sabato 10 settembre 2016

Casanova e il pudore sabaudo



«La città mi piacque, e vi trovai tutto bello; la corte, il teatro e le donne, a principiar dalla duchessa di Savoia, ma non potei fare a meno di sorridere, quando se ne vantò l’eccellenza, dei servizi di polizia. Siccome la città è piccola e molto popolata, vi sono spie dappertutto. Quindi per potervi godere una certa libertà, si devono usare grandissime precauzioni, ricorrendo a mezzane molto abili, che si fanno pagar bene perché rischiano di essere barbaramente punite se vengono scoperte. Non sono tollerate né le donne pubbliche, né le mantenute, e ciò fa molto comodo alle maritate, come l’ ignorante polizia avrebbe potuto prevedere». è ovvio che, trattandosi di Casanova, la sua principale attenzione fosse concentrata sopra tutto il sesso femminino. Ma se le grazie della duchessa di Savoia, ossia di Maria Antonia Ferdinanda di Borbone, erano blindate a partire da quel nome inibente ogni intimità, l’intraprendente gaudente ripiegò su più facili bocconi, come la figlia della sua lavandaia. Ma Torino è sempre Torino anche con gli amori ancillari, costringendo addirittura il casanova per antonomasia ad andare in bianco. «Stizzito di veder respinte tutte le mie lusinghe, mi nascosi in fondo a una scala segreta dov’ ella soleva passare, deciso di riuscire nel mio intento anche a costo di adoperare un poco di violenza. L’ assalii di sorpresa e ci ritrovammo presto lei nella positura più adatta ed io in piena azione. Ma il nostro congiungimento era appena iniziato che un’esplosione non debole invero rallentò alquanto il mio ardore, molto più che la giovinetta si coverse il viso con le mani quasi per nascondere la vergogna di ciò che le era sfuggito». Insomma ad ogni assalto del libertino infoiato corrispondeva una deflagrazione della pudìca sabauda, che difendeva visceralmente la sua virtù. (A. Cipolla, la Repubblica 4 febbraio 2005)

SANTO_BUCATO (2)

Aucun penchant amoureux n’altéra à Turin la paix de mon âme, si ce n’est la fille de la blanchisseuse, avec laquelle il m’est arrivé un accident que je n’écris que parce qu’il m’a donné une instruction en physique.
Après avoir fait tout mon possible pour avoir un entretien avec cette fille chez moi, chez elle, ou ailleurs, et n’y être pas réussi, je me suis déterminé à l’avoir en usant d’un peu de violence au bas de l’escalier dérobé qu’elle descendait ordinairement en sortant de chez moi. Je me suis caché au bas, et lorsque je l’ai vue à ma portée, je suis sauté sur elle, et en partie par la douceur, et en partie par l’action vive je l’ai subjuguée sur les dernières marches ; mais à la première secousse de l’union, un son fort extraordinaire sortant de l’endroit voisin de celui que j’occupais ralentit un moment ma fureur, d’autant plus que j’ai vu la succombante porter la main à son visage pour me cacher la honte qu’elle ressentait à cause de cette indiscrétion.
Je la rassure par un baiser, et je veux suivre, mais voilà un second bruit plus fort que le premier ; je poursuis et voilà le troisième, puis le quatrième, et si régulièrement que cela ressemblait à la basse d’un orchestre qui bat la mesure au mouvement d’une pièce de musique. Ce phénomène de l’ouïe se saisit tout d’un coup de mon âme, joint à l’embarras et à la confusion où je voyais ma victime ; tout cela représenta à mon esprit une idée si comique que le rire s’étant emparé de toutes mes facultés j’ai dû lâcher prise. Elle saisit cette conjoncture pour se sauver.
L’episodio risalente al 1750 è richiamato da Marina Valensise, Un veneziano a Parigi, Il Foglio 6 aprile 2013, p. V
Da segnalare inoltre l’uscita nella Pléiade di Jacques Casanova, Histoire de ma vie, Tome I, sous la direction de Marie-Françoise Luna avec la collaboration de Gérard Lahouati, Furio Luccichenti, Helmut Watzlawick. Bibliothèque de la Pléiade, n° 132,  achevé d’imprimer le 07 février 2013, 1488 pages.

