Severino Salvemini
L'Italia deve tornare a sognare
Corriere della Sera, 31 agosto 2026
Siamo il Paese più bello del mondo, nonostante i nostri giovani lascino lo Stivale per trasferirsi all’estero in cerca di un futuro migliore. La fuga dei cervelli spinta da scarse opportunità di lavoro e da ruoli demotivanti, carriere opache e scarse retribuzioni. E da una difficile transizione dalla scuola alla occupazione, aggravata dalla richiesta costante di esperienza cumulata per posizioni iniziali.
Siamo il Paese più bello del mondo, nonostante circa una donna su tre abbia subito violenza fisica o sessuale nel corso della sua vita, con la maggior parte delle aggressioni che avvengono all’interno delle mura domestiche. Una emergenza costante, spesso sommersa e esplosa puntualmente con il crescente numero di femminicidi.
Siamo il Paese più bello del mondo, nonostante il talento femminile si scontri con ostacoli culturali e sociali che frenano la crescita professionale del genere e limitino l’accesso a ruoli di vertice. I carichi familiari e le discriminazioni quotidiane fanno sì che il famoso «soffitto di vetro» sia ancora intatto a più di cinquant’anni dall’avvento del femminismo.
Siamo il Paese più bello del mondo, nonostante un crescente disagio culturale e digitale, che si registra con una forte contrazione della spesa per beni culturali come libri e giornali, a favore di una connessione digitale pervasiva, ma spesso superficiale e polarizzata.
Siamo il Paese più bello del mondo, nonostante l’aumentata fragilità del welfare e della sicurezza, con una rinnovata sfiducia verso i sistemi sanitari di cura, di assistenza e verso la capacità di affrontare eventi ambientali e sociali.
Siamo il Paese più bello del mondo, nonostante una lunga gelata industriale che rischia di scivolare nel gelido inverno della de-industrializzazione, con una nazione che spende più per interessi per il suo debito pubblico (85,6 mld) rispetto all’ammontare degli investimenti per il futuro (78,3 mld).
Siamo il Paese più bello del mondo, nonostante alcuni casi eclatanti come l’ilva di Taranto in profonda crisi finanziaria e industriale da più lustri, in una Italia a cui piace vantarsi di essere la seconda potenza manifatturiera europea. E una manifesta incapacità politica e sindacale di delineare le priorità di un turnaround dove sono coinvolti migliaia di lavoratori diretti e dell’indotto, che dipendono dagli ammortizzatori sociali e con un timore concreto di una catastrofe occupazionale.
Siamo il Paese più bello del mondo, nonostante il nostro stellone non sia presente nei Mondiali di calcio da tre edizioni e si sia assistito dopo settimane di consultazione ad un vergognoso papocchio decisionale per nominare il Commissario Tecnico della Nazionale. Con un caos politico e sportivo fatto di veti incrociati, dimissioni eccellenti e un clamoroso ritiro di un allenatore già nominato e poi sostituito da un altro, che in passato aveva voltato le spalle alla bandiera italiana grazie ad una fuga verso compensi arabi.
Siamo il Paese più bello del mondo, nonostante, dulcis in fundo, un conduttore di una trasmissione televisiva, che, paladino del giornalismo d’inchiesta che racconta le zone d’ombra del potere, si attovagliava a cena un giorno sì e un giorno no con un faccendiere dal profilo grottesco e poco raccomandabile.
Nonostante, perché il nostro è un luogo ammirato e invidiato, specialmente dagli stranieri, che lo considerano il Paese migliore per vivere serenamente: per la sua cultura, per la sua capacità manufatturiera e artigianale, per la sua geografia che mette insieme mari e monti, per la tolleranza del carattere dei suoi abitanti, per la passione che i lavoratori mettono nel loro operato. Insomma per quel soft power tutto italico che riesce a tenere insieme ossimori spesso inconciliabili in altri contesti globali, come la bellezza, il buon gusto e la razionalità programmatica. Diceva alcuni anni fa un claim pubblicitario del film di Giovanni Veronesi Italians: «La vita è troppo breve per non essere Italiani».
Però noi abitanti del Bel Paese siamo un po’ troppo nostalgici verso gli anni passati e ipercritici sulle capacità di scavallare le grandi montagne dei problemi. Le nostre potenzialità non riescono a scaricarsi a terra e viviamo prigionieri della path dependence, ossia del nostro retaggio storico (fantastico, ma troppo conformistico e spesso ostacolo alle novità). Un blocco alle autentiche virtù che spesso, cinici con noi stessi, snobbiamo o non riusciamo a percepire.
Si avverte lo spegnimento di una visione o di un obiettivo comune in cui riconoscersi come nazione. Per uscire da un declino asfittico della recente storia italica e approdare ad una più felice crescita, occorrerebbe un «purpose» sosterebbero gli economisti anglosassoni. Una linea programmatica che aiuti la propensione del Paese a smettere di rimpiangere l’era che fu e invece a ricominciare a immaginare una fiducia collettiva dove gli ingredienti che ci sono riconosciuti come l’estetica, il senso di comunità, la flessibilità, l’innovazione, la qualità della vita prendono insieme corpo in un programma di rilancio e di entusiasmo. Insomma, un manifesto condiviso che sia un colpo d’ala di coraggio e di rischio.
Gli italiani contemporanei, o meglio la giovane generazione che sarà al comando tra dieci anni, deve uscire dalla placida comfort zone e ritrovare la dote di visionari tipica della metà del Novecento, cambiando rotta e riabituandosi a scrivere il proprio futuro e quello dei propri figli. Sognare si può. Anzi si deve.

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