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domenica 7 giugno 2026

Una qualche luce

Simone Paliaga
Hannah Arendt e la parola in tempi di oscurità

Avvenire, 20 luglio 2023

«Il mondo si estende tra gli uomini e questo “in-between” che, al contrario di quanto abitualmente si pensi, è molto più degli individui o del singolo, è oggi oggetto della più grande preoccupazione e dello sconvolgimento più evidente in quasi tutti gli angoli del mondo. Persino là dove il mondo è ancora, o è mantenuto ancora, più o meno in ordine, lo spazio pubblico ha perso il potere di illuminare, tipico in origine della sua stessa essenza», scrive Hannah Arendt nel saggio dedicato a Lessing e pronunciato, il 28 settembre 1959 ad Amburgo, in occasione del conferimento dell’omonimo premio. Il cammeo destinato al pensatore tedesco è uno dei ritratti, insieme a quelli dedicati a Rosa Luxemburg, Giovanni XXIII, Karl Jaspers, Karen Blixen, Herman Broch, Walter Benjamin, Bertolt Brecht, allo studioso di politica Waldemar Gurian e al poeta Randall Jarrell, raccolti nel volume L’umanità in tempi bui (pagine 294, euro 22,00), per la prima volta tradotto integralmente in italiano dall’editore Mimesis e che sarà in libreria da domani, accompagnato dalla curatela di Beatrice Magni.
Arendt (1906-1975) non necessita di soverchie presentazioni. La sua ricerca filosofica è volta prevalentemente a indagare la pratica dell’agire, in particolare dell’agire politico, che assume tutta la sua forza se compreso e realizzato in un mondo abitato dalla pluralità di uomini. Se il fenomeno del totalitarismo, di cui è una delle pionieristiche e maggiori studiose, fa da sfondo alle vite di quasi tutti i personaggi affrontati dalla pensatrice, i tempi bui non caratterizzano solo l’epoca dei regimi politici novecenteschi, come con chiarezza non esita a precisare Arendt nell’estratto pubblicato qui a fianco e risalente al gennaio 1968. « La storia ha conosciuto molti periodi di tempi bui, – insiste nel discorso su Lessing – in cui lo spazio pubblico si è oscurato e dove il mondo è divenuto così incerto da indurre le persone a chiedere alla politica la sola garanzia di poter mantenere i propri interessi vitali e la propria libertà privata».
L’esclusione del mondo, trattato come se « non fosse che una facciata dietro la quale le persone potevano dissimularsi e giungere infine a comunicare con i loro simili senza riguardo per il mondo che esisteva tra di loro», porta a delle conseguenze di cui il totalitarismo non è che una manifestazione, seppure la più radicale. Ora, nel corso dei tempi bui, «quel mondo stesso che nasce tra gli individui e in cui tutto ciò che ciascuno porta con sé dalla nascita può diventare visibile e comunicabile», si eclissa. Esso viene offuscato dal “chiacchiericcio”, disturbato da un uso strumentale della parola che dissimula la realtà rendendo impossibile abitare questo “in-between”, vale a dire lo spazio mondano che, al tempo stesso, separa e unisce gli uomini rendendo possibile il loro agire e vivere insieme.
Eppure, sottolinea Arendt, anche nei periodi più oscuri, dei quali gli uomini non si avvedono a causa dell’uso mellifluo e sviante delle parole che non raccontano più il mondo ma lo occultano, delle scintille luminose lasciano aperto uno spiraglio. Una flebile luminosità che permette allo spazio pubblico di far luce sulle questioni umane, di dar nuovamente voce a quel mondo che è molto più della somma degli individui e singoli che lo abitano. Tra le scintille che offrono questa possibilità figura, per Hannah Arendt, anche Angelo Roncalli, salito al Soglio pontificio con il nome di Giovanni XXIII nel 1958. Della figura del Papa Arendt sottolinea «la completa indipendenza, frutto di un autentico distacco dalle cose del mondo, la straordinaria libertà da pregiudizi e convenzioni, che abbastanza spesso potrebbe tradursi in uno spirito quasi à la Voltaire, una stupefacente capacità di ribaltare ogni situazione”.
A definirne i tratti salienti è il suo essere nel mondo senza essere del mondo. Il legame che mantiene con le sue origini, la semplicità nell’offrirsi agli altri e un pressante senso della giustizia sono improntati tutti alla Sequela, rinforzata dalla fede. «“Questo è il mio esempio: Gesù Cristo”, ben sapendo, anche a diciott’anni, che “assomigliare al buon Gesù” significava essere “considerato come un pazzo”», sottolinea Arendt, riportando le parole del Santo Padre. È a Giovanni XXIII e alle altre figure raccontate dalla filosofa tedesca, che ai tempi bui, destinati a spingere gli uomini nel privato della «società degli individui», possono seguire periodi in cui gli uomini riscoprono il mondo per tornarvi a praticare l’agire politico.


