sabato 22 agosto 2026

Il secolo di Hobsbawm

Christian Raimo

Il secolo di Hobsbawm

Esce negli Stati Uniti un saggio di Emile Chabal sull’opera dello storico del Novecento. Non una biografia ma una rilettura della sua visione della storia e dei processi sociali

La Stampa, 22 agosto 2026

La difficoltà maggiore che si riscontra nell’insegnamento della storia a scuola è la diminuzione de jure e de facto delle ore in classe. La differenza sostanziale tra chi ha fatto le superiori nel novecento e chi le ha fatte nell’ultimo quarto di secolo, è la riduzione – alle volte alla metà – di questo tempo, dovuto a una serie di riforme che hanno compresso le ore, facendo sparire in pratica la storiografia.

È diventato sempre più problematico introdurre e problematizzare le questioni chiave per capire il tempo presente: il rapporto tra eurocentrismo e cosmopolitismo, la crisi dello stato nazione, l’invenzione della tradizione, i vari processi di lunga durata... Ancora più complicato è avere il tempo di mostrare come ogni opera, ogni storico comprenda una prospettiva a sé e come anche gli storici siano parte della storia stessa, che non c’è interpretazione che non sia anche una testimonianza e una fonte da studiare a sua volta.

L’uscita in questi giorni (per la Belknap Press di Harvard) del saggio The Age of Hobsbawm. The Life of a Revolutionary Historian di Emile Chabal è un’occasione per fare il punto sullo stato dell’arte della ricerca storica e del rilievo che la storia ha nel dibattito intellettuale.

La figura di Hobsbawm, probabilmente il più rilevante storico degli ultimi decenni, il bestsellerista del Secolo breve è sia l’oggetto sul vetrino che la lente con cui guardare l’evoluzione di una disciplina e del mondo accademico e intellettuale: da una parte il secolo breve è finito e lontanissimo e dall’altra il secolo breve (The Age of the Extremes, in originale) continua lunghissimo anche nel nuovo millennio con i suoi elementi peggiori: le guerre, i genocidi, i massacri, gli esodi, i colonialismi, i nazionalismi feroci, persino – di nuovo – il rischio nucleare.

Su The Ideas Letter Enzo Traverso ha scritto una recensione che coglie l’importanza di questa biografia. Rispetto al lavoro monumentale di Richard Evans del 2019, Eric Hobsbawm: A Life in History che si era addentrato nello spazio intimo dell’uomo privato, scandagliando la sfera dei sentimenti, delle contraddizioni private e politiche attraverso i suoi taccuini personali, Chabal sposta l’asse sul “lavoratore intellettuale” e sulla complessa architettura di reti istituzionali, editoriali e politiche che ne hanno reso possibile la fortuna se non il mito.

Hobsbawm non un genio individuale isolato, ma come un formidabile imprenditore culturale capace di muoversi all’intersezione tra accademia e militanza. La sua tetralogia delle Età (quella della Rivoluzione, quella della Borghesia, quella degli Imperi e degli Estremi) è stata il frutto di un costante esercizio di traduzione della ricerca specialistica in una storiografia leggibile e appassionante per un pubblico di massa.

Da dove viene lo storico Hobsbawm? Per l’ebreo non praticante antisionista non da Auschwitz ma da quella che Chabal chiama la sua brutale orfanezza: il padre perso a dodici anni nel 1929, la madre due anni dopo. Poi Berlino, 1932-33, la scelta comunista da adolescente ebreo mentre le SA marciano per strada; un comunismo che sarà un’“ideologia totalizzante” e tale resterà fino al 1956.

Ma la formazione dello storico non è una vocazione individuale quanto un’impresa collettiva: il Gruppo degli storici del Partito comunista britannico, fondato nel 1946 con quel brat pack che include Christopher Hill, Rodney Hilton, Edward P. Thompson, e poi Past and Present, la rivista creata nel 1952 guardando alle Annales.

È lì che nasce la storia dal basso, con i limiti che oggi possiamo riconoscere: la teleologia del progresso, l’eurocentrismo della periodizzazione (visto dall’Africa, per esempio, il novecento comincia alla conferenza di Berlino nel 1880, non a Sarajevo nel 1914), il silenzio sulla Shoah nel Secolo breve, la poca attenzione al femminismo e al Sessantotto.

In questa impresa c’è un pezzo collettivo importante che riguarda l’Italia e che viene valorizzato da Chabal; Anna Di Qual l’ha ricostruito nel 2020 in Eric J. Hobsbawm tra marxismo britannico e comunismo italiano. Nell’agosto del 1951 Hobsbawm arriva a Roma; è l’inizio di un’affinità elettiva con un Pci che, a differenza del dogmatico partito francese, gli appare aperto e culturalmente egemonico.

Il Sud diventa il suo laboratorio a cielo aperto: viaggia con mediatori d’eccezione – il sindaco comunista di Piana degli Albanesi, Michele Sala; l’organizzatrice Rita Pisano nel Cosentino, con loro e scopre quelle persistenze “arcaiche” di rivolta che saranno il materiale de I ribelli (1959).

Soprattutto c’è l’incontro con Gramsci, decisivo per analizzare le culture popolari e rovesciare la prospettiva sui subalterni, ma soprattutto il vero porto sicuro per la coscienza comunista dopo lo spartiacque del 1956: mentre gli amici del Gruppo escono dal partito comunista inglese per l’Ungheria, Hobsbawm di fatto aderisce al comunismo italiano fino a definirsi una specie di membro spirituale del Pci; da lì la regia della monumentale Storia del marxismo Einaudi, in cui mette in dialogo la storiografia critica occidentale con i dissidenti dell’Est nella stagione dell’eurocomunismo.

La domanda che non ha senso farsi, come per qualunque storico, è sull’attualità di Hobsbawm. Però la risposta che ha senso darsi è quella di riprendere in mano, di ripubblicare, di ristudiare le sue opere a partire da quelle meravigliose dei primi anni cinquanta, in cui mette a punto il suo metodo di grande demistificatore. Cos’altro può essere un grande storico? Il suo primo importante oggetto di demistificazione, quasi un’eresia, sono le origini del movimento operaio, con cui di fatto scrive una nuova storia del luddismo.

A scuola ancora si studia il luddismo come un fenomeno di rabbia inconsulta. Nel 1952, sul primo numero di Past and Present, esce The Machine Breakers: gli operai che tra il 1811 e il 1816 spaccavano i telai nelle contee inglesi non erano una plebe tecnofoba in rivolta contro il progresso.

La distruzione delle macchine, ricostruisce Hobsbawm, era invece selettiva e razionale, una “contrattazione collettiva tramite sommossa”. Il luddismo come sinonimo di ottusità antimoderna è un mito costruito dai vincitori; Hobsbawm lo smonta combinando dati quantitativi e elementi culturali, come le ballate dei ribelli, restituendo agli sconfitti la loro intelligenza tattica.

È lo stesso gesto demistificatorio che tornerà in Captain Swing, scritto con George Rudé sulle rivolte rurali del 1830, fino all’invenzione della tradizione (1986 con Terence Ranger): mostrare che ciò che il potere racconta come irrazionale, arcaico o eterno è quasi sempre una costruzione recente, e interessata.

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