mercoledì 26 agosto 2026

Fabrizio De André, Le nuvole

 



NUVOLOSO E POLITICO CAPOLAVORO DI FABER

Musica. «Le nuvole» è uno dei lavori più importanti di de André: contemplando il panorama, constata il degrado della società. Otto tracce in italiano, genovese, sardo e napoletano, dall’iconica «Don Raffaè» a «Monti di Mola»

Enzo Gentile

Il Sole 24ore 23 agosto 2023


  • Oggi che un disco, una canzone, gli stessi artisti vivono o vivacchiano lo spazio di un mattino, se va bene, parlare di un’opera musicale di trentasei anni fa può sembrare un audace ossimoro. Eppure riprendere, rivivere un album come Le nuvole, ennesimo capolavoro di Fabrizio De André permette di assaporare, ancora una volta, il fulgido esempio, l’altezza, l’unicità di un autore che peraltro alla qualità più sopraffina ci aveva abituati. Preso in prestito il titolo dall’amato Aristofane, quel disco si può ricordare e celebrare per diversi motivi: fu quello che richiese la più lunga gestazione, ad esempio, oltre sei anni dopo Creuza de ma. Che resta una folgorazione, a partire dalla lingua, genovese antico, e dai suoni, assimilati, stratificati nelle civiltà che si tuffano sul Mediterraneo. Qui colpiscono le otto tracce, da Le nuvole a Monti di Mola, parentesi che si apre e si chiude con l’osservazione di un universo fisico, cui l’artista si affacciava dal buen retiro di Gallura – nel nord della Sardegna –, dopo avere esaminato, come un entomologo nelle altre tracce, la realtà umana corrente, il disfacimento della società.Le nuvole è il lavoro più dichiaratamente politico di Fabrizio che agisce proteso su un mondo che sta cambiando in modo vertiginoso e produce veleni, tra muri che cadono e guerre che deflagrano (l’invasione del Kuwait e tutto quel che ne consegue porta la stessa targa temporale del disco, 1990): e poi c’è l’Italia, malata di ingiustizie e vessazioni, che ritroviamo in due quadri a tinte forti, fortissime, Don Raffae’ che rimbalza e se la gioca con La domenica delle salme. Qui una punta di sarcasmo amaro, di sorriso sbieco, là lo sdegno, la ripulsa: vincerà, a mani basse, il premio Tenco, per l’album e la canzone (con il video affidato alla regia di Gabriele Salvatores).Come gli è capitato tante volte, ma qui il format è elevato ad eccellenza e perfezionamento, anche Le nuvole è opera nata sotto il segno della condivisione, della collegialità, grazie all’intervento di protagonisti diversi, amici, colleghi, professionisti che concorrono a quel mistero unico che resta la canzone. Le firme che apprezziamo di fianco a quella di Fabrizio sono tutte autorevoli e di garanzia, Ivano Fossati, Mauro Pagani, Massimo Bubola, agli arrangiamenti e alla direzione d’orchestra cominciamo a trovare Piero Milesi, talento purtroppo dimenticato che sarà fondamentale, anche alla produzione, nel mandare in porto Anime salve, disco destinato a chiudere la parabola di De Andrè, 1996. E poi ci sono i musicisti, una quantità di collaboratori pregiati, il fior fiore del made in Italy. Serviranno ad incastonare la parola e le lingue di De André, che qui si manifesta come l’involontario (?) capitano di un vascello vocato a solcare le acque della world music: ancor più che in Creuza de ma, forse. Ora abbraccia l’idioma della natia Genova, A’ cimma (La cima) e Megu megun (Medico medicone), accarezza la Sardegna che lo ha ospitato da metà anni Settanta, in Monti di Mola (così un tempo veniva chiamata la Costa Smeralda) e poi c’è il napoletano ‘creativo’ di Don Raffae’, cronache di carcere e arte di arrangiarsi. Su tutto governano loro, le nuvole: «Vanno, vengono, ogni tanto si fermano e quando si fermano sono nere come il corvo, sembra che ti guardano con malocchio». È l’incipit magistrale del disco, affidato alla voce remota, invincibile di Maria Mereu.
    Faber dedicava una cura spasmodica alla prosa, levigava e sceglieva i termini come un amanuense, un calligrafo fuori tempo: e si schermiva quando provavano a definirlo poeta, buttando magari nella mischia gli incastri nonsense, il grottesco 
    divertissement che attraversano Ottocento, declamata in punta di sberleffo.
    Diceva, non a caso: «Le canzoni servono a formare una coscienza. Sono una piccola goccia dove servirebbero secchi d’acqua. Cantare, credo che sia l’ultimo grido di libertà. Forse il più serio. Scrivere canzoni sta diventando una responsabilità sociale, ma se ne sono accorti in pochi. Esse entrano a far parte del patrimonio culturale di un popolo, sono parte della coscienza».
    Impegnato, abituato a non gettare mai via un concetto, una frase, a evitare di sversare nell’
    entertainment le sue canzoni come uno dei tanti affluenti alla vita collettiva, De André anche nei 42 minuti dell’album sa come alternare invettive, immagini, riprovazione, porgendole tramite partiture complesse quanto fruibili, impreziosite dal suo timbro, rimasto nelle orecchie, nell’anima di tutti. Nella decadenza dei costumi e del genere umano, Fabrizio si era specchiato, persino affettuosamente, la denuncia come sorte ultima da veicolare attraverso la forza di una canzone. Le nuvole ne riassume la potenza e la profondità di cantore maturo – ha appena compiuto cinquant’anni – che conosce i modi per raggiungere le corde delle persone, e continuerà a farlo: Fabrizio cita, coglie e dispensa riferimenti, qui tra le righe peschiamo da Roberto Murolo alle Stagioni di Čajkovskij.
    Testimone di un’era che di eredi non ne ha prodotti, De André, affilato, profetico, non sbagliava un colpo e rileggerlo, oltre che ascoltarlo resta un godimento, da concedersi spesso e volentieri.Così, ad esempio aveva deciso di chiudere il libretto che riproduceva i testi dell’album: «io sono un principe libero e ho altrettanta autorità di fare guerra al mondo intero quanto colui che ha cento navi in mare». (Samuel Bellamy, pirata alle Antille nel XVIII secolo). 




  • n principe libero e ho altrettanta autorità di fare guerra al mondo intero quanto colui che ha cento navi in mare». (Samuel Bellamy, pirata alla Antille nel XVIII secolo).

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