Visualizzazione post con etichetta catastrofe. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta catastrofe. Mostra tutti i post

venerdì 6 febbraio 2026

Ombre folli, una corrispondenza

Marco Archetti
Roth e Zweig tra le ombre della storia che alla fine inghiottiranno entrambi

Il Foglio, 6 febbraio 2026

Quanta geografia, in questo epistolario che è Storia. Appena uscito per Adelphi, Ombre folli, Lettere 1927-1938 documenta il carteggio tra Joseph Roth e Stefan Zweig in tempo di tragedia. I due erano molto diversi: Roth scontento e gastritico, febbricitante, ossessionato dall’Austria, immerso nel romanzo di sé stesso tra debiti, malattie e alcolismo; Zweig, nato tredici anni prima, più composto, forse più colto, un po’ affettato, cosmopolita garbatamente idealista – buoni consigli, buone maniere del pensiero, e l’impronta delle estati di famiglia trascorse nelle località termali.
“Ai primi di aprile sarò a Vienna”, scrive Roth nel 1929. “Forse riesco a incontrarla lì. Ma sarà deluso di me, sono taciturno, goffo, e ho un aspetto sgradevole”. Entrambi ebrei, erano accomunati da un umore nomade della vita, e da un destino di esilio e disperazione storica. Nelle lettere che aprono questa raccolta, Roth accenna di essere di ritorno da un viaggio nell’italia fascista, ma niente perle inedite – nei suoi reportage per la Frankfurter Zeitung irriderà i ritratti di Mussolini in “posa cesarea” e affosserà il nazionalismo italiano “privo di senso del ridicolo”, trattandolo come fenomeno estetico esclusivamente comico.
Ciò che colpisce già dalle prime pagine è la quantità di indirizzi che Roth fornisce a Zweig, allegandoli in calce a ogni lettera. Otto nel solo semestre tra luglio 1928 e gennaio 1929. E il ritmo non cambierà: Vienna (presso signor E.P.), Leopoli (presso signora H. von S.), Francoforte sul Meno (hotel), Marsiglia (hotel, il Beauveau, da cui scrive: “Domani parto per Vienna, poi sarò a Varsavia, poi a Berlino per consegnare il mio romanzo, quindi una settimana a Parigi, all’hotel Foyot. Dopo, non so cosa farò”).
Il Foyot è stato demolito nel 1938, il Beauveau esiste ancora oggi. Ed è proprio dell’albergo marsigliese che Zweig canta le lodi in stile riconoscibilissimo, il suo. “Caro Roth”, sospira, “devo ringraziarla per la Sua bella lettera proprio dall’hotel Bouveau, uno dei miei hotel preferiti, dove una volta ho lavorato per due settimane in una stanza al quarto piano con ottimi risultati.
Dietro i vetri della sua finestra vedo il vieux port, con la linea dei carroponti di ferro, e sento lo strepito dei camion all’alba sul lastrico dissestato”.
Spesso Zweig certifica il proprio anti-narcisismo: “Sono l’unico tra gli scrittori di fama che cerchi di mettere un freno al proprio successo”, poi dichiara di sognare il Caucaso e l’india (“ma mi attira, più di tutto, la Persia”). E Roth: “Passati i diciott’anni non ho più abitato in una casa. Al massimo ospite di amici. Tutto ciò che possiedo sono tre valigie. Lavoro sotto l’assillo di un’unica necessità: quella materiale”. Poi la brutta notizia: “Trasformeranno il nostro amato albergo marsigliese in un hotel de luxe, non avrò più alcuna possibilità di tornarci”. Zweig lo riporta spesso alla ragionevolezza: “Lei percepisce troppo dolorosamente la sterilità dei momenti in cui interrompe il suo lavoro creativo.” Ma ammette: “Quasi mi vergogno di lei, di questa mia vita che scorre liscia”. E Roth: “Non voglio renderla triste, ma io lo sono sempre”.
Peccato solo che, in questo epistolario, di Zweig si possano leggere poche lettere, sebbene il suo ritmo di scrittura, a giudicare da quel che ne dice Roth, non fosse meno intenso. “La ringrazio di aver letto Giobbe. Ritengo superfluo averlo scritto. Non ho più alcun legame con questo libro. Ne sono stanco, come sono stanco di tutto”. Spesso, nel carteggio, compaiono reciproche, informali recensioni: Roth non sopportava i verbi sostantivati e alcuni costrutti del più tollerante Zweig. A volte si sconsigliavano editori, apostrofandoli senza mezzi termini. Frequenti le dichiarazioni d’amore: “Dio sa quanto ho bisogno di saperla vicino”, scriveva Roth. “La mia stanchezza saluta la sua”, rispondeva Zweig.
Ben presto, missiva dopo missiva, prendono corpo le ombre che inghiottiranno entrambi. “L’europa si sta suicidando”, sentenzia Roth, “è il diavolo a governare il mondo”. E Zweig, siamo nel 1934: “Credo che la guerra sia prossima. Mi aggrappo a quest’ultimo brandello di libertà. Ogni mattina ringrazio Dio di essere in Inghilterra”.

