venerdì 21 agosto 2026

La sepoltura dei compositori

Alberto Mattioli
L'ultimo veleno di Salieri

La Stampa, 21 agosto 2026

Informa L’Arena di Verona, intesa non come fondazione lirico-sinfonica ma come quotidiano cittadino, che a Legnago hanno definitivamente rinunciato a riportare a casa i resti mortali di Antonio Salieri, che nacque appunto lì nel 1750 ma è sepolto a Vienna, dove morì nel 1825 dopo averci passato quasi tutta una vita di successi. I legnaghesi ci provavano dagli anni Venti del secolo scorso, era stato fondato anche un comitato e interessati i parlamentari locali, il governo e l’ambasciata italiana a Vienna. Adesso il sindaco, Paolo Longhi, annuncia che la cara salma resterà dov’è, al Zentralfriedhof di Vienna, per due buone ragioni: gli austriaci non hanno alcuna intenzione di mandarla indietro, e dall’ultima biografia del compositore, quella dello spagnolo Ernesto Monsalve, risulterebbe che in realtà lo stesso Salieri avesse chiesto di essere seppellito lì e non avrebbe espresso alcun desiderio di essere riportato nel borgo natale, in cui del resto non tornò forse mai. Peraltro, in ottima compagnia. Dopo tanto comporre, riposano al cimitero centrale di Vienna, il più musicale del mondo, anche Gluck, Beethoven, Schubert, Brahms, Lanner, tutti gli Strauss, Schönberg, Zemlinsky, Kálmán, Suppé e chi più ne ha più ne interri. Quanto a Salieri, il modo migliore per ricordarlo è quello di eseguirlo, più che esumarlo. Non tutte le sue opere sono capolavori, come quell’Europa riconosciuta che inaugurò la Scala e che ricordiamo come la più noiosa mai inflittaci; altre, tipo Les Danaïdes, sì. In ogni caso, Salieri non ammazzò nessuno, e certamente non Mozart. Però questo pettegolezzo ha generato tre capolavori: la novella di Puskin, l’opera di Rimski-Korsakov che ne è tratta e naturalmente Amadeus.

Interessante, però, la persistenza di questo culto dei resti dei grandi musicisti, la versione laica delle reliquie dei santi. Riccardo Muti insiste da anni per traslare la salma di Luigi Cherubini da Parigi a Firenze. In effetti, Cherubini e Rossini hanno in comune una doppia tomba, al Père-Lachaise e in Santa Croce: quella di Cherubini è piena a Parigi e vuota a Firenze; quella di Rossini, vuota a Parigi e piena a Firenze. Il Gioacigno spirò a Passy nel 1868; dopo che, dieci anni dopo, se ne fu andata anche la temibile vedova, Olympe Pélissier, si decise di sistemarlo fra le urne de’forti nel pantheon dell’Italia unita, appunto Santa Croce. La traslazione si fece però soltanto nel 1887: restano delle impressionanti immagini della bara scoperchiata che lascia vedere Rossini mezzo decomposto. Per inciso: da qualche tempo, davanti alla sua tomba, accessoriata da una tremenda Italia piangente, è stato messo un infame cordone per impedire a noi rossiniani talebani gli abituali feticismi come baciare il marmo, ovviamente piangendo. Vincenzo Bellini aveva subito la stessa sorte nel 1876, esumazione e viaggio Parigi-Catania, dove fu accolto da una folla immensa e seppellito in Cattedrale, con tanto di meravigliosi articoli di Federico de Roberto, un reportage dal vivo sul morto. Sul monumento è inciso l’incipit del rondò della Sonnambula, «Ah, non credea mirarti, / sì presto estinto, o fiore». Bellini aveva 34 anni quando morì.

L’Ottocento romantico era specializzato in questo traffico di reliquie musicali, dalle immancabili ciocche di capelli alle penne usate per scrivere l’immortale capolavoro, dal calco delle mani del pianista virtuoso alla bacchetta del compositore-direttore (una usata da Verdi è esposta alla devozione dei fedeli in una vetrinetta del Museo teatrale della Scala). Si approda al macabro con lo smembramento dei corpi, esattamente come succedeva con i santi medievali quando tutti si precipitavano a procurarsi dei pezzi anatomici a cadavere ancora caldo e, nei casi più esagitati, ancora prima che lo diventasse. Per esempio, Fryderyck Chopin riposa a Parigi, al solito Père-Lachaise, ma il cuore è conservato dentro un pilastro della cattedrale di Santa Croce, a Varsavia. I polacchi, ovviamente, parlano di patriottismo: morto esule, il musicista volle che la Polonia conservasse il suo cuore. In realtà, pare che Chopin condividesse la paura, assai diffusa all’epoca, vedi Poe, di essere sepolto vivo, quindi chiese l’autopsia. Il cuore fu sistemato in un’urna piena d’alcol, affidato alla sorella Ludwika che lo portò di contrabbando a Varsavia, nascondendolo sotto le gonne per sfuggire ai controlli degli odiati doganieri zaristi. Poi il cuore fu ri-nascosto per sottrarlo ai nazisti. Anche André Grétry (1741-1813) ebbe una sorte simile: morì a Parigi ma, nato a Liegi, lasciò scritto che il suo cuore doveva tornare a casa. Ne seguì una battaglia legale internazionale perché i francesi non volevano consegnarlo ai belgi; alla fine però il tribunale diede loro torto e così il cuore di Grétry è attualmente sepolto davanti all’Opera di Liegi, ed è molto significativo perché la sua opera più famosa s’intitola, appunto, Richard coeur de lion. Poi c’è chi si porta a casa dei souvenir. Successe a Donizetti: al momento dell’autopsia, nel 1848, qualcuno rubò la sua calotta cranica, rimessa insieme al resto dei resti, nel duomo di Bergamo, più di un secolo dopo, nel 1951. Idem con Haydn, il cui teschio fu sottratto a Vienna nel 1809 corrompendo il becchino, e non da due appassionati di musica bensì di frenologia, che misero al suo posto un cranio di riserva. L’inganno fu presto scoperto ma il teschio giusto recuperato e ricongiunto allo scheletro di Haydn, nella Bergkirche di Eisenstadt, soltanto nel 1954. A proposito di ossa: al Mozarteum di Salisburgo hanno rinunciato, anni fa, a esibire un “teschio di Mozart” che non era sicuramente suo, come l’esame del Dna dimostrò nel 2006. Così, per i devoti, oltre alle tremila “case di Mozart” sparse fra Salisburgo e Vienna (era un traslocatore compulsivo), al Mozarteum resta solo la capanna di legno dove Amadé, in allegra compagnia di donnine e bottiglie, avrebbe composto la Zauberflöte poco prima di finire, cosparso di calce viva, nella fossa comune. Chissà.

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