Silvia Ronchey
Dioniso il ritorno del dio che in realtà non è mai morto
A partire da un saggio di Zolla riflessioni su un mito antichissimo che resiste ancora oggi
La nostra società si è riappropriata della divinità dell’uguaglianza in termini non più esoterici ma espliciti
la Repubblica, 31 agosto 2016
Quando il ragazzo esce all’alba dalla discoteca, stordito dalle droghe e
dall’alcol, e con la luce del mattino lo assale lo stupore
dell’infanzia; quando nella campagna greca il contadino, assaggiato il
vino nuovo, si alza e accenna tra le viti la lenta danza in tondo;
quando il poeta scrive che «perciò sussurrando ci incorona i capelli il
dio comune / e fonde in uno le coscienze come perle di vino»; quando fra
lo squittìo delle scimmie il suono del tabla annuncia l’inizio di un
rave sulla spiaggia di Goa; quando, passeggiando, incontriamo lo sguardo
immobile di un animale e ci specchiamo nella sua divinità — allora, e
molte altre
volte, Dioniso si manifesta. Dioniso, il dio che Ovidio
chiamava Puer Aeternus, si appropria della nostra vita all’improvviso,
schiacciando le leggi e le abitudini, infrangendo l’identità personale,
spezzando le dualità — conscio- inconscio, persona-cosmo —, come spiega
Elémire Zolla in uno dei suoi scritti più belli,
Dioniso errante, ora
integralmente leggibile nel sesto volume dell’opera omnia, curata con
abnegazione e sapienza da Grazia Marchianò (Marsilio, pagg. 622, 24
euro).
Il dio dell’ebbrezza, del confondersi dell’anima, come
scandisce il coro delle Baccanti di Euripide, il dio divorato, smembrato
come i grappoli della vite, il dio plurale e “produttore di tutte le
pluralità”, come lo definì Proclo nel commento al Timeo di Platone, il
dio dai molti nomi (tra i più noti Bacco, ma anche Iacco, “ululante” nei
misteri eleusini, Libero, “liberatore”, senza contare le ipòstasi
stellari che lo innalzano al massimo fulgore nella giostra del cielo
eternando le sue storie mitiche nel ritorno degli astri), il dio della
maschera e del fallo, dai volti maschili e femminili oltreché umani e
ferini (infante, uomo barbuto, dama velata, capro, asino, pantera ), fu,
come racconta Nonno di Panopoli, un mescolatore di popoli, un
liberatore di oppressi ma soprattutto un affrancatore delle donne: dalle
contadine che per accorrere al richiamo del ditirambo abbandonavano la
segregazione domestica alle matrone degli affreschi dionisiaci della
Villa dei Misteri a Pompei.
In questa emergenza matriarcale “più
civile di quella delle Amazzoni”, come illustrò Bachofen, Dioniso fece
della donna la guida del tìaso e la depositaria dei suoi più profondi
stati estatici. Le mènadi, a imitazione del movimento vorticoso impresso
al tirso, roteavano il capo come dervisci, tenendolo inclinato di
fianco come avrebbero fatto nelle loro estasi le mistiche cristiane, da
Caterina a Teresa. Dai soldati della spedizione di Alessandro in India
Dioniso fu assimilato, non a torto, a Shiva, «dio dell’hashish,
dell’impeto del toro e del fallo, del fremito che scuote chi è solo
nella foresta di notte ». E infatti Novalis lo invoca nell’Inno alla
notte: «Dal fascio di papaveri / in dolce ebbrezza / fai crescere le
pesanti ali del cuore ». Ma era insediato in Grecia fin dall’età
minoica, e anche se verso l’India il suo carro trainato da tigri portò
Arianna dall’isola di Nasso dov’era stata abbandonata da Teseo (o forse
lo aveva abbandonato lei stessa, rapita in un sonno che già preludeva al
ratto dionisiaco), a Creta, patria del labirinto, i riti, descritti in
seguito da Filone di Alessandria, portavano gli adepti «a uscire da sé e
scorgere l’oggetto del desiderio ». Il grande dio Pan è morto,
annunciava Plutarco quando il politeismo dovette cedere il passo al
monoteismo dell’eresia giudaica che presto avrebbe dominato il mondo
conosciuto. Ma non accadde lo stesso, non proprio, a Dioniso. Il nuovo
dio dei cristiani aveva e via via avrebbe assunto tratti del “dio
comune”, come lo aveva chiamato Hölderlin. Al termine della polimorfa
vicenda mitologica che lo avvince, Dioniso scese nell’Ade e ne tornò,
«con la morte sconfiggendo la morte», come recita l’inno pasquale
dell’ortodossia, «sfilando alla morte il suo pungiglione», come scrisse
san Paolo: la resurrezione è “il contrassegno di Dioniso”, che non solo
la compì (tre volte), ma salì in cielo e sedette alla destra del Padre
(Zeus). Fi umi di scrittura sono stati dedicati al dionisismo cristiano,
dagli antichi padri della chiesa ai moderni storici delle religioni,
provocati da Schelling, che esplicitamente assimilerà Dioniso a Cristo.
