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martedì 9 giugno 2015

Scenari poco rassicuranti per la Grecia e l'Europa



Lucrezia Reichlin
I troppi equivoci su Atene
Corriere della Sera, 25 maggio 2015


Domenica il ministro dell’Interno greco Voutsis annunciava che il suo governo non avrebbe pagato i soldi dovuti al Fondo monetario Internazionale (Fmi) in giugno. Lunedì sera la smentita: «Atene farà ogni sforzo per onorare i suoi debiti». Questo è solo l’ultimo episodio nel confuso susseguirsi di annunci e precisazioni che accompagnano le trattative in corso tra il governo greco e i partner europei. Se non fosse una tragedia, questo continuo flusso di notizie difficilmente interpretabili potrebbe bene essere descritto dalla commedia di Shakespeare Much ado about nothing («Molto rumore per nulla»): pettegolezzi, annunci, voci e chiacchiere che portano i protagonisti a false mosse e a una sequenza di errori. La commedia shakespeariana ha un lieto fine, sarebbe potuta andare altrimenti.

Come nel caso della Grecia, si rimane fino all’ultimo in bilico tra il lieto fine e l’esito tragico. Il testo si insegna nelle scuole come una riflessione sull’onore, la vergogna e la politica. Riflessione più che mai urgente per tutte le parti in causa anche per il caso greco. Dopo quattro mesi di incertezza ed errori da ogni parte, i negoziati tra Atene e la troika (comunque la si voglia chiamare adesso) sembrano ora focalizzarsi esclusivamente su aspetti di bilancio, volti a un accordo dell’ultimo minuto che eviti il peggio ma che non garantisce alcuna sostenibilità di lungo periodo. Non c’è tempo, né volontà politica per cercare di costruire un percorso con un orizzonte non immediato, basato sulla coerenza tra un programma riformatore e la sostenibilità di bilancio. Si stanno ripetendo gli errori del passato. È probabile (ma assolutamente non certo) che, nonostante la confusione di messaggi, la Grecia pagherà il Fmi alla prossima scadenza - si tratta di pochi soldi - e che ci si ritrovi alla fine di giugno senza un incidente maggiore. A quel punto è probabile che si arrivi a un accordo per ottenere l’esborso della ultima tranche prevista dal secondo programma di aiuti o, ancora più probabile, che per arrivarci si prenderà ancora un po’ di tempo e si andrà a nuove elezioni. Ancora tempo perso per la ripresa, ancora incertezza e possibilità di incidenti di percorso.
Ma anche se lo scenario più roseo si materializzasse - cioè un accordo pieno sul secondo programma - questa non sarà certo la fine della saga greca. La Grecia avrà bisogno di un terzo programma di aiuti. Questo dovrebbe idealmente essere basato su buoni principi, che evitino il disastro dei primi due. E paradossalmente sembra che ormai in Europa ci sia un consenso su quali siano questi principi. Per esempio, bisogna evitare che le riforme - necessarie - siano pro-cicliche, cioè limitino la capacità di spesa dei cittadini quando l’economia è in recessione. Anche l’Ocse sostiene sia meglio cominciare prima dalle riforme meno socialmente divisive: dal mercato dei prodotti alla riforma dello Stato, al sistema giudiziario ma comunque non dal lavoro. Inoltre, ormai sono molti a dire che non si può imporre un surplus primario irrealistico che finisca, come è avvenuto nel passato, per strozzare l’economia. Ma se su questi principi di base c’è un largo consenso, quale è la difficolta a formulare un nuovo programma o meglio a costruire il ponte tra un accordo sulla chiusura del secondo e la formulazione del terzo? I problemi sono due. Primo, non è chiaro se il governo greco e l’Europa abbiano lo spazio politico e quindi la volontà di farlo. Secondo, anche se lo avessero, non è chiaro se la Grecia sia capace, pur condividendolo, di metterlo in pratica. Ma la condivisione sul contenuto del programma e la capacità di attuarlo sono due condizioni essenziali per la sua credibilità e il suo successo. 


