mercoledì 26 agosto 2026

Le nubi in letteratura e in poesia

 


principe delle nubi, il poeta ci canta peso e leggerezza

Nuvole & parole/2

Carlo Ossola

Il Sole 24ore, 23 agosto 2026

Il diaframma dei celesti è lì, nel cuore delle nubi; si alza d’improvviso e il suo sospiro è, per gli umani, diluvio: «Le nubi rovesciarono acqua, / scoppiò il tuono nel cielo; / le tue saette guizzarono. // Il fragore dei tuoi tuoni nel turbine, / i tuoi fulmini rischiararono il mondo, / la terra tremò e fu scossa. // Sul mare passava la tua via, / i tuoi sentieri sulle grandi acque / e le tue orme rimasero invisibili» (Salmo 77, 18-20). “Invisibili” perché bastano, al nostro terrore, i messaggeri celesti: «Io guardavo, ed ecco un vento tempestoso avanzare dal settentrione, una grande nube e un turbinìo di fuoco, che splendeva tutto intorno, e in mezzo si scorgeva come un balenare di metallo incandescente. Al centro, una figura composta di quattro esseri animati, di sembianza umana con quattro volti e quattro ali ciascuno» (Ezechiele, 1, 4-6; ripreso da Dante nel Purgatorio, XXIX, 100-102).Certo ci sono concesse tregue: nella quiete, impalpabili sembrano le nubi, cumuliformi o diafani veli, cirri o riccioli svagati delle schiere angeliche; eppure Lucrezio vedeva nelle vaporose bizzarrie del cielo l’acuto pungere degli atomi trasvolanti in incessanti forme: «Tutte le cose infine che vedi dileguarsi in un attimo, / come il fumo, le nuvole e le fiamme, è necessario che, seppure / non siano tutte fatte di atomi lisci e rotondi, / tuttavia non siano impedite da elementi intrecciati / sì che possano pungere i corpi e penetrare i sassi» (De rerum natura, lib. II).
Anche il levigato Monsignor Della Casa, quando deve definire l’avventura umana non ha che pari accenti: «Questa vita mortal, che ’n una o ’n due / Brevi e notturne ore trapassa, oscura / E fredda, involto avea fin qui la pura / Parte di me, nell’atre nubi sue... ». E poco dopo Torquato Tasso, nelle sue rime, con simil figura e toni supplica: « Padre del ciel, or ch’atra nube il calle / Destro m’asconde, e vie fallaci io stampo / Per questo paludoso instabil campo / De la terrena, lagrimosa valle, / Reggi i miei torti passi, ond’io non falle».
Se la preghiera tassiana qualche spiraglio lascia, un grande ammiratore del Tasso, e cioè Baudelaire, sigillerà tutte le vie del cielo. Nuvole nere di spleen soffocano la plumbea vicenda terrena: nelle Fleurs du mal egli celebra l’Alchimia del dolore come l’ascesa di un immenso sepolcreto nel «sudario delle nubi»: «Nel sudario delle nubi / Scopro un cadavere caro / E sulle rive celesti / Innalzo grandi sarcofagi». Sale con Baudelaire l’Inferno agli astri: «Cieli lacerati come scogliere, / In voi si specchia il mio orgoglio; / Le vostre immense nuvole in lutto / Sono i carri funebri dei miei sogni, / E i vostri bagliori mandano il riflesso / Dell’inferno in cui il mio cuore si compiace» (Horreur sympathique). Persino la Béatrice in Baudelaire incede con una parure di demoni: «Je vis en plein midi descendre sur ma tête / Un nuage funèbre et gros d’une tempête, / Qui portait un troupeau de démons vicieux» (La Béatrice).
Nube funebre”, il cielo di Baudelaire consegna tuttavia al poeta il compito, gravido di tragica impotenza, di essere il messaggero deriso di un annuncio incompreso: «Il Poeta è come lui, principe delle nubi / che sta con l’uragano e ride degli arcieri; / esule in terra fra gli scherni, impediscono / che cammini le sue ali di gigante» (Baudelaire, L’albatros, dalle Fleurs du mal, traduzione di Giovanni Raboni). Quell’eredità ha trovato nel Novecento alti interpreti, a cominciare dal baudelairiano Ungaretti che, sin dal Porto Sepolto, ripropone la stessa questione metafisica: «Ogni mio momento / io l’ho vissuto / un’altra volta / in un’epoca fonda / fuori di me // Sono lontano colla mia memoria / dietro a quelle vite perse // […] / Rincorro le nuvole / che si sciolgono dolcemente / cogli occhi attenti / e mi rammento / di qualche amico / morto // Ma Dio cos’è?» (Risvegli).
Soprattutto negli ultimi anni, quando il poeta s’interroga su quel che rimanga del mito della “Terra Promessa”, l’espressione finale insinua l’emblema barocco della vanitas, così presente in Baudelaire (L’Horloge): «Quel nonnulla di sabbia che trascorre / Dalla clessidra muto e va posandosi, / E, fugaci, le impronte sul carnato, / Sul carnato che muore, d’una nube…» (Variazioni su nulla).
Ciò che le nubi dell’esilio terreno ci fanno sentire è il peso del cielo, ultimo trono della sovranità: « Quand le ciel bas et lourd pèse comme un couvercle»; a quel primo verso corrispondendo la nostra disfatta nell’ultimo: «Sur mon crâne incliné [l’Angoisse] plante son drapeau noir » (Baudelaire, Spleen).

 sovranità: « Quand le ciel bas et lourd pèse comme un couvercle»; a quel primo verso corrispondendo la nostra disfatta nell’ultimo: «Sur mon crâne incliné [l’Angoisse] plante son drapeau noir » (Baudelaire, Spleen).

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