giovedì 27 agosto 2026

La vicenda di Pavese


Matteo Marchesini

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27 AGOSTO. La vicenda di Pavese si potrebbe riassumere in una parabola alla Saba, una 'scorciatoia' giocata sui modi in cui lo scrittore prova a fare della letteratura un guscio, un rifugio, una tana, per usare i termini della "Casa in collina". Immaginate un giovane che tenta di trasfigurare le sue sconfitte esistenziali nel lavoro poetico - uno studente che vuole, fortissimamente vuole essere scrittore. Capita a tanti. Ma quasi tutti scrittori non sono, e a un certo punto devono (dovevano allora) prenderne atto. Lui invece non solo vuole esserlo ma lo è davvero, ne ha il talento. Il meglio che può capitare, verrebbe da dire. Invece è un destino diabolico. Perché gli altri, abbandonate le velleità, sono costretti ad affrontare le sconfitte, a imparare il mestiere di viverle e di superarle, mentre lo scrittore si illude di poter rimandare i conti: diventa solo formalmente adulto, e intanto continua a credere che un giorno i trionfi letterari gli permetteranno di riconquistare il mondo non letterario da cui si sente escluso. Ma poi, quando i trionfi arrivano, scopre l’ovvietà che tutti sanno e che anche lui sapeva, però in astratto: la riconosciuta maturità artistica non porta con sé la maturità tout court. Così, ecco le ultime parole: “Non scriverò più”. L’artificio estetico nel quale ci si è murati non risarcisce nulla, e ormai non “serve”: allora la vita si spoglia della letteratura, e di sé stessa. E’ la grande illusione, ed è anche la verità dolorosa della poesia di Pavese. "La casa in collina", trasferendo in altra forma e in altro tempo il nucleo del più rudimentale "Carcere", ci offre la figura più attendibile di questa inadattabilità alla vita che sta al cuore dell’opera pavesiana. Ma manca una cosa: la letteratura come tema, appunto. E’ interessante notare che Stefano è un ingegnere, e Corrado un professore di scienze. Lo scarto dalla propria biografia dà a Pavese la possibilità di rappresentare un proprio simile, cioè un intellettuale, e al tempo stesso lo libera dal problema di descrivere la vita letteraria, così difficile da rendere in termini non farraginosi. Ma viene da chiedersi se lo scrittore non avrebbe toccato una verità più profonda accettando la sfida di trattarla come un fatto tra gli altri fatti che definiscono il suo mondo, cioè superando la superstizione di una secchezza, di una sprezzatura 'americana' nel cui quadro la rappresentazione realistica dei pensieri di un letterato diventa automaticamente sospetta di intellettualismo. Non è forse perché Pavese ha relegato il discorso sulla letteratura, al quale riconduce tante sue ansie esistenziali, nelle pagine dei saggi e dei diari, che così spesso nei suoi romanzi la letteratura si vendica costringendolo a un seppur controllatissimo bellettrismo? Cosa sarebbe accaduto, nel destino dello scrittore e dell’uomo, se la materia del "Mestiere di vivere" fosse stata filtrata in racconto, e Pavese avesse affrontato in forma narrativa il tema dello scrittore come adolescente?




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