sabato 19 settembre 2026

Gli elettori che nessuno ascolta

Luciano Violante
Gli elettori che nessuno ascolta
Corriere della Sera, 19 settembre 2026

Nel mondo occidentale si stanno delineando due società. Quella delle persone che hanno bisogno di protezione perché sono prive dei necessari mezzi di sostentamento e quella delle élite che vivono bene indipendentemente dalle politiche dei diversi governi. La prima società sta trovando nelle formazioni di estrema destra chi da loro ascolto, promette liberazione dalle cause del loro malessere, identificate negli immigrati e nell’unione Europea. Le élite criticano queste formazioni politiche perché populiste, neofasciste, neonaziste. Le accusano di parlare alla pancia degli elettori. E sbagliato; ma se la pancia è vuota? Si sapeva della vittoria dell’AfD da almeno tre mesi. In questi tre mesi oltre a demonizzare quel partito e i suoi leader, qualcuno è andato a parlare al loro elettorato, ad ascoltare i loro bisogni, a dare loro risposte ragionevoli e realizzabili? Dopo le elezioni in Sassonia-Anhalt il copione si è ripetuto. Foto degli eletti con l’elenco dei difetti, per concludere, implicitamente, «non si trattava di gentiluomini». E allora? Forse quegli eletti non gentiluomini sono stati gli unici che hanno risposto alle domande del popolo. Probabilmente in modo sbagliato, ma hanno risposto. Il fenomeno non è solo di quel piccolo land tedesco. E’ presente, in tutta Europa e negli Stati Uniti. Trump e Putin si sono rallegrati per il successo dell’AfD. Non basta scandalizzarci; come europei dovremmo soprattutto preoccuparci. Non pare che sia accaduto. Un ministro israeliano ha detto che bisogna uccidere ogni notte 30 o 40 palestinesi. C’è stata qualche reazione politica significativa? Il DRL (Bureau of Democracy, Human Rights, and Labor), agenzia federale degli Stati Uniti, ha pubblicato il 13 luglio 2026 un bando che stanzia circa cinque milioni di dollari, per sovvenzionare ricerche e proposte dirette a rafforzare la difesa dei diritti umani in Europa, evidentemente sul presupposto che tali diritti non siano adeguatamente garantiti.

Il documento si pone nel solco della National Security Strategy (novembre 2025): «Tra le questioni di maggiore portata che l’Europa deve affrontare figurano le attività dell’Unione Europea e di altri organismi transnazionali che minano la libertà politica e la sovranità, le politiche migratorie che stanno trasformando il continente e generando conflitti, la censura della libertà di espressione e l repressione dell’opposizione politica, il crollo della natalità, nonché la perdita delle identità nazionali e della fiducia in se stessi». Al bando possono partecipare organizzazioni non governative che hanno sede tanto negli Stati Uniti quanto in altri Paesi. Le attività devono consistere in ricerche, conferenze, iniziative culturali e di sostegno della società civile «al fine di affrontare le sfide legate alla sovranità nazionale, alla migrazione, alla censura e alle strategie di “lawfare” (uso strumentale del sistema giudiziario per danneggiare un avversario)». C’è stata qualche reazione? Le democrazie occidentali sembrano attraversate da una sorta di sonnambulismo politico; camminano sui cornicioni ad occhi chiusi per non vedere cosa ribolle lì sotto. La rivoluzione digitale ha migliorato i sistemi produttivi, ha aumentato la produzione di beni, ma ha ridotto l’occupazione e ha creato una frattura tra le élite e le persone che sono arrabbiate perché non ricevono benefici significativi dalla crescita economica e finiscono per considerare le istituzioni come puri strumenti di potere controllati da gruppi privilegiati. Non si sentono soltanto impoverite, ma anche ignorate e disprezzate, come è apparso da qualche recente infelice uscita di un dirigente politico di sinistra. Peraltro anche Hillary Clinton e Kamala Harris in due diverse campagne elettorali, perse entrambe, avevano detto qualcosa del genere sugli elettori di Trump. La democrazia non può sopravvivere dileggiando gli avversari e difendendo formalmente i diritti individuali, mentre il potere economico e tecnologico si concentra in poche mani. La libertà politica diventa fragile quando milioni di persone perdono sicurezza economica, capacità professionale e fiducia nelle istituzioni. In Italia abbiamo il fenomeno Vannacci. La destra sta reagendo con una legge elettorale che dovrebbe danneggiarlo. Il centro sinistra accusandolo di neofascismo e maschilismo. Ma qualcuno ha deciso di andare a parlare ai suoi potenziali elettori per rispondere con efficacia e in forme democratiche alla loro domanda di protezione? Per non scivolare nel pantano della democrazia delle élite, rischio che può correre anche la destra, occorre avere chiara la gerarchia dei problemi che non vedono al primo posto né la riforma elettorale né le primarie del campo largo. Al primo posto vengono i bisogni della gente che ha bisogno. A quella gente bisogna andare a parlare guardandosi negli occhi, da sinistra e da destra. Il resto può seguire.

venerdì 18 settembre 2026

Questioni di tattica



La Rivoluzione liberale
23 novembre 1922

QUESTIONI DI TATTICA.


La nostra opposizione al fascismo non é un agitarsi inquieto di spiriti nevrastenici o femminilmente emozionati. Possiamo considerare le cose con serenità, possiamo maturare anche un problema di tattica. La nostra è un'antitesi di stile, che non sente neppure il bisogno di discutere il discorso di Mussolini. La questione riguarda qualcosa di più profondo che il colpo di Stato e la crisi Ministeriale. Noi non combattiamo, specificamente, il Ministro Mussolini, ma l'altra Italia. Sappiamo di dover lavorare a lunga scadenza. Se fossimo deputati ci dimetteremmo. Ci raccoglieremmo nel silenzio. Possiamo continuare a parlare solo perché ci rivolgiamo a un pubblico intelligente, tra amici, e non ci si può fraintendere o attribuire falsi scopi.