Mariano Croce
Fragili di fronte alla catastrofe: cosa cìè nelle lettere di Zweig e Roth

Domani, 6 febbraio 2026

«Da quando Hitler è andato al potere, i giornali austriaci mi trattano come non esistessi. E anche nelle redazioni non ho più amici»,  scrive a Stefan Zweig un querimonioso Joseph Roth, frastornato dalla natura metamorfica di un intero apparato culturale che andava allineandosi al cannibalismo ideologico della Germania nazista. Era il settembre 1934: il cancelliere Kurt Schuschnigg era succeduto a Engelbert Dollfuss, assassinato pochi mesi prima proprio perché aveva provato a frenare le mire espansionistiche di Hitler costruendosi una dittatura tutta sua, repressiva e monopartitica. D’altro canto, la strategia mimetica dell’Austria era destinata a un repentino fallimento, perché di lì a poco Hitler avrebbe provveduto a una ben più efficace normalizzazione a mezzo Anschluss.

Ruota tutto attorno al rimpianto per un mondo saldo e sicuro, creduto immarcescibile, lo scambio tra Roth e Zweig, Ombre folliLettere 1927-1938, pubblicato da Adelphi, prefato e tradotto da Ada Vigliani e impreziosito da un rimarchevole apparato critico. Il lettore non creda però di imbattersi nelle intuizioni folgoranti di due acuti osservatori dinanzi a una civiltà prossima al disastro. Piuttosto, il libro restituisce il quadro della prossima catastrofe attraverso la chiave intimista del travagliato rapporto amicale tra due esseri umani infragiliti e soverchiati dagli eventi.

Riflesso di confusione

Nella confusione morale e politica di un’Europa impietrita dal basilisco fascista, Roth e Zweig non sanno essere meno confusi della loro epoca, e anzi ne riflettono tutte le note distintive. Intriso di una nostalgia quasi infantile, Roth era l’incarnazione dell’inquietudine, proclive all’isteria, preda della dipendenza alcolica, sempre in debito di denaro e puntuale solo nell’autocommiserazione. Zweig, che di lì a pochi anni avrebbe ingerito barbiturici per porre termine a un’esistenza fattasi intollerabile, sapeva essere ben più sobrio e composto nelle forme, ma non meno tragico nei fatti. Il frantumarsi del “mondo di ieri” gli era tanto più gravoso quanto più forte in lui cresceva il rimpianto per quella che aveva creduto un’età dell’oro, colma di virtù e dignità.

Un dramma vissuto diversamente

Il dramma psicologico raccolto nell’epistolario mostra quanto fosse difficile per questi due ebrei austriaci, profondamente radicati nella cultura germanofona, abbandonare il sogno di una completa ibridazione tra l’ebraismo cosmopolita e il mondo tedesco.

