venerdì 29 gennaio 2021
domenica 17 gennaio 2021
Reinventarsi per uscire dallo stallo
Ormai la pandemia è accanto a noi da dieci mesi. Intorno a noi. E tra i più colpiti dal virus a livello fisico ma anche emotivo - vi sono senza dubbio alcuni tra gli anziani delle Rsa. Eppure, c’è chi non si è affatto dimenticato di loro. C’è chi, nonostante tutto, ha pensato di coinvolgerli, unendo due cose, apparentemente, ad oggi, inconciliabili: ospiti di una casa di riposo e teatro. Ed è proprio da questo binomio, infatti, che ha preso forma il laboratorio teatrale che vede protagonisti – tra gli altri - Vera, Stella, Alberto e Celeste, tutti tra i settanta ed i novantotto anni. “Fino al prossimo abbraccio” è il titolo dell’opera che, grazie all’impegno della compagnia “Soggetti smarriti”, debutta così sul palco, in un contesto non certamente favorevole, eppure con un entusiasmo assolutamente contagioso.
sabato 16 gennaio 2021
Il fantasma di Aisha
https://it.wikipedia.org/wiki/Truffa_alla_nigeriana
https://www.teoalida.com/scams/aisha-gaddafi/
sabato 19 dicembre 2020
Appello per una lista civica di centrosinistra
A meno di sei mesi dalle elezioni amministrative, il centrosinistra torinese sembra distratto dalle proprie dinamiche interne: l'ipotesi delle primarie, paradossalmente, ha frenato la discussione sui contenuti e alimentato divisioni, sia nel Partito democratico che all’interno della coalizione. Al tempo stesso, molti esponenti politici si comportano come se la sconfitta della precedente amministrazione di centrosinistra fosse stata un incidente di cui è bene parlare il meno possibile. Non è così: perché tutte le indagini ci dicono che la crisi di Torino ha radici profonde, ben più antiche del giugno 2016, e che la prossima estate la nostra città sarà ancora più povera e arrabbiata.
In questo scenario, ci preoccupa che una destra populista e inadeguata, come ha dimostrato nella gestione della pandemia a livello regionale, possa soffiare sul fuoco della rabbia e della protesta, raccogliendo consensi dietro il volto rassicurante di un imprenditore perbene.
Per contrastare questa deriva, promuovendo un’idea di città inclusiva e attrattiva, serve una forza politica capace di parlare a tutti, e non solo ai militanti: una forza politica che sappia ascoltare e tradurre le preoccupazioni in proposte concrete. In definitiva, servono persone in grado di costruire nuove alleanze, dalle quali possano nascere le risposte ai nuovi bisogni.
Queste alleanze devono trovare una casa, che accolga tutte le esperienze che hanno alimentato un pensiero sul futuro di Torino, coinvolgendo centinaia di persone in un lavoro di mobilitazione politica e culturale. Una casa “civica”, perché le persone che ne faranno parte dovranno portare con sé l'esperienza e le competenze maturate nel mondo delle associazioni, delle professioni e del volontariato. Una casa innovativa, perché dovrà offrire alla coalizione gli strumenti per comporre una nuova mappa dei riferimenti cittadini, superando confini geografici e culturali ormai obsoleti.
Chiediamo quindi ai referenti dei movimenti civici torinesi che questa casa nasca subito, per costruire un’agenda politica che parta dall’ascolto di quanti si sono sentiti abbandonati dalla politica. Oggi, come in altri momenti in cui seppe cambiare il volto alla città, il centrosinistra torinese ha bisogno di una rappresentanza civica qualificata, univoca e coesa, senza i fraintendimenti che possono creare liste civetta messe su all'ultimo minuto per ragioni elettorali.
Torino merita uno sforzo di unità e di volontà: una SOLA LISTA CIVICA che dia forza al centrosinistra, un raggruppamento civico che contribuisca a qualificare un progetto politico e che sia capace di avanzare e sostenere una candidatura unitaria in grado di parlare a tutta la città.
Non perdiamo tempo. Perché di tempo non ce n’è.
