non essere mai invecchiato, è il mio corpo che ha deciso di invecchiare".

Un corollario del Bar Sport è l'altrettanto famosa "Luisona", la pasta non pasta, su cui sospetto siano state scritte dotte tesi di laurea. Forse è il primo esempio totemico di come il cibo oscilli tra divieto e trasgressione, con quello che ne consegue. Insomma cos'era "Luisona" un'idea platonica nel cielo di un'anonima vetrinetta?

"La Luisona era un ingenuo sogno di abbondanza, la speranza di non provare più la fame e la miseria della guerra. Era la Dea dei trigliceridi, una Venere che usciva corposa dalle acque, prima delle pasterelle top-model di adesso".

A proposito di cibo e antropologia hai mai conosciuto quel personaggio assai bizzarro e straordinario che è stato Piero Camporesi?

"Sì l'ho conosciuto e ho assistito a qualche sua lezione. Lui, Enzo Melandri e Roberto Dionigi furono grandi intellettuali bolognesi che non sono stati abbastanza considerati, forse perché erano degli irregolari".

La tua professione di scrittore è cominciata con il giornalismo (mi pare al Manifesto), che ricordi hai delle persone che hanno fondato e diretto quel giornale: Rossanda, Pintor, Parlato?

"Pintor mi ha insegnato che un corsivo non può essere lungo tre colonne. Rossana mi ha fatto capire quanto dovevo approfondire la mia scarsa preparazione, Parlato mi ha insegnato che l'allegria era rivoluzionaria. Una grande scuola, anche se io ero considerato un anarchico e Rossana, all'inizio, mi chiamava "quel pazzo che ride sulle cose serie". Ma poi cambiò idea".

Cosa è stato il 68 per te? Spesso dai l'impressione di starci non dico di malavoglia, ma in controtendenza, per esempio con letture scarsamente canoniche: Pound, Céline, Eliot eccetera. Se capisco bene hai evitato il versante americano- protestatario (Beat Generation, per intenderci), privilegiando una certa reazionarietà. È così?

"Assolutamente no. Ho letto avidamente la Beat Generation: Kerouac, Ginsberg, Corso. Ma poi tenevo nella borsa Nietzsche e Gramsci. La cultura dovrebbe essere fatta di differenze e sani litigi, non di "scomuniche". Leggevo quello che mi pareva, mi sembrava giusto avere un giudizio personale e non imposto dall'ideologia. Pound non l'ho mai amato troppo, Céline è un misantropo spietato e geniale, ha fatto incazzare sia la destra che la sinistra. Eliot secondo me è un rivoluzionario che ha usato la tradizione classica, le sue "rovine" e le ha trasformate in qualcosa di nuovo e moderno, ha "osato" mettendo insieme poesia, gnosi e fede".

Lo stile è tutto in uno scrittore?

"Non saprei dire cos'è questo stile. Per me il dono di uno scrittore è la sua musica, il suo modo di parlarti, il suo mondo, la sua forza e la sua fragilità. Tutto questo può chiamarsi stile?".

Le tue storie prendono spunto dalle realtà più diverse e da mondi differenti ( donne, adolescenti, gente comune o anonima, gente che conosce la dignità e gente che l'ha persa, mostri o in via di mostrificazione), a volte prevale il grottesco, o il surreale, altre sembra farsi strada la solitudine e il dolore. Come vivi queste differenti tonalità?

"Il fatto che il mondo comprenda tutte queste tonalità, che sia vario e pieno di angeli e diavoli, di mostri e eroi, è un buono stimolo per uno scrittore. Ogni mattina i volti, le conversazioni, i paesaggi mi suggeriscono una storia. Mi piacerebbe raccontarle tutte, ma non è possibile. Ho scritto anche troppo".

Troppo?

""Ho scritto troppo" è una battuta, altri più bravi di me hanno scritto meno".

Una persona che è stata credo importante nella tua attività letteraria fu Grazia Cherchi. Che ricordo ne hai?

"Ero un giovane scrittore sospeso tra presunzione e insicurezza, che si accontentava di fare un po' ridere. Lei mi ha spinto, mi ha criticato, mi ha incoraggiato, ha tirato fuori dalla mia scrittura ricchezze che non sapevo di avere, mi ha insegnato a riscrivere cinquanta volte la stessa pagina, mi ha dato fiducia. Le devo moltissimo ".

