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| Assunta Almirante, Lillo Sforza Ruspoli e Giorgia Meloni, marzo 2017 |
Simone Canettieri
"Il rapporto con Trump? Pensavo sarebbe stato più facile". Credo nell'Occidente unito
Corriere della Sera, 22 agosto 2026
ROMA Dai rapporti complicati con Donald Trump al mito di Giorgio Almirante, dalla sezione-palestra di Colle Oppio alla stanza dei bottoni di Palazzo Chigi. Giorgia Meloni si racconta al premio Pulitzer del New York Times Roger Cohen in una lunga intervistaritratto, punteggiata qua e là da voci fuoricampo (giornalisti, colleghi di partito, studiosi, oppositori). Tasselli di un puzzle usati per raccontare la premier alla vigilia del record repubblicano di longevità del suo governo, ma anche la «melonizzazione» della destra italiana. Intesa, scrive il giornalista, come «l’intorpidimento di una storia orribile» a favore «dell’accettazione da parte del mainstream attraverso un conservatorismo pragmatico». Ne esce fuori uno schietto manifesto identitario dell’ex ragazza cresciuta nel quartiere della Garbatella, che sembra anche un monito nei confronti dell’avanzata di Roberto Vannacci. Dice Meloni: «Ciò che mi ha portato qui è stato il coraggio di schierarmi dalla parte scomoda della storia». E a proposito del fascismo aggiunge: «È una storia particolarmente complessa». Tutto diventa così iper politico in questo long form. Anche la vita personale della premier («È impossibile farmi dire qualcosa in cui non credo: il mio cervello va in tilt»). Ma a guidare resta l’attualità geopolitica: l’orgoglio dimostrato con gli Usa e la voglia di non essere la ruota di scorta di Francia e Germania.
La Casa Bianca
«Le cose sono andate diversamente», dice Meloni a proposito dei contrasti avuti con l’ex amico Trump quest’anno. «Credevo che le cose sarebbero state più facili, data la nostra convergenza sull’immigrazione e sulla cultura woke». Invece la storia recente ha preso un’altra piega: dagli attacchi a papa Leone fino alle critiche alla colonna europea della Nato in Afghanistan. E poi la guerra in Iran, le mire sulla Groenlandia. Le sparate del presidente americano hanno guastato i rapporti con la leader. Pronta a rivendicare di aver messo davanti a tutto «l’orgoglio» del Paese, altro che implorare una foto al tycoon. Tuttavia ribadisce di continuare a credere «che l’unità dell’Occidente sia una cosa molto importante: non decido la strategia italiana sulla base delle mie relazioni personali». Lei e Trump non si parlano ormai da settimane. Per essere precisi dal G7 in Francia dello scorso giugno. Le domanda Cohen: vi sentirete dopo la pausa estiva? Risposta: «Beh, vedremo».
Dal padre rinnegato a 13 anni al compagno licenziato via social quasi tre anni fa, il New York Times ripercorre anche l’aspetto più intimo del romanzo meloniano. Comprese la mamma Anna e la sorella Arianna. Così come la decisione di interessarsi alla politica dopo le stragi di mafia del 1992, a quindici anni. «Ricordo che in una calda giornata di luglio guardavo le immagini in tv — racconta la premier — e pensavo che non potevamo andare avanti così. Basta!». Da qui la voglia di bussare alla sezione del Fronte della gioventù sotto casa, alla Garbatella. Parlando del fascismo italiano, nell’intervista afferma: «Ovviamente, se oggi guardiamo a questa storia, è una cosa. Se l’avessimo osservata mentre ci trovavamo nel bel mezzo di essa, probabilmente l’avremmo vista in modo diverso, no?». Meloni in questi anni a Palazzo Chigi — nonostante una serie di critiche molto nette al Ventennio a partire dalle leggi razziali — non si è mai detta antifascista, ricorda il giornalista. La spiegazione offerta dall’intervistata è la seguente: è un termine che le sembra rimandare ai gruppi di sinistra della sua giovinezza per i quali «uccidere i fascisti non era un crimine». Meloni si scrolla di dosso qualsiasi accusa di nostalgismo. Fin dai tempi di Colle Oppio, quando iniziò a imporsi sotto la guida del “maestro” Fabio Rampelli: «Forse ero la persona giusta al momento giusto». Lì, aggiunge, «ho imparato a difendere le mie idee: sono diventata la persona che sono grazie agli anni di militanza giovanile». A proposito di Giorgio Almirante, padre della destra italiana con un passato giovanile più che controverso a Salò, afferma: «Ci ha insegnato qualcosa di molto importante in termini di valori: si può combattere la propria battaglia con dignità anche partendo da una posizione iniziale molto marginale».
«Sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana. Non possono portarmelo via! Non me lo porteranno via!». Il tormentone, anche in lingua spagnola, è diventato il suo manifesto. Perché? «Ho toccato una corda sensibile che milioni di persone sentivano: il sentirsi minacciati nella propria identità più autentica e fondamentale». L’essere donna fa parte della narrazione di Meloni che, scrive il giornale americano, «si muove in una cultura sessista». Replica della diretta interessata: «Ciò che mi interessa è se sono libera di diventare presidente del Consiglio dei ministri: questa è uguaglianza, non essere chiamata la presidente». Segue stoccata alle «battaglie sbagliate» combattute dal femminismo per la parità. L’intervista termina con un doppio finale. Dai consigli alla figlia Ginevra di 9 anni di prendere la strada più lunga «perché le scorciatoie sono sempre un’illusione», fino alla consapevolezza (scanzonata) di essere entrata nella storia: «L’unica cosa a cui riesco a pensare sono tutti quei ragazzini che, dopo la mia morte, un giorno diranno: “Mamma mia, questo pomeriggio devo studiare Giorgia Meloni!”».

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