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martedì 25 marzo 2025

Un eroe del nostro tempo



Claudio Giunta, Retorica italiana a strati
Il Sole 24ore, 15 gennaio 2017

Dopo la laurea al Dams e un master di un anno in Diritti Umani, il giovane Alessandro Di Battista parte per il Guatemala. Ignora lo spagnolo, ma questo non gli impedisce di vincere un «bando come casco bianco della Caritas italiana», nell’ambito di un progetto che – come si legge nel sito della Caritas – manda all’estero «volontari e volontarie con il ruolo di operatori di pace, promuovendo, al contempo, i temi dell’educazione alla mondialità e all’intercultura». Arrivato in Guatemala, a Nuevo Horizonte, s’immerge nella vita della povera gente trovando ospitalità in casa di Raúl, un ex guerrigliero ora contadino, e della sua compagna Chala. La sera, per affinare la lingua, Di Battista traduce Neruda. Di giorno, per cattivarsi le simpatie dei ragazzini di Nuevo Horizonte, dà lezioni gratuite di chitarra, mentre loro gli insegnano le parolacce in spagnolo: «Eravamo tutti insegnanti e studenti contemporaneamente». Insieme a loro legge i giornali «provando a smascherare tutte le più comuni tecniche di distrazione di massa che la stampa guatemalteca mette in campo pur di mantenere il potere nelle mani dei soliti». Diventato ormai parte della comunità, grazie a un finanziamento della Caritas fonda una biblioteca, sui cui scaffali si trovano fianco a fianco Stato e anarchia di Bakunin e i romanzi di Harry Potter. «Ogni volta che un ragazzo veniva a prendere un libro in prestito mi sembrava di aver dato un piccolo contributo a migliorare il mondo». Un angolo di paradiso, minacciato soltanto dalla TV, da «quelle indegne telenovelas latinoamericane che ogni giorno intaccano il lavoro fatto con la biblioteca».

Finita l’esperienza guatemalteca, Di Battista non torna in Italia ma viaggia in lungo e in largo per il Sudamerica, alla ricerca di «spremute di umanità». Ha qualche soldo da parte ma non disdegna il lavoro. Vende chincaglieria nei mercatini («Io sapevo fare soltanto banalissimi braccialetti, ma ero bravo a venderli»), carica sabbia in Honduras, scarica maiali in Brasile. «Tutto questo», precisa, «non per guadagnare denaro», ma per ottenere «la patente da viaggiatore e non essere mai bollato come turista».

Tornato a Roma, la gamma delle possibilità, che sul Rio delle Amazzoni pareva infinita, ha l’aria di restringersi. I compagni di scuola «hanno iniziato a ingranare», lui è fermo. La notte, lo tormentano gli attacchi di panico. Scrive a Repubblica, al Fatto, proponendosi come inviato in Sudamerica, ma neanche gli rispondono. Gli risponde invece Gianroberto Casaleggio, che gli dà 3600 euro per scrivere un libro sui sicari guatemaltechi. Mentre scrive, Di Battista partecipa ai meet up del Movimento, si dà da fare. Ormai «non del tutto ignoto» ai simpatizzanti, nel 2013 si presenta alle selezioni online nel M5S è arriva quarto nella Circoscrizione Lazio 1. Viene eletto alla Camera.

Nell’aula che è stata ed è ancora «occupata abusivamente dai partiti e dai loro lacchè», Di Battista porta avanti le sue battaglie. Battaglie mirate: sul reddito di cittadinanza, sui marò («Io non sapevo se i due marò erano innocenti o meno: sapevo che avevano obbedito, da buoni soldati, a un ordine ricevuto e mi indignava il fatto che in Italia pagasse sempre chi fa il proprio dovere, magari per tutelare gli interessi di qualche grande armatore»). Ma soprattutto battaglie di principio: contro «i pennivendoli al servizio delle banche»; contro i giornalisti sleali come Daria Bignardi («la moglie di Luca Sofri, figlio di Adriano Sofri, l’ex leader di Lotta Continua condannato a ventidue anni di carcere quale mandante dell’omicidio del commissario Calabresi»), che gli fa una domanda non concordata a proposito del padre neofascista; contro i politici corrotti e corruttori (su tutti Giorgio Napolitano, l’uomo che fu al fianco dei «carri armati sovietici che sedarono nel sangue le sacrosante rivendicazioni di libertà dei giovani ungheresi di Budapest durante la rivoluzione del 1956», l’uomo che «si recò, casualmente» negli USA «durante i giorni tragici del sequestro Moro»); contro l’Unione Europea, che «ci obbliga ad andare in pensione sempre più tardi»; contro le banche, in particolare Goldman Sachs e JP Morgan (il motore del sì al referendum costituzionale); contro «la religione del consumo»; contro «i pregiudizi degli intellettuali, relegati, dalla nostra nascita, ai margini della storia».

