sabato 22 agosto 2026

Il femminicidio dopo la denuncia

Elisa Forte
La catena spezzata del Codice Rosso. Quelle donne uccise dopo la denuncia

La Stampa, 22 agosto 2026

Almeno venti donne avevano denunciato, chiesto aiuto, raccontato la paura. In alcuni casi la denuncia non è bastata, in altri un braccialetto ha taciuto, in altri un allarme non è arrivato. Non sono la stessa storia ma raccontano la stessa fragilità: fra la denuncia e la protezione ci sono molti passaggi, e ognuno può diventare l’ultimo.

Il Codice Rosso (legge 69, in vigore dal 9 agosto 2019) impone tempi rapidi alla giustizia per i reati di genere. Ma resta una catena. Queste sono le drammatiche storie raccontate dai media negli ultimi 5 anni: non dati ufficiali ma la ricostruzione di alcune delle vite finite per mano di compagni o ex dove almeno un anello della catena di protezione ha ceduto.

Renata Trandafir denunciò il patrigno per maltrattamenti a novembre 2021: la segnalazione impiegò oltre un mese per arrivare in Procura. Il 13 giugno dell’anno dopo la ventiduenne fu uccisa a colpi di fucile con la madre Gabriela. Anna Scala, 56 anni aveva denunciato l’ex compagno due volte in due giorni a luglio 2023, dopo che l’uomo l’aveva aggredita a pugni e le aveva squarciato le gomme dell’auto. Nessuna misura cautelare fu emessa: fu uccisa un mese dopo. Sigrid Gröber era stata al pronto soccorso dodici volte: fra denunce formalizzate e ritirate, nessuno lesse la sequenza come un rischio crescente. La richiesta di Codice Rosso di Mara Fait, con diciannove documenti prodotti dall’avvocato e undici testimoni, fu archiviata in sette giorni come «lite di condominio». Fu uccisa con un’accetta. Celine Frei Matzohl aveva denunciato appena due mesi prima: non bastò a fermare il suo assassino. Marisa Leo aveva ritirato la querela per lasciare alla figlia un padre presente: quel legame fu la sua trappola. Mentre Amina Sailouhi aveva rifiutato una casa protetta per restare vicino alla sua piccola ma il suo ex non le lasciò scampo. Juana Cecilia Loayza vide l’aggressore patteggiare un percorso di recupero mai iniziato: bastò una sua foto sorridente sui social per farlo tornare a ucciderla. «Ho sempre timore di ritrovarmelo davanti», aveva scritto nella denuncia Alessandra Matteuzzi: nessuna misura arrivò: lui la aspettò sotto casa. Angela Avitabile aveva minimizzato un tentativo di strangolamento per non abbandonare il marito, con problemi psichiatrici, mai preso in carico. Fu accoltellata 11 volte davanti ai nipotini.

E poi arrivarono i braccialetti, il dispositivo elettronico che dovrebbe essere l’anello tecnologico della protezione. In una rilevazione del 2025, 67 uffici giudiziari su 139 (48,2%) hanno riferito di aver incontrato difficoltà nella gestione del dispositivo. L’infermiera Concetta “Titti” Marruocco aveva sulle spalle vent’anni di denunce, lui portava il dispositivo, forse scarico quella notte: a casa entrò comunque con un vecchio mazzo di chiavi e non si fermò, nel 2023. La sua storia è diventata uno dei simboli di questo paradosso.

Ma è a Torino che la catena spezzata del Codice Rosso mostra il suo punto più doloroso. Il braccialetto dell’uomo che ha ucciso Roua Nabi lanciò quattro ben quattro allarmi: nessuno in sala operativa li prese in carico. E ancora: un centro antiviolenza aveva scritto «rischio alto di femminicidio» ma il braccialetto per l’aggressore di Hayat Fatimi non fu mai installato. E quello dell’ex marito di Tiziana Vinci, guasto da giorni e già segnalato ai carabinieri, non suonò quando lui la raggiunse sul lavoro. Mentre il compagno di Jessica Stapazzollo Custodio de Lima si tolse il proprio senza far scattare un solo allarme. Poi entrò in casa e la uccise con 27 fendenti.

Tra il feminicidio di Tania Terrin e quello di Vanessa Zappalà, 26 anni, sono trascorsi 5 anni. Per Vanessa il Codice Rosso scattò, lei racconto le minacce che aveva annotato su un bloc notes ma il giudice concesse solo un divieto di avvicinamento invece degli arresti chiesti dalla Procura. Lui, invece, la raggiunse: per ucciderla sul lungomare. Poi si impiccò. «È un fallimento dello Stato», disse allora la senatrice Valeria Valente, presidente della Commissione parlamentare sul femminicidio. Parole identiche ha usato anche il presidente del Consiglio Regionale del Veneto, Luca Zaia, per il femminicidio di Tania Terrin, strangolata la notte del 15 agosto nella sua casa di Camponogara, nel Veneziano, dall’ex compagno Dino Keber, che poi si è tolto la vita.

«L’apparato normativo è completo - dice Elena Biaggioni, avvocata della rete D.i.Re -. Servono formazione capillare e continua per tutta la rete che viene a contatto con le vittime e non un corso ogni cinque anni». E, sottolinea, «indagini interne ogni volta che un anello salta, non per trovare un capro espiatorio, ma per capire cosa non ha funzionato».

Queste venti storie non dimostrano che il Codice Rosso non funziona ma che la protezione è una catena, e che ogni caso racconta un anello diverso che ha ceduto. Sarebbe disonesto fermarsi qui: il Codice Rosso ha cambiato davvero il modo in cui lo Stato risponde alla violenza di genere, imponendo priorità dove prima c’era la coda dei fascicoli, tempi certi dove prima c’era l’attesa. È un impianto che, quando la catena regge, salva vite ogni giorno. Silenziosamente. Senza fare notizia.

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