Andrea Bacchi
Maestro
della Dormitio Massari, tour de force stilizzante, anacronistico
come… Klimt
il manifesto, 23 agosto 2026
La grandezza del Longhi conoscitore è fuori discussione, e non è offuscata dagli errori, quasi fisiologici, che non si possono non commettere se si vuole anche rischiare, cercare soluzioni difficili, non ovvie. Il problema posto dalla Dormitio Massari, una grande tavola (158 x 230 cm) attestata a Ferrara a partire dalla metà dell’Ottocento e oggi alla Pinacoteca Ambrosiana di Milano, era ostico, e a risolverlo ci avevano già provato alcuni tra i padri fondatori della connoisseurship, da Giovanni Battista Cavalcaselle (che si era giocato la carta del ferrarese Michele Coltellini) a Giovanni Morelli (a favore del modenese Francesco Bianchi Ferrari), fino ad Adolfo Venturi (che tirò fuori il misterioso Baldassare d’Este). Fino al 1934, fino cioè all’epocale Officina ferrarese, nessuno aveva cercato l’autore di quel capolavoro al di fuori del ducato estense: d’altronde il rapporto con il linguaggio idiosincratico del grande Ercole de’ Roberti era (e lo anticipo: è) un’evidenza difficilmente eludibile, e questo dato, insieme alla provenienza ferrarese della tavola, restringeva automaticamente il campo.
Ma Longhi aveva provato a sparigliare le carte, proponendo il nome di Alonso Berruguete, un pittore e scultore spagnolo, classe 1488, che nel primo decennio del Cinquecento, tra Firenze e Roma, iniziò a dialogare con Raffaello e Michelangelo: la Dormitio sarebbe stato un suo capolavoro giovanile. Ancora in tempi recenti, passando in rassegna la storia critica del dipinto, questa ipotesi è stata semplicemente registrata, o al massimo giudicata un ‘azzardo’: nessuno, però, si ‘azzarda’ a bollarla come una piccola, grande cantonata; una delle pochissime di Longhi.
Lo studioso aveva cercato un nome, una personalità che potesse reggere la paternità di un’opera eccezionale perché genialmente eccentrica: un tour de force di stilizzazione, quasi art pour l’art, dipinta da chi conosce perfettamente scorci e prospettiva ma sembra voler adottare il fondo oro ormai da tempo uscito di scena, ritagliando le figure come un incisore. Berruguete, «ritardatario per ragioni di nazionalità, non di involuzione», era sembrato a Longhi una possibile quadratura del cerchio, ma egli stesso più tardi si rese conto che quella strada non era davvero percorribile.
Nel 1985 Mina Gregori volle quasi ricalcare le orme del suo maestro, proponendo – peraltro prudentemente – un’altra possibile pista d’indagine che usciva dai confini del ducato estense, quella cioè del cremonese Alessandro Pampurino, un conterraneo di Boccaccio Boccaccino, il quale era però nato a Ferrara ed aveva lavorato in entrambe le città. Uscire dalle mura estensi forse allora non era stata davvero una cattiva idea, se l’aveva ripresa la più brillante allieva del maestro. L’ipotesi Pampurino – che da parte mia continuo a trovare stimolante, per quelle tangenze tra i panneggi tedescheggianti che caratterizzano entrambi i maestri – non ha però avuta grande fortuna, ed è stata esclusa da Andrea De Marchi, che nel 1992 ha rilanciato l’opzione di Baldassarre d’Este, sulla scorta prima di tutto della possibile identificazione della Dormitio con una «tavola de dodece apostoli» eseguita dal pittore per il monastero di Mortara a Ferrara entro il 1502. Si immagina che quella ‘tavola’ fosse una pala d’altare, al pari di questa, che ha sì un formato un po’ anomalo, orizzontale, ma che da questo punto di vista ricorda anche la più antica, anonima Deposizione di Palazzo dei Diamanti, dipinta per il Corpus Domini, un altro monastero femminile ferrarese.
Baldassarre, però, da Venturi a oggi, non ha ancora acquisito un corpus. Perché, va detto, la pittura ferrarese del Quattrocento ha avuto una straordinaria sfortuna materiale: pochissimo è arrivato a noi dei suoi grandi maestri, da Cosmè Tura a Francesco del Cossa (si pensi, per confronto, a quanto abbiamo di Benozzo Gozzoli o dei Vivarini), e dei comprimari ci rimane ancora meno, a volte poco più del nome. Come dipingeva Angelo Maccagnino, celebrato dalle fonti antiche, e attivo nello Studiolo di Belfiore, di cui nulla di certo è arrivato a noi? Sono d’altra parte ancora molti i casi di opere in cerca d’autore: la Dormitio è quello più eclatante, ma esiste pure il gruppo riconducibile a Vicino da Ferrara, uno di quei nomi di comodo longhiani che è già tutto un programma (‘Vicino’ perché simile a Ercole). A Vicino sono stati attribuiti pezzi di risulta del catalogo di de’ Roberti, e sempre Longhi aveva proposto di identificarlo con – di nuovo lui – Baldassarre d’Este.
