![]() |
| Nighthawks, 1942 |
![]() |
| Soir bleu, 1914 |
Vanni Santoni
Hopper. Il pittore dipinge film (e romanzi)
Corriere della Sera La Lettura, 30 agosto 2026
Evocare il nome e la pittura di Edward Hopper, cosa che accadrà presto a molti pisani (e non solo, dato che la mostra in arrivo a Palazzo Blu ha i numeri per avere piena attrattività nazionale e persino internazionale), significa evocare a colpo sicuro una certa atmosfera, una certa gamma di stati d’animo, e anche una narratività tutta particolare.
C’è la solitudine; c’è la malinconia; c’è la consapevolezza di essere un punto di coscienza minuscolo ma nitido, all’interno di un campo infinitamente più grande (e non per forza amichevole o interessato a noi); e poi c’è qualcosa che non riguarda soltanto chi osserva il quadro, ma piuttosto il suo rapporto con chi sta dentro di esso. Si tratta della chiara sensazione di trovarci di fronte a una vicenda sospesa; a un’istantanea che chiama in causa, senza scampo, un «prima» e un «dopo». È questo un aspetto della poetica di Hopper che emerge da molti suoi quadri celebri, come Soir Bleu, il quale — forse anche per un’incidentale «sincronicità cromatica» — sarà tra gli highlight della mostra a Palazzo Blu. Cosa sta succedendo nel caffè o brasserie parigina in cui si svolge la scena? Nulla, e allo stesso tempo molte cose: vediamo un clown fuori servizio; un ufficiale (o è il presentatore del circo?); quello che a giudicare da barba e berretto potrebbe essere un pittore; una prostituta (così è stata identificata la donna in piedi, per via del trucco tipico di chi svolgeva tal mestiere nella Parigi d’inizio Novecento); una coppia in ghingheri, forse tornata da una festa, che pare non gradire la presenza del pagliaccio; un individuo un po’ losco, o forse solo povero, sulla sinistra... Qualcosa è accaduto prima, a ciascuno di questi personaggi, e qualcosa accadrà dopo, ma in innumerevoli altri quadri che esistono solo in potenza, nella mente di chi guarda...
Tale singolare vocazione narrativa di Hopper trova testimonianza sia in termini d’influenze ricevute che fornite: la storica dell’arte Gail Levin, specializzata proprio nel lavoro del pittore di Nyack, ha sostenuto che per Nighthawks, il suo quadro più celebre — quello, per capirsi, ambientato nottetempo in un tipico diner americano — Hopper si sarebbe ispirato a certi racconti di Ernest Hemingway, in particolare Gli assassini e Un posto pulito, illuminato bene. Moltissime, dall’altro lato, le opere letterarie apertamente ispirate a Hopper: nel 2016, il giallista Lawrence Block ha curato l’antologia In Sunlight or in Shadow («Alla luce del sole o nell’ombra») chiedendo ad autori come Joyce Carol Oates, Stephen King, Joe R. Lansdale o Jeffery Deaver di scrivere racconti partendo da una scena raffigurata in un quadro dell’artista; poeti come Mark Strand, Anne Carson o il catalano Ernest Farrés hanno dedicato liriche alle sue opere; e ancora si registrano racconti e poemi narrativi di Micheal Connely, Wolf Wondratschek, Stuard Dybek e di nuovo Joyce Carol Oates, scritti a partire da esse.
Il discorso può ampliarsi ancora di più se si guarda a quegli autori che, pur non avendo mai dichiarato d’aver ricevuto un’influenza diretta da Hopper, paiono a lui affratellati per poetica, sensibilità, temi e, in alcuni casi, anche ambientazione. Fra tutti, il più «hopperiano» è forse il Richard Yates di Revolutionary Road ,il cui realismo affilato e malinconico, dove solitudine e incomunicabilità dettano l’azione, pare uscito proprio dai suoi quadri. Ed è facile scommettere che anche John Cheever, James Salter, John Williams e Richard Ford, oltre che la già citata Joyce Carol Oates, debbano qualcosa a Edward Hopper. Ma forse la verità è che chiunque si sia sentito solo almeno una volta nella vita — e quindi, chiunque — gli debba qualcosa.
Si prenda ad esempio Cape Cod Sunset, un altro capolavoro che potremo vedere alla mostra a Palazzo Blu. Qua la solitudine è di tutt’altro tenore: non si percepiscono il dolore e l’alienazione dei personaggi di Soir Bleu, clown su tutti (personaggio che, vale la pena ricordare, era anche un autoritratto dello stesso Hopper, sempre stando alla critica Gail Levin), e l’isolamento percepito è quasi positivo: quello di qualcuno che attende un tramonto sull’oceano e vede la realtà condensarsi in una grana diversa, sospesa e allo stesso tempo più vera del vero .E quante ne abbiamo viste, di case osservate allo stesso modo di quella del quadro, nel c
inema realista americano del secondo Novecento... Se c’imponessimo di tracciare tutte le influenze di Hopper nel cinema, rischieremmo di non finire più, tra rimandi diretti, citazioni e ascendenti d’ogni ordine e grado. Accontentiamoci di ricordare quando Wim Wenders, che citò direttamente Hopper in Crimini invisibili, ebbe ad affermare che l’artista «piace ai registi, perché puoi sempre stabilire dov’è piazzata la telecamera», e che quando Ridley Scott cercava di spiegare ai produttori il tipo d’atmosfera che cercava per Blade Runner, si aggirava per i loro uffici con un portfolio di riproduzioni di Hopper.
Se a quest’ultimo aneddoto aggiungiamo il fatto che un certo sguardo sul Queensborough Bridge, quello del quadro hopperiano omonimo — anch’esso tra le tele presenti alla mostra pisana — torni in film tanto variegati quanto possono esserlo Manhattan di Woody Allen, Highlander. L’ultimo immortale di Russell Mulcahy, Mamma ho riperso l’aereo. Mi sono smarrito a New York di John Hugues, il primo Spider-Man di Sam Raimi e Il cavaliere oscuro. Il ritorno di Christopher Nolan, risulterà ben chiaro quanto la poetica di Hopper sapesse andare oltre i propri temi, fornire scenari a opere anche distantissime da essa e dialogare, in ultima istanza, con il futuro.
.webp)

Nessun commento:
Posta un commento