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martedì 14 gennaio 2025

No, il dibattito no

 


Daniela Preziosi
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Il Pd di Schlein cresce nei sondaggi, ma per oscurare Meloni serve qualcosa di più, Domani, 13 gennaio 2025

... Anche la nostrana vicenda del tormentato “centro” racconta qualcosa su questo. Come già anticipato e ricamato dai media, il prossimo sabato 18 gennaio a Milano e a Orvieto sono convocati due dibattiti paralleli e presuntamente convergenti, quello dei cattolici della “Comunità democratica”, special guest Ernesto Ruffini e Romano Prodi, e quello dei riformisti di Libertà Eguale, con Paolo Gentiloni. Al di là delle intenzioni di chi li ha convocati, riguardano entrambi il Pd.

Sono stati pensati autonomamente, anche se per ragioni più che altro promozionali vengono raccontati come incrociati: anzi gli organizzatori hanno voluto collegarli per rafforzare il peso specifico di ciascuno. Va aggiunto che in realtà i dibattiti in contemporanea sono addirittura tre: sempre il 18 gennaio a Brescia alcune eminenze della sinistra del Pd hanno convocato un dibattito titolato “Qualcosa di sinistra”, presenti i big Pier Luigi Bersani e Andrea Orlando. Al di là delle interpretazioni di stampa, favorite dagli organizzatori, la coincidenza delle date è casuale. L’appuntamento di Orvieto è annuale, ed è stato convocato mesi fa; quello dei “cattolici” di «dentro e fuori il Pd» è nato più di recente, e ha scelto il 18 gennaio perché è l’anniversario dell’“Appello ai liberi e forti” di Luigi Sturzo e della nascita del Partito popolare (nel 1919); e anche il convegno lombardo è stato ovviamente organizzato ben prima delle feste, ma in maniera del tutto autonoma, anche se ora viene presentato come la risposta di sinistra ai primi due.La trama reale è casuale, l’attesa che il prossimo sabato nasca una nuova cosa bianca si sgonfia. Vedremo. Ma questa vicenda racconta un’altra storia: e cioè che dentro il Pd, e dentro il centrosinistra, il bisogno di confronto c’è, ma non riesce a trovare una strada per esprimersi. Quindi fuoriesce.

Questo non riguarda solo i cattolici nel Pd, o i riformisti. Che il dibattito interno scarseggi, lo dimostrano le incertezze su alcuni dossier di cui le opposizioni si sono occupate nell’ultimo mese, prima della pausa festiva. Finite in pasticcetti. Per esempio il provvedimento SalvaMilano: a novembre il gruppo alla Camera l’ha votato insieme alla maggioranza, ma la discussione e l’approfondimento interno sono stati così scarsi che in pochi hanno saputo rispondere alle polemiche con le altre opposizioni e agli appelli della società civile.

Risultato: al Senato il voto dei dem cambierà di segno, almeno in un’astensione. Altro esempio: la prossima settimana arriverà in aula la discussione sul rapporto Draghi su cui il Pd non è unanime; senza una discussione in profondità (che è invece quella che hanno promosso gli organizzatori di Orvieto) in aula finiranno per risaltare molto di più le differenze a sinistra che quelle a destra.

Dirigenti renitenti


Insomma, dentro il Pd il confronto scarseggia, dunque il confronto si fa fuori dal Pd. E non è una buona notizia per Schlein, che rischia di apparire come un tappo al dibattito interno; né per il partito, che deve guardare a quello che succede fuori.

Va detto che la responsabilità non è della segretaria, almeno non solo. La “pax schleiniana” ormai siglata dalla minoranza interna, insieme a qualche opportunismo di chi sa che le liste delle politiche le farà la segretaria, hanno ormai ritrasformato gli organismi interni – direzione e assemblea nazionale – in messe cantate dove i big tacciono e le analisi diverse sono rappresentate per titoli, senza svolgimento.