In questo pianto a due, però, quel che più spicca è la diversità nella risposta emotiva. Già da tempo Roth aveva intuito la magnitudine del dramma. La leggeva inscritta nella precarietà economica, nel forzato esilio di troppi, nella disaffezione dei lettori, mentre la violenza colonizzava il linguaggio pubblico e condizionava al silenzio i testimoni più integri. Zweig ne censurava le «fantasie pessimiste» e gli consigliava di guardarsi «dal fantasticare», perché «alla fine tutto si aggiusta da sé».

Ma di questa sua cecità iniziale, che più tardi avrebbe aspramente rimproverato a sé stesso, Zweig sembra consapevole pur senza averne coscienza, quasi fosse una tacita scelta. Questa incosciente consapevolezza traluce in forma obliqua, come in una confessione in terza persona, quando in una lettera del gennaio 1929 scrive: «La vera vita è la doppia vita. Solo da una prospettiva anonima si vede il mondo come veramente è».

Egli si lamentava qui degli oneri del successo, ma la verità che gli sfuggiva quando viveva la propria esistenza in prima persona era un’altra e ben più profonda: sapeva di essersi pienamente identificato con l’intellettualità asburgica più elevata, ebbra di sé e dei suoi vertiginosi apici, che gli impediva di riconoscere il fallimento – suo e di un intero orizzonte culturale. Già dal maggio del 1933 – solo due mesi dopo il famigerato decreto dei pieni poteri – Roth gli rimproverava un debito di realismo: «Temo che Lei non si renda ancora ben conto di quanto sta accadendo. (…) Dall’alto della Sua noblesse Lei non è in grado di comprendere gli istinti di un portinaio. Perciò non ha mai visto i prussiani come li vedo io. Io li ho conosciuti in battaglia».

Diagnosi del presente

È per questa vena anti-profetica e spoglia di ogni titanismo che Ombre folli si fa diagnosi del presente. Questi due sommi scrittori esprimono gli indirizzi fondamentali di un’intera genia di intellettuali presi alla sprovvista, alcuni dei quali, come Roth, sono sopraffatti dal dolore per la perdita, mentre altri, come Zweig, preferiscono affidarsi a una studiata ottusità. E se certo è complicato vaticinare la propria fine, persino quando di essa v’è certezza, nella piega neo-weimariana dei nostri giorni occorre resistere alle insidie dell’ottimismo e ammettere il dato originario dell’irredimibile demenza umana.

Occorre dunque oggi cercare di apprendere dai propri morbi passati, quelli che un secolo fa furono capaci di sterminio, e riconoscere che, di nuovo, come allora concludeva Roth, «la ragione ha traslocato dalle nostre menti, senza nemmeno una disdetta preventiva». Quando arriverà la fine, potremo almeno bearci dell’onesta convinzione che, ben più lucidi di Zweig, sapevamo già tutto.

mercoledì 5 marzo 2025

Le reazioni suscitate da Trump tra le persone comuni



Ester Viola
Gli umarèll della catastrofe trumpiana, dall'indifferente all'esteta della crisi
Il Foglio, 5 marzo 2025

Si vive male, si vive in tempi crudi, si sente da almeno vent’anni, stavolta però è vero. La complessità si aggiorna sempre al peggio, mai come adesso: guerra, crisi economica, corto circuito politico con tendenza alla deriva spinta, emergenze climatiche. Il mondo si reggeva su equilibri fragili, ora si regge appeso a un filo. Non si sa come smettere di informarsi, siamo un indirizzario di sciagure. Chi si abbuffa di telegiornali e articoli, chi ignora tutto per strategia di sopravvivenza, chi posta sui social il piatto del ristorante come niente fosse, chi scende in piazza, chi litiga sui social, chi si stupisce di Salvini, chi reclama il messaggio di sostegno a Zelensky dalla Meloni, chi fa i meme e se la ride anche quando non c’è niente da ridere (bravi), chi non dorme la notte. Si capisce che la domanda: “E adesso che facciamo?” ognuno la prende come viene meglio.


