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sabato 20 giugno 2015

Charleston, Ventimiglia: gente fuori posto

Alessandro Portelli
Charleston, South Carolina
il manifesto, 20 giugno 2015



Prima di ini­ziare il mas­sa­cro, Dylann Roof ha detto ai fedeli neri della Ema­nuel Afri­can Metho­dist Epi­sco­pal Church di Char­le­ston, South Caro­lina: «stu­prate le nostre donne e vi state impa­dro­nendo dell’America». Sono due para­noie diverse — la ses­sua­lità e il potere — con­no­tate da epo­che diverse ma infine con­nesse da un sot­to­fondo di senso. La figura del nero vio­len­ta­tore affonda radici pro­fonde nella sto­ria, e que­sto le dà oggi un curioso sapore ana­cro­ni­stico. È vero che non è mai del tutto scom­parsa dall’immaginario ame­ri­cano (e nean­che dal nostro): la cam­pa­gna elet­to­rale che portò all’elezione di Bush padre nel 1988 fu tutta imper­niata sulla figura di Wil­lie Hor­ton, un afroa­me­ri­cano che, in libera uscita dal car­cere, aveva vio­len­tato una donna bianca. Tut­ta­via, rin­via soprat­tutto agli anni dei lin­ciaggi di massa, fra la guerra civile e gli anni ’30, ed è stata rela­ti­va­mente meno pre­sente in epoca più recente. Il fatto che Roof l’abbia rie­su­mata rivela da quali paure ata­vi­che è stato mosso, in quali pro­fon­dità oscure è andato a pescare. L’idea che i neri stiano impa­dro­nen­dosi dell’America invece è stret­ta­mente legata alla con­tem­po­ra­neità. La pre­si­denza Obama, lungi dal segnare il supe­ra­mento delle ten­sioni raz­ziali, ha finito per acu­tiz­zarle, gene­rando la con­vin­zione che i neri stiano pren­dendo il potere e si pre­pa­rino a ridurre i bian­chi a cit­ta­dini di seconda classe. Inten­zio­nale o meno, anche l’ondata di assas­si­nii di neri da parte della poli­zia fa parte di que­sto qua­dro para­noico. La visione del mondo dei «supre­ma­ti­sti» bian­chi non ammette vie di mezzo coe­si­stenze, sfu­ma­ture: se non domi­niamo noi, domi­ne­ranno loro. Per que­sto, ogni volta che il potere bianco viene sia pure mini­ma­mente intac­cato, è per­ce­pito come l’inizio di un capo­vol­gi­mento apo­ca­lit­tico. E poche migliaia di pro­fu­ghi rap­pre­sen­tano un’«invasione» agli occhi di un Europa bianca paranoica. Quello che tiene insieme que­ste due para­noie sto­ri­ca­mente diverse è l’ossessione della purezza. L’atavica para­noia dello stu­pro si col­lega al ter­rore della misce­ge­na­tion, la «mesco­lanza» che con­ta­mina la purezza del «san­gue» della stirpe domi­nante. Nell’ideologia raz­ziale ame­ri­cana, basta avere un sedi­ce­simo di «san­gue» nero per essere con­si­de­rati cento per cento neri. La moderna osses­sione per la «con­qui­sta» o l’«invasione» nera è anch’essa fon­data su un ana­logo ter­rore della con­ta­mi­na­zione : basta che i neri otten­gano un fram­mento di potere per­ché l’intera sfera del potere sia per­ce­pita come spor­cata e impura. Se è vero che lo sporco è «mate­ria fuori posto», ebbene, niente è più fuori posto di Trey­vor Mar­tin in un quar­tiere per bian­chi o di un nero alla Casa Bianca. I puri devono cor­rere ai ripari. Per que­sti motivi mi sem­bra mal posta la domanda se il ter­ro­ri­sta Dylann Roof sia un iso­lato o fac­cia parte di un’organizzazione. Anche se avesse agito tutto da solo, comun­que non è un iso­lato, per­ché è espres­sione di una pato­lo­gia dif­fusa e atti­va­mente col­ti­vata da media e poli­tici di destra. Non è comun­que iso­lato il suo gesto. Forse ce ne siamo già scor­dati, nel suc­ce­dersi inces­sante di tra­ge­die di cro­naca, ma nel 2012 un altro ter­ro­ri­sta bianco è entrato un tem­pio Sikh nel Wiscon­sin e ha ammaz­zato sei per­sone: odiava gli arabi e i musul­mani, che i Sikh non fos­sero né l’uno né l’altro era irri­le­vante. Erano comun­que gente fuori posto nell’America bianca e cri­stiana, come sono fuori posto tutti i migranti, accam­pati sugli sco­gli di Ven­ti­mi­glia o attorno alle sta­zioni di Roma o di Milano (e la nostrana osses­sione della purezza si è inven­tata pure l’emergenza scabbia). Non è un gesto iso­lato non solo per­ché, come in tanti hanno ricor­dato, echeg­gia la strage di Bir­min­gham, Ala­bama, le quat­tro bam­bine uccise in chiesa da una bomba ter­ro­ri­sta bianca nel 1963, ma anche per­ché – e anche que­sto fati­chiamo a ricor­dar­celo – a metà anni ’90 l’America fu segnata da un’ondata di incendi dolosi di chiese nere. E c’è da doman­darsi che rela­zione esi­sta fra l’ossessione dello sporco e l’aggressione ripe­tuta al sacro. Char­le­ston, dove è suc­cessa que­sta strage, è un posto un po’ spe­ciale. Al tempo della schia­vitù, il South Caro­lina era l’unico stato in cui i neri fos­sero mag­gio­ranza. Fu qui che nel 1821 l’ex schiavo Den­mark Vesey e un gruppo di suoi com­pa­gni orga­niz­za­rono il più impor­tante ten­ta­tivo di rivolta della sto­ria della schia­vitù – impor­tante non tanto per quello che fecero (furono sco­perti e uccisi prima di poter agire) quanto per quello che pen­sa­vano. Orien­tata verso il Sud, verso i Caraibi, Char­le­ston era «con­ta­mi­nata» dalle idee rivo­lu­zio­na­rie e di libe­ra­zione che arri­va­vano dall’appena com­piuta rivo­lu­zione di Haiti. Den­mark Vesey era stato in con­tatto con i mari­nai hai­tiani, cono­sceva il pen­siero della rivo­lu­zione fran­cese. Nella raf­fi­nata rea­zio­na­ria Char­le­ston, gli schiavi e gli ex schiavi erano i por­ta­tori delle idee di moder­nità e di libertà. Oggi, sta ai loro discen­denti sal­vare un senso di uma­nità di cui sem­pre più, ogni giorno, per­diamo le tracce. 