Preso in questo vortice, Di Battista non perde però l’abitudine al viaggio, perché «viaggiare è uscire da se stessi», e questo annullamento nel flusso della vita, «come una persona qualunque», è ciò che stimola la virtù essenziale per chi fa politica, l’empatia, cioè «la capacità di capire i problemi o gli slanci altrui e farli propri». Sul traghetto per la Sicilia, Di Battista collauda questa empatia ascoltando le confidenze dei pendolari: la rabbia degli agricoltori per «l’introduzione delle arance marocchine», ma anche l’orgoglio per il prodotto locale («C’è il tarocco, l’arancia più diffusa. Poi la sanguinella che si raccoglie fino ad aprile, e poi il moro di Lentini»); l’ira del pendolare siciliano contro i «monopolisti dei trasporti»; l’indignazione del pescatore calabrese contro l’Unione Europea, «durissima nei confronti dei pescatori calabresi ma estremamente indulgente con quelli spagnoli». Viaggiando, Di Battista si scopre uomo tra gli uomini: «Viaggiavo e ascoltavo, sentivo crescere in me il senso di appartenenza alla mia specie: quella umana». All’interno della specie umana, gli italiani si distinguono per solarità ed eroismo («In viaggio incontrai decine di eroi»), ma anche per un’ingiusta propensione a colpevolizzarsi: «Spesso ce la prendiamo con noi stessi quando occorrerebbe avere la forza di prendere di petto i veri responsabili dei disastri del nostro Paese».

Questo, a grandi linee, il contenuto di A testa in su. Ma il riassunto non rende l’idea, perché non può trasmettere la voce di Di Battista, che è quella che dà al libro la sua nota caratteristica. Una voce franca, sicura («l’unica carriera che davvero mi interessava, e mi interessa ancora, è quella di essere umano»), ma talvolta commossa («gli esseri umani sono angeli con una sola ala, possono volare solo restando abbracciati»); confidenziale («Ora che sono un parlamentare, troverò pace? Mi ricandiderò? Mah, credo che i miei piedi non si raffredderanno mai»), ma anche solenne («Il vento del cambiamento aspetta il respiro degli uomini per non essere fermato»).

A testa in su è un libro importante, che ha un notevole valore di testimonianza, uno di quei libri che gli storici del futuro non potranno fare a meno di leggere se vorranno capire che cosa è successo in Italia in questi anni. Quanto ai lettori di oggi, troveranno in A testa in su molte ragioni per riflettere non tanto su Di Battista quanto su ciò che ha portato Di Battista ad essere Di Battista, sull’humus che ha fatto fiorire questa pianta: i libri che lo hanno formato, la conversazione e l’esempio del padre destrorso, il Dams, il master in Diritti Umani. L’educazione alla mondialità e all’intercultura.

Infine, gli storici della bêtise vi troveranno un vasto e affascinante campionario. Perché nel non ancora quarantenne Alessandro Di Battista si sono accumulati, strato su strato, decenni – forse secoli – di retorica italiana. In un’Amaca di qualche tempo fa Michele Serra si domandava, un po’ deluso, come mai Di Battista non fosse del PD o di SEL. Serra aveva ragione, a suo modo, perché nella multi-retorica di Di Battista c’è anche una generosa fetta di retorica gauchiste: la mistica del Popolo Sano e Naturale, che è uno degli stigmi più patetici della mentalità borghese. Ma è solo una fetta. Nel resto della torta c’è la retorica hippy del comunque viaggiare, la retorica alla Terzani del filosofare viaggiando, la retorica cristiana della ‘buona povertà’, quella comunitarista che loda l’artigiano e biasima l’industriale, quella terzomondista (gli africani «danzano sul mondo perché sono dominatori del tempo»), quella pasoliniana nemica dei consumi e della TV. E c’è infine, ad amalgamare il tutto, l’ingrediente italiano eterno, immarcescibile, anzi sempre più verde e vivo a mano a mano che passano gli anni: Gabriele D’Annunzio.