L'inedito / «Figure così diverse: per tenerle insieme mi sono ispirata a Brecht»


Tutti nel ’900, tranne Lessing, testimoniano di un clima di vuoto, ingiustizia e disordine ben descritto anche da Sartre e Heidegger
Non potrebbero esistere persone più diverse le une dalle altre tra Lessing, Luxemburg, Giovanni XXIII, Jaspers, Blixen, Broch, Benjamin, Brecht, Gurian e Jarrell. E non è difficile immaginare il loro disappunto - se solo potessero dire la loro - per il fatto di essere state per così dire messe insieme in uno spazio comune. In comune, infatti, esse non hanno né le abilità, né le convinzioni, né la professione, né l’ambiente di provenienza; tranne che in un caso, non strinsero tra di loro alcuna relazione. Ciò che condividono, eccetto uno, è il periodo in cui si svolse la loro vita: il mondo della prima metà del XX secolo, con le sue catastrofi politiche, i suoi disastri morali e lo straordinario sviluppo delle arti e delle scienze. E se quest’epoca causò la morte di alcune di loro ed ebbe un’influenza determinante sulla vita e sull’opera di altre, alcune non ne furono che tangenzialmente toccate, e si potrebbe dire che nessuna di loro ne sia stata condizionata.
Chiunque cercasse qui delle figure rappresentative di un’epoca, esempi dello Zeitgeist o protagonisti della Storia (con la S maiuscola) resterebbe deluso. E tuttavia l’epoca - i “tempi bui” di cui parla il titolo - affiora, credo, in ogni angolo di questo libro. Ho preso a prestito queste parole dalla famosa poesia di Brecht A coloro che verranno, che parla di fame e di disordine, di massacri e assassinii, di rivolta contro l’ingiustizia e di disperazione («Quando solo ingiustizia c’era, e nessuna rivolta »), di odio legittimo («Anche l’odio contro la bassezza stravolge il viso»), di giustificata collera («Anche l’ira per l’ingiustizia fa roca la voce»). Tutto questo era reale, perché avveniva pubblicamente; non vi era nulla di segreto, né di misterioso. E tuttavia non era affatto visibile a tutti, e per niente facile da percepire; poiché fino al momento esatto in cui la catastrofe toccò tutto e tutti essa era dissimulata, non dalla realtà ma dalle parole, le parole ingannevoli e meravigliosamente efficaci di quasi tutte le personalità ufficiali che, di continuo e con molteplici e fantasiose varianti, trovavano spiegazioni esaurienti per ogni sgradevole evento e per ogni giustificato timore.
Quando pensiamo ai tempi bui e a coloro che vivono e crescono in essi è necessario considerare anche questo occultamento a opera dell’“establishment” - o “sistema”, come si diceva a quei tempi - e da esso generalizzato. Se la caratteristica dello spazio pubblico è quella di far luce sulle questioni umane, garantendo un luogo in cui gli individui appaiano e possano mostrare, nel bene e nel male, con azioni e con parole, chi sono e ciò di cui sono capaci, quando quella luce viene spenta da “vuoti di fiducia” e da un “governo invisibile”, da parole che non rivelano la realtà ma la insabbiano con esortazioni - morali o di altro tipo che, con il pretesto di difendere le antiche verità, sviliscono ogni verità a un livello di trivialità senza senso, quando quella luce viene spenta è il buio a dominare. Non c’è nulla di nuovo in tutto questo. È la situazione descritta da Sartre trent’anni fa, in La nausea, nei termini di cattiva fede ed esprit de sérieux, la situazione cioè di un mondo in cui chiunque viene pubblicamente riconosciuto come parte dei salauds e in cui tutto ciò che è esiste solo come un fatto opaco e privo di senso, che contribuisce a diffondere l’oscurità e suscita disgusto.
Una situazione identica a quella descritta, quarant’anni fa, da Heidegger, che nelle righe di Essere e tempo, con una precisione senza precedenti, tratta dell’“esserci”, dei suoi “discorsi vani” e, in generale, di tutto ciò che, invece di essere preservato e protetto nell’intimità del sé, è costretto ad apparire in pubblico. Nella descrizione heideggeriana dell’esistenza umana tutto ciò che è reale o autentico è letteralmente assalito dall’inquietante potere del “chiacchiericcio”, irresistibilmente generato dallo spazio pubblico. Un potere che determina l'esistenza umana di ogni giorno in ogni singolo aspetto e che impedisce, precedendolo, il manifestarsi di senso - o di non senso - di tutto ciò che il futuro potrebbe riservare. Secondo Heidegger, il solo modo per sottrarsi all’“incomprensibile barbarie” del quotidiano mondo comune è il ritiro in quella solitudine che i filosofi, a partire da Parmenide e Platone, hanno contrapposto allo spazio della politica. Ma qui non ci interessa la pertinenza filosofica delle analisi di Heidegger, né siamo interessati alla tradizione di pensiero filosofico che la sottende: quello che qui conta è solo l’analisi di alcune esperienze fondamentali dell’epoca e la loro descrizione concettuale.
Ciò che importa, nel nostro contesto, è quanto l’affermazione «la luce di ciò che è pubblico oscura tutto» sia riuscita ad andare al cuore della questione, ponendosi precisamente come la sintesi migliore delle condizioni esistenti. I “tempi bui” nel senso più generale, come qui li intendo, non sono, in quanto tali, assimilabili alle mostruosità di questo secolo, di certo di per sé orribili in modo inedito. I tempi bui, al contrario, non solo non sono nuovi, ma, anzi, non sono nemmeno eccezionali nella storia, benché forse sconosciuti a quella americana, che ha comunque, anch’essa, i suoi scheletri nell’armadio. Una convinzione profonda sta alla base dello sfondo indistinto contro il quale si ergono i personaggi che seguono: che, anche nei tempi più bui, noi possiamo avere il diritto di raggiungere una qualche luce e che essa derivi meno dalle teorie o dai concetti e più da quella fiamma incerta, vacillante e spesso flebile che uomini e donne, nella loro vita e nella loro opera, riescono a far brillare, in qualsiasi circostanza, e a diffondere nello spazio e nel tempo a loro concesso su questa terra. Occhi così abituati al buio, come sono i nostri, faticheranno a distinguere se la loro luce fu quella di una candela o di un sole ardente. Ma una valutazione così oggettiva mi sembra una questione di secondaria importanza, che possiamo tranquillamente lasciare a coloro che verranno dopo di noi.
 