Quello che filtra del dibattito della segreteria non è diverso. Ci sono le eccezioni: lo scorso dicembre Peppe Provenzano, responsabile Esteri, ha promosso un seminario a porte chiuse su “L’Europa nel mondo in fiamme”. È stata raccontata come l’occasione di due grandi ritorni al Nazareno, Romano Prodi e Massimo D’Alema, in realtà è stata l’occasione per un confronto dritto su tesi diverse anche nel Pd. Ma è stata un’iniziativa più unica che rara.

Il Nazareno nega ed esibisce ampio calendario di seminari su temi programmatici, dall’immigrazione in giù. Giusto domani ne è convocato uno sulla scuola pubblica. Ma appunto, l’Europa frana nel mondo in fiamme, Meloni guida il paese verso un filoatlantismo pericoloso, e la risposta sembra del nuovo Pd sembra quella di Moretti, «no, il dibattito no».

belfagor: Eppur si muove

giovedì 2 gennaio 2025

Cattolici democratici alla riscossa



Tornano in campo i cattolici democratici del centrosinistra, gli ex Ppi, con una iniziativa organizzata da Graziano Delrio il 18 gennaio a Milano, in cui interverranno alcuni padri nobili, come Romano Prodi e Pierluigi Castagnetti, intellettuali d'area come Ernesto Maria Ruffini, un'ampia platea di amministratori locali, professori e associazioni.
Pronto il nome: Comunità democratica.
L'obiettivo, spiega all'ANSA Delrio, è "far capire che la cultura politica dei cattolici democratici può dare molto al Paese, come in altri tornanti storici. Chiediamo una maggior accoglienza e spazio, nel Pd o anche fuori dal Pd". (ANSA)


Huffington Post

Quando si muovono nella politica italiana  gli uomini che storicamente rappresentano il potere non vanno mai né sottovalutati e né, soprattutto come si suol dire, presi alla leggera. E questo perché ogni movimento, ogni mossa e ogni iniziativa sono sempre riconducibili ad un disegno politico e, ovviamente, di potere. È il caso, nello specifico, di Romano Prodi, cioè uno degli uomini che maggiormente hanno avuto - e hanno - dimestichezza con il potere politico ed economico di questo paese. È appena sufficiente scorrere il suo ricco ed importante curriculum per rendersene conto. Da quando assunse l’incarico di Ministro dell’Industria nel lontano 1978 per poi passare alla Presidenza dell’Iri dal 1982 in poi sino ai giorni nostri. Esponente della sinistra cattolica e tecnocratica strettamente inserita nei gangli del potere economico e del sottogoverno del nostro paese, è indubbio che Prodi con il suo importante contributo e la sua azione concreta ha segnato e condizionato il cammino della politica italiana in questi ultimi decenni. E lo confermano i prestigiosi e sontuosi incarichi di potere - politico ed economico - ricoperti a livello nazionale ed europeo. Una sinistra cattolica e tecnocratica che esisteva già ai tempi della Dc e che è sempre stata, per fare un solo esempio, profondamente diversa, se non addirittura alternativa, rispetto all’altra sinistra, quella sociale di ispirazione cristiana, che aveva come punti di riferimento prima nella Dc Carlo Donat-Cattin e Sandro Fontana e poi, nella seconda repubblica, Franco Marini.
Ma, per tornare all’oggi, è quantomai importante capire qual è il progetto politico, e di potere, che persegue Prodi per dare forza e consistenza ad una cosiddetta iniziativa centrista. E cioè, se e come rafforzare la corrente prodiana e cattolica all’interno del Pd - che resta, come ovvio, il vero obiettivo dopo l’eccessivo sbilanciamento a sinistra favorito e perseguito dalla segreteria della Schlein - per pesare di più rispetto ad un recente passato nei confronti della componente ex e post comunista. Oppure dar vita ad un progetto politico centrista sganciato dai rispettivi schieramenti maggioritari, ma l’ipotesi è del tutto virtuale, se non addirittura astratta. O, infine, dar vita ad un partito centrista strettamente organico alla coalizione di sinistra ma distinto dal Pd. Ipotesi che, però, metterebbe seriamente ed irreversibilmente in crisi il progetto politico originario su cui nacque lo stesso Pd che, almeno formalmente, non è la semplice prosecuzione della storia della sinistra italiana attraverso la tradizionale filiera Pci/Pds/Ds.