Ma in ogni caso, pur all’interno dell’universo robertiano, la Dormitio è senz’altro lontana da Vicino. E per spiccare, questa tavola non ha bisogno di un vero gruppo intorno a sé: è vero che nel corso del tempo sono stati tentativamente riferiti al suo autore altri due dipinti, ma questi sono in ogni caso assai meno importanti, e quello della Dormitio è fondamentalmente il maestro di un solo dipinto, in deroga alla regola non scritta secondo cui per fare un anonimo ci vorrebbero tante opere quanto quelle del secolo più una (per fare un maestro del Duecento servono almeno tre pezzi, per uno del Trecento quattro, e così via).
Secondo Longhi la Dormitio aveva una «data implicita», dichiarata dal suo stile, ovvero il quinquennio 1505-’10; per questo, come detto, il suo autore sarebbe stato un ritardatario. Da questa acquisizione critica non ci si è più allontanati, e De Marchi, che suggeriva una cronologia assai simile, celebrava il maestro come un «geniale anacronista», facendo vari paralleli con altri casi analoghi, quali ad esempio il tardissimo Botticelli, ripiegato su sé stesso e ostinatamente quattrocentista quando già avanza la Maniera moderna. Possono venire in mente anche tanti senesi di qualche generazione prima, a partire da Giovanni di Paolo, ma anche l’ultimo Carlo Crivelli, e non mancano episodi simili pure nel Seicento, se si pensa al Francesco Mochi polemicamente antiberniniano degli anni quaranta e cinquanta del secolo. Si tratta di artisti che, dalla fine dell’Ottocento, diciamo da Berenson in poi, piacciono molto, suscitano curiosità, uscendo dal tracciato principale della storia dell’arte, quello che a partire almeno da Vasari ha sempre visto nel progresso il maggior titolo di valore.
Essere in anticipo sui tempi, cambiarli, rivoluzionare, aprire al nuovo: questo è il primo grande vanto di artisti sommi come Giotto o Caravaggio. Il fascino della Dormitio, invece, risiede in quell’accordo impossibile tra quello sfondo indeterminato, quasi parato di cuoio di Cordoba dorato, e le figure potentemente plastiche degli apostoli, che sembrano parlare un’altra lingua: qualcosa che forse può persino evocare i capolavori di Klimt, in cui un naturalismo eccessivo, e quindi espressivo, è esaltato dal fondo oro neo-medievale, neo-ravennate. D’altronde anche la soluzione compositiva non è meno spiazzante, e forse sempre un po’ anacronistica. Il soggetto è chiaramente una Dormitio Virginis, ovvero i funerali della Vergine, con in secondo piano la figura di Cristo che accoglie l’animula di Maria, secondo l’iconografia di ascendenza bizantina – come nella Morte della Vergine di Mantegna del 1460 –, ma poi uno degli apostoli, ovvero Tommaso, si volge proprio verso quella piccola Maria in grembo al Signore, per riceverne la cintola, come se si trattasse di una vera e propria Assunzione di Maria.
Ma siamo davvero sicuri che questa tavola sia del primissimo Cinquecento? Se saltasse l’identificazione con quella citata nel documento del 1502, non potremmo riportarla un po’ più indietro, magari a cavallo tra anni ottanta e novanta del Quattrocento? Sarebbe pur sempre l’opera di un geniale anacronista, ma rimarrebbe un poco meno isolata: il lambiccato espressionismo di volti e panneggi troverebbe almeno un parallelo in Niccolò dell’Arca. Non si dovrebbe risalire all’indimenticabile Compianto di Santa Maria della Vita a Bologna (1460 circa), ma ai tardi marmi dell’Arca di San Domenico a Bologna (il suo namepiece, potremmo dire, anche se Niccolò una biografia ce l’ha) e soprattutto al San Giovanni Battista finito presto in Spagna, nella Spagna del ritardatario Berruguete potremmo dire, dove quel capolavoro che si data proprio all’inizio degli anni novanta del secolo, opera di un maestro «phantasticus et barbarus» proprio come l’autore della Dormitio, poteva essere meglio apprezzato.

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