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domenica 3 maggio 2026

Suave mari magno

Lucrezio
De rerum natura
II, 1-13

Dolce, quando nel vasto mare i venti sconvolgono le distese marine,
contemplare dalla riva il grande travaglio altrui;
non perché l’angoscia di un uomo procuri giocondo diletto,
bensì perché dolce è vedere da quali affanni tu stesso sia libero.
Dolce anche guardare le grandi contese di guerra
ingaggiate in campo senza alcuna tua parte di pericolo.
Ma nulla è più dolce che abitare là in alto i templi sereni,
del cielo saldamente fondati sulla dottrina dei sapienti,
da dove tu possa abbassare lo sguardo sugli altri e vederli 
errare smarriti cercando qua e là il sentiero della vita,
gareggiare d’ingegno, contendere in nobiltà,
notte e giorno sforzarsi con assillante fatica
di giungere a eccelsa opulenza e d’ impadronirsi del potere.


Claude Monet, Mer agitée à Etretat, 1883, Musée des Beaux-Arts de Lyon


Suave, mari magno turbantibus aequora ventis,

e terra magnum alterius spectare laborem;

non quia vexari quemquamst iucunda voluptas,

sed quibus ipse malis careas quia cernere suave est.

 5Suave etiam belli certamina magna tueri

per campos instructa tua sine parte pericli.

Sed nil dulcius est, bene quam munita tenere

edita doctrina sapientum templa serena,

despicere unde queas alios passimque videre

10errare atque viam palantis quaerere vitae,

certare ingenio, contendere nobilitate,

noctes atque dies niti praestante labore

ad summas emergere opes rerumque potiri.

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Marcel Proust
Sodome et Gomorrhe
1921


E fu con una stupefazione non lontana dalla scortesia, impastata di curiosità indiscreta, di crufeltà di ripiegamento, al tempo stesso rassegnato e inquieto su se stessi (un misto, avrebbe detto Robert, di Suave mari magno e di memento quia pulvis) che tutti gli sguardi si fissarono su quel volto cui la malattia aveva così minuziosamente roso, corroso, le guance. (traduzione di Giovanni Raboni)

Et c'est avec une stupéfaction presque désobligeante, où il entrait de la curiosité indiscrète, de la cruauté, un retour à la fois quiet et soucieux sur soi-même (mélange à la fois de Suave mari magno et de memento quia pulvis, eût dit Robert) que tous les regards s'attachèrent à ce visage duquel la maladie avait si bien rongé les joues. 



lunedì 13 aprile 2026

Il diciottenne fatale

imperscrutabile vita di lucien daudet
Bellissimo e di talento, era figlio di Alphonse e probabilmente fu un amore di Proust. La nuova biografia di Christophe Grandemagne ne illumina destino e delusioni
Francesco Maria Colombo
Il Sole 24ore, 5 aprile 2026

Otto Wegener, nato in Svezia, fu uno dei più importanti fotografi parigini nella seconda metà dell’Ottocento: più giovane d’una generazione rispetto a Nadar e Napoléon Sarony, se ne considerava il successore e i suoi ritratti, dove s’illustrano le qualità mondane dei soggetti, sono rimasti famosi. L’insegna con lettere dorate del suo atelier in place de la Madeleine recitava semplicemente “OTTO”, e fu presso “OTTO” che il venticinquenne Marcel Proust si recò un giorno d’autunno del 1896 per farsi fotografare con due suoi giovani amici, Robert de Flers, che diverrà un drammaturgo di successo, e un diciottenne dai tratti aggraziati, quasi femminei, dandy nel vestire e delicato nelle maniere. In una delle pose realizzate da Wegener Marcel sta seduto in primo piano; il diciottenne lo guarda come perso in fantasticherie amorevoli, posandogli dolcemente una mano sulla spalla.

Le conseguenze del gesto furono disastrose: i genitori di Proust andarono su tutte le furie pretendendo invano che le foto non circolassero, scoppiò una disputa, Marcel sbatté una porta a vetri che andò in frantumi; ma soprattutto una delle iene maligne del giornalismo di allora, uno scrittore che oggi nessuno legge più ma che meriterebbe di venir ripreso, Jean Lorrain, pubblicherà poche settimane dopo un articolo pieno di insinuazioni sulla amitié più che tendre che legherebbe i due giovani. Proust, intollerante verso simili apprezzamenti, sfiderà Lorrain in un duello alla pistola nel quale nessuno verrà ferito: uno dei tanti episodi che ne testimoniano tempra e coraggio.