Se nessuna delle parti in causa, come sembra, sarà capace di partire da questa osservazione essenziale e quindi di prendere la leadership del negoziato, si aprono due scenari alternativi. Il primo è che si continui come nel passato: negoziati infiniti su aspetti esclusivamente di bilancio e un susseguirsi di accordi dell’ultimo secondo per continuare a sopravvivere e non creare un incidente costoso per l’Unione. La Grecia, secondo questo scenario, vivrebbe ai margini dell’Unione, un po’ sussidiata e un po’ depauperizzata. Il secondo è che la Grecia vada in default , fallisca ed esca dall’euro. Con quest’ultima opzione non è realistico pensare che ciò che l’Europa le ha prestato sia restituito nella sua interezza. Sperare in una restituzione del 50% è fin troppo ottimista. Ma se è cosi l’Italia, terzo Paese creditore di Atene, tornerebbe a essere a rischio e per l’Unione si riaprirebbe il problema di come far fronte alla sostenibilità del debito sovrano senza un intervento massiccio della Banca centrale europea. Facendo vacillare quel fragile consenso così faticosamente costruito.

lunedì 5 gennaio 2015

Creditori e debitori, la svolta necessaria in Europa

Lucrezia Reichlin
Berlino e la variabile greca Non processate solo i debitori
Corriere della Sera, 5 gennaio 2015

Le modalità che le istituzioni e i governi europei adotteranno per affrontare l’eventuale richiesta greca di una rinegoziazione del debito sono essenziali per capire se le economie dell’Unione usciranno dalla stagnazione nel 2015 e come evolverà il governo della moneta unica. L’Italia deve quindi tenere gli occhi ben aperti: la visione che prevarrà su come affrontare la crisi greca segnerà il futuro di tutti, non solo quello di Atene. Secondo indiscrezioni riportate dal settimanale tedesco Der Spiegel , Angela Merkel starebbe considerando lo scenario di un’uscita della Grecia dall’euro come preferibile a nuove concessioni sul debito.
Un passo di questo tipo da parte di Berlino stupirebbe — e non a caso ieri fonti governative hanno negato cambi di linea. Nonostante i progressi ottenuti dal 2010, infatti, è irrealistico pensare che l’eurozona non sia più esposta a una crisi finanziaria e politica in caso di «Grexit». Difficile credere che la Germania non tema questa prospettiva. Interpreto piuttosto le indiscrezioni giunte dalla Cancelleria come un segnale: la Germania non è disposta ad accettare, anche di fronte al ricatto di un’uscita dalla zona euro, una sostanziale svalutazione del debito che Atene ha con le istituzioni europee (il cosiddetto «debito ufficiale»), in particolare con la Banca centrale. Un default sul «debito ufficiale» — quello nei confronti di Stati ed enti pubblici (pari ormai all’80% del totale) e non più con i privati, come accadde in occasione della precedente ristrutturazione che portò il debito greco a una riduzione stimata in circa 100 miliardi — comporterebbe de facto un’uscita della Grecia: non tanto per l’atteggiamento punitivo dei tedeschi, ma perché indurrebbe la Bce a non accettare più il debito greco come collaterale nelle operazioni di finanziamento alle banche.
È davvero questa l’intenzione di Alexis Tsipras? Io credo che l’astro nascente della sinistra greca sia consapevole di quanto una posizione di questo genere si rivelerebbe suicida. Suo obiettivo è invece chiamare una trattativa che parta dal riconoscimento di come la sola combinazione di riforme strutturali e consolidamento dei conti pubblici si sia rivelata fallimentare. Pur in dissenso con gli aspetti populisti del programma di Syriza, questo messaggio è ormai largamente condiviso da osservatori di provenienza e matrice politica diversa.
Ne è un esempio il discorso pronunciato nel giugno scorso alla Banca dei regolamenti internazionali da Benjamin Friedman.
Il rispettato studioso di economia monetaria all’università di Harvard ha sostenuto che alla radice della stagnazione europea c’è il fallimento delle strategie sul debito sovrano: parliamo del problema rappresentato dal fatto che alcuni Stati membri Ue hanno contratto un debito che non saranno in grado di ripagare. Un’analisi che condividiamo ormai in molti.
Le difficoltà nell’affrontare la questione sono oggettive. All’origine c’è la peculiarità della situazione nell’eurozona, un’area dove il debito di uno Stato membro è emesso in una moneta che quello Stato non ha diritto di stampare. A questa peculiarità, si aggiunge quella per cui il debito degli Stati più a rischio è ormai, quasi interamente, detenuto da investitori istituzionali e soprattutto dalla Bce.
Il modo in cui l’Europa si è mossa sinora non convince. Sono state imposte regole molto strette sul consolidamento di bilancio, demonizzando ogni forza politica in dissenso dalla linea del rigore e lasciando alla Banca centrale il monopolio delle politiche di management della domanda. Una dinamica che sottopone la Bce a pressioni che potrebbero mettere a repentaglio la sua stessa credibilità.
Trovare una soluzione diversa, che preveda un accordo sul debito capace di alleggerirne il peso sull’economia senza far oscillare la stabilità finanziaria dell’Unione, non è certo semplice. Accettare però che il futuro dell’Eurozona sia dettato esclusivamente dagli interessi dei creditori significa subordinare a questi interessi la crescita delle economie di tutti i Paesi dell’Unione.