 


martedì 9 giugno 2015

Scenari poco rassicuranti per la Grecia e l'Europa



Lucrezia Reichlin
I troppi equivoci su Atene
Corriere della Sera, 25 maggio 2015


Domenica il ministro dell’Interno greco Voutsis annunciava che il suo governo non avrebbe pagato i soldi dovuti al Fondo monetario Internazionale (Fmi) in giugno. Lunedì sera la smentita: «Atene farà ogni sforzo per onorare i suoi debiti». Questo è solo l’ultimo episodio nel confuso susseguirsi di annunci e precisazioni che accompagnano le trattative in corso tra il governo greco e i partner europei. Se non fosse una tragedia, questo continuo flusso di notizie difficilmente interpretabili potrebbe bene essere descritto dalla commedia di Shakespeare Much ado about nothing («Molto rumore per nulla»): pettegolezzi, annunci, voci e chiacchiere che portano i protagonisti a false mosse e a una sequenza di errori. La commedia shakespeariana ha un lieto fine, sarebbe potuta andare altrimenti.

Come nel caso della Grecia, si rimane fino all’ultimo in bilico tra il lieto fine e l’esito tragico. Il testo si insegna nelle scuole come una riflessione sull’onore, la vergogna e la politica. Riflessione più che mai urgente per tutte le parti in causa anche per il caso greco. Dopo quattro mesi di incertezza ed errori da ogni parte, i negoziati tra Atene e la troika (comunque la si voglia chiamare adesso) sembrano ora focalizzarsi esclusivamente su aspetti di bilancio, volti a un accordo dell’ultimo minuto che eviti il peggio ma che non garantisce alcuna sostenibilità di lungo periodo. Non c’è tempo, né volontà politica per cercare di costruire un percorso con un orizzonte non immediato, basato sulla coerenza tra un programma riformatore e la sostenibilità di bilancio. Si stanno ripetendo gli errori del passato. È probabile (ma assolutamente non certo) che, nonostante la confusione di messaggi, la Grecia pagherà il Fmi alla prossima scadenza - si tratta di pochi soldi - e che ci si ritrovi alla fine di giugno senza un incidente maggiore. A quel punto è probabile che si arrivi a un accordo per ottenere l’esborso della ultima tranche prevista dal secondo programma di aiuti o, ancora più probabile, che per arrivarci si prenderà ancora un po’ di tempo e si andrà a nuove elezioni. Ancora tempo perso per la ripresa, ancora incertezza e possibilità di incidenti di percorso.
Ma anche se lo scenario più roseo si materializzasse - cioè un accordo pieno sul secondo programma - questa non sarà certo la fine della saga greca. La Grecia avrà bisogno di un terzo programma di aiuti. Questo dovrebbe idealmente essere basato su buoni principi, che evitino il disastro dei primi due. E paradossalmente sembra che ormai in Europa ci sia un consenso su quali siano questi principi. Per esempio, bisogna evitare che le riforme - necessarie - siano pro-cicliche, cioè limitino la capacità di spesa dei cittadini quando l’economia è in recessione. Anche l’Ocse sostiene sia meglio cominciare prima dalle riforme meno socialmente divisive: dal mercato dei prodotti alla riforma dello Stato, al sistema giudiziario ma comunque non dal lavoro. Inoltre, ormai sono molti a dire che non si può imporre un surplus primario irrealistico che finisca, come è avvenuto nel passato, per strozzare l’economia. Ma se su questi principi di base c’è un largo consenso, quale è la difficolta a formulare un nuovo programma o meglio a costruire il ponte tra un accordo sulla chiusura del secondo e la formulazione del terzo? I problemi sono due. Primo, non è chiaro se il governo greco e l’Europa abbiano lo spazio politico e quindi la volontà di farlo. Secondo, anche se lo avessero, non è chiaro se la Grecia sia capace, pur condividendolo, di metterlo in pratica. Ma la condivisione sul contenuto del programma e la capacità di attuarlo sono due condizioni essenziali per la sua credibilità e il suo successo. 


Se nessuna delle parti in causa, come sembra, sarà capace di partire da questa osservazione essenziale e quindi di prendere la leadership del negoziato, si aprono due scenari alternativi. Il primo è che si continui come nel passato: negoziati infiniti su aspetti esclusivamente di bilancio e un susseguirsi di accordi dell’ultimo secondo per continuare a sopravvivere e non creare un incidente costoso per l’Unione. La Grecia, secondo questo scenario, vivrebbe ai margini dell’Unione, un po’ sussidiata e un po’ depauperizzata. Il secondo è che la Grecia vada in default , fallisca ed esca dall’euro. Con quest’ultima opzione non è realistico pensare che ciò che l’Europa le ha prestato sia restituito nella sua interezza. Sperare in una restituzione del 50% è fin troppo ottimista. Ma se è cosi l’Italia, terzo Paese creditore di Atene, tornerebbe a essere a rischio e per l’Unione si riaprirebbe il problema di come far fronte alla sostenibilità del debito sovrano senza un intervento massiccio della Banca centrale europea. Facendo vacillare quel fragile consenso così faticosamente costruito.

domenica 1 settembre 2013

Euroscetticismo dilagante

Jacopo Rosatelli 
L’onda euroscettica sotto i colpi della crisi: dalla periferia al nucleo
Aspenia online, 1 agosto 2013