Una astuzia della ragione 

Non c'è nulla di magico nell'astuzia della ragione. Ogni tanto succede che le condizioni per un cambiamento siano mature, mentre nessuno dei principali attori in campo se ne accorge (o se ne vuole accorgere). Si muovono i cattolici del Pd, intendono rilanciare la loro presenza sulla scena politica. La destra subito tenta di svalutare l'iniziativa: ecco l'ennesimo centrino, l'ennesimo sussulto di un centro che non c'è o, se c'è, sta con noi. Chissà poi se il centro cattolico si sente davvero a suo agio in una destra egemonizzata dalle componenti estreme, Fratelli d'Italia e Lega. Elly Schlein, troppo occupata a presidiare la sinistra, cerca, come può, di fare buon viso a quello che in cuor suo sembra considerare cattivo gioco. Eppure, la musica è chiara: per due volte la sinistra ha battuto Berlusconi alle urne  entrambe le volte era capeggiata da un esponente del centro cattolico. Purtroppo la democrazia laica in Italia non ha mai incontrato una grande fortuna, schiacciata com'era tra le grandi chiese dei partiti popolari di massa. Altra cosa è l'area cattolica, che nella società esiste da sempre, è vasta e ramificata. Soprattutto non è riducibile a uno schieramento di destra centro, come quello capeggiato da Giorgia Meloni. Ecco allora l'uovo di Colombo. Se i cattolici democratici si mobilitano e riescono a darsi una casa comune spendibile sul terreno politico, il baricentro del Pd si sposta su posizioni più attente alle esigenze di una classe media evoluta e responsabile. Mancava la gamba di centro. Se questa gamba prende forma e si consolida, tutto il quadro della vita politica assume un aspetto diverso. Su impulso della stessa famiglia Berlusconi, Forza Italia cerca di apparire più moderna e civile della destra che di fatto ci governa. Solo che Taiani e C. si limitano a sbandierare una differenza che al dunque svanisce come se nulla fosse. Invece i vari Prodi e C. rappresentano a pieno titolo una sensibilità democratica egemone nello schieramento di sinistra. In tal modo la pretesa maggioritaria della destra subisce un duro colpo.

mercoledì 23 febbraio 2022

Dove sono finiti i pacifisti

 


 

DONATELLA DELLA PORTA
I destini d'Europa e la pace dei vivi, La Stampa, 23 febbraio