sabato 7 marzo 2015

Il ritorno del soldato Švejk

Valentina Parisi
Il gran ritorno del soldato Švejk
il manifesto, 1 marzo 2015

Pochi scrit­tori sem­brano avere spe­ri­men­tato una iden­ti­fi­ca­zione altret­tanto totale con i per­so­naggi che li hanno resi uni­ver­sal­mente noti quanto il pra­ghese Jaro­slav Hašek, padre di quel «bravo sol­dato Svejk» ele­vato nell’immaginario col­let­tivo a incar­na­zione del fan­tac­cino bef­fardo e imbo­scato. Dotato di una vita­lità impres­sio­nante, che gli ha per­messo di essere eletto a pre­sunto sim­bolo dello spi­rito nazio­nale ceco, non­ché di tro­neg­giare in tempi recenti dalle inse­gne di una catena di risto­ranti, Svejk ha finito per oscu­rare il suo stesso autore (tipo peral­tro quanto mai eccen­trico), fago­ci­tando nella per­ce­zione dei let­tori tutti gli altri scritti pub­bli­cati prima della sua apparizione.
È sul ver­sante di que­sta alte­rità che si posi­ziona il Meri­diano a lui dedi­cato (Opere, a cura di Anna­lisa Cosen­tino, pp. 1568, euro 65,00) che, pro­po­nendo il capo­la­voro di Hašek in una tra­du­zione inte­grale (cin­que anni fa era già uscita quella pre­ge­vo­lis­sima di Giu­seppe Dierna nei Mil­lenni Einaudi) esten­dendo la pro­spet­tiva anche in dire­zione di quei testi poe­tici, gior­na­li­stici, dram­ma­tur­gici e nar­ra­tivi in parte ine­diti in ita­liano che rap­pre­sen­tano il vario­pinto retro­terra delle Avven­ture del bravo sol­dato Svejk nella Grande guerra. Pagine che non rivo­lu­zio­ne­ranno certo il giu­di­zio cri­tico sullo scrit­tore, ma che hanno il merito di inqua­drarne l’opus maius sullo sfondo di una per­vi­cace irri­sione del mito dell’Austria Felix, e richia­mando alla mente, quanto a radi­ca­li­smo, Gli ultimi giorni dell’umanità di Karl Kraus.