Chi era, dunque, il diciottenne fatale? Si chiamava Lucien ed era il figlio cadetto dello scrittore di maggior successo, insieme con Émile Zola e Pierre Loti, in quella Francia della terza repubblica: Alphonse Daudet. Proust, presentato da Reynaldo Hahn, era entrato nelle grazie della famiglia Daudet alla fine del 1894, si era subito legato in amicizia con Léon, il primogenito dell’autore di Tartarino di Tarascona, ma dall’adolescente Lucien era rimasto stregato. Presero a vedersi spessissimo, soprattutto nel campo neutro del Louvre; si scrivevano, si scambiavano fotografie: la passione li legò per pochi anni prima di sfociare in un sodalizio maturo e tenace, fino agli ultimi giorni di vita di Marcel. Fossero o no amanti è difficile dire, come sempre con Proust: ma non è un caso che il sottotitolo di Lucien Daudet, il ritratto narrato da Christophe Grandemange ora apparso in Francia, sia proprio Un amour de Proust.

In quella definizione c’è il destino di una vita, che finalmente riceve, grazie a questa ottima biografia, scritta con un garbo piacevolmente un po’ vecchio stile, un’analisi che non si fermi alla superficie. Lucien Daudet nacque in una famiglia benedetta dalla tenerezza condivisa e dalle artistiche muse. Renoir lo ritrasse quando aveva sette anni, Edmond de Goncourt ne celebrò la precocità di disegnatore. Per casa, durante i giovedì di ricevimento in rue de Bellechasse orchestrati dalla moglie di Alphonse Daudet, la leggendaria Julia cui lo stesso Grandemange ha dedicato un’altra appassionante monografia, transitavano i nomi maggiori della cultura parigina. Il successo del capofamiglia permetteva agî, soggiorni estivi in dimore sontuose, viaggi. E tuttavia da tali condizioni così propizie Lucien si sentì risucchiato, rimpicciolito in un cono d’ombra fatto di sterile eleganza e improduttivo buon gusto, del tutto ingiustificato nei fatti, perché i suoi talenti si svilupperanno in diversi settori, ma percepito come tale durante tutta la sua esistenza: ancora a 59 anni scriverà: “So bene di essere un nulla”.

Lucien sarà per sempre il figlio di, il fratello di, l’amore di. Non è un caso che abbia dapprima tentato la strada della pittura, per sottrarsi al confronto con una famiglia dove tutti scrivevano, non solo il padre, ma la madre e il fratello: Léon diverrà uno dei più grandi polemisti del suo tempo, animatore dell’Action française. Le sue posizioni politiche di estrema destra non impedirono a Proust, già dreyfusardo, di ammirarlo, né a Lucien, che professerà tutt’altro credo, di amarlo. Lucien frequentò l’Académie Julian e fu allievo di Whistler, ma non andò oltre qualche sporadica mostra. I suoi quadri di soggetto floreale hanno una loro distinzione, sfuggono a impressionismo e simbolismo e si assestano su un registro realistico in cui serpeggia un’inquietudine decadente.

Alla fine si fece coraggio e tentò nel 1908, firmandosi Lucien Alphonse-Daudet, un romanzo, Le Chemin mort, il cui soggetto ambiguamente omosessuale sconcertò la critica. Ne seguirono altri, ma le sue riuscite migliori restano i volumi di memorie, davvero incantevoli, Les Yeux neufs e L’Âge de raison, la biografia del padre e gli scritti di ricordi proustiani, più tre libri dedicati alla donna che, dopo la madre, amò con maggiore devozione divenendone una specie di cavalier servente, la deposta imperatrice Eugenia, la moglie di Napoleone III.

Amico di tutti (Reynaldo Hahn e Cocteau i confratelli più stretti), Lucien fu un uomo intimamente solo. Trovò una propria ragion d’essere nella religione cattolica (ogni anno accompagnava i malati a Lourdes in pellegrinaggio) e nell’esercizio di stile di un’inderogabile buona creanza; e tentò di sfuggire all’isolamento, in tarda età, attraverso uno sconcertante matrimonio dall’esito catastrofico. Morì dignitosamente a Parigi nel 1946, convinto di aver sprecato la propria vita.


Christophe Grandemange

Lucien Daudet

Éditions Le Charmoiset,

pagg. 336, € 24

venerdì 14 novembre 2025

Infanzia, immaginazione, storia


"Vita immaginaria", di Natalia Ginzburg: recensione letteraria di Tiphaine Samoyault

Le Monde, 13 novembre 2025

LEZIONE DI LETTERATURA

*Le parole della tribù* [Lessico famigliare] di Natalia Ginzburg (Grasset, 1966) è uno dei miei libri preferiti da regalare agli amici. Dà vita a un mondo intero sull'orlo del collasso, un mondo in cui gli adulti urlano e i bambini sono malinconici. L'autrice racconta la sua infanzia e adolescenza a Torino, in Italia, durante il fascismo. Per questi bambini, la prima sfida è trovare il proprio posto nel mondo, lottando contro formule e frasi fatte che chiudono le famiglie e definiscono un ordine apparentemente immutabile. Devono poi resistere ai dettami di un regime abile nel manipolare le parole. Pochi testi autobiografici sono così collettivi e uniti. I dialoghi sono comici, e le dichiarazioni fragorose del padre, così come quelle riservate e pudiche della madre, provengono da corpi vivissimi, i cui pregiudizi non impediscono loro di essere convinti e attivi antifascisti. I tragici eventi che si susseguono, culminati nella tortura e nell'omicidio del marito di Natalia, Leone Ginzburg, da parte della Gestapo a Roma nel febbraio del 1944, sembrano soffocati dal vocabolario familiare e rassicurante che definisce la famiglia. Ma la famiglia non può essere un baluardo davvero solido contro il mondo esterno, che risponde con l'enigma, l'amore o la guerra.

