principe delle nubi, il poeta ci canta peso e leggerezza
Nuvole & parole/2
Carlo
Ossola
Il Sole 24ore, 23 agosto 2026
Il
diaframma dei celesti è lì, nel cuore delle nubi; si alza
d’improvviso e il suo sospiro è, per gli umani, diluvio: «Le nubi
rovesciarono acqua, / scoppiò il tuono nel cielo; / le tue saette
guizzarono. // Il fragore dei tuoi tuoni nel turbine, / i tuoi
fulmini rischiararono il mondo, / la terra tremò e fu scossa. // Sul
mare passava la tua via, / i tuoi sentieri sulle grandi acque / e le
tue orme rimasero invisibili» (Salmo 77, 18-20). “Invisibili”
perché bastano, al nostro terrore, i messaggeri celesti: «Io
guardavo, ed ecco un vento tempestoso avanzare dal settentrione, una
grande nube e un turbinìo di fuoco, che splendeva tutto intorno, e
in mezzo si scorgeva come un balenare di metallo incandescente. Al
centro, una figura composta di quattro esseri animati, di sembianza
umana con quattro volti e quattro ali ciascuno» (Ezechiele, 1,
4-6; ripreso da Dante nel Purgatorio, XXIX, 100-102).Certo
ci sono concesse tregue: nella quiete, impalpabili sembrano le nubi,
cumuliformi o diafani veli, cirri o riccioli svagati delle schiere
angeliche; eppure Lucrezio vedeva nelle vaporose bizzarrie del cielo
l’acuto pungere degli atomi trasvolanti in incessanti forme: «Tutte
le cose infine che vedi dileguarsi in un attimo, / come il fumo, le
nuvole e le fiamme, è necessario che, seppure / non siano tutte
fatte di atomi lisci e rotondi, / tuttavia non siano impedite da
elementi intrecciati / sì che possano pungere i corpi e penetrare i
sassi» (De rerum natura, lib. II).
Anche
il levigato Monsignor Della Casa, quando deve definire l’avventura
umana non ha che pari accenti: «Questa vita mortal, che ’n una o
’n due / Brevi e notturne ore trapassa, oscura / E fredda, involto
avea fin qui la pura / Parte di me, nell’atre nubi sue... ». E
poco dopo Torquato Tasso, nelle sue rime, con simil figura e toni
supplica: « Padre del ciel, or ch’atra nube il calle / Destro
m’asconde, e vie fallaci io stampo / Per questo paludoso instabil
campo / De la terrena, lagrimosa valle, / Reggi i miei torti passi,
ond’io non falle».
Se
la preghiera tassiana qualche spiraglio lascia, un grande ammiratore
del Tasso, e cioè Baudelaire, sigillerà tutte le vie del cielo.
Nuvole nere di spleen soffocano la plumbea vicenda
terrena: nelle Fleurs du mal egli celebra l’Alchimia
del dolore come l’ascesa di un immenso sepolcreto nel «sudario
delle nubi»: «Nel sudario delle nubi / Scopro un cadavere caro / E
sulle rive celesti / Innalzo grandi sarcofagi». Sale con Baudelaire
l’Inferno agli astri: «Cieli lacerati come scogliere, / In voi si
specchia il mio orgoglio; / Le vostre immense nuvole in lutto / Sono
i carri funebri dei miei sogni, / E i vostri bagliori mandano il
riflesso / Dell’inferno in cui il mio cuore si compiace» (Horreur
sympathique). Persino la Béatrice in Baudelaire incede con una
parure di demoni: «Je vis en plein midi descendre sur ma tête /
Un nuage funèbre et gros d’une tempête, / Qui portait un troupeau
de démons vicieux» (La Béatrice).
“Nube
funebre”, il cielo di Baudelaire consegna tuttavia al poeta il
compito, gravido di tragica impotenza, di essere il messaggero deriso
di un annuncio incompreso: «Il Poeta è come lui, principe delle
nubi / che sta con l’uragano e ride degli arcieri; / esule in terra
fra gli scherni, impediscono / che cammini le sue ali di gigante»
(Baudelaire, L’albatros,
dalle Fleurs du mal, traduzione
di Giovanni Raboni). Quell’eredità
ha trovato nel Novecento alti interpreti, a cominciare dal
baudelairiano Ungaretti che, sin dal Porto Sepolto,
ripropone la stessa questione metafisica: «Ogni mio momento / io
l’ho vissuto / un’altra volta / in un’epoca fonda / fuori di me
// Sono lontano colla mia memoria / dietro a quelle vite perse // […]
/ Rincorro le nuvole / che si sciolgono dolcemente / cogli occhi
attenti / e mi rammento / di qualche amico / morto // Ma Dio cos’è?»
(Risvegli).
Soprattutto
negli ultimi anni, quando il poeta s’interroga su quel che rimanga
del mito della “Terra Promessa”, l’espressione finale insinua
l’emblema barocco della vanitas, così presente in
Baudelaire (L’Horloge): «Quel nonnulla di sabbia che
trascorre / Dalla clessidra muto e va posandosi, / E, fugaci, le
impronte sul carnato, / Sul carnato che muore, d’una nube…»
(Variazioni su nulla).
Ciò
che le nubi dell’esilio terreno ci fanno sentire è il peso del
cielo, ultimo trono della sovranità: « Quand le ciel bas et
lourd pèse comme un couvercle»; a quel primo verso
corrispondendo la nostra disfatta nell’ultimo: «Sur mon crâne
incliné [l’Angoisse] plante son drapeau noir » (Baudelaire,
Spleen).
sovranità: « Quand le ciel bas et lourd pèse comme un couvercle»; a quel primo verso corrispondendo la nostra disfatta nell’ultimo: «Sur mon crâne incliné [l’Angoisse] plante son drapeau noir » (Baudelaire, Spleen).

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