Alessandro Di Battista, A testa in su. Investire in felicità per non essere sudditi, Milano, Rizzoli 2016.


Ezio Raimondi, Gabriele d'Annunzio
Storia della Letteratura Italiana. Il Novecento
Garzanti, Milano 1969

Se si guarda bene, è la logica di un grande produttore di letteratura, di uno scrittore che sta alle regole del mercato e non perde mai il contatto con il pubblico, accettando la propria parte di personaggio come una specie di mito che va insieme vissuto e amministrato secondo il canone industriale della domanda e della offerta. 

Brano che, pensando a Di Battista, andrebbe riscritto così: Se si guarda bene, è la logica di una celebrità, di una vedette che sta alle regole del mercato e non perde mai il contatto con il pubblico, accettando la propria parte di personaggio come una specie di mito che va insieme vissuto e amministrato secondo il canone industriale della domanda e della offerta. 

https://machiave.blogspot.com/2025/03/passare-alla-storia.html





sabato 7 marzo 2015

Il ritorno del soldato Švejk

Valentina Parisi
Il gran ritorno del soldato Švejk
il manifesto, 1 marzo 2015

Pochi scrit­tori sem­brano avere spe­ri­men­tato una iden­ti­fi­ca­zione altret­tanto totale con i per­so­naggi che li hanno resi uni­ver­sal­mente noti quanto il pra­ghese Jaro­slav Hašek, padre di quel «bravo sol­dato Svejk» ele­vato nell’immaginario col­let­tivo a incar­na­zione del fan­tac­cino bef­fardo e imbo­scato. Dotato di una vita­lità impres­sio­nante, che gli ha per­messo di essere eletto a pre­sunto sim­bolo dello spi­rito nazio­nale ceco, non­ché di tro­neg­giare in tempi recenti dalle inse­gne di una catena di risto­ranti, Svejk ha finito per oscu­rare il suo stesso autore (tipo peral­tro quanto mai eccen­trico), fago­ci­tando nella per­ce­zione dei let­tori tutti gli altri scritti pub­bli­cati prima della sua apparizione.
È sul ver­sante di que­sta alte­rità che si posi­ziona il Meri­diano a lui dedi­cato (Opere, a cura di Anna­lisa Cosen­tino, pp. 1568, euro 65,00) che, pro­po­nendo il capo­la­voro di Hašek in una tra­du­zione inte­grale (cin­que anni fa era già uscita quella pre­ge­vo­lis­sima di Giu­seppe Dierna nei Mil­lenni Einaudi) esten­dendo la pro­spet­tiva anche in dire­zione di quei testi poe­tici, gior­na­li­stici, dram­ma­tur­gici e nar­ra­tivi in parte ine­diti in ita­liano che rap­pre­sen­tano il vario­pinto retro­terra delle Avven­ture del bravo sol­dato Svejk nella Grande guerra. Pagine che non rivo­lu­zio­ne­ranno certo il giu­di­zio cri­tico sullo scrit­tore, ma che hanno il merito di inqua­drarne l’opus maius sullo sfondo di una per­vi­cace irri­sione del mito dell’Austria Felix, e richia­mando alla mente, quanto a radi­ca­li­smo, Gli ultimi giorni dell’umanità di Karl Kraus.