    Sappiamo e ci auguriamo che Mussolini non cada troppo presto, che la sua esperienza percorra tutta la parabola. Non condividiamo, odiamo decisamente le opposizioni che si vengono timidamente accennando nel campo parlamentare. I socialisti combatteranno Mussolini per avere tra qualche mese Baldesi al ministero e poter gareggiare con le cooperative fasciste nella richiesta di sovvenzioni allo stato e di concessioni di lavori pubblici. I democratici reagiranno in nome delle vecchie clientele, in nome dei vecchi metodi giolittiani; cercheranno di impedire con ogni sorta di transazione i chiarimenti e le responsabilità nette.

    Saremo inesorabilmente contro queste sopravvivenze parassitarie, anche se dal nostro atteggiamento dovesse trarre vantaggio Mussolini.Vogliamo che l'esperienza si compia in tutta la sua logica di intransigenza. Che Mussolini non possa trovare un alibi, che non possa attribuire ad altri la responsabilità del suo insuccesso. Alla nostra opposizione silenziosa il governo non potrà rimproverare quelli che saranno effetti delle sue colpe.

    Non abbiamo fiducia in Mussolini e nei suoi collaboratori. Abbiamo voluto affermarlo nettamente. Ognuno a suo posto. Avremmo preferito evitare all'Italia povera e immatura questo esperimento disastroso. Ma ora che non si può tornare indietro vogliamo trarne tutti i vantaggi possibili per l'esperienza del paese.

    Se il popolo è ineducato e non ha il senso della libertà anche Mussolini può essere utile, non col risanare il bilancio (compito a cui altri uomini si richiedono), ma coll'insegnare concretamente, a chi lo sapeva solo dai libri, che cosa sia la tirannide. La reazione blanda di questi giorni rincrudirà: la dittatura sarà la dittatura; chiediamo le elezioni coi mazzieri, non solo in Puglia, ma a Torino e a Milano. Non vogliamo che l'esperimento Mussolini sia la continuazione del riformismo giolittiano. Il paese ha bisogno di una prova. Se sarà degno della libertà la conquisterà anche attraverso cinque anni di dittatura. Il fascismo non deve assumere nessuna maschera democratica; non deve riuscire soltanto a raddoppiare le clientele e segnare il momento di palingenesi della piccola borghesia.

    La nostra opposizione è così intransigente che ci rifiutiamo di esaminare i programmi e di collaborare colla critica. Combattere Mussolini per sostituirgli tra sei mesi Nitti, Cocco Ortu, Orlando o Giolitti, no e poi no. Le nostre sono antitesi integrali: restiamo storici, al di sopra della cronaca anche senza essere profeti, in quanto lavoriamo per il futuro, per un'altra rivoluzione.


La Redazione.


Criminale di guerra

Francesco Martino
"Criminale di guerra". Thaqi condannato. Scontri a Pristina

il manifesto, 17 settembre 2026

Ha accennato un sorriso indecifrabile, l’ex presidente del Kosovo ed ex capo della lotta armata dell’Uck Hashim Thaqi, quando dopo avergli letto la condanna a 25 anni di reclusione per crimini di guerra, il giudice lo ha invitato a sedere di nuovo. Thaqi, impassibile durante l’intera lettura del verdetto si è stretto appena nelle spalle, ha sorriso freddo, poi il suo volto è tornato subito enigmatico, mentre nelle strade dell’Aja e del Kosovo migliaia di manifestanti riunitisi in attesa della sentenza iniziavano la loro protesta, sfociata in incidenti sia nei Paesi Bassi che a Pristina.

LA SENTENZA DI IERI, attesa per più di cinque anni da imputati e vittime, ma anche dalle opinioni pubbliche di Kosovo e Serbia, segna il punto di arrivo dell’ultimo grande processo internazionale per i crimini commessi durante le guerre di dissoluzione della Jugoslavia. Al banco degli imputati, insieme a Thaqi, leader della lotta armata degli albanesi del Kosovo contro le forze serbe a partire dagli anni ‘90, trasformatosi poi nel leader politico che ha portato Pristina all’indipendenza da Belgrado nel 2008, c’erano tre figure di spicco dell’Esercito di Liberazione del Kosovo (Uck): Kadri Veseli, Rexhep Selimi e Jakup Krasniqi. Contro di loro dieci capi d’accusa, dai crimini di guerra ai crimini contro l’umanità, commessi a cavallo dell’intervento della Nato in Kosovo, dall’aprile 1998 al giugno 1999. Secondo i giudici delle Camere speciali, tribunale fortemente voluto dell’Ue, ufficialmente parte del sistema giudiziario kosovaro, ma con sede all’Aja e magistrati internazionali, gli imputati sono colpevoli della maggior parte delle accuse presentate dalla procura: omicidio, torture, crudeltà, arresti e detenzioni illegali. A Thaqi e a Krasniqi sono andate le condanne più pesanti, 25 anni di reclusione, mentre Veseli e Selimi sono stati condannati a 18 e 13 anni.

SECONDO IL GIUDIZIO della corte, gli imputati hanno contribuito in modo congiunto ai crimini commessi «con gli attacchi e le uccisioni di albanesi sospettati di collaborazionismo e serbi individuati come nemici» prima, durante e dopo i bombardamenti decisi dalla Nato contro la Serbia di Milosevic, tutte azioni rivendicate da comunicati politici volti «ad avvertire e minacciare» i propri opponenti.