La messa in scena teatrale di questa crisi del linguaggio deve molto a Proust, che Natalia Ginzburg (1916-1991) tradusse durante il suo esilio forzato a Pizzoli, in Abruzzo. Di Proust fa propria l'attenzione al dettaglio, un modo di riportare espressioni e osservazioni mantenendo una certa distanza, senza assumere una posizione di superiorità. La somiglianza, tuttavia, finisce qui, e la sua opera non assume alcuna delle ambizioni dei romanzi di Proust. Si sforza semplicemente di parlare di coloro che ama e di parlarne al suo tempo. Questo avrebbe potuto far sembrare la sua opera un po' superata. Se non lo è, è perché trasforma questa vicinanza in una forza letteraria: ogni scritto partecipa così alla connessione con il mondo che creiamo costantemente attraverso il linguaggio e contribuisce a renderlo ancora più essenziale.

La cifra di questo legame è il confronto. In La vita immaginaria, che raccoglie testi scritti per i giornali nei primi anni Settanta (pubblicati nel 1974 in Italia e finora inediti in francese), associa costantemente i libri o le persone che ama a elementi che li trascendono e li collegano alla natura e ai fenomeni meteorologici. Così, il romanziere Tonino Guerra (1920-2012) , "ogni volta che [ lo] vede, [ha] l'impressione che i suoi vestiti siano intrisi di nebbia e che stia emergendo da un bosco autunnale dove è stato a caccia di lepri". Quando le persone muoiono, scrive, comprendiamo improvvisamente il loro vero posto nell'universo: "Ci sono persone che rimangono nella nostra memoria come rocce, altre come alberi, altre ancora come giardini, o nuvole, o colline, o fiumi". La parola che potrebbe riassumere al meglio la sua arte sarebbe senza dubbio armonia, a patto che non la si consideri come uno stato, qualcosa di dato in anticipo, ma come il ritmo e il movimento di una comunicazione segreta con qualcosa di più grande di sé.

Un testo profondamente malinconico

"Vita immaginaria" è il breve testo autobiografico che dà il titolo a questa raccolta. In esso, l'autrice parla dei compagni immaginari di cui si circondava da bambina, credendo all'epoca di essere l'unica a farlo. La narrazione è in prima persona plurale ("noi") per trasmettere meglio il conforto di questo entourage. L'aspetto più bello è il modo in cui, misteriosamente, queste folle inventate vengono sostituite da una comunità di persone reali che si portano con sé nei propri sogni. La vita immaginaria permette di fare tutto: smettere di essere una mera comparsa nell'esistenza, colmare l'abisso che separa la presenza dalla perdita, trovare risorse per la vita creativa – "una particolare qualità di attenzione, un modo di manipolare gli eventi reali dentro di noi che è al tempo stesso avvincente e rispettoso ". È anche un testo profondamente malinconico, scritto in un'età in cui i ricordi incompleti sembrano occupare lo spazio un tempo occupato dalla vita immaginaria.

https://www.lemonde.fr/livres/article/2025/11/13/vie-imaginaire-de-natalia-ginzburg-le-feuilleton-litteraire-de-tiphaine-samoyault_6653330_3260.html

lunedì 13 ottobre 2025

Un americano di Firenze

John Singer Sargent, Ritratto di Madame X

Rosella Mamoli 
Sargent, i brillanti esordi parigini dell'americano elegante

il manifesto, 12 ottobre 2025

Allorché Sargent giunge a Parigi nel 1874, ha diciotto anni. È americano, ma è nato a Firenze da genitori espatriati. Si iscrive ai corsi di Carolus-Duran, il pittore che ha avuto tanto successo con La Dame au gant (1869). Nel 1878 Sargent partecipa con gli studenti all’affresco del maestro, Il trionfo di Maria de’ Medici, per il palazzo del Lussemburgo, ora al Louvre. Di Carolus-Duran gli rimarranno l’ambizione a dipingere spazi pubblici come culmine di una carriera – cosa che farà alla Biblioteca di Boston con i dipinti spediti in America tra il 1895 e il 1919 –, e l’adorazione per Velázquez e per la pennellata libera di Frans Hals: va, come diversi pittori francesi e stranieri, a Haarlem in Olanda, per ammirare e copiare Hals nel 1880; ci va con i pittori Francis Brooks Chadwick e il cugino lontano Ralph W. Curtis, che conosce da Carolus-Duran e che lo inviterà a dipingere nel suo studio a Venezia nel 1882. Nel 1898 dipingerà A Venetian Interior, il salotto di Palazzo Barbaro, che Ariana Curtis rifiuterà per la posa troppo nonchalante del figlio, appoggiato a un tavolo (Londra, Royal Academy).