Ci si chiede dove siano finiti i pacifisti, perché mai tacciano, quando ormai a decidere sembra siano già granate, bombe e proiettili. Forse però bisognerebbe chiedersi dove sarebbero quelli favorevoli alla guerra, che l'assecondano e la propiziano. Nei più grandi Paesi europei sarà forse una minoranza. Il punto è che l'opinione pubblica è letteralmente attonita, frastornata, ancora incapace di reagire. Stiamo risalendo la china della pandemia, che oltretutto non è ancora finita, e anziché poter guardare con qualche speranza al futuro ci risvegliamo dopo due anni di incubo con una guerra nel cuore dell'Europa. Per di più una guerra combattuta con le nuove armi dell'intelligence e dell'informazione, ma per il resto tradizionale, anzi tradizionalissima. Donne, anziani e bambini in fuga dalle loro case, carri armati che avanzano, riserve di sacche di sangue pronte all'uso, dato che le vittime vengono calcolate già in migliaia. Ci sentiamo proiettati nel passato più tetro, quello anzitutto della guerra dei Balcani. Come se non fossero bastati quei massacri, il genocidio di Srebrenica. E questo dovrebbe avvenire di nuovo in Europa? Già provata dalla pandemia?
In questi giorni abbiamo sentito quasi solo il parere degli "esperti", che ormai occupano lo spazio pubblico. E in questo caso sono in particolare gli strateghi di geopolitica che spiegano con dovizia di particolari quali sono le cause e le mosse, in un fronte e nell'altro. Ma ora più che mai abbiamo invece bisogno di politica e di una visione che sappia indicare una via d'uscita dal pantano bellico. Se siamo sbigottiti di fronte a una tale escalation, da non riuscire ancora a reagire, è perché in molti hanno confidato nelle capacità diplomatiche, soprattutto europee, di trovare un accordo. Non ci basta chi si limita a tuonare contro Putin - che certo è un autocrate - demonizzando la Russia. E per farlo più agevolmente tira in ballo vecchi scenari sovietici. Come se dall'altra parte non esistessero gravi responsabilità. Finora la voce politica che si è levata è quella di Romano Prodi. Il rischio in Italia, dove in genere si parla quasi solo dei fatti di casa, e poco dell'estero, è che la gente semplicemente non capisca. Chi spiegherà a quanti dovranno pagare il rincaro delle bollette, o magari subire conseguenze ancora più devastanti dalla crisi energetica, che l'Ucraina deve entrare a tutti i costi nella Nato? E le sanzioni alla Russia non si tradurranno in punizioni per noi?
Proprio all'inizio di questo nuovo secolo il filosofo Jürgen Habermas parlava di "Occidente diviso" attribuendo a questa espressione un valore positivo - e in nessun modo negativo, come si suole fare oggi. All'indomani della guerra in Iraq, di cui paghiamo ancora gli effetti, Habermas sottolineava la frattura tra una politica americana che seguiva i propri interessi per un verso violando la legalità internazionale, addirittura i principi giuridici fondamentali, per l'altro ignorando del tutto i tradizionali alleati europei. A proposito di quest'ultimo punto basti pensare all'ignominiosa fuga dall'Afghanistan, avvenuta come se la Nato non esistesse. A quell'unilateralismo americano Habermas contrapponeva il progetto cosmopolitico che, malgrado le guerre devastanti e, anzi, proprio sulla base delle esperienze belliche, ha sempre animato l'Europa. Noi proveniamo da qui, siamo eredi di Kant e del suo grande monito sulla pace perpetua. Perché se si lascia che la guerra anche solo si insinui tra i popoli europei, allora ci sarà la pace eterna dei cimiteri, non la pace dei vivi in grado di trovare un accordo. Ma siamo eredi anche di quel pensiero critico che ci ha insegnato che lo Stato nazionale con i suoi confini rigidi, che respinge e discrimina i migranti, è un grande problema per l'Europa. Lo vediamo oggi in Ucraina. Perché dove popoli e lingue si mescolano, la nazione diventa una forzatura e una fonte di conflitti. Ciò è emerso anche in altri scenari. Prima di parlare di "sovranità" e di "integrità territoriale", come si fa in queste ore, bisognerebbe parlare di popoli ed esseri umani. Per questo serve il federalismo. Per questo l'Unione europea avrebbe dovuto essere da tempo una forma politica sovranazionale in grado proprio perciò di prevenire situazioni di crisi come quella attuale. Chi oggi è pacifista è anche europeista e pensa che l'Europa, questo Occidente antico e altro, debba essere protagonista e intervenire immediatamente per evitare ancora eccidi. —
 