SUBITO DOPO LA LETTURA della sentenza, come prevedibile, reazioni opposte ma ugualmente irruente hanno attraversato e scompigliato la regione balcanica. Mentre i politici di Kosovo e Albania esprimevano la propria delusione, la folla riunita nelle strade della capitale kosovara Pristina a sostegno di Thaqi e degli altri imputati ha diretto la propria rabbia contro la sede di Eulex, la missione Ue di supporto allo stato di diritto in Kosovo, dove si è arrivati a scontri con la polizia. Tra i primi a reagire in Serbia c’è stato il ministro degli Interni Ivica Dacic secondo cui il verdetto conferma che «il cosiddetto Uck era un’organizzazione terrorista e criminale».

DAL PUNTO DI VISTA giudiziario, la sentenza di ieri non segna la fine del percorso della giustizia. Gli imputati hanno annunciato la volontà di ricorrere in appello, e nonostante la solidità delle prove accumulate durante il procedimento, già in passato abbiamo assistito a spettacolari sorprese nel secondo grado di giudizio, come l’assoluzione del generale croato Ante Gotovina nel 2012, dopo che in primo grado aveva ricevuto 24 anni per i presunti crimini commessi durante l’operazione “Tempesta” in Croazia del 1995. Da quello politico, il verdetto dà ragione all’allora senatore svizzero Dick Marty, autore del rapporto per il Consiglio d’Europa che per primo puntò l’attenzione sui crimini Uck, ma lascia irrisolte questioni essenziali.

LA CONDANNA ALIMENTA il senso di ingiustizia in Kosovo, che oltre a Milosevic ha visto pochi dei responsabili serbi delle violenze degli anni ‘90 rispondere davanti alla giustizia, e al tempo stesso, rende ancora più faticoso il processo di elaborazione del passato in Serbia, reduce dai recenti funerali di stato concessi al “boia di Srebrenica” Ratko Mladic. Ma soprattutto, rischia di spegnere definitivamente le riflessioni sulle responsabilità della comunità internazionale. Molti dei crimini per cui Thaqi e i suoi coimputati sono stati condannati, sono avvenuti sotto gli occhi dei governi e delle istituzioni che hanno prima promosso l’intervento militare Nato, per poi gestire per anni l’amministrazione civile e militare in Kosovo, e che hanno deciso di non intervenire per convenienza politica e volontà di non inimicarsi gli “alleati di fatto” della guerriglia albanese. Una verità scomoda che nessuno ha menzionato in aula, ma che forse per un attimo è balenata furtiva nel sorriso enigmatico di Thaqi.

Il rabbino aggredito a Milano

Matteo Castagnoli
"Metterò ancora il cappello da rabbino. Ma ai miei figli vieto di uscire da soli"

Corriere della Sera, 18 settembre 2026 

L’aggressione non lo cambierà. «Continuerò a girare con giacca e cappello da rabbino». Parla Rav Tzemach Mizrachi, aggredito a Milano alla fermata del bus. «Spesso ricevo insulti per strada. L’altro giorno nessuno è intervenuto per difendermi».

MILANO «Continuerò a girare con la giacca e il cappello da rabbino. Non mi nasconderò, non ci nasconderemo. Non cambierò il mio stile di vita. Però cercheremo di evitare situazioni pericolose. Già adesso, per esempio, non mando i miei bambini per strada da soli».

Rav Tzemach Mizrachi, 51 anni, ripercorre a fatica, neanche ventiquattr’ore dopo, quegli attimi in cui mercoledì tre ragazzi l’hanno avvicinato in piazzale Bande Nere, a ovest di Milano, a due isolati dal quartiere ebraico. Quando gli hanno rubato il copricapo tradizionale indossato dai rabbini. Poi uno del gruppetto l’ha indossato. Lui è riuscito a riprenderlo, filmando i tre mentre si allontanavano. A quel punto, un giovane gli avrebbe dato un calcio. Poco dopo i tre sono stati rintracciati dalla polizia e portati in Questura: un 20enne nato in Italia da famiglia tunisina è stato arrestato per propaganda e istigazione a delinquere per discriminazione religiosa (ieri dopo la direttissima il giudice l’ha rimesso in libertà disponendo l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria due volte alla settimana); gli altri due, di 19 e 22 anni, sono invece stati denunciati. Per tutti e tre è arrivato il foglio di via da Milano.
Mizrachi, cosa è successo?

«Stavo aspettando il bus. Dovevo andare a prendere a scuola i miei figli. Ero al telefono con uno studente perché stavamo organizzando la festa dello Yom Kippur a La Spezia. Quei tre ragazzi mi hanno visto e hanno iniziato a chiamarmi in arabo. Non ho reagito. Poi mi hanno preso il cappello. Uno l’ha indossato e hanno iniziato a fare alcune mosse, come dei balletti per prendermi in giro. L’ho ripreso, loro continuavano».
È a quel punto che ha iniziato a filmarli?

«Sì, ho preso il telefono e ho scattato foto e registrato video. Se ne stavano andando ma uno dei tre ragazzi si è girato e mi ha tirato un calcio. Non sono caduto com’è stato detto. Il racconto che è emerso è stato esagerato, da parte dei giornali e anche della Comunità ebraica. Non sono andato in ospedale».
Ha chiesto aiuto?

