giovedì 20 agosto 2026

Ranucci, Andreotti e Falcone


Marco Travaglio
Falcone e i mononeurone
Il Fatto quotidiano, 19 agosto 2026

Il livello del dibattito, specie se c’è di mezzo il Fatto, è così miserevole che non si può più scrivere neppure la più ovvia delle banalità: Giovanni Falcone, quando fu assassinato da Cosa Nostra, lavorava nel governo Andreotti. Dal febbraio 1991 era direttore agli Affari penali del ministero della Giustizia retto da Claudio Martelli. Una scelta dirompente che raffreddò i suoi rapporti con alcuni colleghi e amici. Falcone sapeva bene chi erano gli andreottiani siciliani, dai cugini Salvo (arrestati da lui) a Lima. E già nel 1985 il pentito Buscetta gli aveva confidato che Andreotti era il referente di Cosa Nostra in un interrogatorio negli Usa, ma aveva rifiutato di metterlo a verbale perché “non è il momento: oggi ci ucciderebbero entrambi” (lo verbalizzò solo nel ’92, dopo la morte di Falcone, e Andreotti fu giudicato dalla Cassazione colpevole di associazione a delinquere con Cosa Nostra fino al 1980, ma prescritto).
Eppure quella scelta controversa si rivelò vincente, perché gli consentì di combattere la mafia dall’interno, cioè dal governo, imponendogli col suo prestigio atti prima impensabili: la rotazione dei presidenti della I sezione della Cassazione sui processi di mafia (così il “suo” maxiprocesso non lo gestì l’ammazzasentenze Carnevale); il decreto che riportava in cella i boss scarcerati; e il decreto Pentiti/41-bis, che però richiese il sacrificio di Falcone per essere approvato e quello di Borsellino per essere convertito in legge dalle Camere.
Dunque sì, dice bene la sorella Maria: Falcone lavorò con Andreotti per servire lo Stato. Pur conoscendo le collusioni mafiose e/o tangentizie del premier, di vari ministri ed esponenti del pentapartito, li usò per un fine superiore che giustificava i mezzi. Questi sono i fatti storici, noti e stranoti, che ho letto in molte sentenze e raccontato in tanti libri.
Ora il Foglio, dopo aver santificato i peggiori nemici di Falcone, da Carnevale a Contrada, ha intervistato Grasso, Ayala e Violante per titolare contro Ranucci: “Falcone non avrebbe cenato con Lavitola”. Tipica appropriazione indebita: nessuno sa cosa farebbe oggi. Si sa invece che, per un bene superiore, collaborò con soggetti ben più pericolosi di Lavitola (se ci andasse pure a cena o no, chi se ne frega). Perciò ho commentato il titolo con una battuta di 6 parole su quel dato di fatto. E ora i soliti sciacalli imbucati (persino Gasparri, Renzi, Riotta e Colosimo, per dire) mi accusano di “insultare” ,“diffamare”, “infangare” Falcone accostandolo ad Andreotti. Oh bella: chi beatifica da sempre Andreotti e ne spaccia la sentenza di reità per assoluzione, dovrebbe sostenere che a Falcone ho fatto un complimento. Visto il livello del dibattito, è meglio non fare battute senza spiegarle ai mononeuroni che non le capiscono.

La fiction grottesca di Travaglio e Caselli editoriale Il Foglio, 20 agosto 2026

Continuando ad avvinghiarsi nelle sue contraddizioni, ora Marco Travaglio accusa chi ha criticato la  sua insinuazione oscena su Giovanni Falcone (volta a dargli di mezzo mafioso),tra i quali naturalmente i commentatori del Foglio, di essere un cretino, lui scrive “mononeurone” che non ha capito che si trattava di una battuta di spirito. Gli viene in soccorso Giancarlo Caselli, il grande accusatore fallimentare di Andreotti, che riconosce anch’egli i meriti dell’azione svolta da Falcone come direttore degli affari penali al ministero della Giustizia con iniziative (allora però fortemente contestate dalla magistratura corporativa) e risolve il problema della presunta incompatibilità col “mafioso” Giulio Andreotti alludendo a una “disattenzione” dello statista democristiano accompagnata dalla considerazione metafisica che “anche Belzebù può commettere qualche errore”. Raschiare il barile, come si dice. Dal Falcone in qualche modo implicato nel sistema di potere andreottiano della prima puntata della saga travagliesca, si passa a un astuto infiltrato nelle linee nemiche che grazie alla “distrazione” dei politici collusi è riuscito a costruire sotto il loro naso un rinnovamento del sistema giudiziario antimafia che avrebbe portato“a finire impagliato… proprio quella vecchia volpe di Andreotti”. A questo punto della telenovela pro Ranucci, scopriamo dunque che il governo Andreotti operò in modo efficace e innovativo contro la criminalità organizzata, ma senza rendersene conto.così, per far quadrare i conti delle proprie enormità, la “vecchia volpe” diventa un povero cretino inconsapevole. Ora, tra le innumerevoli accuse che sono state rivolte ad Andreotti non era mai apparsa quella di essere incapace di capire e disattento. Ma per far quadrare una tesi inverosimile volgare e accusare chi la critica di non capire niente, si costruisce un’immagine artefatta di un Andreotti inconsapevole promotore indiretto dei suoi successivi guai giudiziari. C’è da domandarsi chi sia il vero Belzebù di questa vicenda, in attesa delle prossime convulsioni.

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