ROMANO PRODI
Il Foglio, 23 febbraio 2022
 
 “Il discorso fatto lunedì da Putin era un discorso arrogante, triste, pericoloso. È un discorso che ci fa rimpiangere la stagione della Guerra fredda, durante la quale l’angoscia della tragedia infinita non permetteva alle piccole e tangibili tragedie di manifestarsi con la forza d’urto che stiamo vedendo in queste ore. Putin ha ripescato il leninismo, la Grande Russia, e ha usato la retorica della nostalgia per spingere se stesso verso il limite più estremo a cui può arrivare senza dover sparare un solo colpo. Ha fatto un atto di guerra, ma non ha fatto ancora la guerra, e sta giocando una partita da pokerista: avanza dove non c’è resistenza e mette l’occidente, e l'Europa, di fronte alle sue contraddizioni”. Contraddizioni di che tipo? “La prima contraddizione è ovviamente economica. L'Europa fa bene, anzi benissimo, a studiare tutte le sanzioni possibili. E bene ha fatto ieri Scholz, il cancelliere tedesco, ad annunciare lo stop ai lavori di Nord Stream 2. Ma Putin sa perfettamente che l'Europa difficilmente utilizzerà sanzioni così dure in grado di uccidere l’economia europea. E Putin, purtroppo, sa bene che l'Europa si presenta di fronte a questo appuntamento formalmente unita, certo, ma con una oggettiva diversità di interessi. Testimoniata anche da due fattori evidenti. Mi dica lei: l'Europa ha una politica energetica comune? Purtroppo no. E poi: l'Europa ha una politica di difesa comune? Purtroppo no. Siamo divisi militarmente, siamo divisi politicamente, abbiamo di fronte a noi solo un’unità economica e di conseguenza quando succedono grandi incidenti non si riesce a fare molto. Il coltello dalla parte del manico oggi ce l’ha Putin. Le reazioni dell'Europa, non per cattiveria, non per mancanza di volontà, ma non potranno mai essere sufficienti, se parametrate a quello che sta facendo la Russia. E sfortunatamente, se di fronte ai grandi problemi del mondo non si è uniti, allineati cioè anche nella difesa degli interessi strategici, le democrazie liberali rischiano di fare un passo indietro e rischiano di osservare in modo passivo i passi in avanti delle democrazie illiberali”. Stanno vincendo i cattivi? “Io non so chi sta vincendo. So quello che sta succedendo”.

giovedì 2 maggio 2013

Il mistero svelato dei 101

Umberto Cherubini

PD: paradossi democratici. Bersani fa le primarie in pompa magna e viene tradito da uno su quattro. Gesù Cristo, che scelse gli apostoli senza le primarie, fece molto meglio: uno su dodici. È un problema di funzionamento della democrazia? O è un problema della politica come professione? Forse è un problema di tutte e due: politica di professione e democrazia non stanno insieme.
Fenomenologia dei 101. Provate a fare un gioco di ruolo. Siete uno dei 101 che ha acclamato Prodi nella riunione dei grandi elettori e non lo ha votato il giorno dopo. Che tipo siete? Perché avete fatto questa scelta? E ora cosa state facendo? Cominciamo dalle cose semplici. In primo luogo, siete contrari a Prodi, anche se gli psicologi potrebbero trovare controesempi: amo Prodi e quindi gli voto contro, per un qualche complesso moto dell’inconscio. Diciamo però che siete contrari a Prodi, e lo siete per motivi politici. Siete appena usciti dalla riunione in cui avete ricevuto l’indicazione di votare Prodi. Non siete intervenuti, forse avete cambiato idea nella notte, forse avete parlato con qualcuno. In fondo, solo i cretini non cambiano idea (anche se questo non vuol dire che anche i cretini lo facciano). Ma tant'è, non volete votare Prodi. E ne siete convinti, perché se non lo foste la scelta giusta sarebbe votare, tanto la probabilità che Prodi raggiunga il massimo dei voti è bassa. Voi votate perché volete stroncare eventuali insistenze sul nome Prodi nelle votazioni successive.