Tra i firmatari l'ex sindaco Valentino Castellani, l'ex pallavolista e dirigente sportivo Piero Rebaudengo, il fondatore dei Subsonica Max Casacci, il manager culturale Paolo Verri e il regista Gabriele Vacis, Filippo Barbera, Giuseppe Gattino, Gabriele Magrin, Davide Petrini, Rocco Pinto, Luca Rolandi, Giuseppe Tipaldo
Stiamo cercando di attivare una piattaforma per petizioni. Ma non siamo ancora riusciti a farlo... Per aderire al momento ci limitiamo a chiedere di rilanciarlo.
mercoledì 16 dicembre 2020
Un banco di libri al mercato
Torino è la città delle bancarelle: quegli approdi carichi di libri dove tuffarsi tra edizioni introvabili e dei grandi classici, curiosità fuori catalogo, autori di case editrici ormai scomparse, piccoli tesori preziosi che possono anche costare pochi euro, o magari molto di più, se il commerciante è scaltro, se comprende l'oggetto del tuo desiderio. Poi si trovano contrattazioni che, nella maggior parte dei casi lasciano soddisfatti entrambi i protagonisti. Una volta, di bancarelle ce n'erano di più - come quelle di corso Siccardi demolite dall'ignoranza, il peggior nemico dei libri - ma moltissime resistono, come le storiche di via Po e le tante sparse nei mercati della città, in pimis al Balon. Marco Addonisio - protagonista del godibilissimo volume di Giovanni Carpinelli, edito da Ranieri Vivaldelli nella collana Messidor - è uno dei più noti mercanti in città e il suo banco lo potete trovare ogni giorno in via Nizza. Nella narrazione spiega e rivela le regole del gioco, entra nei meccanismi di passione, curiosità e anche ossessione dei frequentatori. Attorno a lui altri personaggi, , tutti veri, ma qualche volta coi nomi cambiati, che sono clienti, amici, colleghi. Tutti amanti amanti dell'irresistibile religione del libro. I titoli e gli autori sono dappertutto, come una texture tra le pagine, ma interessa relativamente il valore letterario (che c'è) perché conta innanzitutto la scelta individuale, la curiosità dell'acquirente, la sua dedizione nella caccia. Diversi capitoli si concludono con una citazione, dove compaiono intriganti assonanze, riferimenti musicali, poesie. Libro imprescindibile e romantico. Splendide le parole dello scrittore Bergotte [Proust, in realtà] con le quali si conclude il prologo di Mariolina Bertini: "Lo seppellirono, ma per tutta la notte funebre, nelle vetrine illuminate, i suoi libri, disposti a tre, vegliavano come angeli dal dalle ali spiegate sembravano, per colui che non era più, il simbolo della sua resurrezione."
"La compagnia del libro" di Giovanni Carpinelli, Raineri Vivaldelli editori, Torino 2020
Torino magazine, dicembre 2020
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I versi in epigrafe
Il PULVISCOLO
Osserva infatti ogni volta che i raggi trapelano
e infondono la luce del sole nell'oscurità delle stanze:
vedrai molti corpi minuscoli vorticare
in molteplici modi nel vuoto nella luce stessa dei raggi,
e come in un'eterna contesa muovere contrasti e battaglie
scontrandosi a torme, senza mai trovar pace,
continuamente agitati da rapidi congiungimenti o effrazioni;
così che puoi arguire da ciò quale sia l'eterno
agitarsi degli elementi primordiali delle cose nell'immenso vuoto;
per quanto un piccolo elemento può offrire l'immagine
di grandi eventi e una traccia per la loro conoscenza.
Lucrezio, La natura delle cose, II, 114-224.