Un fantasma si aggira per l’Europa, quello dell’euroscetticismo? La domanda è legittima, perché i segnali di malcontento sono molti. Laddove le proteste sono più forti, come nella “periferia” rappresentata da Portogallo, Spagna e Grecia, chi manifesta contro le politiche governative adottate per uscire dalla crisi lo fa spesso prendendosela con “i diktat di Bruxelles”. O con quella troika formata, per due componenti su tre, dalle istituzioni continentali che più di altre rappresentano l’Unione Europea come soggetto autonomo (e non come somma di Stati): la Commissione e la Banca Centrale Europea. L’UE ha smesso di essere, per larghi settori di quei paesi, sinonimo di benessere ed opportunità, trasformandosi nell’inafferrabile dispensatore di austerità a dosi ritenute insopportabili.
Fortunatamente, anche nella periferia europea più colpita dalla crisi continuano a prevalere le posizioni di coloro che sanno distinguere tra il progetto europeo nella sua portata storica e le scelte politiche contingenti, tra l’UE in sé e chi ne guida, in questa fase, gli organi di governo. Inoltre, fra quanti criticano l’attuale indirizzo politico delle istituzioni europee, sono una minoranza quelli che assolvono dalle responsabilità della crisi le proprie classi dirigenti nazionali: nell’autocritica sono generalmente coinvolti settori e soggetti interni alle proprie società. Emblematiche sono, da questo punto di vista, voci come quelle del principale quotidiano spagnolo, El País, che rappresenta l’opinione pubblica iberica progressista, e il partito della sinistra radicale greca Syriza, che, com’è noto, è in forte ascesa.
Ciononostante, appare evidente come, nella periferia, lo spazio per conciliare la critica alle politiche dell’UE e la difesa della sua legittimità rischi di ridursi sensibilmente con il trascorrere del tempo, se le popolazioni non riusciranno ad avvertire un miglioramento delle proprie condizioni. Un destino che, a ben guardare, riguarda non solo i paesi “deboli”, ma anche il cuore dell’Europa. Anche in Germania e in Francia, infatti, in modo diverso è viva la tensione fra la critica delle singole scelte politico-economiche delle istituzioni comunitarie e la negazione della legittimità stessa dell’UE. Nonostante l’euroscetticismo sia ancora sotto i livelli di guardia, non si può dare per scontato che, nel centro del continente, esista un’eterna ed inesauribile riserva di consenso filo-europeo.
Sulle due sponde del Reno, come si sa, storicamente la costruzione dell’edificio europeo non è stata vissuta allo stesso modo: approccio intergovernativo quello francese, spinte verso la dimensione comunitaria e sovranazionale da parte tedesca. Maggiore attenzione verso la tutela delle sovranità nazionali nel primo caso, e invece più slancio verso nuove forme di sovranità condivisa nell’altro. Nonostante le differenze, però, le classi dirigenti dell’Esagono e della Repubblica federale, sia di (centro)destra che di sinistra, si sono sempre spese a favore del processo di integrazione, a differenza dello storico “partner-avversario” britannico. L’impegno pro-europeo ha sempre potuto contare su opinioni pubbliche che, fatte salve le differenze, non hanno mai osteggiato il progetto di integrazione continentale. Il rischio che corrono ora Francia e Germania è che un’ostilità di tal genere possa invece, sulla base di esperienze diverse, crescere.
Nel caso francese, l’assenza di tangibili risultati nella politica economico-sociale del presidente socialista François Hollande potrebbe tradursi in una sorta di risentimento anti-europeo: l’UE (a egemonia tedesca) rischia di essere vista come quel fattore “esterno” che impedisce il pieno utilizzo delle prerogative che uno Stato sovrano ha per farsi carico dei problemi che vivono i propri cittadini. A soffiare sul fuoco di questo malcontento sono già la destra del Front National e la sinistra più radicale unita nel Front de Gauche, assai critiche non da oggi – con le dovute fondamentali distinzioni – sull’unificazione europea. E anche all’interno del Partito Socialista (PS) potrebbero riemergere quelle differenze che risalgono almeno al referendum sulla costituzione europea del 2005, che vide l’attuale ministro degli Esteri Laurent Fabius schierarsi per il no al trattato: recenti dichiarazioni del ministro “protezionista” Arnaud Montebourg, che ha lamentato le “pressioni dell’UE sui governi democraticamente eletti”, evidenziano turbolenze nei rapporti di una parte del PS con Bruxelles.