La cata­strofe della Grande Guerra, annun­ciata dalla dome­stica di Svejk nell’incipit ful­mi­nante: «Insomma, hanno ammaz­zato il nostro Fer­di­nando», non sarà infatti che il colpo di gra­zia per «la fati­scente monar­chia asbur­gica» alla quale – in modo più o meno espli­cito – Hasek rivol­geva i suoi strali almeno già dal 1910. Tanto da fon­dare, nella pri­ma­vera del 1911, un imma­gi­na­rio «Par­tito del pro­gresso mode­rato nei limiti della legge», per paro­diare nei suoi «comizi» di sedi­cente can­di­dato al par­la­mento di Vienna la reto­rica dei poli­ti­canti della Kaka­nia. Già in que­ste improv­vi­sa­zioni sati­ri­che, in genere con­ce­pite in que­sta o quella bir­re­ria di fronte agli occa­sio­nali com­pa­gni di bevute, in una sorta di caba­ret dada ante lit­te­ram, emerge la pre­di­le­zione di Hašek per la dimen­sione orale, così come il culto della ciarla, della fan­fa­ro­nata, dell’aneddoto inve­ro­si­mile che da lì a qual­che decen­nio saranno ele­vati a vero e pro­prio genere let­te­ra­rio da Bohu­mil Hra­bal. Ma anche in pre­ce­denza, nei cosid­detti «boz­zetti gali­ziani» e nei repor­tage di viag­gio pub­bli­cati a diciott’anni sul prin­ci­pale quo­ti­diano ceco, «Narodny listy», affio­rava la ten­denza di Hašek all’affabulazione, non­ché quel tono sin­go­lar­mente ambi­guo che carat­te­riz­zerà tutte le sue opere, sospese tra situa­zioni di un rea­li­smo quasi deso­lante e la loro imman­ca­bile defor­ma­zione grot­te­sca. Basti leg­gere L’assassino di fronte al tri­bu­nale, dove la requi­si­to­ria di un pub­blico mini­stero viene infram­mez­zata in una sorta di flusso di coscienza a quelle che sono le reali pre­oc­cu­pa­zioni dell’oratore in quel momento, ossia lo spez­za­tino sca­dente appena divo­rato. Oppure La ribel­lione del dete­nuto Sejba, in cui la messa cele­brata all’interno di un car­cere si tra­sforma in una spas­sosa prova di nervi tra il chie­ri­chetto inten­zio­nato a dimo­strare tutto il suo zelo per rice­vere una razione in più e il diret­tore della pri­gione, che vor­rebbe farla finita il prima pos­si­bile per andar­sene all’osteria.
D’altronde, la capa­cità vir­tuo­si­stica di alter­nare regi­stri sti­li­stici, non­ché di indu­giare con evi­dente sod­di­sfa­zione sulla soglia tra vero­si­mi­glianza e paro­dia, non met­terà al riparo Hašek dai tagli della cen­sura imperial-regia, allor­ché le sue frec­ciate con­tro lo Stato, la Chiesa cat­to­lica e l’esercito si faranno troppo evi­denti. Incar­ce­rato più volte per la sua vici­nanza agli ambienti anar­chici, non­ché per aver tur­bato l’ordine pub­blico da sobrio e da ubriaco, Hašek sarà richia­mato come riser­vi­sta nel gen­naio 1915 e, dopo essersi fatto espel­lere dalla scuola uffi­ciali a Ceske Bude­jo­vice, finirà pri­gio­niero dei russi nel set­tem­bre di quello stesso anno, non prima di essersi con­se­gnato volon­ta­ria­mente al nemico, secondo una prassi non infre­quente nelle file dell’esercito asbur­gico.
Tutte vicende che, sep­pur tra­sfi­gu­rate, ritro­viamo pun­tual­mente nelle Avven­ture del bravo sol­dato Svejk, la cui ste­sura fu inter­rotta dalla morte dell’autore nel 1923 pro­prio nel punto in cui Svejk si appre­stava a cadere igno­mi­nio­sa­mente in mano al nemico.