Volete dare un segnale chiaro. L'avete fatto, e avete raggiunto l'obiettivo. Ora ci sono due scenari. Il problema è risolto, e allora è il caso di spiegare perché è stato risolto. Il problema non è risolto? Allora, è il caso di uscire allo scoperto e dare il colpo finale. E' qui che non riusciamo più ad andare avanti con il gioco. E' il silenzio dei 101 che non è spiegabile in nessuna forma logica, se la logica resta all'interno della contesa politica. Possibile che non ci sia nessuno che abbia la voglia di parlare, se non per motivi di trasparenza pubblica almeno per motivi di vanità privata? Possibile che a nessuno non venga neppure in mente di intonare il: "sono qui per seppellire Prodi e non per lodarlo"? Nessuno che senta neppure il bisogno di far sapere le proprie ragioni in forma anonima?
Questo è il mistero dei 101: una falange così compatta, con un silenzio così ostinato, che ci ricorda gli eroi. Una falange senza un capo, ma che si muove come un uomo solo. I conti non tornano, però, perché gli eroi finiscono il lavoro. Gli eroi non potrebbero tollerare che la loro ombra segua il nuovo capo del governo, lasciando anche e soprattutto aperto il sospetto che lui sia uno di loro. In questo caso gli eroi parlano. E allora in questa politica pirandelliana emerge, come sempre, una realtà diversa, che però non ci sorprende mai. E ci viene da sorridere, con amarezza e tenerezza, pensando che quando lo smacchiatore di giaguari minacciava i 5 Stelle: "se si va a casa, si va a casa tutti", i 101 drizzavano le orecchie e prendevano appunti.
Abbiamo quindi provato, con un vero e proprio teorema, che i 101 non hanno votato né in coscienza né in incoscienza. Hanno difeso il loro posto di lavoro. Il fatto che la falange sia altrettanto compatta di una falange di eroi non deve ingannare. Ricordiamoci che anche ai tempi della compravendita di parlamentari regnava il silenzio (almeno sul prezzo). E in questo silenzio, è lecito supporre tutto, anche che un'altra compravendita si sia verificata.
Dopo il teorema, il corollario. Chi può avere paura di perdere il posto? Uno che esercita una professione. Ecco il punto focale. Il teorema implica che i 101 sono politici di professione. Sono casta. Sono la prova e il sintomo di una questione morale che persiste nella sinistra, e che noi di sinistra non siamo più disposti a tollerare.
E, alla fine, i 101 ci lasciano una domanda complessa sulla selezione della classe politica. Come è possibile che un personale politico così scadente sia stato selezionato con le primarie? Perché la democrazia non ha funzionato? Perché ha selezionato personale politico con interessi privati? Su questo non ci sono teoremi, ma una congettura. Il politico di professione è un concetto in
contrasto con la democrazia. I professionisti si scelgono, non si eleggono. Quando dovete chiamare un trombaio fate le primarie?
In conclusione, abbiamo provato che i 101 hanno mostrato l'incompatibilità tra democrazia e politica di professione, hanno profanato le primarie, e adesso seguono, come follower indesiderati, l'operato del governo. La scienza procede a forza di controesempi. Se uno dei 101 vuole inviare un controesempio al mio teorema, lo può fare anonimanente, mi auguro qui su Linkiesta.
In mancanza di questo controesempio, che non arriverà, la diagnosi è infausta. Stiamo lavorando con un governo debole, e con un parlamento che andrebbe sciolto, per la sola esistenza dei 101, e nessuno dell'attuale compagine del PD dovrebbe essere candidato alla prossima elezione, a meno che non si chiarisca il mistero dei 101. Questa è compattezza e unità, e questa è la politica: quando qualcuno sbaglia (e 101 sono più di qualcuno), si paga tutti.

Fonte  http://www.linkiesta.it/blogs/cosi-e-se-traspare-storie-finanza-e-mancanza-trasparenza/la-scarica-dei-101-e-le-primarie#ixzz2S7fwJfim

La vicenda dei 101 secondo Fabio Martini (La Stampa)
Giornalettismo, 26 gennaio 2015

Quirinale, come andò veramente che i 101 parlamentari del Partito Democratico silurarono la corsa di Romano Prodi al colle più alto? Dopo le affermazioni di Stefano Fassina, esponente della minoranza del Partito Democratico, su la Stampa di oggi Fabio Martini pubblica un ampia ricostruzione dei giorni che cambiarono il corso della legislatura e che aprirono la strada al fallimento della segreteria di Pierluigi Bersani.