Sargent a Parigi è adesso oggetto di una mostra al Musée d’Orsay: John Singer Sargent. Éblouir Paris, a cura di Caroline Corbeau-Parsons e Paul Perrin, fino all’11 gennaio. Il pittore sa il francese, il che gli permette di accedere alla prestigiosa École des Beaux-Arts. Ma non sta fermo a Parigi. Tutte le estati viaggia: nell’estate 1877 va in Bretagna, a Cancale, dove dipinge studi e Le raccoglitrici di ostriche. Ma poi va a Capri, dove è protagonista Rosina Ferrara; va in Spagna per vedere Velázquez – l’unico importante dipinto assente in mostra è El Jaleo (1882, Boston, Isabella Stewart Gardner Museum), ispirato alle danze spagnole; va in Tunisia e in Marocco, e qui dipinge Fumée d’ambre grise (1880), una scena misteriosa, con i suoi toni di bianco su bianco, di un orientalismo, in quegli anni di moda, iper-raffinato; va a Venezia, dove realizza Ramón Subercaseaux in una gondola (1880), la conturbante Conversazione veneziana, Interno veneziano, Venise par temps gris, tutti dipinti presenti in mostra.

Il visitatore, oltrepassate le prime sale – con nudi maschili (modelli di studio) e teste di uomini mediterranei che non possono non suggerire che Sargent fosse gay –, arriva alla sala centrale, dove sono raccolti i capolavori: Il dottor Pozzi (1881), Le figlie di Edward D. Boit (1882), Madame X (1884).
Il dottor Pozzi, un personaggio affascinante a detta delle fonti coeve, ritratto nella sua vestaglia rossa, e non nei suoi abiti di medico, venne esposto alla Biennale di Venezia del 1897: famoso ginecologo, fu pugnalato dal marito di una sua paziente, e nel 1919 la sua collezione, comprendente quadri di Tiepolo e Guardi, andò all’asta.

Le quattro figlie bambine del pittore Boit, che visse per un periodo a Parigi, sono disposte su uno spazio vasto, e sono meno alte dei vasi cinesi che ornano la casa. Il taglio del quadro è di un’assoluta novità, come l’aria di incomunicabilità tra le ragazzine.

Quando Sargent mise in mostra il notissimo ritratto di Madame*** (Madame X) al Salon di Parigi del 1884, il successo del quadro, malgrado egli fosse un pittore già affermato, sembrava incerto: in un Salon affollato dal tout Paris, come scrisse ai genitori Ralph W. Curtis, «in un quarto d’ora ho visto un numero senza pari di conoscenti e sconosciuti e ho sentito tutti dire: “Où est le portrait de Madame Gautreau?” “Oh allez voir ça”… John aveva molta paura, ma le sue paure furono di molto oltrepassate da quel che accadde ieri. Ci fu un grand tapage davanti al quadro tutto il giorno. In pochi minuti trovai (Sargent) nascosto dietro le porte per evitare gli amici che avevano un aspetto serio. Tutte le signore esclamano “Oh, quelle horreur!”, e ridono del quadro. Il pomeriggio la marea girò come sostenevo io. Il quadro fu definito “étrangement épatant” e tutti ne furono entusiasti». Peraltro Madame Gautreau e la madre raggiunsero lo studio di Sargent, e la madre in lacrime disse: «Ma fille est perdue – tout Paris se moque d’elle. Mon genre sera forcé de se battre…».

Il ritratto, uno dei più belli di Sargent, non fu più messo in mostra, malgrado il pittore avesse rialzato la spallina dell’abito, nella prima versione scivolata dalla spalla, ciò che aveva tanto scandalizzato (perfino) Parigi. Sargent aveva chiesto di fare il ritratto di Virginie Avegno, sposata Gautreau, una «beauté professionelle» in cerca di successo, e trascorse parte dell’estate del 1883 a Paramé dai Gautreau, sconfitto dalla bellezza della signora: vi sono infatti in mostra numerosi schizzi di Virginie di profilo, e vi è una replica non finita del ritratto. Sargent non volle vendere Madame X, che dal suo studio londinese in Tite Street passò direttamente al Met, che lo comprò, solo nel 1916. Tale fu lo scandalo del dipinto che Sargent lasciò Parigi per stabilirsi a Londra. Vi è un altro ritratto, Madame Gautreau drinking a Toast (ca. 1883), che fu comprato da Isabella Stewart Gardner, passando per la collezione del dottor Pozzi.