martedì 6 settembre 2016

Zweig in Brasile


Alberto Riva

“Laddove, in questi nostri tempi difficili, scorgiamo una speranza per un futuro migliore in zone semi-sconosciute, è nostro dovere additarle, indicandone le possibilità. È per questo motivo che ho scritto questo libro”. Fuggiva dall’Europa annichilita dal nazismo l’ebreo viennese Stefan Zweig quando, nel 1941, pubblicò Brasile, terra del futuro, che Elliot riporta finalmente in libreria (traduzione di Vincenzo Benedetti, pp. 244, euro 18,50) restituendoci un magnifico e straziante reportage di viaggio dell’autore di Il mondo di ieri e della Novella degli scacchi. Non mentiva, Zweig, in quella sua dichiarazione d’intenti, sebbene lui la speranza l’avesse già persa per sempre. In Brasile, nella piccola casa che aveva scelto come rifugio nella montagnosa Petropolis, a pochi chilometri da Rio, lo scrittore si sarebbe infatti suicidato la notte del 23 febbraio 1942 insieme alla sua giovane seconda moglie Lotte Altmann.
Nel suo ultimo, acutissimo diario di viaggio (il cui titolo si è appiccicato al destino brasiliano come una promessa a volte realizzata altre invece tradita), Zweig non si era soffermato solo su Rio, ma aveva parlato anche di San Paolo, allora già metropoli (“Per descriverla bisognerebbe essere cultori di statistica e di economia politica”) e del Nordest, dove cinquecento anni prima il portoghese Pedro Álvares Cabral era attraccato con le sue caravelle: “Bahia rappresenta per il nuovo mondo ciò che per noi europei sono le metropoli millenarie, Atene, Alessandria e Gerusalemme: un luogo sacro della civiltà”.
Zweig volge lo sguardo indietro: “Oro, zucchero, caffè, gomma o legname: sino a oggi in ogni secolo il Brasile ha rivelato sempre nuovi aspetti della sua ricchezza e offerto nuove sorprese”. Poi si lascia andare a riflessioni che oggi risulterebbero quantomeno controcorrente: “Alcune cose singolari che rendono Rio così colorita e pittoresca sono purtroppo già minacciate. Anzitutto le favelas, i villaggi negri all’interno della città. Li vedremo ancora da qui a un paio d’anni?”. Ma sarebbe stato felice, Zweig, di sapere che la sua preoccupazione era infondata? In numero assai esiguo ai suoi tempi, le favelas oggi a Rio sono circa settecento e non accennano a diminuire. Altre volte invece lo scrittore ci azzecca, come quando indica i tram e si chiede: “E scompariranno anche i vecchi bondes, le carrozze tranviarie aperte e saranno sostituite da vetture chiuse, moderne?”. Profetico: l’attuale amministrazione ha fatto sparire, non si sa bene per quale idea di futura speculazione turistica, l’intera flotta dei bondes che risalivano la collina di Santa Teresa nel centro della città e rappresentavano il mezzo di trasporto più popolare e meno caro del mondo: 25 centesimi di euro la corsa.

 http://ilmiolibro.kataweb.it/recensione/catalogo/2315/lultimo-viaggio-straziante-e-profetico-di-stefan-zweig/


John Dos Passos, Sulle vie del Brasile, Donzelli 2012

«I fiumi scorrono nel verso sbagliato. Le montagne sorgono nei punti più inopportuni. La regione orientale è afflitta da siccità perenni. Le malattie tropicali rappresentano una minaccia per lo sviluppo urbano. La principale risorsa del Brasile sono i brasiliani».
Rio, San Paolo, la nascita di Brasilia, le favelas, l’architettura modernista, l’incipiente urbanizzazione, e poi l’Ovest impervio, il Rio delle Amazzoni, il Mato Grosso – da nord a sud, da est a ovest, non c’è regione che Dos Passos non abbia visitato e raccontato ai suoi lettori, nei tanti reportage firmati per «Life», la celeberrima rivista americana, a cavallo di un quindicennio, tra il 1948 e il 1962. Un arco di tempo che vide cambiare il volto del Brasile, alle prese con un rivolgimento economico, politico e sociale che l’avrebbe trasformato nel paese che oggi conosciamo. Ma Dos Passos non è solo un testimone d’eccezione dell’impatto del Brasile con la modernità, è una delle prime penne d’America che si alimenta di una dichiarata empatia con quella terra e soprattutto con i suoi abitanti. Sono infatti proprio loro la principale ricchezza del Brasile. Dai capi di Stato agli imprenditori in ascesa, dagli indiani delle foreste ai lavoratori delle miniere, non c’è incontro che Dos Passos non inscriva nel percorso di espansione su cui il Brasile si è appena incamminato. Ecco perché oggi, mentre il paese si afferma tra le superpotenze mondiali, le pagine di Dos Passos ci svelano l’essenza più recondita e le radici profonde dei mille luoghi e delle mille culture che lo compongono.
(presentazione editoriale)

Esiste inoltre un libro di Tullio Ascarelli, Sguardo sul Brasile, A. Giuffrè, Milano 1949

domenica 4 settembre 2016

Zweig in Russia




Stefan Zweig
Russia fine anni Venti
L’immensa pazienza di un popolo
Per lo scrittore in viaggio nell’Urss la capacità del Paese di resistere a guerre e calamità è il vero pilastro nell’architettura sociale 

