Elsa Fornero
Un welfare più equilibrato ed equo può salvaguardare giovani e pensionati
La Stampa, 14 agosto 2026
L’invecchiamento della popolazione – ossia l’aumento della vita attesa e la parallela riduzione della fertilità - viene spesso raccontato come un peso per i conti pubblici, una minaccia per le pensioni, un’ipoteca sulla crescita economica, un terreno di scontro tra generazioni. Una lettura quasi apocalittica, non scorretta ma parziale, che riflette la tendenza ad affrontare i problemi strutturali in chiave emergenziale, intervenendo sugli effetti anziché sulle cause.
Vivere più a lungo e avere il numero di figli desiderato è, anzitutto, un progresso. Progresso in medicina, sanità pubblica, alimentazione, abitazione, igiene, istruzione, genitorialità consapevole. Ci sono però due problemi insufficientemente considerati nel dibattito: anzitutto, la longevità non è equamente distribuita e, in secondo luogo, anche la fecondità desiderata è, oggi forse più che in passato, fortemente influenzata dalle condizioni economiche della coppia. Le cause sono diverse ma richiamano squilibri diffusi tra classi sociali, generi e generazioni.
La logica dell’accumulazione
Da un lato, i divari economici e sociali si traducono in differenze marcate nella speranza di vita e, soprattutto, di una vita in buona salute. Chi dispone di maggiori risorse umane e materiali, ereditate o costruite nel tempo, non solo vive più a lungo: vive più anni sani, autonomi, partecipi; chi invece ha avuto un percorso svantaggiato arriva alla vecchiaia con maggiori probabilità di malattie, precarietà, dipendenza.
È la logica dell’accumulazione: le condizioni della prima infanzia influenzano il percorso educativo; l’istruzione il lavoro, il lavoro il reddito, il risparmio, le relazioni sociali e, alla fine, la pensione. D’altro canto, vivere in condizioni di povertà e di precarietà non aiuta ad affrontare adeguatamente la nascita di uno o più figli. Per questo, una politica che affronti l’invecchiamento guardando prevalentemente al sistema previdenziale nasce monca e non risolutiva.
Le riforme pensionistiche
Negli ultimi decenni molti Paesi, Italia compresa, hanno riformato i sistemi pensionistici: più anni di lavoro, minori uscite anticipate, legami più stretti tra contributi versati e prestazioni ricevute. Erano riforme impopolari - perché i benefici arrivano in ritardo rispetto ai sacrifici - ma necessarie perché il sistema non può reggere con prestazioni scollegate dalla demografia e dall’economia. E non è giusto che le generazioni più giovani, peraltro sempre meno numerose, paghino il conto di impegni presi da altri senza adeguata copertura nel numero e nei redditi di chi lavora.
Queste riforme hanno però scontrato anche un limite strutturale che la politica non ha adeguatamente colto: nessuna riforma pensionistica funziona se isolata dalla politica demografica e occupazionale e nessuna politica del lavoro funziona se scollegata dall’istruzione. Le pensioni più basse delle donne, per esempio, non nascono nel sistema previdenziale ma prima, nel più basso tasso di occupazione, nei più bassi salari, nelle carriere spezzate dalla cura di figli e familiari. E, prima ancora, nella scarsa considerazione sociale per la loro indipendenza economica.
Nessuna generazione basta a sé stessa
Allargare l’orizzonte significa, anzitutto, partire dalla considerazione che nessuna generazione basta a sé stessa. I bambini dipendono dagli adulti; gli adulti lavorano ma vivono grazie a istituzioni, conoscenze e ricchezza ereditate da chi li ha preceduti; gli anziani dipendono dai risparmi accumulati ma anche dal reddito e dalla cura delle generazioni più giovani. Il patto tra generazioni non è un solo un marchingegno contabile per finanziare le pensioni: è un patto morale e politico, che nei suoi principi fondamentali è scritto nelle Costituzioni (la nostra compresa).
Di qui derivano implicazioni per la politica e scomode verità per il nostro Paese. Anzitutto, che, per essere sostenibile, qualsiasi sistema di welfare deve guardare a tutto il ciclo di vita delle persone: deve proteggere i bambini, sviluppare le loro capacità con istruzione di qualità, contrastare gli abbandoni scolastici, sostenere l’indipendenza economica attraverso servizi pubblici adeguati, a cominciare dagli asili nido e dalle scuole dell’infanzia fino ai servizi per l’impiego.
Deve cercare di aumentare stabilmente occupazione e retribuzioni attraverso politiche favorevoli a investimenti e innovazioni; permettere a ciascuno di costruirsi una buona sicurezza finanziaria nell’età anziana, in grado di fare fronte ai bisogni di cura, inevitabilmente crescenti in quell’età. Un welfare, pertanto, non solo “risarcitorio e redistributivo” ma “contratto sociale” tale da mettere tutti nelle condizioni di partecipare pienamente alla vita economica e sociale, anche contribuendo a contrastare con figli il declino demografico ed economico del Paese.
Italia laboratorio degli squilibri
L’Italia è il laboratorio perfetto degli squilibri generazionali. Pur essendo tra i Paesi con minore fecondità e maggiore longevità è riuscito, finora, a evitare, pure in un quadro di relativa stagnazione e di aumento della povertà, un impoverimento delle classi di età anziane. Lo stesso non è però accaduto per quelle giovani, che hanno subito un aumento del tasso di povertà.
Allo stesso tempo, l’occupazione - soprattutto femminile e giovanile - resta bassa nonostante qualche miglioramento, la produttività cresce poco o punto, i salari ristagnano o diminuiscono e la povertà si concentra sempre più tra le famiglie giovani con figli. Come stupirsi che l’Italia detenga il primato europeo di giovani che non studiano, non lavorano e non sono in formazione e che sia, ormai strutturalmente, Paese di emigrazione di giovani?
Quali soluzioni?
La soluzione, però, non è mettere pensionati e giovani gli uni contro gli altri. Chi oggi è anziano ha contribuito, spesso in condizioni difficili, alla crescita del paese e merita sicurezza e dignità. La sfida è riequilibrare il welfare, proteggendo gli anziani e investendo, con almeno altrettanta convinzione, su bambini, giovani, donne e lavoratori.
Significa preservare la logica delle riforme che hanno restituito sostenibilità al sistema, senza riaprire scorciatoie e privilegi. Significa investire in istruzione, ricerca, servizi di cura, imprese capaci di creare lavoro stabile e ben remunerato — con la stessa ambizione, e con lo stesso orizzonte di lungo periodo che ha ispirato il Pnrr. Tutto il resto sono chiacchiere vane.

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