Vi sono altri quadri assai noti in mostra, tra cui Vernon Lee, l’intelligente (ma brutta) amica di Henry James, e amica di infanzia di Sargent; Madame de Subercaseaux al pianoforte (1880-’81), Madame Escudier (1882), che spicca nel suo vestito blu di seta contro i tendaggi bianchi, Henrietta Reubell (ca. 1884-’85), la «grande demoiselle», come la chiamava James, che nella sua corrispondenza con Henrietta cita sempre Sargent. Parigine o inglesi o americane, tutte vogliono un ritratto di Sargent.

L’ amicizia di Sargent con Monet è documentata da un Claude Monet che dipinge in un bosco (ca. 1885), e con i ritratti di artisti quali Ernest Ange Duez, Rodin, Paul Helleu, del critico influente Louis de Fourcaud. Ancora, bellissimo, il ritratto di Albert de Belleroche, e quello del musicista Gabriel Fauré – che ci ricorda che Sargent aveva anche un pianoforte, che suonava nello studio –, e un ritratto di Winneretta Singer , di Fauré grande protettrice, destinata ad aprire un salon soprattutto musicale a Venezia in palazzo Contarini dal Zaffo. Chiude la mostra il grande quadro della Carmencita, la ballerina spagnola ferma ma in tensione, in attesa di danzare, esposto alla Royal Academy di Londra nel 1891: il primo che venne comprato dallo Stato francese nel 1892.

Il catalogo (Gallimard-Musée d’Orsay) comprende saggi dei maggiori studiosi di Sargent, a cominciare da Richard Ormond, meritorio autore del catalogue raisonné in più volumi, con Elaine Kilmurray (di lei sono quasi tutte le schede). Recentissima è la pubblicazione, dovuta allo stesso Ormond, dei quasi settecento ritratti a carboncino di Sargent: John Singer Sargent. The Charcoal Portraits (Paul Mellon Centre for Studies in British Art, 2025).

 

venerdì 14 febbraio 2025

Charlus, una ossessione repulsiva


In termini junghiani, una ossessione repulsiva sarebbe l'ombra: la figura dell'ombra personifica tutto ciò che il soggetto non riconosce e che tuttavia instancabilmente lo perseguita; l'Ombra vi appartiene, e tuttavia si presenta sempre come se si trovasse in altre persone. 

Matteo Marchesini
Così Charlus, predatore e perseguitato, prese forma nei taccuini di Proust
Il Foglio, 14 febbraio 2025

Diceva Gombrowicz che chi si vergogna, per difendersi da un avversario, l’attira paradossalmente “nei suoi recessi più intimi”. Uno dei personaggi letterari che meglio si adattano alla definizione è il barone di Charlus, nato Gurcy o Guercy su quei quaderni del “Contro SainteBeuve” che Proust trasformò a poco a poco nella “Recherche”. Le incoerenze apparenti del barone, che a premure eccessive alterna inattesi scoppi d’ira, affondano le loro radici nel segreto dell’omosessualità, da lui tanto più tradito quanto più nascosto. Robert de Montesquiou, che in parte lo aveva ispirato, v’indovinò una parodia di Vautrin, il demiurgo proteiforme di Balzac; e come Vautrin indirizza sui giovani i suoi progetti di potere e seduzione, così Charlus, corteggiando il narratore, vorrebbe iniziarlo alle glorie della diplomazia. Non a caso, in un’epoca che diffida di Balzac, la diversità rende il barone un fine interprete della “Commedia umana”.
Di questo rapporto si è occupata anni fa Mariolina Bertini, che oggi in “La gelosia di Charlus e altri scritti dai Cahiers”, un volume uscito per la Nuova Editrice Berti e accompagnato da una postfazione di Ezio Sinigaglia, traduce e introduce sei brani dei 75 taccuini proustiani in cui l’imponente figura ha preso forma. Bertini ricorda che Charlus è uno dei personaggi più antichi della “Recherche”, e uno dei pochi che appaiono lungo tutto l’arco dell’opera: intravisto dal narratore bambino, lo si ritrova nei salotti aristocratici, sul lungomare di Balbec, nella straordinaria scena di seduzione floreale col farsettaio Jupien, costretto dall’amore a mendicare un posto nel salotto borghese Verdurin, anziano nella Parigi della guerra dove si fa flagellare in un bordello, e infine re Lear decrepito di un mondo ormai svanito. E’ subito un uomo altero “di mezza età grande e grosso, dagli occhi sporgenti e dai baffi troppo neri, probabilmente tinti”, dallo sguardo “penetrante e mobilissimo che dissimula dietro un’ostentata distrazione”: lo sguardo di un predatore, e insieme di un perseguitato.
Nei primi abbozzi il narratore scopre la sua vera identità vedendolo dormire, cioè mentre la coscienza non può difenderne la natura femminea. In un frammento la scoperta avviene nel salotto Guermantes, dove dopo un saluto con la mano curialmente tesa, i suoi occhi da “venditore di piazza” si chiudono e i tratti perdono il falso virilismo. Guercy appare allora come una maschera funeraria: al solito, in Proust, la verità coincide con la morte. Qui si apre la digressione sulla “razza delle zie”, creature contraddittorie “il cui ideale è virile proprio perché il loro temperamento è femminile”, “razza maledetta” perché “quel che è per lei l’ideale della bellezza e l’alimento del desiderio è anche l’oggetto della vergogna e la paura del castigo”.
In un altro abbozzo, invece, il sonno rivelatore cade a teatro, dove il narratore interpreta il volto del nobile come un quadro, e riconosce sotto l’individuo i lineamenti della stirpe senza che per questo la sua memoria cancelli il Guercy ignoto di prima (in noi ci sono tante memorie e tanti io che affondano e riaffiorano nel tempo, insegna la “Recherche”). Notevolissimo è poi l’ultimo frammento in cui, sotto Charlus, si scorge fin troppo nitidamente l’autobiografia di Proust, che non a caso lo ha tenuto fuori dal romanzo: è un brano del 1914 sulla gelosia inarginabile per un ragazzo molto simile al segretario dell’autore, Agostinelli, che lo aveva appena lasciato e che sarebbe morto di lì a poco in un incidente aereo.
Nella postfazione Sinigaglia osserva che Proust allontana da sé due sue caratteristiche tra le quali stabilisce un’analogia, l’omosessualità e l’ebraismo, assegnandole rispettivamente a Charlus e a Swann. Sono figure che disprezzano o falliscono la redenzione letteraria, e che restano incatenate a un’altalena continua di mondanità ed emarginazione: ma anche per questo sono commoventi come lo è soltanto, nel suo stoicismo, la meravigliosa nonna di Marcel.