Il Sole 24ore, Domenica 4 settembre 2016

Negoreloe, prima terra russa. Sera tardi. Già così buio che la celebre stazione rossa con la scritta “Proletari di tutto il mondo, unitevi!” non si riesce più a scorgere. Ma pur con tutta la migliore volontà non riesco nemmeno a vedere le Guardie Rosse armate ferocemente fino ai denti rappresentate in maniera tanto pittoresca e demoniaca dai viaggiatori affabulatori che ci hanno preceduto: soltanto un paio in uniforme dall’aria ragionevole e molto affabile, senza fucile né armi luccicanti. La sala di legno della frontiera è come tutte le altre, ma dalle pareti, invece dei sovrani, ti guardano i ritratti di Lenin, Engels, Marx e di qualche altro leader. Il controllo è preciso, accurato, rapido e molto cordiale; già dai primi passi in terra russa si percepisce quante menzogne ed esagerazioni ci siano ancora da abbattere. Non accade niente in maniera rigida, severa e militaresca più che in altre frontiere; senza altri passaggi, ci si trova all’improvviso in un nuovo mondo. È proprio vero, la prima impressione s’imprime immediatamente, una di quelle prime impressioni che così spesso avvolgono una situazione nota ma che solo più tardi riconosci come premonitrice. In tutto siamo in trenta o quaranta che oggi valicano la frontiera russa; la metà di questi sono passeggeri in transito, giapponesi, cinesi, americani corrono a casa con la ferrovia della Manciuria senza fare soste; quindi restano matematicamente tra le quindici e le venti persone che con questo treno hanno come meta la Russia. È l’unico treno al giorno che da Londra, Parigi, Berlino, Vienna, la Svizzera e il resto dell’Europa ha come destinazione il cuore del Paese, la capitale Mosca. Non si può fare a meno di pensare alle ultime frontiere attraversate, ci si ricorda di quante migliaia e decine di migliaia di individui ogni giorno entrano nei nostri microscopici staterelli, mentre qui, venti persone in tutto stanno per accedere a questo vastissimo impero, un continente. Due o tre arterie della ferrovia che corrono diritte uniscono tutta la Russia con il nostro mondo europeo, e ognuna di queste viaggia a un ritmo lento ed esitante. Ci si ricorda allora dei valichi di frontiera ai tempi della guerra, dove solo una manciata di persone che passava un minuzioso controllo riusciva a varcare la linea invisibile da Stato a Stato, e si comprende istintivamente qualcosa della situazione attuale: la Russia è una fortezza assediata, una zona di guerra economica separata dal nostro mondo, diversamente regolato, da una sorta di barriera continentale simile a quella che Napoleone inflisse all’Inghilterra. Nel momento in cui abbiamo fatto cento passi tra l’entrata e l’uscita di queste due porte, abbiamo valicato un muro invisibile.
Prima ancora che il treno si metta in movimento in direzione di Mosca, un cordiale compagno di viaggio mi ricorda che bisogna spostare l’orologio di un’ora, dal tempo occidentale a quello dell’Europa orientale. Ma quel rapido gesto, quella minuscola rotazione, ce ne accorgeremo presto, è di gran lunga insufficiente. Non appena si giunge in Russia, non si deve soltanto adattare l’ora sul quadrante, bensì tutta la propria percezione di tempo e spazio. All’interno di questa dimensione, infatti, tutto avviene con altri pesi e altre misure. Il tempo, dal confine in poi, subisce un rapido tracollo di valore, così come anche la percezione della distanza. Qui i chilometri si contano in migliaia invece che in centinaia, una gita di dodici ore vale un’escursione, un viaggio di tre giorni e tre notti è relativamente breve. Il tempo qui è una moneta di rame che nessuno risparmia e accumula. Il ritardo di un’ora a un appuntamento è considerato ancora cortese, una conversazione di quattro ore vale una chiacchierata, un discorso pubblico di un’ora e mezzo è una breve dissertazione. Ma già solo dopo ventiquattro ore in Russia, la capacità di adattamento interiore ci ha fatto l’abitudine. Non ci sorprenderà più il fatto che un conoscente di Tbilisi viaggi fino a qui per tre giorni e tre notti per stringere la mano a qualcuno; otto giorni dopo si affronterà con la stessa tranquillità e naturalezza un’inezia di quattordici ore di viaggio in treno solo per fare una certa “visita” e per meditare in tutta serietà se non sia il caso di fare un viaggio nel Caucaso – solamente sei giorni e sei notti.
Il tempo qui ha altri parametri, lo spazio altre proporzioni. Come con i rubli e i copechi, si impara velocemente a fare i conti con questi nuovi valori, si impara ad aspettare e a essere noi stessi in ritardo, a perdere tempo senza lagnarsi, e in questo modo ci si avvicina inconsapevolmente al mistero della storia russa e della sua essenza. Giacché il genio e il pericolo di questo popolo sta prima di tutto nella sua immensa capacità di attesa, nella sua per noi incomprensibile pazienza, che è tanto vasta quanto la terra russa. Questa pazienza è sopravvissuta a ogni epoca, ha sconfitto Napoleone e l’autorità zarista, e anche adesso agisce come il più potente e robusto pilastro nella nuova architettura sociale di questo mondo. Infatti, nessun altro popolo europeo sarebbe stato in grado di sopportare ciò che questo si è abituato da mille anni a subire, e subendo quasi con gioia la propria sorte; cinque anni di guerra, poi due, tre rivoluzioni, sanguinose guerre civili da Nord, da Sud, da Est, da Ovest che si sono abbattute contemporaneamente su ogni città e villaggio; infine, pure la terribile carestia, la carenza di alloggi, il blocco economico, l’espropriazione dei beni – una summa di sofferenza e martirio, di fronte alla quale la nostra sensibilità non può che inchinarsi con deferenza. Tutto ciò la Russia ha potuto tollerarlo soltanto grazie a questa sua eccezionale resistenza nella passività, attraverso il mistero di una capacità di sopportazione illimitata, attraverso un Nitschewo («non fa niente») ironico ed eroico al tempo stesso, e una tenace, muta e profondamente devota pazienza, la sua vera e incomparabile forza.