«No, ho inviato le foto e i video sul gruppo della sicurezza della comunità ebraica. Loro hanno chiamato la polizia. E dopo un’ora i tre sono stati rintracciati. Ma dal gruppo ho capito che io ero solo il secondo capitolo di un’altra storia...».
In che senso?

«Un altro rabbino ha riconosciuto nelle mie foto il gruppo di giovani che poco prima in metropolitana gli aveva tirato una scarpa addosso. Poi sono arrivati in piazzale Bande Nere, dove mi hanno incontrato».

Tutti e tre respingono le accuse di odio antisemita. E parlano di uno "scherzo". Il ragazzo che è stato arrestato avrebbe spiegato di averle dato un calcio perché era arrabbiato per le foto. Mentre uno dei due denunciati, fratello del 20enne, ha aggiunto che stavano facendo dei video per TikTok, così hanno preso il copricapo. 

«Se volevano fare questo video bastava chiederlo. Invece, oltre a me, c’è la prima aggressione sempre a un rabbino. Ma non voglio convincere nessuno».

Ieri uno di loro ha anche detto: «Se avessi la possibilità di incontrare quell’uomo gli stringerei la mano e gli direi: "Se ti abbiamo fatto un danno, perdonaci". Accetterebbe le scuse?

«Non dico di no, ma non adesso. Rimandiamo. Ora mi serve del tempo per me».

Le aggressioni agli ebrei, a Milano ma non solo, dopo il 7 ottobre sono aunentate. Ha paura?

«Ogni sera, quando vado a casa passando dal tempio, passo davanti a un gruppo di persone che parlano altre lingue. Ricevo sempre degli insulti. Quando sono in gruppo, faccio il giro per rientrare: in mezzo non ci passo. Mercoledì le persone intorno a me, in piazza, non sono intervenute. Avevano paura, credo, ma ho ricevuto tanta solidarietà».

Teme possa riaccadere in futuro? Si tutelerà in qualche modo?

«Come ho detto, non cambierò per questo il mio stile di vita. Non siamo tornati indietro di 90 anni. Le persone con cui vivo, il quartiere, i vicini capiscono che siamo gente di pace. Quello è che successo a me non rappresenta il mondo. È solo il male che cerca di mostrarsi. Sarà la società a metterli fuori strada».
È la prima volta che viene aggredito?

«Non è la prima che mi insultano, ma che alzassero le mani non era mai successo».

giovedì 17 settembre 2026

Il declino del partito gollista

Victor Boiteau
Divisa tra la lealtà verso Retailleau e la paura della sconfitta, Valérie Pécresse si trova di fronte a un dilemma
Libération, 17 settembre 2026

Come poteva abbandonare Bruno Retailleau, che le era stato così fedele, presente al suo fianco fino alla fine? Lui che, la sera del primo turno delle elezioni presidenziali del 2022, era stato accanto a Valérie Pécresse al secondo piano della Maison de la Chimie a Parigi. I risultati non erano ancora stati annunciati domenica 10 aprile, ma la candidata dei Républicains sapeva di aver perso . Il politico della Vandea l'aveva applaudita con simpatia, insieme a Gérard Larcher, Michel Barnier e Annie Genevard. Quattro anni dopo, i ruoli si erano invertiti. La senatrice della Vandea portava ora la bandiera dei LR per le elezioni dell'aprile 2027. La presidente della regione Île-de-France, dal canto suo, aveva avuto il tempo di metabolizzare il suo risultato, il peggiore registrato dalla destra dall'inizio della Quinta Repubblica (4,78%). Pubblicamente, appoggia il candidato del suo schieramento: era in prima fila al suo incontro al Parc Floral a giugno , poi al campus dei Giovani Repubblicani il 12 settembre a Nogent-sur-Marne (Val-de-Marne). "Sei stata una combattente", le ha ripetuto Retailleau.

L'ex ministro di Nicolas Sarkozy sa cosa sta passando. Sei mesi dopo aver annunciato la sua candidatura, la campagna di Retailleau non riesce a decollare: l'ex ministro dell'Interno ristagna nei sondaggi, attestandosi tra il 7 e l'8% delle intenzioni di voto, secondo l'ultimo sondaggio elettorale Cevipof. "Valérie non ha intenzione di abbandonarlo, ma è scoraggiata", confida un membro dei Repubblicani (LR). A destra, Pécresse è l'ultima ad aver sperimentato l'agonia di una campagna estenuante, la tirannia dei sondaggi, le calunnie dei pesi massimi del partito, le tensioni interne… Vincitrice a sorpresa delle primarie dei Repubblicani nel dicembre 2021, ha goduto di un periodo di grazia – si prevedeva che avrebbe vinto contro Emmanuel Macron al secondo turno all'inizio del 2022 – prima della sua caduta in disgrazia. Un incontro disastroso a febbraio, le rivelazioni di Libération sulle primarie truccate , la concorrenza di Eric Zemmour , il doppio gioco di Nicolas Sarkozy… Spinta giù per lo scivolo, la candidata ha intonato il ritornello di un '"elezione rubata" , quasi per consolarsi.

"Deve rivolgersi a tutto il Paese."