giovedì 25 luglio 2024

Proust, Jaurès e gli armeni

 


Marcel Proust, Jean Santeuil, 1952 (1895-1900)

 
Si è appena chiusa la discussione sul massacro armeno. Si è convenuto che la Francia non farà
nulla. All'improvviso, all'estrema sinistra, un uomo sulla trentina, un po' grasso, dai capelli neri
e crespi, che vi sarebbe sembrato, se lo aveste osservato, in preda ad un turbamento indefinibile
e come se esitasse a obbedire ad una voce interiore,  si dondola un attimo sul suo banco poi 
alza il braccio con un gesto inespressivo, come strappato dalla consuetudine che rende
necessaria questa formalità per chi chiede di parlare, andare avanti con una andatura valorosa
e come se spaventato dalla grande responsabilità che si assume, nei confronti della tribuna. È 
Couzon. […] È come un segnale che risuona a lungo nel cuore di Jean. E vedendo le gambette
di Couzon correre impacciate verso la tribuna, gli sembra che mai un corpo umano abbia
espresso tanta dignità e grandezza.
 
 «On vient de clore la discussion sur le massacre d’Arménie. Il est 
convenu que la France ne fera rien. Tout à coup, à l’extrême gauche, un 
homme d’une trentaine d’années, un peu gros, aux cheveux noirs crépus, 
et qui vous aurait semblé, si vous l’aviez observé, en proie à un 
trouble indéfinissable et comme s’il hésitait à obéir à une voix 
intérieure, se balance un instant sur son banc puis levant le bras d’un 
geste sans expression, comme arraché par la coutume qui rend nécessaire 
cette formalité à qui demande la parole, se dirige d’un pas vaillant et 
comme effrayé de la grande responsabilité qu’il prend, vers la tribune. 
C’est Couzon. […] C’est comme un signal qui retentit longuement dans le 
cœur de Jean. Et en voyant les petites jambes de Couzon se hâter 
disgracieusement vers la tribune, il lui semble que jamais corps humain 
n’a exprimé tant de dignité et de grandeur».

https://machiave.blogspot.com/2025/02/la-rivoluzione-attraverso-la-democrazia.html

martedì 7 novembre 2023

La gran vedova e il suo scagnozzo

 


Il tema della nobiltà, vera o presunta, è al centro del racconto e determina la gerarchia dei personaggi. Non è nobile il narratore che si identifica con la massa dei clienti ordinari e tuttavia si pone al di sopra dei due protagonisti, la gran vedova e il vecchio con i guanti. Lui solo vede e giudica dall'alto stabilendo la sua supremazia. Lui solo capisce veramente quello che accade. Il vecchio con i guanti è impressionato dall'imponenza della gran vedova che è solo ricca, sguaiata e non nobile neppure lei. A sua volta la gran vedova disprezza il vecchio con i guanti. Tutto un piccolo modo a parte si anima e si perde nella sala della mensa popolare. La vita è altrove ma è vita anche questa, per quanto distorta dal pregiudizio. Il racconto esce sull'Unità piemontese l'8 gennaio 1947, mentre nella raccolta dei Meridiani Mondadori si vede attribuire la data dell'8 aprile 1947. 
Si veda poi https://www.corriere.it/sette/13_novembre_25/proust-l-alta-societa-fu-soltanto-cornice-7eb790de-55ed-11e3-8836-65e64822c7fd.shtml
 