Se
Gesù è in Giovanni 15, 1-2 “la vera vite” e gli apostoli devono
attaccarglisi come i grappoli al tralcio, se il miracolo di Cana è un
tipico prodigio dionisiaco (il più noto precedente in Pausania), il
sacrificio dell’uomo-vite nell’eucarestia ricalca la tradizione della
mitografia dionisiaca (dove il vino è già chiamato “il dolce sangue” e
il potere di trasmutare in pane e in vino è già concesso da Dioniso,
stando alle Metamorfosi di Ovidio, alle sue fedeli). Se il calendario
cristiano si appropriò di date sacre anche a Dioniso, come il 6 gennaio,
la Pentecoste ha, sottolinea Zolla, caratteri di festa dionisiaca.
Come
scrisse Gregorio di Nazianzo, uno dei massimi teologi bizantini: «Ecco,
Gesù nuovamente è qui e insieme a lui è qui un mistero. Ma non è più un
mistero dell’ebbrezza, bensì un mistero che proviene dall’alto». Forse
per questo fu attribuito a lui uno dei più plateali prodotti del
sincretismo bizantino, il Christus patiens, di età più probabilmente
posticonoclasta, dove l’uccisione di Gesù è accostata a quella di Penteo
da parte delle baccanti. Seguendo le suggestioni di studiosi neogreci,
Zolla congettura, forse giocosamente, la persistenza a Bisanzio, e
ancora durante la turcocrazia, di tìasi o confraternite segrete
dionisiache, contigue a eresie dualiste cristiane i cui adepti portavano
tatuata in fronte l’antica foglia di edera.
Al di là delle sopravvivenze, la sostanza della percezione cristiana era antitetica a quella dionisiaca.
Con
la sua visione antropocentrica e la sua stretta ragion pratica, come
avrebbe compreso Nietzsche, il cristianesimo negò il dionisismo, il suo
«sprofondamento nella vita animale e vegetale per non dire nella
sostanza minerale, la libertà con tutti i suoi rischi». L’escatologia
cristiana soppresse il tempo ciclico, sospese l’«abrogazione dionisiaca
della coscienza storica», per introdurre a una promessa di giudizio
finale e progresso lineare, a una liberazione oltre la vita.
Il
grande dio Pan era morto, ma Dioniso, clandestino e represso dalla
morale cristiana, fu reimportato dai neoplatonici di Bisanzio e risorse
nel Rinascimento anzitutto fiorentino, alla prima corte dei Medici,
quando — come intuito da Pound — i bizantini dettavano e Ficino
descriveva con precisione «l’estasi e l’abbandono di menti sgombre, che
miracolosamente trasformate superano i limiti dell’intelligenza e si
inebriano di un’incommensurabile gioia».
Inoculato nel Quattrocento
platonico, Dioniso filtrò nella cultura visiva europea, abitò nel nuovo
genere pittorico dei baccanali (Bellini e Correggio, Caravaggio e
Tiziano), nel più esoterico mistero che pervase i quadri di Leonardo;
riemerse nella letteratura dei romantici tedeschi e dei dionisiaci
inglesi e francesi (Coleridge e De Quincey oltre a Baudelaire), da cui
saranno influenzati, fra gli altri, gli studi di Bachofen, Rohde,
Frazer, Otto, Kerenyi. È Dioniso che nel Novecento ha ispirato la
rivoluzione psichedelica, forse quella sessuale, certo la liberazione
delle donne, Arianne rapite via dai vincoli borghesi sul suo carro
guidato da tigri. La corona della razionalità, gettata in alto, si è
impressa come il diadema di Arianna nel cielo notturno della psiche
quando l’Es, con la psicoanalisi, ha riconquistato il suo dominio.
Dioniso ci ha riconvocato in India, ci ha riproposto la consapevolezza
dell’impermanenza, ci ha reinsegnato il mondo animale e la natura
vegetale.
Non è solo il carattere orgiastico che nel dissolversi
delle religioni esclusive e del folklore tradizionale hanno assunto la
sessualità o i riti della vita associata. Non è solo il ritmo del
reggae, lo spirito della musica come lo chiamava Nietzsche, che fa da
colonna sonora alla tragedia del massacro globale, nel riacutizzarsi
della ferocia delle guerre del mondo. È che la nostra società, nella
ruota dell’eterno ritorno, si è riappropriata del dio dell’uguaglianza
universale in termini non più esoterici ma espliciti e di massa. E se
questo ci inquieta, Dioniso ha raggiunto il suo scopo.