Incaricato da Pécresse di coordinare il programma per i suoi primi cento giorni al Palazzo dell'Eliseo, Retailleau le è rimasto fedele fino alla fine. E lei non l'ha dimenticato. "Devo a Bruno Retailleau un debito d'onore", ha riconosciuto a BFM TV nel marzo 2025, durante la sfida tra il politico della Vandea e Laurent Wauquiez per la leadership del partito . La fedelissima di Chirac ha sempre apprezzato l'ex protetto di Philippe de Villiers, la sua sincerità e la coerenza delle sue convinzioni, alcune delle quali piuttosto diverse dalle sue, dato che si definisce più liberale, più europea, più "moderna" – un aggettivo che ha usato per descrivere la sua campagna elettorale del 2022. È anche consapevole delle sue debolezze. In privato, Pécresse ritiene che le ossessioni di Retailleau per l'immigrazione e l'Islam allontanino una parte dell'elettorato moderato. L'ex candidato non ha ancora superato il suo rifiuto di interrompere il digiuno nella Grande Moschea di Parigi quando era Ministro dell'Interno (e degli Affari Religiosi). "Deve rivolgersi a tutto il Paese", afferma uno stretto collaboratore del Presidente della regione Île-de-France. " Dobbiamo costruire la Francia insieme".

Derisa nel 2022 per i suoi comizi elettorali, Pécresse trova Retailleau un po' troppo educato, persino troppo serioso, per avere qualche possibilità di sfondare la barriera del suono. "Devi essere megalomane, esibizionista", gli sussurrò prima dell'estate. A maggio, le sue "sette lezioni per le elezioni presidenziali", pubblicate su Le Figaro, erano anch'esse rivolte a lui. Il suo manuale copre una vasta gamma di argomenti, dai viaggi all'estero per costruire un profilo internazionale allo sviluppo di un programma, inclusi il mobilitamento dei sostenitori e i rischi di influenze straniere e "fake news". Intrappolata tra Emmanuel Macron e Marine Le Pen nel 2022, Pécresse mette in guardia anche dalla "trappola mortale" del voto strategico.

Sarkozy, "puoi baciarlo sulla bocca, ma lui penserà solo ai propri interessi".

Un'altra lezione: imparare a convivere con la solitudine all'interno del proprio schieramento. Pécresse nutre ancora risentimento verso Sarkozy per aver sabotato la sua candidatura, visti i suoi numerosi gesti di disprezzo in privato e, soprattutto, il suo sostegno a un accordo di governo con Macron . "Retailleau ha una certa ingenuità", osserva uno stretto collaboratore dell'ex candidata. " Pensa che Sarkozy lo sosterrà perché è emotivo. Il suo appello emotivo è una farsa! Puoi baciarlo sulla bocca, penserà solo a se stesso". Retailleau soffre anche delle ambizioni di altre figure di spicco della destra, Xavier Bertrand e David Lisnard , che non hanno rinunciato alla corsa elettorale. Per non parlare del veleno di Laurent Wauquiez , che adula Edouard Philippe, il suo rivale che "può incarnare ordine e serietà" per "rimettere la Francia sulla giusta strada".

Con un debito personale di 5 milioni di euro nel 2022 – somma che ha dovuto ripagare tramite una raccolta fondi , dato che la garanzia statale per un punteggio superiore al 5% non era disponibile – Pécresse ha anche in mente l'equazione di bilancio di una campagna elettorale. Retailleau, dal canto suo, non ha ancora finalizzato il suo prestito. È stata proprio Pécresse, originaria di Versailles, a consigliargli di non esagerare quest'estate, nonostante l'onnipresenza dei suoi rivali, primo fra tutti Gabriel Attal . Una campagna elettorale richiede energie, e lei lo sa fin troppo bene, essendo uscita esausta dalle primarie quattro mesi prima del primo turno.

In privato, Pécresse ammette che la campagna del senatore è in una fase di stallo. Pur sembrando la meno qualificata per consigliargli di ritirarsi, la consigliera regionale non esita a invocare l'unità tra destra e centro per evitare un ballottaggio tra Mélenchon e Le Pen. "Ci sarà solo un posto tra gli estremi", afferma a porte chiuse. Un ritornello sgradito a Retailleau, che sottolinea il rischio di una "terza stagione del macronismo" con Attal e Philippe in prima linea. "Il macronismo e la destra condividono lo stesso elettorato: liberale, europeista", osserva un ex consigliere della campagna elettorale del 2022. " Ci dividiamo la stessa fetta di torta. E Retailleau lo sa". Sebbene Pécresse rimanga fedele al candidato dei LR, il loro rapporto con l'estrema destra potrebbe allontanarli. Quando Retailleau tende un ramoscello d'ulivo all'eurodeputata di Reconquête Sarah Knafo, Pécresse preferisce sottolineare i "punti in comune" tra Edouard Philippe e la senatrice della Vandea. Chi le è vicino è convinto che sosterrà Philippe se rimarrà il favorito. A chiunque parli con lei, l'ex alta funzionaria ripete spesso: "Ho iniziato la mia vita con Chirac, non la finirò con Bardella".



Il fascismo tedesco

Un dialogo con Ilko-Sascha Kowalczuk sulla crescita del fascismo in Germania

 La prima questione che poniamo è relativa a un giudizio che ultimamente va per la maggiore: secondo alcuni la situazione attuale ricorda la Repubblica di Weimar. Kowalczuk scuote la testa: «così come in Italia Meloni ha in comune con Mussolini solo l’iniziale del cognome, allo stesso modo AfD ha davvero poco in comune con il Partito nazionalsocialista. Ma la più grande differenza con Weimar è che oggi le istituzioni tedesche sono stabili e che c’è ancora una enorme maggioranza nella società che sposa i valori della Costituzione. Tuttavia, il rischio di un nuovo fascismo tedesco c’è e AfD è effettivamente un partito fascista».

Kowalczuk rifiuta di considerare quello che sta avvenendo come un fenomeno solo tedesco-orientale: «l’Est è un paio di passi avanti rispetto al resto del Paese. La partita vera si gioca a Washington. Quello che accade in America a livello culturale, politico ed economico, si diffonde molto rapidamente in Europa. Per fortuna, persino Trump, un fascista, ha difficoltà a smantellare le istituzioni democratiche. È un fenomeno globale. Anche in Germania e in Europa sarà un processo lungo e arduo, tra democratici e fascisti. Probabilmente subiremo delle sconfitte, ma alla fine prevarranno i democratici».