Questo testo è tratto dall’inedito di Stefan Zweig Viaggio in Russia, esito di un viaggio che l’autore austriaco fece nel 1928. Il libro, a cura di Vittoria Schweizer, è edito da Passigli, Firenze, pagg. 102, € 10 e sarà nelle librerie dall’8 settembre.

https://ilmanifesto.it/stefan-zweig-la-forza-elementare-della-vita/

Negoreloe nel ricordo di Emilio Guarnaschelli (Una piccola pietra, Garzanti, Milano 1982, p. 31
... Arrivai verso le quattro del pomeriggio,ora europea (ore sei, secondo quella orientale russa), passando sotto il grande arco dell'entrata in URSS.. Ci siamo arrestati lì, ed abbiamo stretto la mano al primo soldato rosso, parlo al plurale perché viaggiavo insieme a una delegazione austriaca. Consegna dei passaporti ai soviet e arrivo a Negoreloe (gare frontière). Compagni che ci presero i bagagli e li portarono nel salone della dogana. Nel grande salone rosso vedo scritto in tutte le lingue: "Proletari di tutti i paesi, unitevi!" Ripartiamo alle otto, abbiamo tutti la cuccetta come sui vapori. Samovar a nostra disposizione. 

https://www.youtube.com/watch?v=FuvMaYV8RQE

venerdì 2 settembre 2016

Quel che resta di un amore



Cees Noteboom, Le volpi vengono di notte, Milano Iperborea 2009, trad. di  Fulvio Ferrari