È concreta la possibilità che le prossime elezioni europee della primavera 2014 si trasformino in una manifestazione di sfiducia nei confronti di Hollande, e cioè soprattutto della mancata rinegoziazione del fiscal compact e dell’intera governance economica europea. Gli euroscettici di destra, dal FN a formazioni minori come il tradizionalista Mouvement pour la France dell’eurodeputato vandeano Philippe De Villiers o Debout la République del deputato gollista dissidente Nicolas Dupont-Aignan, non si lasceranno sfuggire l’occasione di mettere in relazione la perdita di sovranità con la crisi economica. Rispetto al rifiuto dell’Europa per ragioni di puro e semplice nazionalismo, questo tipo di euroscetticismo ha indubbiamente più frecce (e più pericolose) al proprio arco.
Anche la sinistra guidata da Jean-Luc Mélenchon insiste, pur con accenti diversi, sullo stesso nesso sovranità-crisi economica, aggiungendovi però la necessità che tutti i popoli colpiti dall’austerità si uniscano nella stessa lotta contro l’indirizzo sin qui prevalente della Commissione e del Consiglio europeo. Una sorta di “neo-sovranismo internazionalista”, per così dire, potrebbe trovare ascolto nell’elettorato che alle presidenziali premiò Hollande. In questo quadro, i gollisti dell’UMP si candidano a tornare primo partito e guadagnare una posizione utile nel cammino della reconquête alla quale stanno già lavorando, nonostante pesi su di loro lo stigma di un’eccessiva (e storicamente paradossale) germanofilia, retaggio dell’epoca non lontana della diarchia (a trazione tedesca) Merkozy.
In Germania, il sentimento esplicitamente euroscettico trova ancora scarsa espressione nel sistema politico. Non c’è nulla di paragonabile al Front National, mentre la sinistra della Linke è lontana da pulsioni nazionalistiche di qualunque sorta, anche solo in forma di souveranisme. Ciononostante, la nascita del partito anti-euro Alternative für Deutschland è un segnale da non sottovalutare, così come il dibattito nella sinistra radicale sull’uscita dalla moneta unica inaugurato da Oskar Lafontaine. Fra i democristiani, le voci critiche sono isolate, anche se rumorose, come quelle del deputato bavarese Peter Gauweiler, uno dei promotori del ricorso alla Corte costituzionale contro il Meccanismo europeo di Stabilità e il piano di acquisti dei titoli di debito da parte della BCE.
Più che di euroscetticismo in senso proprio, nel caso tedesco si può parlare di una sorta di “euro-raffreddamento”, tanto nell’opinione pubblica quanto nelle classi dirigenti. Qualcosa di meno minaccioso per l’UE di quanto si muova invece in Francia, ma in grado di conoscere evoluzioni ulteriori. Il “programma di governo 2013-2017” della CDU\CSU rappresenta in maniera emblematica tale posizione. Per l’UE la Germania non è disposta a far pagare troppo i propri contribuenti: Keine Leistung ohne Gegenleistung, ossia “nessuna prestazione senza controprestazione”, recita il documento. E quindi, no agli eurobond e altre forme di condivisione del debito con i paesi ritenuti spendaccioni, perché, se venissero adottati, il rischio sarebbe quello di perdonare (e dunque tollerare) i comportamenti non virtuosi.
Visti gli indici di gradimento della Cancelliera Merkel, la maggioranza dei tedeschi sembra indiscutibilmente condividere questo punto di vista: l’UE va bene, ma non – quasi letteralmente – a qualunque prezzo. Una crisi di legittimità non è poi così lontana.