Inquadrato il problema, cerchiamo di capire meglio cosa sia successo in Sachsen-Anhalt. Lo storico tedesco scherza: «non so quanti italiani sappiano davvero dove sia questo Land, che del resto conta poco più di due milioni di abitanti, un sobborgo di Roma. Del resto, lo ignorano persino molti tedeschi». Ma poi entra nel merito: «la cosa che più mi ha sorpreso è che AfD non abbia raggiunto la maggioranza assoluta e questo nel breve periodo l’obbligherà a dover fare compromessi, cosa alla quale i suoi leader non sono abituati».

«Nel medio termine, ciò potrebbe portare a una ulteriore radicalizzazione del partito, poiché non saranno in grado di attuare quanto hanno promesso. E per questa loro incapacità daranno la colpa agli altri: le élite, l’Europa, Bruxelles. In particolare, i veri colpevoli, ovviamente, sono tutti coloro che, secondo AfD, non possono essere considerati tedeschi; saranno, per così dire, il primo peccato capitale, praticamente gli ebrei dei nostri tempi, le persone di colore, e lo sentiranno in modo più acuto perché già lo subiscono: si registra un enorme aumento della violenza e del sessismo».

Quando gli chiediamo di Ulrich Sigmund, il candidato presidente di AfD in Sachsen-Anhalt, sospira: «AfD avrebbe potuto candidare anche un manico di scopa e lo avrebbero comunque eletto. È completamente errato presumere che Sigmund, con il suo sorriso accattivante, il suo aspetto gradevole e la sua natura amichevole, abbia in qualche modo realizzato qualcosa di grande».

«Dobbiamo affrontare la vicenda dal punto di vista regionale e da quello internazionale. Bisogna guardare alla storia degli ultimi cent’anni, forse anche degli ultimi centocinquant’anni. La Sassonia-Anhalt, ad esempio, è stato il primo Stato tedesco in cui un nazionalsocialista è diventato presidente nel 1932, proprio come in Turingia nel 1930 fu nominato il primo ministro [ministro dell'interno] dal Partito nazionalsocialista. Poi c’è il passato nazista irrisolto, adesso procediamo con la glorificazione della Ddr – la glorificazione di una dittatura – e con il culto del Cremlino. Non si tratta nemmeno necessariamente di Putin; la gente non ne ha la minima idea. Si tratta delle strutture autoritarie: molte persone nell’Est desiderano e bramano strutture autoritarie».

Ma il fenomeno va letto attraverso la sua componente contemporanea: «L’attuale trasformazione globale, la digitalizzazione, l’uso dell’Intelligenza artificiale stanno generando un’enorme incertezza in tutto l’Occidente. Nessuno sa cosa ne sarà dei propri progetti di vita, nessuno sa che fine farà il proprio lavoro. Credo che la profonda incertezza che circonda la rivoluzione digitale sia caratterizzata da qualcosa di cui la maggior parte delle persone nel mondo non è consapevole».

«Non che i cambiamenti in sé siano unici nella storia del mondo, ce ne sono sempre stati: ciò che è unico è la velocità vertiginosa. Una velocità che travolge praticamente tutti. Inventano qualcosa e il giorno dopo è già realtà quotidiana. Fino a cinquant’anni fa, le invenzioni impiegavano decenni per entrare a far parte della vita di tutti i giorni. Che si trattasse di giornali, radio, televisori, lavatrici o di qualsiasi altra cosa, occorrevano secoli o decenni perché diventassero parte della quotidianità. Oggi spunta un’app che sembra piuttosto insignificante, poi guardi oltre e ti rendi conto che cambia tutto; e ha cambiato il mondo perché oggi ci troviamo in una situazione che nemmeno i più arguti marxisti avrebbero potuto immaginare: siamo praticamente nelle mani di cinque o dieci miliardari della tecnologia, in tutti i settori».

«In questa situazione di incertezza, la gente ha bisogno di risposte semplici, cerca sicurezza. È ciò che la maggior parte delle persone al mondo desidera di più: la sicurezza. E c’è solo un luogo che promette sicurezza ed è il passato, perché è l’unico luogo che conosciamo, il vecchio luogo a noi familiare. Ognuno può solo interpretarlo e raccontare la propria storia, e c’è poco da fare al riguardo. E i fascisti di tutto il mondo sono uniti da una narrazione secondo cui la loro visione del futuro assomiglia all’anno 1970 o agli anni Cinquanta. Così promettono un futuro che ricorda il passato. A questo si aggiungono idee nazionaliste, come quella di una nazione presumibilmente pura e omogenea».

Su questo aspetto insistiamo: di solito nelle spiegazioni del successo di AfD torna il problema della Riunificazione e delle sue modalità. Da ultimo lo ha fatto pochi giorni fa uno dei leader della Linke, Gregor Gysi, che ha riproposto il vecchio problema della Riunificazione come causa della frustrazione a Est. Kowalczuk sembra avere le idee molto chiare: «come storici, tendiamo a dire che tutto ha un inizio, e di solito questo si colloca da qualche parte, circa 2000 anni fa o da quelle parti. E questo è senz’altro vero. D’altra parte, c’è una forza che trascende la storia vera e propria: il potere della narrazione all’interno della famiglia. È lì che si forma la politica, dove si creano i sistemi di valori, dove si forgia la moralità – non a scuola, non nei media, non all’università, ma a tavola, a casa. Mamma e papà, nonni, nipoti e figli, tutti che parlano insieme e che ascoltano. Anche il silenzio racchiude un grande messaggio. E quindi, naturalmente, gran parte di ciò che sta accadendo ora a Est ha a che fare con gli ultimi trentacinque anni – ma io direi anche gli ultimi settanta, gli ultimi cento anni – questo è indubbio».