GONDOLE

Le gondole sono ataviche: non ricordava dove l'avesse letto e non voleva nemmeno starci a pensare, perché altrimenti, ne era convinto, il pathos dell'istante si sarebbe in parte dissolto. Un sole basso, la nera forma d'uccello di una gondola nella nebbia sulla laguna, le pesanti briccole, solitaria falange in marcia che si perdeva in lontananza nella sua missione di morte e distruzione sull'invisibile riva opposta, e lui lì, sulla Riva degli Schiavoni, con una foto ingiallita e mezzo strappata tra le mani: se non era pathos quello... Lì, più o meno, aveva attraccato la gondola, lì, a quella scala o a quella successiva, più vicina alla statua della partigiana fucilata semi immersa nell'acqua, erano scesi. Il tempo era più o meno lo stesso, lo si capiva ancora dalla foto. Si erano seduti sui gradini e quasi all'istante era arrivato un giovane ufficiale a dire che la scala doveva restare libera per la polizia portuale, e aveva indicato un cartello. Dunque adesso doveva cercare quel cartello, non doveva essere difficile. E se lo trovo? Mi troverò esattamente nello stesso punto dove mi trovavo quarant'anni fa, e allora? Si strinse nelle spalle, come se fosse stato qualcun altro a fargli quella domanda. E allora niente. E proprio questo, pensò, era il punto.
Aveva accettato l'incarico di scrivere qualcosa sulla mostra di Palazzo Grassi per poter compiere quello strano pellegrinaggio. Pellegrinaggio a un'ombra, no, nemmeno: a un'assenza. La scala l'aveva trovata subito, nelle città eterne le cose hanno la tendenza a non cambiare, e lì attraccava ancora la polizia portuale. Il cartello c'era ancora, attaccato al muro di mattoni di fianco. Ridipinto, questo sì. Si sedette sul gradino più in alto. Il giovane ufficiale di allora doveva essere in pensione da un pezzo, ma anche se in quei quarant'anni avesse conservato la sua giovinezza, non avrebbe riconosciuto l'uomo anziano che se ne stava lì seduto. La foto era stata scattata da uno sconosciuto che si era messo un po' più avanti, sul bordo della banchina, le spalle alla laguna.
Un angolo di trenta gradi, così in lontananza si vedeva anche il Palazzo Ducale. Osservò la foto, e come sempre si stupì della sua inaffidabilità. Non solo una foto poteva raffigurare una morta, ma poteva anche metterti sul piatto una versione fuori corso di te stesso, un giovane irriconoscibile con i capelli lunghi, in così perfetto stile con la sua epoca da dare alla foto l'aroma ammuffito di un tempo passato per sempre.
Che avesse ancora lo stesso corpo, questo era in realtà il miracolo. Ma naturalmente non era lo stesso corpo. Il suo proprietario portava ancora lo stesso nome, tutto qui.
Quel che voleva davvero dire quella foto, pensò più come una constatazione che come una forma di tragicità o di autocommiserazione, era che cominciava ormai a essere tempo che sparisse anche lui. Sedeva alla sua sinistra, allora. Lei teneva la testa alta, sorridendo all'ignoto fotografo, i capelli rossi erano tirati un po' indietro e anche il suo corpo leggero si piegava un po' all'indietro, appoggiandosi al muro che costeggiava la scala e coprendo in parte il cartello. Guardò l'acqua grigiastra che si muoveva piano in fondo alla scala. Era sorprendente che tutto fosse rimasto uguale! L'acqua, la forma delle gondole, il gradino di marmo su cui stava seduto. Solo noi scivoliamo via, pensò, lasciandoci dietro la scenografia della nostra vita. Passò la mano sulla superficie di pietra granulosa accanto a sé, come per sentire la sua assenza. Sapeva bene che tutti i pensieri che si potevano avere al riguardo erano cliché, solo che nessuno aveva mai risolto quegli enigmi. "Realtà e perfezione sono per me la stessa cosa": di chi era quella frase se lo ricordava. Si poteva dubitare che Hegel si riferisse alla situazione in cui si trovava lui, comunque sembrava adattarsi bene. Provava uno strano entusiasmo perché le cose erano quelle che erano, perché non c'era pensiero che le potesse dissolvere. La morte era qualcosa di naturale, ma si accompagnava a forme quasi intollerabili di dolore, tanto immense da desiderare di perdersi dentro per abbandonarsi alla perfetta realtà del mistero.
L'inizio era stato semplicissimo. Un'isola greca, la casa di amici di amici, tutto organizzato da loro perché faceva così pena dopo la sua separazione. Non era abituato a essere solo, era affamato di tutto ciò che sapeva di donna. Una stradina di pietra lungo il mare, dove camminavano o passeggiavano tutte quelle figure femminili cui avrebbe voluto rivolgere la parola, ma non osava farlo per paura di essere cacciato via tra le risa come un imbecille.
«Aggattarle» diceva il suo amico Wintrop. La parola era bella, ma non ne era mai stato capace. Com'era quel verso di Lucebert? "Vagabondo la sera lungo scafi di donna". Era così, in ogni caso. La passeggiata, avanti e indietro, e poi di nuovo. Passeggiare, vagare, guardare. Hydra, barche di pescatori bianche nella notte che si faceva scura, dolcemente cullate, illuminate dalle luci al neon. Rondini, cipressi, o se lo stava inventando adesso? C'erano già le luci al neon? Ma perché i suoi ricordi avrebbero dovuto essere veritieri? Mettici una luce gialla di lampioni, ascolta il richiamo di una civetta, guarda le forme nere dei pini. Il mare rimane lo stesso e batte piano contro la banchina. Tutto il resto è intercambiabile, l'arsenale con cui si arreda la memoria.



Non assomigliava a una nave quando gli passò davanti. O forse sì: molto leggera, con una sola piccola vela, pareva librarsi al di sopra dell'acqua. Doveva essere stato così ridicolo il modo in cui si era alzato di scatto dal molo facendo il gesto di un agente che vuoi fermare il traffico. E fu addirittura quel che disse: STOP! Ancora adesso ne provava imbarazzo. Anche se anni dopo, in California, quando tutto era ormai finito da tempo, ne avevano riso tante volte. Fu così sorpresa che si fermò immediatamente. Strano, non ricordava più se erano usciti insieme già quella prima sera. Rimasero a parlare a lungo in un bar sul porto. Americana, con un nome italiano. Sedici anni, diciotto, avrebbe voluto saperlo, ma non osò chiederlo. Aveva visto allora i segni che si era disegnata sulle mani e sulle braccia, i segni dello zodiaco, non tatuati, come se ne vedono parecchi oggi, ma tracciati con l'inchiostro nero sulla pelle bruna. Le aveva chiesto che cosa fossero, e lei aveva risposto soltanto: oh, io sono una strega. Anche di questo avrebbero riso in seguito, ma lui aveva conservato le sue lettere di quell'epoca, piene di chiacchiere su magia e incantesimi: fantasie che, come capì presto, non avevano alcun significato, ma che sul momento lo eccitavano. Si adattavano bene al periodo, ma soprattutto a quei capelli rossi, a quegli occhi color ardesia, alla voce sorprendentemente profonda, un po' roca. Nei giorni successivi aveva dormito da lui nella grande casa bianca. Da lui, ma non con lui. Era la condizione. Si lasciava accarezzare guardando dall'altra parte, poi scivolava in un sonno profondissimo, con l'assenza di un animale per cui il mondo non esiste più. Lui si sentiva un po' ridicolo e superfluo, ma la fiducia che gli dimostrava lo commuoveva. Meglio la compagnia dell'amore: aveva scritto qualcosa del genere nel suo diario. In seguito quel diario l'aveva buttato via e ora gli dispiaceva, quella frase comunque non l'aveva dimenticata. Qualche giorno dopo tutto era cambiato. Forse se lo stava inventando adesso, ma gli sembrava che lei avesse indicato uno di quegli strani segni che si era disegnata anche su altre parti del corpo e avesse detto qualcosa del tipo che era giunto il momento. Qualcosa che aveva a che fare con i pianeti, tutte storie che già allora gli sembravano idiozie.
In amore era astuta e infantile insieme, altre parole non gli venivano in mente. «Astuta» non l'aveva mai convinto, era la parola sbagliata, qualcosa di consapevole e forse anche di calcolato, ma neppure queste erano le parole giuste. Lui ne era eccitato perché attraverso quel voluto infantilismo si infiltrava un elemento di gioco proibito, come se lei volesse insinuargli che andava a letto con una bambina, una sensazione che non aveva mai più provato, né prima né dopo.