è
Torino magazine, dicembre 2020
domenica 8 novembre 2020
La compagnia del libro
Non è ancora fuori corso come l'hula hoop, l'orologio da taschino o le radio a transistor ma poco ci manca. Per il libro in carta e inchiostro sono tempi difficili. Non che sia morto, o stia per morire: il libro cartaceo sopravvive agli eBook di Amazon e delle altre librerie digitali proprio grazie alle librerie on line, che in 24 ore recapitano a casa di chi li ordina libri d'ogni ordine e specie (compresi i libri di editori periferici, e a malapena conosciuti, che sarebbe impossibile trovare sia nella piccola libreria di quartiere sia nei grandi stores del centro). Davvero fuori corso, di questi tempi, sembra essere soprattutto il libro usato, il libro da bouquin, da bancarella (insieme a tutto ciò che non riguarda l'immediato, il talk show permanente dei libri effimeri, ma la memoria, le spalle dei giganti sulle quali si sono issati i nani e le ballerine del tempo presente). Morti i grandi cataloghi editoriali, moribonde le biblioteche, svaniti les livres d'antan, restano le novità del giorno, per chi se ne accontenta. Nessuno, o ben pochi, cercano vecchi libri sulle bancarelle, sempre meno numerose, ma ecco che un ex operaio torinese lascia la fabbrica e si dà al commercio di libri usati, come racconta questo memoir a più voci sulle avventure d'un bouquiniste sabaudo. Aprire una bancarella, impilare all'inizio titoli di scarso interesse, scelti senza una particolare competenza, per lo più fondi di magazzino, robe invendibili, sembra il peggiore dei business possibili, ed effettivamente lo è. Ma il libraio (e avventuriero) in questione, Marco Addonisio, impara in fretta a distinguere il bene dal male, i libri sensati da quelli senz'arte né parte, le prime edizioni da quelle meno blasonate, la clientela passionale da quella no.
Nel libro curato da Giovanni Carpinelli, cultore (la parola è grossa, ma appropriata) del libro usato, la storia di Marco Addonisio e del suo commercio di vecchi libri, venduti nelle fiere, su eBay, nei mercatini rionali, diventa il racconto esemplare d'una vocazione a trasmettere non diciamo la «cultura» (questo sì, sarebbe un parolone) ma lo splendore letterario del mondo di ieri. La compagnia del libro non si limita a parlare di letteratura (in senso borgesiano, dove tutto è letteratura, anche la scienza, anche la teologia) e neppure s'accontenta di celebrarla ma è letteratura esso stesso.
Qua e là, diciamolo, esagera e drammatizza il valore del libro, fino a prendere partito per il bibliofilo, che ama i libri per il loro contenuto, e contro il bibliomane, che stravede feticisticamente per l'oggetto in sé. Personalmente, se posso dirlo, io tifo per il bibliomane, perché somiglia più al maniaco sessuale, o peggio al filatelico, che a Daria Bignardi e Alessandro Baricco , e che si diverte con i libri come un vecchio reprobo nelle serate di burlesque). Leggere libri «per migliorarsi» è molto più disonorevole, se mi è concessa una licenza moralistica à la Baricco o à la Bignardi, che farne puramente e semplicemente incetta (chi vuol migliorarsi davvero non si dia alle buone letture ma alle buone opere).
Francesista, curatrice e postillatrice dell'opera proustiana, Mariolina Bertini ricorda, nel romanzesco (e toccante) prologo al libro di Giovanni Carpinelli, l'ultima grande stagione delle bancarelle torinesi: gli anni sessanta e settanta, quando leggere, per chi aveva vent'anni, era la più straordinaria delle avventure. Racconta, in particolare, le rocambolesche battute di caccia al libro d'un amico suo (e mio): Paolo Pianarosa, sempre di guardia «tra le bancarelle di Piazza Carlo Alberto», tanto che la sua presenza faceva pensare a «una sorta di genius loci, uno spiritello tutelare che vegliava su quel piccolo mondo e ne conosceva ogni anfratto». Più in piccolo, meno compulsivi, meno ossessivi, c'erano molti altri Pianarosa in giro per bancarelle negli anni intorno al Sessantotto, quando di libri, nelle case della maggior parte dei giovani approdati alla scuola di massa, ce n'erano pochi, anzi nessuno, e leggere era quasi sempre un'esperienza memorabile.