Non si sa se, qua­lora avesse avuto la pos­si­bi­lità di con­ti­nuare, Hašek avrebbe reso il suo eroe par­te­cipe anche degli epi­sodi più pica­re­schi della sua bio­gra­fia per­so­nale, quelli che all’indomani della rivo­lu­zione d’Ottobre lo vedranno schie­rarsi a favore dei bol­sce­vi­chi e diven­tare addi­rit­tura aiu­tante del coman­dante del soviet mili­tare della sper­duta città tatara di Bogul’ma. Di certo, è dif­fi­cile imma­gi­narsi Svejk in veste di redat­tore di rivi­ste filo-bolsceviche o respon­sa­bile della pro­pa­ganda – man­sioni que­ste che il suo crea­tore svol­gerà prima a Kiev, poi a Ufa e Irku­tsk durante la guerra civile. Tut­ta­via, la note­vole dose di auto­bio­gra­fi­smo che per­mea il capo­la­voro di Hašek non deve far dimen­ti­care che il per­so­nag­gio di Svejk ha una genesi com­plessa che risale al periodo pre­bel­lico e finan­che al 1907, quando lo scrit­tore, celan­dosi die­tro il nome della sua fidan­zata, aveva già pub­bli­cato un rac­conto (qui tra­dotto per la prima volta in ita­liano) cen­trato sulla figura di un impro­ba­bile «bravo sol­dato sve­dese» per­suaso del fatto che «la più grande deli­zia dev’essere morire per il pro­prio sovrano».
Il volume per­mette di con­fron­tare le varie ipo­stasi assunte da Svejk nel tempo, dai cin­que rac­conti del ciclo datato 1911 in cui com­pare già con il suo nome (Il bravo sol­dato Svejk. Gli inte­res­santi casi di un milite one­sto) al romanzo-pamphlet del 1917 tito­lato Il bravo sol­dato pri­gio­niero, dove spun­tano vari ele­menti auto­bio­gra­fici e la descri­zione del cupio dis­solvi che si è impa­dro­nito dell’impero asbur­gico («L’Austria non desi­de­rava altro che diven­tare inu­tile») si fa sem­pre più sferzante.
D’altro canto la pro­li­fe­ra­zione degli Svejk – ossia la gene­ra­zione di innu­me­re­voli cloni acco­mu­nati da quella «idio­zia con­ge­nita» che con­sente loro di met­tere a nudo l’assurdità nasco­sta die­tro la reto­rica patriot­tarda – non si arre­sterà nep­pure dopo la pre­ma­tura scom­parsa di Hašek. Quasi a smen­tire l’interpretazione «nazio­nale» che vuole Svejk espres­sione di un pan­cia­fi­chi­smo tipi­ca­mente ceco, l’anti-soldato di Hašek sarà riletto in chiave paci­fi­sta e uni­ver­sale nel 1928 da Erwin Pisca­tor e Ber­told Bre­cht, che lo por­te­ranno in scena a Ber­lino «mobi­li­tando» nel vero senso della parola le mario­nette dise­gnate da Georg Grosz gra­zie a un tapis rou­lant.


Ma l’avventura più ango­sciante vis­suta dal «buon sol­dato» è cer­ta­mente quella che gli riser­verà lo stesso Bre­cht, quando nel 1943 lo resu­sci­terà nella pièce tea­trale Svejk nella seconda guerra mon­diale, por­tan­dolo fino a Sta­lin­grado camuf­fato da nazi­sta.
Inva­ria­bil­mente spiaz­zante e inaf­fer­ra­bile nel suo can­dore, Svejk resta ancor oggi dopo più di cent’anni un «clas­sico» della resi­stenza pas­siva al male, forse l’incarnazione più riu­scita di quel dis­senso mime­tico che finge di aval­lare la logica aber­rante del potere per meglio demi­sti­fi­carlo. Un aspetto che è stato colto con acu­tezza da Milan Kun­dera: «Svejk ade­ri­sce così poco agli scopi della guerra che non li con­te­sta nep­pure. La guerra è spa­ven­tosa ma lui non la prende sul serio. Non si prende sul serio ciò che non ha senso».



giovedì 30 ottobre 2014

Un vetraio nella Francia del Settecento

JACQUES-LOUIS MENETRA Così parlò Ménétra. Diario di un vetraio del XVIII secolo Garzanti, Milano 1992, pagine 403



Paolo Alatri
Ai piedi di madame la ghigliottina. Gli anni eroici della Rivoluzione nei ricordi d'un sanculotto
Corriere della Sera, 6 maggio 1993