Per tutto quello che hai fatto e scritto sei considerato uno scrittore di "sinistra" ( lo metto tra virgolette perché ho la convinzione che sia una gabbia strettissima per te). Scrivere a o per la sinistra (diciamo per un certo pubblico di lettori) non è un equivoco che ci siamo trascinati dietro dal dopoguerra?

"Se qualcuno dice che sono un scrittore di sinistra non lo considero certo offensivo. Non sono mai stato iscritto a nessun partito e non credo lo sarò mai. Ma chiudere gli scrittori entro piccole gabbie di definizioni è come dici tu, un equivoco e un costume perverso. Per fortuna, parecchi scrittori scappano dalle gabbie e volano via".

Cos'è oggi sinistra: un feticcio? Una speranza più o meno tradita? Un'occasione mancata? Un'inutile sceneggiata per attori mediocri? O cosa?

"Non mi piace il restringimento simbolico e culturale che le parole sinistra e destra hanno subito, fino a immiserirsi, pietrificate in risse e slogan elettorali. Non è vero che non hanno più senso, non lo cercano più. Per un pugno di voti sembrano dimenticare la loro parte migliore, la complessità e le contraddizioni, che hanno accompagnato la loro storia. Nella parola sinistra ci sono totalitarismi ma anche grandi battaglie per la libertà, ci sono sacrifici e lotte sacrosante, opportunismi e tradimenti. Perché arrendersi davanti allo scenario problematico del Duemila?".

Vale anche per la destra?

"Anche la destra potrebbe ripensare ai suoi grandi filosofi, o accettare la sfida di una società multietnica, invece che rimpiangere l'orbace, riciclare vecchi razzismi o rubacchiare i soldi statali. Sinistra e destra potrebbero ritornare costellazioni di idee, senza affogare nella palude rassicurante del "centro", o riciclarsi sotto mentite spoglie. Dobbiamo rassegnarci a pronunciare queste due parole con disprezzo? Se continua così, resterà solo il dominio della tecnologia, che se ne frega se parlano male di lei, va avanti e basta".

Un tuo romanzo si intitola "La grammatica di Dio", naturalmente è un pretesto per chiederti in quali forme vedi questo vecchio signore che ci ostiniamo a immaginare padrone delle nostre vite?

"Il mio ultimo libro Prendiluna dice molte cose non su Dio, ma sull'idea umana di Dio. Se qualcuno mi chiede se sono " credente" rispondo che sono molto, molto credente: credo in moltissimi tipi di amori, nelle infinite meraviglie dell'homo sapiens, e anche nella sua ferocia e nel dolore. Ma non credo per nulla nelle religioni monoteiste, quelle che usano le parole Infedele e Eretico. Nessuno pretenda di avere l'esclusiva della parola "credente"".

Il fatto di aver privilegiato nella tua vita professionale anche la satira, la comicità, il grottesco a quale riflessione ti ha portato? Voglio dire che approccio è stato alla vita e al mondo?

"Il senso dell'umorismo mi ha salvato la vita in più occasioni".

Mi ha colpito che nella tua biografia convivano due esperienze così diverse come quella della rivelazione del mondo rock con David Bowie e quella più esistenziale con Fabrizio De André.

"Fabrizio era un amico e un grande poeta, solo lui, Baldini, Marin e pochi altri hanno usato il dialetto con tanta espressività. Di Bowie fui subito fan, vidi i suoi primi concerti a vent'anni. Scriveva testi ermetici bellissimi, era un artista totale e non solo un feticcio glamour. Adoro Dylan, ma provocando, ho detto che avrei dato il Nobel a David".

Quali sono stati i romanzi che hanno formato la tua educazione?

"Molti, moltissimi, ecco perché amo la letteratura: mi ha nutrito con abbondanza, dopo settant'anni ho letto un decimo dei libri che vorrei leggere".

Quali sono i tre libri che porteresti con te all'inferno (o in paradiso)?

" Non credo all'inferno o al paradiso Ma dalle descrizioni che ne fanno, direi che non sono posti adatti alla lettura. In uno i diavoli ti tormentano e ti svelano il finale dei gialli, nell'altro gli angeli ti bombardano di consigli di lettura e ti epurano i testi".

Che tipo di lettore ritieni di essere?