La cata­strofe della Grande Guerra, annun­ciata dalla dome­stica di Svejk nell’incipit ful­mi­nante: «Insomma, hanno ammaz­zato il nostro Fer­di­nando», non sarà infatti che il colpo di gra­zia per «la fati­scente monar­chia asbur­gica» alla quale – in modo più o meno espli­cito – Hasek rivol­geva i suoi strali almeno già dal 1910. Tanto da fon­dare, nella pri­ma­vera del 1911, un imma­gi­na­rio «Par­tito del pro­gresso mode­rato nei limiti della legge», per paro­diare nei suoi «comizi» di sedi­cente can­di­dato al par­la­mento di Vienna la reto­rica dei poli­ti­canti della Kaka­nia. Già in que­ste improv­vi­sa­zioni sati­ri­che, in genere con­ce­pite in que­sta o quella bir­re­ria di fronte agli occa­sio­nali com­pa­gni di bevute, in una sorta di caba­ret dada ante lit­te­ram, emerge la pre­di­le­zione di Hašek per la dimen­sione orale, così come il culto della ciarla, della fan­fa­ro­nata, dell’aneddoto inve­ro­si­mile che da lì a qual­che decen­nio saranno ele­vati a vero e pro­prio genere let­te­ra­rio da Bohu­mil Hra­bal. Ma anche in pre­ce­denza, nei cosid­detti «boz­zetti gali­ziani» e nei repor­tage di viag­gio pub­bli­cati a diciott’anni sul prin­ci­pale quo­ti­diano ceco, «Narodny listy», affio­rava la ten­denza di Hašek all’affabulazione, non­ché quel tono sin­go­lar­mente ambi­guo che carat­te­riz­zerà tutte le sue opere, sospese tra situa­zioni di un rea­li­smo quasi deso­lante e la loro imman­ca­bile defor­ma­zione grot­te­sca. Basti leg­gere L’assassino di fronte al tri­bu­nale, dove la requi­si­to­ria di un pub­blico mini­stero viene infram­mez­zata in una sorta di flusso di coscienza a quelle che sono le reali pre­oc­cu­pa­zioni dell’oratore in quel momento, ossia lo spez­za­tino sca­dente appena divo­rato. Oppure La ribel­lione del dete­nuto Sejba, in cui la messa cele­brata all’interno di un car­cere si tra­sforma in una spas­sosa prova di nervi tra il chie­ri­chetto inten­zio­nato a dimo­strare tutto il suo zelo per rice­vere una razione in più e il diret­tore della pri­gione, che vor­rebbe farla finita il prima pos­si­bile per andar­sene all’osteria.
D’altronde, la capa­cità vir­tuo­si­stica di alter­nare regi­stri sti­li­stici, non­ché di indu­giare con evi­dente sod­di­sfa­zione sulla soglia tra vero­si­mi­glianza e paro­dia, non met­terà al riparo Hašek dai tagli della cen­sura imperial-regia, allor­ché le sue frec­ciate con­tro lo Stato, la Chiesa cat­to­lica e l’esercito si faranno troppo evi­denti. Incar­ce­rato più volte per la sua vici­nanza agli ambienti anar­chici, non­ché per aver tur­bato l’ordine pub­blico da sobrio e da ubriaco, Hašek sarà richia­mato come riser­vi­sta nel gen­naio 1915 e, dopo essersi fatto espel­lere dalla scuola uffi­ciali a Ceske Bude­jo­vice, finirà pri­gio­niero dei russi nel set­tem­bre di quello stesso anno, non prima di essersi con­se­gnato volon­ta­ria­mente al nemico, secondo una prassi non infre­quente nelle file dell’esercito asbur­gico.
Tutte vicende che, sep­pur tra­sfi­gu­rate, ritro­viamo pun­tual­mente nelle Avven­ture del bravo sol­dato Svejk, la cui ste­sura fu inter­rotta dalla morte dell’autore nel 1923 pro­prio nel punto in cui Svejk si appre­stava a cadere igno­mi­nio­sa­mente in mano al nemico.