Cesare Zavattini scrisse che "i poveri sono matti"; gli fa eco Daniel Roche, secondo il quale "i poveri sono muti", nel senso che la marginalizzazione in rapporto ai circuiti stabiliti delle culture ufficiali impedisce loro quasi sempre di farsi capire. Roche scrive quella frase introducendo l'autobiografia di Jacques-Louis Ménétra, un vetraio francese vissuto dal 1738 ai primi dell' Ottocento. Il suo ampio scritto, che abbraccia un arco di tempo di 65 anni, si aggiunge ai pochissimi testi analoghi provenienti da persone dei ceti popolari, che per i secoli XVII e XVIII non sono più numerosi delle dita di una sola mano. Di qui, dalla loro estrema rarità, il loro straordinario valore di testimonianza e di documento; tanto più da apprezzare nel caso di Ménétra, in quanto la sua autobiografia è spontanea, vivace, divertente. Osserva Benedetta Craveri, nella prefazione che si accompagna alla introduzione di Daniel Roche, che negli stessi anni in cui Rousseau inaugurava, servendosi dell'analisi introspettiva, l' autobiografia moderna, quest'altro figlio del popolo, oscuro vetraio, prendeva anch'egli in mano la penna per raccontare se stesso. A differenza del "cittadino di Ginevra", tuttavia, Ménétra non era un essere d'eccezione (o almeno non lo era nel senso in cui lo diciamo per Jean-Jacques), non si era innalzato al di sopra delle sue origini, non si era imposto per il suo genio alle élites intellettuali francesi ed europee, non era un grande scrittore. Eppure, il modesto artigiano che sapeva appena leggere e scrivere e, senz'ombra di ambizione letteraria, narrava la propria vita, compiva anch'egli un gesto rivoluzionario. A differenza di Rousseau, per il quale l'estrazione popolare aveva finito per assumere un significato eminentemente morale e simbolico, Ménétra era e resta, in tutto e per tutto, un esponente del popolo, nella piena e concreta accezione del termine. Ma, malgrado il peso dei condizionamenti socio culturali della società d'ordini d'Antico Regime, il vetraio parigino rivendicava nel suo Journal, non diversamente da quanto andava facendo Rousseau nelle Confessions, l' unicità della propria esperienza individuale e affermava, come scrive Daniel Roche, "una morale della fedeltà a se stesso nella libertà". Non è possibile, nel breve spazio di questa nota, indicare tutti i motivi di interesse che la sua autobiografia presenta. Certo, innanzi tutto, il quadro vivissimo dei costumi, delle abitudini, dei riti popolari, colti in modo immediato nella stessa esperienza di vita dell' autore, il quale, oltre tutto, viaggiò la Francia in lungo e in largo, secondo le esigenze dell' artigianato francese dell' epoca e della sua organizzazione corporativa. I sette anni trascorsi in giro per la Francia, che occupano un terzo del suo Journal, fanno emergere un mondo profondamente arcaico, dominato dagli istinti, impastato di violenza e di morte: Ménétra incontra sul suo cammino, come in un romanzo picaresco, briganti, ladri, assassini, è costretto a imbarcarsi su una nave pirata, finisce in prigione, contrae ilvaiolo e altre malattie poco onorevoli (egli è un impenitente tombeur de femmes), ma la sua furbizia e la sua prontezza hanno sempre la meglio sulle circostanze più avverse. La natura del suo lavoro lo porta a salire e scendere di continuo i diversi livelli della società, a entrare nelle case dei poveri come nei palazzi e nei conventi. Di qui la ricchezza e la varietà del quadro. Ma poi, tra le caratteristiche più peculiari di questo testo, colpisce il suo atteggiamento a dir poco disincantato, beffardo e qua e la' perfino blasfemo, di considerare la religione e i preti. Ménétra non perde occasione per affermare la propria laica incredulità nei confronti dei sacerdoti. E' quasi certo che egli abbia avvicinato Rousseau e chiacchierato con lui; è certo comunque che ne conosceva le opere; forse non ha letto Voltaire, ma certo ne ha orecchiato le idee e contribuisce, come militante di base, al successo della grande campagna d' opinione sferrata dal patriarca dei Lumi contro l'Infame; e l' arrivo del 1789 è da lui salutato con un'esplosione di gioia. La Rivoluzione è venuta a dar forma giuridica e sostanza politica a ciò che egli è sempre stato nello spirito e nel cuore: un libero cittadino. Anche per questo la sua autobiografia riveste un notevole interesse storico, perché, se la sua testimonianza è situata nello spazio sociale delle classi popolari parigine da cui sono emersi i sanculotti, a distanza di due secoli egli ci offre la possibilità di capire meglio come si forma e come funziona la cultura della gente del popolo e da che cosa emerse la rivolta popolare che infiammò la Rivoluzione.



Si veda inoltre Robert Darnton, Un Don Giovanni plebeo, Lettera internazionale, n.28, 1991