L’indifferente Acuto


Minimizzare senza accorgersene. Il disastro non esiste, è tutto un’esagerazione. La storia è un susseguirsi di crisi, eppure siamo qua. “Ti ricordi Lehman’s nel 2008? Ti ricordi la pandemia? Ti ricordi il terrorismo, la Guerra Fredda, gli anni di piombo? Quante apocalissi dovevano venire?”.

Vago cinismo con disinteresse attivo. Il mondo sì è in equilibrio precario, ma è una precarietà maritata e sempre fedele a un ciclo storico. Il collasso imminente quindi non lo convince. La prepotenza di Trump? La fermeranno. Le eminenze di Blackrock hanno in mano le pensioni degli americani e troppi tentacoli affondati in Europa. Saranno presto di malumore, con questo andazzo.

Mi piace molto stare con l’indifferente Acuto. Certi caratteri potrebbero domare col ragionamento pure le Furie. E’ negazionista nella variante che vorrebbero tutti, perché con quella disposizione d’animo si campa meglio in generale: è negazionista del problema. Ogni crisi è un fenomeno normale, la gaussiana sale e scende e gli esiti non si discosteranno mai troppo dalla traiettoria virtuosa. E’ l’ottimista della stabilità. Cita Steven Pinker, Il declino della violenza: alla fine qualcosa di buono l’abbiamo fatto, la storia dell’umanità mostra una progressiva riduzione dei conflitti. Si tende, noi contemporanei, a star tranquilli. Speriamo.


L’indifferente Ottuso


Il tipo disarmante di persona che non sa cosa succede nel mondo o non approfondisce nemmeno quando gli cadono le tegole della storia in testa. Esistono ancora. Prenotano la vacanza di agosto, si lamentano dei figli, del lavoro e dell’insonnia. Ha l’orticello suo e basta che non finisca sotto la grandine quello, dell’esistenza di problemi più alti dei papaveri non sospetta l’esistenza.


Il Guardiano della Fine del Mondo


E’ la reazione emotiva opposta e simmetrica all’indifferente Ottuso, quella di chi ha deciso che da dopodomani l’Europa è all’obitorio, Putin ci sbrana, impoveriremo tutti per dazi, diventeremo dipendenti noi dalla Cina e sarà inevitabile finire nell’imbuto di una guerra totale. Forse nucleare.

Vede segni di cedimento ovunque, non capisce come gli altri facciano a restare in piedi durante il terremoto. Il povero cristo ha un senso innato del catastrofismo, e la maledizione è che si sente invece solo un realista lucidissimo. Strologa di ripetizioni della storia identiche, sovrapposizioni col periodo nazista, coincidenze sinistre, coincidenze destre.


Il Trumpiano


Ancora è convinto che Donald Trump sia sano di mente. Scambi epistolari fortissimi sul social X anche a notte fonda. Amano il Donald come se fosse il presidente loro.


L’ideatore di Meme


Produce foto e video di parodia. Si ride senza volere, inutile resistere: Trump preso a cazzotti, Trump che striscia al guinzaglio di Putin. Cretinaggine social oppure l’unica opposizione che funziona, perché le immagini hanno sostituito i ragionamenti e le idee e viaggiano più veloci al bersaglio? D’altra parte siamo nella seconda rivoluzione individualista, scrive Fontcuberta. L’estetizzazione della quotidianità prevede pure questo.


L’esteta della Crisi


La catastrofe come schema culturale. La crisi è affascinante, la contempla come sistema. Ama il suo ruolo social come divulgatore in tempi di emergenza: “E’ una questione mai vista prima dal punto di vista della comunicazione politica”. Tensione globale anche come performance. Le sue osservazioni appartengono spesso alla categoria delle sottigliezze essenziali. Più la cosa è sottile, più sarebbe stato fondamentale agire diversamente secondo un piano teorico meglio collaudato. “Perché tenere l’incontro diplomatico decisivo a telecamere accese?” (forse perché le hanno volute i prepotenti nella stanza?) e “Zelensky avrebbe dovuto avere un interprete, certi accorgimenti sintattici sarebbero stati importanti” (pure ammesso, ma l’accorgimento sintattico contro il palazzinaro pazzo cosa può fare? E’ la stampella lanciata contro i cannoni del nemico). Riflette con toni gravi sulla fine di un’epoca. Certe volte pare che il profumo di declino gli piaccia.