Non si sa se, qua­lora avesse avuto la pos­si­bi­lità di con­ti­nuare, Hašek avrebbe reso il suo eroe par­te­cipe anche degli epi­sodi più pica­re­schi della sua bio­gra­fia per­so­nale, quelli che all’indomani della rivo­lu­zione d’Ottobre lo vedranno schie­rarsi a favore dei bol­sce­vi­chi e diven­tare addi­rit­tura aiu­tante del coman­dante del soviet mili­tare della sper­duta città tatara di Bogul’ma. Di certo, è dif­fi­cile imma­gi­narsi Svejk in veste di redat­tore di rivi­ste filo-bolsceviche o respon­sa­bile della pro­pa­ganda – man­sioni que­ste che il suo crea­tore svol­gerà prima a Kiev, poi a Ufa e Irku­tsk durante la guerra civile. Tut­ta­via, la note­vole dose di auto­bio­gra­fi­smo che per­mea il capo­la­voro di Hašek non deve far dimen­ti­care che il per­so­nag­gio di Svejk ha una genesi com­plessa che risale al periodo pre­bel­lico e finan­che al 1907, quando lo scrit­tore, celan­dosi die­tro il nome della sua fidan­zata, aveva già pub­bli­cato un rac­conto (qui tra­dotto per la prima volta in ita­liano) cen­trato sulla figura di un impro­ba­bile «bravo sol­dato sve­dese» per­suaso del fatto che «la più grande deli­zia dev’essere morire per il pro­prio sovrano».
Il volume per­mette di con­fron­tare le varie ipo­stasi assunte da Svejk nel tempo, dai cin­que rac­conti del ciclo datato 1911 in cui com­pare già con il suo nome (Il bravo sol­dato Svejk. Gli inte­res­santi casi di un milite one­sto) al romanzo-pamphlet del 1917 tito­lato Il bravo sol­dato pri­gio­niero, dove spun­tano vari ele­menti auto­bio­gra­fici e la descri­zione del cupio dis­solvi che si è impa­dro­nito dell’impero asbur­gico («L’Austria non desi­de­rava altro che diven­tare inu­tile») si fa sem­pre più sferzante.
D’altro canto la pro­li­fe­ra­zione degli Svejk – ossia la gene­ra­zione di innu­me­re­voli cloni acco­mu­nati da quella «idio­zia con­ge­nita» che con­sente loro di met­tere a nudo l’assurdità nasco­sta die­tro la reto­rica patriot­tarda – non si arre­sterà nep­pure dopo la pre­ma­tura scom­parsa di Hašek. Quasi a smen­tire l’interpretazione «nazio­nale» che vuole Svejk espres­sione di un pan­cia­fi­chi­smo tipi­ca­mente ceco, l’anti-soldato di Hašek sarà riletto in chiave paci­fi­sta e uni­ver­sale nel 1928 da Erwin Pisca­tor e Ber­told Bre­cht, che lo por­te­ranno in scena a Ber­lino «mobi­li­tando» nel vero senso della parola le mario­nette dise­gnate da Georg Grosz gra­zie a un tapis rou­lant.


Ma l’avventura più ango­sciante vis­suta dal «buon sol­dato» è cer­ta­mente quella che gli riser­verà lo stesso Bre­cht, quando nel 1943 lo resu­sci­terà nella pièce tea­trale Svejk nella seconda guerra mon­diale, por­tan­dolo fino a Sta­lin­grado camuf­fato da nazi­sta.
Inva­ria­bil­mente spiaz­zante e inaf­fer­ra­bile nel suo can­dore, Svejk resta ancor oggi dopo più di cent’anni un «clas­sico» della resi­stenza pas­siva al male, forse l’incarnazione più riu­scita di quel dis­senso mime­tico che finge di aval­lare la logica aber­rante del potere per meglio demi­sti­fi­carlo. Un aspetto che è stato colto con acu­tezza da Milan Kun­dera: «Svejk ade­ri­sce così poco agli scopi della guerra che non li con­te­sta nep­pure. La guerra è spa­ven­tosa ma lui non la prende sul serio. Non si prende sul serio ciò che non ha senso».