QUIRINALE, LA STORIA DEI 101 PARLAMENTARI CHE SILURARONO PRODI - “Matteo Renzi fu il capo dei 101 che affossarono Romano Prodi”, ha recentemente affermato Stefano Fassina. Le cose, racconta Martini, sarebbero andate in modo totalmente diverso: “È la sera del 18 aprile 2013″, racconta il cronista della Stampa, “e il giorno prima si era consumato il flop di Franco Marini, candidato al Quirinale dell’accordo tra Bersani e Berlusconi. In quelle ore il Pd sta decidendo di cambiare cavallo e strategia e a quel punto il sindaco di Firenze Matteo Renzi, sempre così restio a farsi vedere a Roma, si scomoda. Convoca i «suoi» 35 parlamentari al ristorante e gli comunica: “Si vota Prodi”. Dunque, le affermazioni di Fassina, scrive Martini, sarebbero “prive di fondamento” perché l’attuale segretario del Pd avrebbe dato ordine ai parlamentari a lui vicini di votare il Professore, se non altro perché se allora si fosse formato “un governo di legislatura, lui rischiava di finire per cinque anni nel freezer”. Così, da Eataly di Roma arriva la direttiva agli esponenti renziani: si voti per Prodi.

LA CANDIDATURA DI MASSIMO D’ALEMA - “Ma quella notte accadono altre due cose decisive”, continua Martini: “Bersani, dopo aver fatto ritirare Marini, sta precipitosamente convergendo anche lui su Prodi. Confida oggi Marini: “La rapidità con la quale Bersani ha lanciato Prodi, senza preparare troppo la candidatura, si spiega in un modo solo: provò a giocare d’anticipo perché temeva una candidatura di D’Alema a quel punto vincente”. L’operazione da bloccare non era quella di Prodi, dunque, ma quella di Massimo d’Alema, pronto sulla rampa di lancio: “D’Alema fa sapere di essere pronto a sfidare Prodi. A scrutinio segreto! Scontro lacerante ma vero tra i duellanti di un ventennio. Nel cuore della notte vengono preparate le schede per la mattina successiva”. La mattina dopo, prestissimo, Pierluigi Bersani propone ai parlamentari del Pd il nome di Romano Prodi: candidatura, come è noto, accolta all’unanimità dai parlamentari del Pd, giusto? Sbagliato: “All’annuncio del nome di Professore, le prime due file, ma solo quelle, si alzano in un applauso entusiastico, Bersani e Zanda «cedono» all’acclamazione senza voto”. D’Alema dirà a Marco Damilano nel suo ultimo libro che quella sera “in sala c’è stato l’errore grave di chi doveva parlare e non lo ha fatto”, ovvero di Anna Finocchiaro, che avrebbe dovuto opporsi all’acclamazione e chiedere la conta.

RODOTA’ NON SI RITIRA - Romano Prodi è candidato da Pierluigi Bersani, dunque, ma nessuno lo chiama. Dovrà essere lui a telefonare a due esponenti cruciali per la definizione della corsa al Quirinale: “Telefona a Massimo D’Alema, che è sincero e gli dice: «La situazione, dopo l’esito del voto su Marini, è molto confusa e tesa». Prodi annota mentalmente: D’Alema non mi farà votare dai suoi. Poi chiama il suo vecchio amico Mario Monti, che gli rinnova tutta la sua amicizia ma gli dice: “Romano la tua candidatura è divisiva…”. Né i dalemiani, né l’area centrista, dunque, sosterranno il Professore al Colle; Stefano Rodotà, ancora in campo per il Movimento Cinque Stelle, fa sapere che davanti al nome di Prodi non intende ritirarsi dalla corsa: l’ex garante della Privacy “fa capire che a chiamarlo deve essere Bersani e comunque l’essenza del passaggio è chiara: davanti ad una soluzione «alta» come quella di Prodi, Rodotà non si ritira”. Pochi minuti dopo Prodi confida alla moglie: “Non passerò”. E la frittata è ormai fatta.