venerdì 14 agosto 2026

La scienza triste

Roberta Carlini
Economia politica come cultura, una piccola enciclopedia portatile

il manifesto, 14 agosto 2026

«A differenza che in altri campi, in economia una cultura ‘fascista’ è mancata, allora e dopo», scrivono Pierluigi Ciocca e Giangiacomo Nardozzi nell’introduzione al loro libro La cultura economica della Repubblica. Pensiero, azioni, fatti (1946-2026) (Carocci, pp. 184, euro 19). Il pensiero economico in Italia ha un ricco e illustre «prima», e un fiorente «dopo».

Il fascismo ne interrompe il fiume come una gelata; fisicamente, perché caccia, o costringe a fuggire, i più brillanti economisti; idealmente, perché sul rifiuto del liberalismo non costruisce una coerente visione economica: «la conseguente inadeguatezza della politica economica (…) contribuì al colonialismo in economie poverissime e all’enfasi sulla politica estera, che sfociò nella disfatta militare accanto alla Germania nazista». Se questa citazione sembra parlare tanto all’oggi, è effetto non voluto dagli autori. Perché non è della mancanza di cultura economica del fascismo che il libro parla, ma appunto del »recupero» che si impone con la Repubblica.

QUESTO RECUPERO ha prodotto ottant’anni di pensiero economico. Raccogliere, selezionare, interpretare e rendere accessibile tale mole di scritti non è impresa semplice, e gli autori hanno scelto un criterio non crolologico ma tematico: l’oggetto, i metodi (lo sviluppo della cassetta degli attrezzi, in particolare gli strumenti statistici con perno sull’Istat, che proprio quest’anno celebra il suo centenario), il quadro teorico; e poi le grandi questioni: il lavoro, l’impresa e i mercati, crescita e sottosviluppo, l’ambiente, il benessere, l’instabilità, i rapporti internazionali, la finanza pubblica, la moneta e la finanza, il «miracolo» e il ristagno. Un capitolo a parte è dedicato alla storiografia economica italiana; ma tutti i temi presentati scorrono insieme alla storia economica, e alle politiche economiche che hanno prodotto o hanno cercato di influenzare o (spesso inutilmente) contrastato. In questa visione ampia sta il contributo più prezioso del libro: che ci parla, come dice il titolo, di cultura economica. Non solo di ricerca, non solo di teoria, non solo di numeri, non solo di politiche, non solo di fatti.

PER INDICARE solo un esempio: il capitolo sul lavoro parte dall’articolo 1 della Costituzione; ricorda al lettore che il «lavoro» che avevano davanti i costituenti era per quasi la metà agricolo, e nella restante metà c’erano più operai che impiegati, e che oggi il lavoro è per i due terzi nel terziario, agricolo per il 4%, e industriale per il 21%. Ricorda le stragi e le lotte, da Portella della Ginestra all’autunno caldo. Gli anni dei piani contro la disoccupazione e quelli delle sconfitte. E immerge in questo contesto il pensiero, sia come impegno attivo degli economisti – da coloro che parteciparono al piano per il lavoro di Di Vittorio a Ezio Tarantelli – che come dibattito teorico, dalla lettura della ‘curva di Phillips’ all’impatto degli choc e dei vincoli esterni.

DA QUESTI ACCENNI e dal numero delle pagine del libro (184), si può intuire che si tratta di una lettura molto densa, ricca di personaggi e bibliografia, e con fitti rimandi teorici e storici. Chi vorrà e potrà, si inoltrerà con piacere nei tanti rivoli fiumi o oceani che si aprono. Oppure userà il libro come fonte primaria da consultare per ricordare, studiare, o insegnare. Soprattutto, la lettura è consigliata per coloro che – partendo da un approccio radicalmente critico, oggi più che mai motivato dalle pluricrisi in cui l’economia ha un ruolo – spesso arrivano a liquidare la «scienza triste» come una giustificazione dell’esistente, dispensatrice di ricette amare e dedita a modellini iperspecializzati.

Non è sempre stato così: se all’inizio le scuole economiche italiane abbracciarono il liberalismo più che altro per opposizione al fascismo da cui si usciva, nella seconda metà del secolo scorso il cambio di paradigma che era partito nelle università internazionali fecondava il pensiero italiano, e ne veniva fecondato. E anche dopo, la stella nascente del monetarismo non ha trovato brillanti satelliti in Italia. Semmai, il tratto più importante che emerge, in questa sintesi enciclopedica del pensiero economico italiano, è il suo eclettismo. Teorizzato da Federico Caffè (uno degli economisti italiani più citati nel libro), e praticato da diverse generazioni di studiosi – vuoi per scelta, vuoi per gli scambi internazionali finalmente riaperti, vuoi per pragmatismo di fronte all’urgenza dei problemi dell’economia italiana.

Eclettismo non vuol dire relativismo: il sistema di valori che impronta la ricerca conta tanto quanto il rigore teorico, e in omaggio a entrambi gli autori del libro presentano nelle conclusioni un loro «pantheon» che è molto lontano dal pensiero unico che ha dominato l’ultimo trentennio: Piero Sraffa, Pierangelo Garegnani, Luigi Pasinetti, Paolo Sylos Labini, Augusto Graziani, Claudio Napoleoni, Giorgio Lunghini, Alessandro Roncaglia. Ma l’elenco non è esaustivo, e nei singoli capitoli si trovano tanti altri spunti e soprattutto scuole, a partire dall’importante ruolo, tutto italiano, dello studio del dualismo e delle economie territoriali.

INFINE. SI È PARLATO sempre di «economisti», al maschile. Nel libro ci sono poche donne, e questo riflette il fatto che poche erano, fino a pochi anni fa, le donne che studiavano economia e ancor meno quelle che poi diventavano ricercatrici, docenti, accademiche. Ma riflette anche una scelta degli autori, che non hanno ritenuto di dover mettere a tema la questione di genere, sia nell’economia – e il suo peso quando si parla di occupazione, di benessere, di dualismo territoriale – che nella storia del pensiero economico italiano. Questo può essere considerato un limite del libro, o un capitolo da scrivere ancora.

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