Dentro ogni libro, come giù per la tana del Bianconiglio, c'erano mondi inimmaginabili da esplorare. E sono ancora tutti lì, conservati nel cloud, in forma digitale, oppure sulle bancarelle superstiti, poco frequentate e tuttavia irriducibili.
mercoledì 28 ottobre 2020
Alla scoperta del presente
Stefano Caselli, "Piazze tragiche, ma non si tratta solo di criminali", Il Fatto quotidiano, 28 ottobre 2020
“Sono piazze tragiche, nel senso letterario del termine, perché sono espressione di situazioni nelle quali non si può scegliere tra un bene e un male, tra una soluzione positiva e una negativa. Nelle tragedie, purtroppo, si sceglie sempre tra due mali”. Marco Revelli, torinese, sociologo, di piazze ne ha viste tante, ma mai (o quasi) come quelle andate in scena lunedì sera: “Possiamo dire – sospira – di essere definitivamente fuori dal Novecento”.
Professor Revelli, cosa ci dicono queste “rivolte”?
Sono manifestazioni abbastanza diverse a seconda delle città, ma emergono due protagonisti: i primi, chiamiamoli esercenti, sono espressione di un’estrema fragilità sociale che ormai colpisce anche categorie apparentemente benestanti e che ha forse un precedente nel movimento dei Forconi del 2013. Non sono state manifestazioni di poveri, semmai di impoveriti, colpiti dalla prima ondata del virus e atterriti dall’idea di precipitare definitivamente con la seconda. Il nostro sistema economico e sociale era già gravemente malato prima, la pandemia ha solo portato in superficie il morbo. Poi ci sono gli altri, i protagonisti dei disordini, per certi versi simili ai Gilet gialli francesi, generalmente provenienti dalle periferie, ragazzotti che normalmente nel weekend fanno lo struscio di fronte alle vetrine degli oggetti del desiderio, scesi in piazza con una logica da riot americani, da una parte per esprimere rabbia, dall’altra per soddisfare desideri, come le immagini dell’assalto all’atelier Gucci dimostrano.
Perché parla di uscita definitiva dal XX secolo?
Siamo di fronte al prodotto di classi sociali in decomposizione, attraversate da un forte risentimento e invidia sociale: la pancia della nostra società è un serbatoio esplosivo di rancore e mancanza di speranza. La logica è da guerra di tutti contro tutti.
Con quale obiettivo?
Ogni protagonista di queste proteste vede solo le proprie ragioni – anche valide per carità – ma la mediazione tra le proprie sofferenze e le sofferenze generali non compare mai. È una caduta di orizzonte.
Sono piazza di destra?
Sono molto esposte a tentativi egemonici di destra, che nel tutti contro tutti sguazza molto meglio di chi ragiona in termini di giustizia sociale ed eguaglianza, ma attenzione a liquidare il tutto come fascisteria delinquenziale, sarebbe un inutile esorcismo. Certo, ci sono gli ultras delle curve, ma preoccupiamoci del fatto che queste persone avvertano con chiarezza che esistono momenti di rabbia generalizzata in cui sanno di avere campo libero e molte orecchie pronte ad ascoltarli.
Qual è il nemico numero uno?
Il cosiddetto decisore pubblico, come se chi governa avesse ora a disposizione decisioni in grado di risolverei loro problemi. Ma purtroppo non ce li ha. Siamo in una condizione tragica, e nella tragedia c’è sempre un fatto che si compie rispetto al quale il comportamento degli uomini è destinato alla sconfitta. Si paga per propria colpa e di colpe ne abbiamo tante – alcuni di più, altri di meno –. Il nemico dovrebbe essere il modello di vita e di organizzazione economica che abbiamo costruito negli ultimi 30 anni, ma con il virus alle calcagna sono inutili elucubrazioni. È possibile un dialogo?
Il dialogo richiederebbe di condurre a ragione le questioni, ma non mi pare sia questo il caso. La decisione politica in situazioni come queste (riaprire per non danneggiare, ma rischiare di aggravare l’epidemia) è destinata a sbagliare sempre e comunque.