Tornò indietro in direzione della città. La mostra di Piero della Francesca l'aveva toccato nel profondo. Perché dovesse trovarci un parallelo con quella storia così lontana non lo capiva, forse solo perché sia il pittore che il ricordo gli occupavano la mente in quel momento, o forse perché in quei quadri c'era qualcosa di inaccessibile, qualcosa che corrispondeva alle brevi settimane in cui erano stati insieme. Non si poteva dire che fosse misteriosa, la storia della stregoneria era pura idiozia, ma la sua presente assenza di allora al suo fianco gli faceva pensare alle ieratiche figure dei quadri. Si era davanti, si desiderava penetrarvi con tutte le proprie forze, ma era un mondo a cui non c'era accesso. Non aveva la minima idea di cosa scrivere nel suo pezzo, come non sapeva che fare dei suoi ricordi.

mercoledì 31 agosto 2016

Silvia Ronchey, Dioniso

 
Silvia Ronchey
Dioniso il ritorno del dio che in realtà non è mai morto
A partire da un saggio di Zolla riflessioni su un mito antichissimo che resiste ancora oggi
La nostra società si è riappropriata della divinità dell’uguaglianza in termini non più esoterici ma espliciti

la Repubblica, 31 agosto 2016

Quando il ragazzo esce all’alba dalla discoteca, stordito dalle droghe e dall’alcol, e con la luce del mattino lo assale lo stupore dell’infanzia; quando nella campagna greca il contadino, assaggiato il vino nuovo, si alza e accenna tra le viti la lenta danza in tondo; quando il poeta scrive che «perciò sussurrando ci incorona i capelli il dio comune / e fonde in uno le coscienze come perle di vino»; quando fra lo squittìo delle scimmie il suono del tabla annuncia l’inizio di un rave sulla spiaggia di Goa; quando, passeggiando, incontriamo lo sguardo immobile di un animale e ci specchiamo nella sua divinità — allora, e molte altre
volte, Dioniso si manifesta. Dioniso, il dio che Ovidio chiamava Puer Aeternus, si appropria della nostra vita all’improvviso, schiacciando le leggi e le abitudini, infrangendo l’identità personale, spezzando le dualità — conscio- inconscio, persona-cosmo —, come spiega Elémire Zolla in uno dei suoi scritti più belli, Dioniso errante, ora integralmente leggibile nel sesto volume dell’opera omnia, curata con abnegazione e sapienza da Grazia Marchianò (Marsilio, pagg. 622, 24 euro).
Il dio dell’ebbrezza, del confondersi dell’anima, come scandisce il coro delle Baccanti di Euripide, il dio divorato, smembrato come i grappoli della vite, il dio plurale e “produttore di tutte le pluralità”, come lo definì Proclo nel commento al Timeo di Platone, il dio dai molti nomi (tra i più noti Bacco, ma anche Iacco, “ululante” nei misteri eleusini, Libero, “liberatore”, senza contare le ipòstasi stellari che lo innalzano al massimo fulgore nella giostra del cielo eternando le sue storie mitiche nel ritorno degli astri), il dio della maschera e del fallo, dai volti maschili e femminili oltreché umani e ferini (infante, uomo barbuto, dama velata, capro, asino, pantera ), fu, come racconta Nonno di Panopoli, un mescolatore di popoli, un liberatore di oppressi ma soprattutto un affrancatore delle donne: dalle contadine che per accorrere al richiamo del ditirambo abbandonavano la segregazione domestica alle matrone degli affreschi dionisiaci della Villa dei Misteri a Pompei.
In questa emergenza matriarcale “più civile di quella delle Amazzoni”, come illustrò Bachofen, Dioniso fece della donna la guida del tìaso e la depositaria dei suoi più profondi stati estatici. Le mènadi, a imitazione del movimento vorticoso impresso al tirso, roteavano il capo come dervisci, tenendolo inclinato di fianco come avrebbero fatto nelle loro estasi le mistiche cristiane, da Caterina a Teresa. Dai soldati della spedizione di Alessandro in India Dioniso fu assimilato, non a torto, a Shiva, «dio dell’hashish, dell’impeto del toro e del fallo, del fremito che scuote chi è solo nella foresta di notte ». E infatti Novalis lo invoca nell’Inno alla notte: «Dal fascio di papaveri / in dolce ebbrezza / fai crescere le pesanti ali del cuore ». Ma era insediato in Grecia fin dall’età minoica, e anche se verso l’India il suo carro trainato da tigri portò Arianna dall’isola di Nasso dov’era stata abbandonata da Teseo (o forse lo aveva abbandonato lei stessa, rapita in un sonno che già preludeva al ratto dionisiaco), a Creta, patria del labirinto, i riti, descritti in seguito da Filone di Alessandria, portavano gli adepti «a uscire da sé e scorgere l’oggetto del desiderio ». Il grande dio Pan è morto, annunciava Plutarco quando il politeismo dovette cedere il passo al monoteismo dell’eresia giudaica che presto avrebbe dominato il mondo conosciuto. Ma non accadde lo stesso, non proprio, a Dioniso. Il