Tuttavia, non condivide l’analisi che viene fatta discendere da queste considerazioni: «Gysi sta facendo qualcosa di diverso. C’è qualcosa di molto forte nella Germania dell’Est. Un forte movimento identitario che si presenta come qualcosa di speciale, come se l’esperienza nella Germania dell’Est fosse unica nella storia del mondo, come se non ci fosse un forte contrasto tra Nord e Sud da qualche altra parte, ad esempio in Italia».

In realtà questa narrazione è per Kowalczuk non solo errata ma persino pericolosa: «Gysi continua a fare qualcosa che i politici non dovrebbero fare, ovvero seminare ancora e ancora spaccature tra Est e Ovest. E in effetti, se guardiamo alla Germania di oggi, la Sassonia ha ben poco in comune con il Mecklenburg-Vorpommern mentre condivide molto di più con l’Assia, la Baviera o il Baden-Württemberg, Länder occidentali, e il Mecklenburg-Vorpommern, a Est; ha molto più in comune con la Bassa Sassonia e lo Schleswig-Holstein. Strutturalmente, questo ha portato a molti dei problemi che abbiamo oggi. Per questo ormai trovo insopportabile una simile ricostruzione del rapporto tra Est-Ovest, e la porto sempre all’estremo dicendo che la storia della Riunificazione tedesca è una storia di grande successo».

In questa vicenda, però, manca ancora il ruolo di una costola della Linke, il BSW, il partito di Sahra Wagenknecht, che con la sua astensione potrebbe addirittura permettere l’elezione del presidente di AfD in Sachsen-Anhalt. «Per dirla con parole chiare, e questo è un concetto difficile da comprendere per molti: Sahra Wagenknecht, semplicemente, non è di sinistra. Si è allontanata dalla politica di sinistra circa dieci anni fa. All’epoca era ancora attiva nella Linke, ma non aveva nulla a che fare con la politica di sinistra, con la politica di emancipazione, con la giustizia sociale. Già allora parlava come una populista di destra. E ora, ciò in cui Sahra Wagenknecht eccelle veramente, ciò che può davvero perfezionare, è la funzione distruttiva, la demolizione. Rifugge gli incarichi, rifugge le responsabilità, l’assunzione di responsabilità».

«Questo è, per così dire, il suo compito: la distruzione. Ed è qui che sarà interessante vedere cosa accadrà: sarà questo il fattore decisivo per portare al potere il fascista Siegmund? E forse questo andrebbe fatto presente in Italia: Siegmund, due o tre giorni dopo la sua elezione, ha affermato di sostenere la produzione di armi nel suo Stato perché gli servono per attuare la remigrazione. Per essere chiari, lo dice apertamente davanti a telecamere e microfoni, e Sahra Wagenknecht continua a sostenerlo. Quindi questo va detto molto chiaramente: non ha assolutamente nulla a che fare con la politica di sinistra».

Dal Sachsen-Anhalt andiamo a Berlino e chiediamo quali sono a suo avviso gli errori del governo federale. «Merz ha promesso di dimezzare i consensi di AfD: un’affermazione completamente fuorviante, seppur pronunciata per ragioni elettorali. In questo modo dimostra di non capire, insieme al resto della coalizione, che si tratta di un fenomeno internazionale, globale, e che non si può controllare semplicemente spostando qualche miliardo da un fondo all’altro, costruendo qualche ponte, rendendo gratuiti gli asili nido o aumentando le pensioni di tre punti percentuali. Perché non è questo il problema».

«AfD punta alla distruzione, e il nucleo dell’AfD, con i suoi elettori – e nessuno vuole sentirselo dire – è il razzismo. Si tratta, per così dire, sì, questo è il problema fondamentale, del Dna che tiene tutto insieme. E voglio dire, lo vediamo negli Stati Uniti e altrove. Pertanto, abbiamo bisogno di contenuti diversi, di una retorica diversa e di un approccio diverso nei confronti di formazioni come AfD. Del resto, non credo che si possano riottenere i voti di coloro che optano per AfD, sono completamente insensibili agli argomenti razionali. Ciò che sta accadendo ora ha a che fare con le emozioni, ha a che fare con l’irrazionalità. Non possiamo contrapporre argomenti razionali».

Ecco perché ad avviso di Kowalczuk la ricetta passa anche da un modo diverso di fare politica dei partiti tradizionali, cosa sulla quale però è piuttosto scettico: «subito dopo le elezioni ricadono nei soliti schemi di accusa, e via dicendo. Sono tutte sciocchezze. Noi, come democratici, dobbiamo tornare a un punto in cui non consideriamo i nostri avversari politici come nemici. AfD e BSW sono i veri nemici. Dobbiamo trattare i nostri avversari politici nell’arena della competizione con tale rispetto da presumere innanzitutto che, come noi, vogliano il meglio per la società».