 
Italo Calvino, Alla mensa, l'Unità edizione piemontese 8 gennaio 1947 

 
Subito compresi che sarebbe successo qualcosa. I due si guardavano attraverso il tavolo, con
occhi senza espressione, come pesci in un acquario. Ma si capiva che erano estranei,
incommensurabili l’uno all’altro, due animali sconosciuti tra loro che si studiano e diffidano.
Lei
era arrivata per prima: era una donna enorme nero-vestita, certo una vedova. Una vedova di campagna, venuta in città per commerci, così la definii subito. Nelle mense popolari da sessanta lire dove mangio io, viene anche questa specie di gente: borsaneristi grossi o piccoli con un gusto perl’economia rimasto in loro dai tempi di miseria, e con slanci di prodigalità ogni tanto, quando si ricordano di avere le tasche piene di carte da mille, slanci che li fanno ordinare tagliatelle e bistecche, mentre tutti noialtri, scapoli magri che mangiamo col buono, facciamo gli occhi lunghi e ingolliamo cucchiai di minestra. La donna doveva essere una borsanerista ricca; seduta occupava un lato del tavolo e andava tirando fuori dalla sua borsa pani bianchi, frutti, formaggi male involti in carta, e ne invadeva la tovaglia. Intanto, macchinalmente, con le dita orlate di nero, andava piluccando chicchi d’uva, pezzetti di pane, e li portava alla bocca dove sparivano in un mastichìo sommesso.
Fu allora che lui s’avvicinò, vide la sedia libera con davanti un angolo di tovaglia ancora
sgombro. Chiese: - Permesso? - La donna lo guardò di sfuggita, masticando. Chiese ancora: -
Scusi... Permesso? - La donna allargò le braccia ed emise un grugnito a bocca piena di pane
masticato. L’uomo salutò sollevando leggermente il cappello e sedette. Era un vecchietto, lindo e logoro, col colletto inamidato, col cappotto benché non fosse inverno, col filo dell’apparecchio acustico che gli pendeva dall’orecchio. Subito, a vederlo, si provava disagio per lui, per quella beneducazione che traspariva da ogni suo gesto. Era di certo un nobile decaduto, piovuto tutt’a un tratto da un mondo di complimenti e inchini in un mondo di spintoni e di pugni nei fianchi, senza aver capito nulla, continuando a fare inchini tra la folla della mensa popolare come in un ricevimento a corte.
Ora erano una di fronte all’altro, la nuova ricca e l’ex ricco, animali sconosciuti l’uno all’altro; la donna larga e bassa, con grandi mani poggiate sulla tovaglia come zampe di granchio, e un
movimento come il respirare di un granchio alla gola; il vecchietto seduto in cima alla sedia, coi gomiti stretti ai fianchi, le mani inguantate rattrappite dall’artrite e piccole vene turchine che gli sporgevano dalla faccia come su un sasso roso dai licheni.
- Scusi il cappello, - disse. La donna lo guardava col giallo degli occhi. Non capiva nulla di lui.
- Scusi, - ripeté l’uomo, - se tengo il cappello in testa. C’è un po’ d’aria.
La gran vedova allora ebbe un sorriso agli angoli della bocca, guernita d’una peluria da insetto, senza quasi muovere i muscoli del volto, un sorriso inghiottito, da ventriloquo. - Vino, - disse alla cameriera che passava.
Il vecchio inguantato a quella parola batté gli occhi: il vino doveva piacergli, le vene in cima al naso testimoniavano bevute lunghe e attente, da buongustaio. Ma da tempo doveva aver rinunciato al bere. Ora la gran vedova inzuppava pezzi di pane bianco in un bicchiere di vino e masticava, masticava.
Al vecchio coi guanti alle volte dovevano prendere degli attacchi di vergogna, come stesse
corteggiando una donna e temesse di farsi vedere avaro. - Vino anche a me! - disse.
Poi, subito, si pentì d’averlo detto, pensò che forse avrebbe dato fondo alla sua pensione prima
della fine del mese e avrebbe dovuto digiunare per giorni e giorni incappottato nel freddo della sua soffitta. Non versò il vino nel bicchiere. «Forse, pensò, - lo posso restituire senza toccarlo, dire che m’è passata la voglia, e non pagarlo».
E la voglia gli era passata davvero, anche la voglia di mangiare; scucchiaiava nella minestra
scipita masticando sotto i pochi denti, mentre la gran vedova ingurgitava forchettate di maccheroni grassi di burro.
«Speriamo che adesso stiano zitti, - pensavo, - che l’uno o l’altro finisca presto e se ne vada».
Non so di cosa avessi paura. Erano esseri mostruosi l’uno e l’altro, carichi, sotto quella pigra