nuovo dio dei cristiani aveva e via via avrebbe assunto tratti del “dio comune”, come lo aveva chiamato Hölderlin. Al termine della polimorfa vicenda mitologica che lo avvince, Dioniso scese nell’Ade e ne tornò, «con la morte sconfiggendo la morte», come recita l’inno pasquale dell’ortodossia, «sfilando alla morte il suo pungiglione», come scrisse san Paolo: la resurrezione è “il contrassegno di Dioniso”, che non solo la compì (tre volte), ma salì in cielo e sedette alla destra del Padre (Zeus). Fi umi di scrittura sono stati dedicati al dionisismo cristiano, dagli antichi padri della chiesa ai moderni storici delle religioni, provocati da Schelling, che esplicitamente assimilerà Dioniso a Cristo.
Se Gesù è in Giovanni 15, 1-2 “la vera vite” e gli apostoli devono attaccarglisi come i grappoli al tralcio, se il miracolo di Cana è un tipico prodigio dionisiaco (il più noto precedente in Pausania), il sacrificio dell’uomo-vite nell’eucarestia ricalca la tradizione della mitografia dionisiaca (dove il vino è già chiamato “il dolce sangue” e il potere di trasmutare in pane e in vino è già concesso da Dioniso, stando alle Metamorfosi di Ovidio, alle sue fedeli). Se il calendario cristiano si appropriò di date sacre anche a Dioniso, come il 6 gennaio, la Pentecoste ha, sottolinea Zolla, caratteri di festa dionisiaca.
Come scrisse Gregorio di Nazianzo, uno dei massimi teologi bizantini: «Ecco, Gesù nuovamente è qui e insieme a lui è qui un mistero. Ma non è più un mistero dell’ebbrezza, bensì un mistero che proviene dall’alto». Forse per questo fu attribuito a lui uno dei più plateali prodotti del sincretismo bizantino, il Christus patiens, di età più probabilmente posticonoclasta, dove l’uccisione di Gesù è accostata a quella di Penteo da parte delle baccanti. Seguendo le suggestioni di studiosi neogreci, Zolla congettura, forse giocosamente, la persistenza a Bisanzio, e ancora durante la turcocrazia, di tìasi o confraternite segrete dionisiache, contigue a eresie dualiste cristiane i cui adepti portavano tatuata in fronte l’antica foglia di edera.
Al di là delle sopravvivenze, la sostanza della percezione cristiana era antitetica a quella dionisiaca.
Con la sua visione antropocentrica e la sua stretta ragion pratica, come avrebbe compreso Nietzsche, il cristianesimo negò il dionisismo, il suo «sprofondamento nella vita animale e vegetale per non dire nella sostanza minerale, la libertà con tutti i suoi rischi». L’escatologia cristiana soppresse il tempo ciclico, sospese l’«abrogazione dionisiaca della coscienza storica», per introdurre a una promessa di giudizio finale e progresso lineare, a una liberazione oltre la vita.
Il grande dio Pan era morto, ma Dioniso, clandestino e represso dalla morale cristiana, fu reimportato dai neoplatonici di Bisanzio e risorse nel Rinascimento anzitutto fiorentino, alla prima corte dei Medici, quando — come intuito da Pound — i bizantini dettavano e Ficino descriveva con precisione «l’estasi e l’abbandono di menti sgombre, che miracolosamente trasformate superano i limiti dell’intelligenza e si inebriano di un’incommensurabile gioia».
Inoculato nel Quattrocento platonico, Dioniso filtrò nella cultura visiva europea, abitò nel nuovo genere pittorico dei baccanali (Bellini e Correggio, Caravaggio e Tiziano), nel più esoterico mistero che pervase i quadri di Leonardo; riemerse nella letteratura dei romantici tedeschi e dei dionisiaci inglesi e francesi (Coleridge e De Quincey oltre a Baudelaire), da cui saranno influenzati, fra gli altri, gli studi di Bachofen, Rohde, Frazer, Otto, Kerenyi. È Dioniso che nel Novecento ha ispirato la rivoluzione psichedelica, forse quella sessuale, certo la liberazione delle donne, Arianne rapite via dai vincoli borghesi sul suo carro guidato da tigri. La corona della razionalità, gettata in alto, si è impressa come il diadema di Arianna nel cielo notturno della psiche quando l’Es, con la psicoanalisi, ha riconquistato il suo dominio. Dioniso ci ha riconvocato in India, ci ha riproposto la consapevolezza dell’impermanenza, ci ha reinsegnato il mondo animale e la natura vegetale.
Non è solo il carattere orgiastico che nel dissolversi delle religioni esclusive e del folklore tradizionale hanno assunto la sessualità o i riti della vita associata. Non è solo il ritmo del reggae, lo spirito della musica come lo chiamava Nietzsche, che fa da colonna sonora alla tragedia del massacro globale, nel riacutizzarsi della ferocia delle guerre del mondo. È che la nostra società, nella ruota dell’eterno ritorno, si è riappropriata del dio dell’uguaglianza universale in termini non più esoterici ma espliciti e di massa. E se questo ci inquieta, Dioniso ha raggiunto il suo scopo.