"Onnivoro, e mi piace pensare che leggiamo per sapere che non siamo soli".

giovedì 2 ottobre 2014

Mallarmé, due poesie


BREZZA MARINA

La carne è triste, ahimè! E ho letto tutti i libri.
Fuggire! laggiù fuggire! Io sento uccelli ebbri
d’essere tra l’ignota schiuma e i cieli!
Niente, né antichi giardini riflessi dagli occhi

5
terrà questo cuore che già si bagna nel mare
o notti! né il cerchio deserto della mia lampada
sul vuoto foglio difeso dal suo candore
né giovane donna che allatta il suo bambino.
Io partirò! Vascello che dondoli l’alberatura

10
l’àncora sciogli per una natura straniera!
E crede una Noia, tradita da speranze crudeli,
ancora nell’ultimo addio dei fazzoletti!
E gli alberi forse, richiamo dei temporali
son quelli che un vento inclina sopra i naufragi

15
sperduti, né antenne, né antenne, né verdi isolotti...
Ma ascolta, o mio cuore, il canto dei marinai!

(Stéphane Mallarmé, Poesie, trad. di L. Frezza, Feltrinelli, Milano 1980)



BRISE MARINE

La chair est triste, hélas! et j’ai lu tous les livres.
Fuir ! là-bas fuir! Je sens que des oiseaux sont ivres
D’être parmi l’écume inconnue et les cieux!
Rien, ni les vieux jardins reflétés par les yeux
Ne retiendra ce cœur qui dans la mer se trempe
Ô nuits ! ni la clarté déserte de ma lampe
Sur le vide papier que la blancheur défend
Et ni la jeune femme allaitant son enfant.
Je partirai ! Steamer balançant ta mâture,
Lève l’ancre pour une exotique nature!

Un Ennui, désolé par les cruels espoirs,
Croit encore à l’adieu suprême des mouchoirs!
Et, peut-être, les mâts, invitant les orages
Sont-ils de ceux qu’un vent penche sur les naufrages
Perdus, sans mâts, sans mâts, ni fertiles îlots…
Mais, ô mon cœur, entends le chant des matelots!

1866 

Il componimento presenta suggestioni legate all’immagine del viaggio e del mare che rinviano alla ricerca dell’Assoluto. Dopo avere sperimentato tutto, il poeta è colto da un profondo senso di stanchezza: non lo interessano più né le passioni carnali («carne») né quelle intellettuali («libri»), è preda di un’insoddisfazione che lo scoraggia. A tutto questo, egli oppone il suo forte desiderio di viaggiare verso terre lontane e sconfinate, poste tra cielo e mare, dove la libera creatività possa finalmente esprimersi. Né gli affetti familiari né i rischi dell’avventura lo frenano.
Questo contenuto viene espresso da Mallarmé in un discorso poetico che rinnega i normali nessi logici per ricorrere all’uso di simboli e astrazioni. In questa sua invocazione il diretto interlocutore è il suo cuore (v. 5 e v. 16): è a lui che si rivolge, perché possa imparare a volare tra il mare e i cieli («l’ignota schiuma e i cieli») da quegli «uccelli ebbri» che assaporano ogni giorno il gusto della libertà e perché dia ascolto al «canto dei marinai», simbolo di speranza per ogni uomo che aspiri a dare una svolta alla monotonia della vita.

APPARITION

La lune s'attristait. Des séraphins en pleurs
Rêvant, l'archet aux doigts, dans le calme des fleurs
Vaporeuses, tiraient de mourantes violes
De blancs sanglots glissant sur l'azur des corolles.
- C'était le jour béni de ton premier baiser.
Ma songerie aimant à me martyriser
S'enivrait savamment du parfum de tristesse
Que même sans regret et sans déboire laisse
La cueillaison d'un Rêve au coeur qui l'a cueilli.
J'errais donc, l'oeil rivé sur le pavé vieilli
Quand avec du soleil aux cheveux, dans la rue
Et dans le soir, tu m'es en riant apparue
Et j'ai cru voir la fée au chapeau de clarté
Qui jadis sur mes beaux sommeils d'enfant gâté
Passait, laissant toujours de ses mains mal fermées
Neiger de blancs bouquets d'étoiles parfumées.


1883

traduzione inglese

The moon was getting sad. Weeping cherubs
were dreaming, bow in hand in the quiet vaporous flowers
Played from their dying viols,
white tears rollied on the sky-blue petals

– That was the sacred day of our first kiss
And I became martyr to my own dreams
which fed on that perfume of sadness
which, even without regrets or mishaps, leaves
picking up a dream to the heart who picked it.

Here I was, wandering, with my eyes riveted on the ancient cobbles
When with sunshine in your hair, in the street,
and in the night, you appeared to me, laughing
And I thought I saw the fairy with a hat of light
That once visited my beautiful spoiled childhood’s slumbers
And from whose half closed hands
Kept snowing in white bunches of scented stars.