apparenza di crostacei, d’un odio reciproco e terribile. Immaginavo una lotta tra di loro come un lento sbranarsi di mostri degli abissi marini.
Già il vecchio era quasi cinto d’assedio dalle cibarie della vedova nei cartocci sparsi per il tavolo: confinato in un angolo con la sua minestra scipita e i due panini smilzi della tessera. Fece per tirarli ancora indietro, i suoi panini, come per paura che si smarrissero nel campo nemico, ma per una mossa falsa della mano inguantata e rattrappita, urtò un pezzo di formaggio che cascò per terra.
La vedova era enorme davanti a lui: ghignava.
- Mi scusi... mi scusi... - disse l’inguantato. La vedova lo guardava come si guarda un nuovo
animale; non rispose.
«Ecco, - pensavo io, - adesso lui grida: Basta! e strappa la tovaglia!»
Si chinò, invece, fece dei goffi movimenti sotto il tavolo per cercare il formaggio. La gran
vedova stette un po’ a guardarlo, poi, quasi senza muoversi, calò una delle sue zampe enormi verso terra, tirò su il pezzo di formaggio, lo nettò, l’avvicinò alla sua bocca da insetto, l’inghiottì prima ancora che il vecchio coi guanti fosse riemerso.
Finalmente egli si rialzò, dolorante per lo sforzo, rosso di confusione, col cappello storto e il filo dell’apparato acustico di sghimbescio.
«Ecco, - pensavo io, - ora prende il coltello e la uccide!»
Invece sembrava che non trovasse il modo di consolarsi della brutta figura ch’era convinto d’aver fatto. E gli prese la voglia di parlare, di discorrere su qualsiasi cosa, pur di dissipare quell’atmosfera di disagio. Ma non riusciva a dire una frase che non nascesse da quel disagio, che non fosse di scusa.
- Quel formaggio... - disse. - Davvero un peccato... Mi dispiace...
Alla gran vedova non bastava più umiliarlo col suo silenzio, voleva schiacciarlo addirittura.
- Me ne importa assai, - disse. - A Castel Brandone ne ho delle forme così di quel formaggio, - e fece un gesto. Ma non fu l’ampiezza del gesto che impressionò il vecchio inguantato.
- Castel Brandone? - disse e i suoi occhi luccicavano. - Io fui a Castel Brandone da sottotenente!
Nel ‘95: per i tiri. Lei che è di là conoscerà certo i conti Brandone D’Asprez!
La vedova non ghignava più soltanto: rideva. Rideva e si voltava intorno per vedere se anche gli altri avventori avevano notato quant’era ridicolo quell’uomo.
- Lei non si ricorderà, - proseguì il vecchio, - lei non si ricorderà di certo... ma quell’anno a
Castel Brandone, per i tiri, venne il re! Ci fu un ricevimento al castello dei D’Asprez! E fu allora nche avvenne il fatto che sto per raccontarle...
La gran vedova guardò l’orologio, ordinò un piatto di fegato e riprese a mangiare in fretta, senza dargli ascolto. Il vecchio coi guanti capì che stava parlando solo per sé, ma non smise: avrebbe fatto una brutta figura a smettere, doveva terminare il racconto incominciato.
- Sua maestà entrò nel salone tutto illuminato, - continuò con le lacrime agli occhi. - E da una
parte c’erano le dame in abito da sera che facevano l’inchino, e dall’altra tutti noi ufficiali
sull’attenti. E il re baciò la mano alla contessa e salutò l’uno e l’altro. Poi s’avvicinò a me...
I due quarti di vino erano vicini sul tavolo: quello della vedova quasi finito, quello del vecchio
ancora pieno. La vedova distrattamente si versò il vino del quarto pieno e bevve. Il vecchio, pur nel calore del racconto, se ne accorse: ecco, ormai non c’era più speranza, doveva pagarlo. E forse la gran vedova se lo sarebbe bevuto tutto. Ma non sarebbe stato delicato farle notare lo sbaglio, forse lei ci sarebbe rimasta male. No, non sarebbe stato delicato!
- E sua maestà mi chiese: E lei, tenente? Proprio così, mi chiese. E io, sull’attenti: Sottotenente
Clermont De Fronges, maestà. E il re: Clermont! Ho conosciuto suo padre, disse, un bravo soldato! E mi strinse la mano... Proprio così disse: un bravo soldato!
La gran vedova aveva finito di
mangiare e s’era alzata. Ora stava frugando nella sua borsa posata sull’altra sedia. Stava chinata e al disopra del tavolo le si vedeva solo il sedere, un enorme sedere di donna grassa, coperto di stoffa nera. Il vecchio Clermont De Fronges aveva di fronte a sé questo grande sedere che si muoveva. Continuava a raccontare trasfigurato in volto: -...Tutta la sala con i lampadari accesi e le specchiere... E il re che mi strinse la mano. Bravo, Clermont De Fronges, mi disse... E tutte le signore intorno in abito da sera...