lunedì 8 agosto 2016

Marcinelle dietro le quinte



Toni Ricciardi
MARCINELLE 1956
Quando la vita valeva meno del carbone
pp. 164, 24,00 €
Donzelli editore, Roma 2016


Marcinelle è adesso un sobborgo di Charleroi. Una volta era un comune autonomo e lo era ancora al tempo della catastrofe mineraria: 262 morti, 136 italiani, 95 belgi e 31 appartenenti a 11 altre nazionalità. La catastrofe si delineò l'8 agosto 1956 e solo quindici giorni dopo si ebbe la certezza che gli uomini rimasti intrappolati nella miniera erano tutti morti. Nel 2001 la Repubblica italiana istituì la Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo e ne fissò la ricorrenza all'8 agosto, il giorno di Marcinelle appunto.
Le miniere erano già condannate al declino quando il governo belga lanciò nel febbraio 1945 la battaglia del carbone. Non attiravano più la manodopera locale. Da qui la firma nel giugno 1946 di un accordo con l'Italia: si offriva una fornitura regolare di carbone a pagamento in cambio di lavoratori da collocare nelle miniere belghe. Partirono in 250mila tra il 1948 e il 1956, 80mila tornarono indietro, e il carbone promesso non fu sempre consegnato.
La vicenda ha aspetti epici e tragici insieme, ampiamente messi in luce dalla ormai vasta letteratura sull'argomento. L'autore qui sembra preferire una visione tragica, cupa, l'unico esito positivo è dato dalla rivalutazione postuma del sacrificio. Il libro contiene un lungo atto d'accusa contro la politica delle classi dirigenti italiane. Si parte da lontano, dall'imperialismo del tardo Ottocento per arrivare al patto del 1937 con la Germania nazista sullo scambio tra uomini e carbone. Il ministro Carlo Sforza promuovendo nel 1946 l'accordo italo belga di fatto si adegua a un modello già fissato dal regime. Del resto il fascismo non aveva avuto una politica migratoria diversa da quella dello Stato liberale. Il libro sfrutta i materiali offerti dagli archivi italiani diventati accessibili cinquant'anni dopo il periodo della grande migrazione verso il Belgio. Nella narrazione il linguaggio spesso burocratico delle carte si intreccia con estratti dalla memorialistica. Un capitolo scritto da Annacarla Valeriano è dedicato alla stampa dell'epoca e ai ricordi dei protagonisti. Strano a dirsi nel libro la catastrofe vera e propria occupa poco spazio. Non c'è un resoconto esatto degli avvenimenti, né una chiara individuazione di responsabilità. Si insiste sull'errore umano di singoli addetti, mentre non si chiarisce bene il ruolo svolto dalle gravi carenze nei dispositivi di sicurezza. Alla fine i soli responsabili sembrano essere i politici italiani che hanno consegnato allo straniero la vita e il destino di tanti loro concittadini. Tutto per qualche sacco di carbone. Un'altra lettura è ugualmente possibile e trova un certo spazio qua e là lungo le pagine. A Marcinelle è morta la speranza di una emancipazione attraverso un passaggio temporaneo all'inferno. Gli operai immigrati cercavano una vita migliore per le loro famiglie e per i loro figli. La miniera non era certo il loro orizzonte anche se rischiava di diventarlo. La suggestione non è la storia, ma di essa la storia si nutre. Un'altra Marcinelle segreta viene allora alla luce. Non quella nascosta tra le carte degli archivi. Quella che ha riempito la testa e il cuore dei sopravvissuti nei decenni a venire. Prendete Maria Di Stefano, per esempio: il marito morto le è rimasto accanto, le è apparso più volte in sogno e le ha parlato. (Giovanni Carpinelli)

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