«Anche se non condivido i loro obiettivi, devo presumere che vogliano comunque il meglio perché – e questo è il secondo punto – devo mantenerli come partner di coalizione fino al giorno dopo le elezioni, in modo da poter poi lavorare insieme in maniera ragionevole e in un’atmosfera non tossica. Ciò significa anche affrontare tutti i problemi esistenti, tutto ciò che AfD solleva, ma non con il linguaggio dei fascisti, non con le strategie dei fascisti, bensì collocandoli in contesti diversi. Questo è il punto cruciale. Questo non aiuterà affatto nel breve termine, ma nel medio termine, tutto ciò che resta da fare è costruire e sperare che la libertà e la democrazia siano abbastanza forti da non perire».

Se AfD dovesse arrivare anche al governo federale sarebbe la fine dell’Europa – del resto «chiedono da sempre l’uscita della Germania dall’euro e dall’Unione europea» – ma anche perché, prosegue Kowalczuk, «sono un grande sostenitore dell’Ucraina; fa parte della mia identità. La Terza guerra mondiale è iniziata da tempo. Noi in Germania lo stiamo vivendo ogni giorno. Ci sono attacchi alle infrastrutture sensibili, e questi aumenteranno. La Terza guerra mondiale non avrà più l’aspetto di battaglie di carri armati e guerre di trincea. Non sarà l’invasione russa su vasta scala come per l’Ucraina. Sarà invece una guerra ad alta tecnologia, combattuta al computer, condotta con tecnologie avanzate e personale altamente qualificato. È già iniziata, e il quartier generale di questa guerra contro la democrazia e la libertà è chiaramente al Cremlino. È iniziata, e sono semplicemente sbalordito da quante persone in Europa si rifiutino di riconoscerlo».

Russia addio

Florent Georgesco
In "Addio mia Russia", il grande storico dell'Unione Sovietica Nicolas Werth fonde il personale con l'universale

Le Monde, 14 settembre 2026

Alcuni libri non hanno altra scelta che diventare mostruosi, perché la realtà è sempre presente, traboccante, inafferrabile, eppure bisogna comunque tentare di afferrarla. Bisogna tenere a mente questo limite, e questa grandiosità, quando si apre il nuovo libro di Nicolas Werth, Addio mia Russia , un'impresa unica nell'opera di questo grande storico dell'Unione Sovietica, dove il personale si intreccia con l'universale con un'intensità mozzafiato.

Una possibile sintesi potrebbe essere definita da due date chiave: marzo 1969, il padre dello storico, il giornalista britannico Alexander Werth, si suicidò gettandosi dalla finestra dell'appartamento di famiglia; luglio 2023, suo figlio si trovava sul balcone, pronto a gettarsi, ma alla fine si fermò per il dolore che avrebbe causato alla sua famiglia. Trascorse settimane in un ospedale psichiatrico, dove decise di realizzare il progetto a cui pensava da tempo: raccontare i suoi decenni di soggiorni e ricerche in Russia – dove oggi non può più tornare – collegandoli al percorso di suo padre, la cui morte fu segnata dalle parole: "Addio, mia Russia".

Sette mesi prima, le truppe sovietiche erano entrate a Praga per porre fine all'esperimento cecoslovacco del "socialismo dal volto umano ". Questo, a quanto pare, rese inevitabile l'azione di Alexander Werth, come se gli fosse impossibile vivere senza alimentare questo sogno di regimi comunisti che evolvono verso una liberazione delle coscienze e del discorso pubblico.

Ideali accecanti

La "sua" Russia, al di là delle sue origini russe, era l'URSS, così come lui la desiderava. Quanto a ciò che era realmente, la vedeva solo a metà, accecato dagli ideali che, da giovane giornalista antifascista, lo avevano reso, se non un comunista, quantomeno un ammiratore del mondo sovietico. Corrispondente per la BBC e il Guardian , aveva accompagnato l'Armata Rossa durante la Seconda Guerra Mondiale. Da questa esperienza trasse ispirazione per un importante libro, *Russia in guerra* (Stock, 1965). Alla sua morte, stava lavorando a un seguito, che avrebbe dovuto intitolarsi *Russia in pace*. Ma, dopo Praga, questo titolo non aveva più senso. A volte, le illusioni ci sostengono; con esse si cade.

In questo senso, l'atto suicida di Nicolas Werth, per quanto sorprendente sia l'analogia con quello del padre, è di natura diversa. Lo storico potrebbe aver desiderato morire a causa dell'atroce guerra condotta dalla Russia in Ucraina e della repressione di tanti dissidenti – suoi amici – in Russia. Ma nulla di tutto ciò aveva dissipato le sue illusioni. Al contrario, tutta la sua opera rivela chiaramente il contesto di oppressione sovietica sullo sfondo del quale il padrone del Cremlino aveva costruito la sua visione del mondo. La disperazione di Nicolas Werth derivava piuttosto dalla sua stessa lucidità riguardo a un paese che avrebbe voluto amare, come aveva fatto suo padre. Solo che lui, che aveva trascorso tutta la vita a confrontarsi con gli archivi del totalitarismo, non aveva alcun rifugio nei sogni.

In sintesi, questo è ciò che rappresenta questo straordinario libro: lo scontro di due disperazioni opposte, che l'autore unisce per comprendere, quantomeno, chi fosse Alexander Werth. Ci riesce? Per quanto possibile. Ma soprattutto, si è avvicinato molto a qualcos'altro, che è il cuore pulsante dell'indagine: la sua stessa vocazione di storico, nata da una perdita irreparabile – questa lunga ricerca della verità storica, che era dunque già, ben prima di Putin, ben prima dello scatenarsi della violenza russa in Ucraina, un vero e proprio canto d'addio.

https://www.lemonde.fr/livres/article/2026/09/14/dans-adieu-ma-russie-le-grand-historien-de-l-union-sovietique-nicolas-werth-mele-l-intime-a-l-universel_6773872_3260.html