domenica 31 agosto 2014

L'invenzione del teatro moderno

Ernesto Ferrero
Professionali quei comici
Il Sole 24ore, 27 luglio 2014

Lo spettacolo "La Commedia dell'Arte incontra Molière" a Lucca, 30 luglio 2014

I luoghi comuni e le idee correnti, quelle stesse su cui Flaubert scatenava i suoi micidiali sarcasmi, sembrano avere maggior fortuna proprio quanto più sono superficiali. Della Commedia dell'Arte si pensa come a un teatro (molto) popolare, simpaticamente primitivo e quasi affine a quello dei burattini, in cui comici ruspanti, ridotti a maschere facilmente riconoscibili, poco più che dei ciarlatani, se le danno di santa ragione, strillano e saltano, improvvisando alla meglio per la gioia di un pubblico di bocca buona. Tocca ai più avvertiti storici del teatro dimostrare come da questo presunto «brodo primordiale» prendano laboriosamente forma esperienze complesse, che tra Cinque e Settecento contribuiranno in misura rilevante alla nascita del teatro moderno, autoriale, quale noi lo conosciamo. Nel Dna di Shakespeare, Molière, Marivaux, Goldoni e Gozzi ci sono anche questi attori girovaghi e polivalenti di svelto ingegno. Veri uomini di teatro, non saltimbanchi.
Tra questi storici, nella scia degli studi pionieristici di Ludovico Zorzi, un merito speciale se lo è conquistato Siro Ferrone, che insegna Storia dello spettacolo a Firenze, e sul tema lavora proficuamente da almeno vent'anni, pubblicando testi e documenti, e restituendo alla loro professionalità figure di attori-autori-manager le cui vite avventurose, ingegnose e picaresche farebbero la gioia di qualsiasi narratore. Attrici e attori italiani in Europa XVI-XVIII, recita il sottotitolo di questo suo nuovo lavoro, denso di aperture e risultati, che riporta correttamente la pratica teatrale a coloro che ne furono protagonisti. Dove si dimostra in primo luogo che il loro repertorio non era soltanto comico, ma comprendeva e miscelava creativamente generi diversi, dove il «lacrimoso» è più frequente del «ridicoloso» (tragedie, tragicommedie, pastorali, drammi esotici), che potevano inglobare canto, musica, danza, mimica, sempre con un occhio attento all'attualità e alle esigenze dell'audience o della committenza. Intelligente teatro d'azione, «negoziato tra culture diverse», esercizio continuo d'inventività viaggiante che si arricchiva della sua stessa itineranza, costituendosi in una sorta di network europeo. Nasceva così e si affinava una testualità «consuntiva» che veniva poi fissata su carta, non troppo diversamente da quello che poi avrebbe fatto Dario Fo con i suoi copioni in progress.
Di una internazionalità integrata parla chiaramente la cartina che Ferrone ha inserito nel volume. Dà conto di percorsi che dall'Italia si dipartono verso Lione e Parigi, sino ai Paesi Bassi e a Londra, ma anche a Lisbona e a Madrid; oppure passato il Brennero si spingono in Sassonia e Polonia, sino a Mosca e San Pietroburgo. Esperienze on the road, spesso rischiose, che forgiavano la professionalità di vere compagnie sempre meglio strutturate, ed è questo il tratto che Ferrone giustamente enfatizza, allegando tra l'altro sessanta pagine di un Dizionario biografico di attori e attrici, tra cui spiccano Isabella Andreini, autentica diva, morta a Lione nel 1604 e celebrata da Lope de Vega; o la «divina» Vittoria Piissimi, «bella maga d'amore che alletta i cori di mille amanti», lodata da Tommaso Garzoni. L'avvento delle donne (deprecato dai moralisti, che le equiparano senza mezzi termini alle meretrici) rappresenta, scrive convintamente Ferrone, «la più rilevante novità dello spettacolo europeo del Cinquecento e uno dei fattori decisivi per la formazione del teatro dei professionisti»; e un sostanziale arricchimento dei registri espressivi.
Genere effimero per definizione, quel «teatro d'attori» impone ad uno studioso le fatiche, ma anche le gratificazioni, di andare a scavare nei materiali più diversi, dagli atti di nascita, d'acquisto o di affitto alle lettere, ai preziosi zibaldoni-contenitori (poesie, citazioni letterarie, scene dialogate, frammenti di copione multiuso), alle testimonianze indirette, finendo per ricostruire un quadro d'epoca capace di coinvolgere anche il lettore non specialista. Ferrone vi aggiunge un prezioso inserto iconografico di quasi sessanta tavole, per lo più poco note, che forniscono una quantità d'informazioni supplementari e rendono l'immediatezza, il «colore» di quei consumi culturali: la calzamaglia rossa e il mantello nero di Pantalone, la divisa antiquata dei Capitani, i costume variopinto degli Arlecchini e quello monocolore degli Zanni, gli Arlecchini multicolori, l'abito nero dei dottori saccenti.

Siro Ferrone, La Commedia dell'arte, Einaudi, Torino, pagg. XIV-412, € 32,00