lunedì 8 agosto 2016

Marcinelle dietro le quinte



Toni Ricciardi
MARCINELLE 1956
Quando la vita valeva meno del carbone
pp. 164, 24,00 €
Donzelli editore, Roma 2016


Marcinelle è adesso un sobborgo di Charleroi. Una volta era un comune autonomo e lo era ancora al tempo della catastrofe mineraria: 262 morti, 136 italiani, 95 belgi e 31 appartenenti a 11 altre nazionalità. La catastrofe si delineò l'8 agosto 1956 e solo quindici giorni dopo si ebbe la certezza che gli uomini rimasti intrappolati nella miniera erano tutti morti. Nel 2001 la Repubblica italiana istituì la Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo e ne fissò la ricorrenza all'8 agosto, il giorno di Marcinelle appunto.
Le miniere erano già condannate al declino quando il governo belga lanciò nel febbraio 1945 la battaglia del carbone. Non attiravano più la manodopera locale. Da qui la firma nel giugno 1946 di un accordo con l'Italia: si offriva una fornitura regolare di carbone a pagamento in cambio di lavoratori da collocare nelle miniere belghe. Partirono in 250mila tra il 1948 e il 1956, 80mila tornarono indietro, e il carbone promesso non fu sempre consegnato.
La vicenda ha aspetti epici e tragici insieme, ampiamente messi in luce dalla ormai vasta letteratura sull'argomento. L'autore qui sembra preferire una visione tragica, cupa, l'unico esito positivo è dato dalla rivalutazione postuma del sacrificio. Il libro contiene un lungo atto d'accusa contro la politica delle classi dirigenti italiane. Si parte da lontano, dall'imperialismo del tardo Ottocento per arrivare al patto del 1937 con la Germania nazista sullo scambio tra uomini e carbone. Il ministro Carlo Sforza promuovendo nel 1946 l'accordo italo belga di fatto si adegua a un modello già fissato dal regime. Del resto il fascismo non aveva avuto una politica migratoria diversa da quella dello Stato liberale. Il libro sfrutta i materiali offerti dagli archivi italiani diventati accessibili cinquant'anni dopo il periodo della grande migrazione verso il Belgio. Nella narrazione il linguaggio spesso burocratico delle carte si intreccia con estratti dalla memorialistica. Un capitolo scritto da Annacarla Valeriano è dedicato alla stampa dell'epoca e ai ricordi dei protagonisti. Strano a dirsi nel libro la catastrofe vera e propria occupa poco spazio. Non c'è un resoconto esatto degli avvenimenti, né una chiara individuazione di responsabilità. Si insiste sull'errore umano di singoli addetti, mentre non si chiarisce bene il ruolo svolto dalle gravi carenze nei dispositivi di sicurezza. Alla fine i soli responsabili sembrano essere i politici italiani che hanno consegnato allo straniero la vita e il destino di tanti loro concittadini. Tutto per qualche sacco di carbone. Un'altra lettura è ugualmente possibile e trova un certo spazio qua e là lungo le pagine. A Marcinelle è morta la speranza di una emancipazione attraverso un passaggio temporaneo all'inferno. Gli operai immigrati cercavano una vita migliore per le loro famiglie e per i loro figli. La miniera non era certo il loro orizzonte anche se rischiava di diventarlo. La suggestione non è la storia, ma di essa la storia si nutre. Un'altra Marcinelle segreta viene allora alla luce. Non quella nascosta tra le carte degli archivi. Quella che ha riempito la testa e il cuore dei sopravvissuti nei decenni a venire. Prendete Maria Di Stefano, per esempio: il marito morto le è rimasto accanto, le è apparso più volte in sogno e le ha parlato. (Giovanni Carpinelli)

di prossima pubblicazione sull'Indice