Gad Lerner
Non chiamatelo dissenso, è trasformismo
il manifesto, 21 agosto 2026
L’estate di trent’anni fa i dirigenti della Lega celebravano matrimoni celtici, santificavano il fiume Po e convocavano un referendum per la secessione della Padania. A dire il vero erano già stati al governo di Roma e ne avrebbero rifatto parte sino ad oggi.
All’interno di compagini d’ogni colore: era, il loro, già un sovversivismo di facciata. Interpretavano un’antipolitica perfettamente compatibile, a parte qualche screzio passeggero, col riassetto delle classi dirigenti. Umberto Bossi fu un primattore nella recitazione della classica favola del lupo e dell’agnello che oggi riscuote grande successo in tutta Europa. La favola, cioè, in cui si rovesciano le parti e diventiamo noi l’agnello, benestante e armato fino ai denti, eppure vittima della massa di inermi diseredati trasformata in lupo.
Certo, nell’apocalittica estate 2026 – fra guerre, ghiacciai che si sciolgono e perfino il sacro Po mezzo essiccato – appare ben piccola cosa lo smottamento del partito leghista. Eppure le sue dinamiche centrifughe meritano attenzione non solo per sfatarne il mito fondativo autonomista, degenerato in centralismo della leadership, ma per studiare i meccanismi trasformistici del sottopotere italiano.
Fin troppo facile constatare l’ingratitudine dei dirigenti cosiddetti «nordisti» (ma tutti transitati da ministri o capigruppo per Roma) nei confronti di Matteo Salvini; accusato di aver fatto precipitare nei sondaggi odierni sotto il 6% la Lega che alle europee del 2019 aveva superato il 34%. Fingono di non ricordare che quella vetta fu raggiunta da Salvini stesso proprio in virtù del ripudio del nordismo, cui anteponeva in forma ossessiva il tema sicurezza declinato in chiave xenofoba e colorato di inautentico nazionalismo tricolore.
Ricordo bene sul pratone di Pontida, quello stesso anno, i servili elogi declamati dai vari Zaia, Fontana, Fedriga, Fugatti in omaggio al capitano Matteo, fingendosi entusiasti della svolta del Papeete, ovvero dell’uscita dal governo Conte I che pure li aveva lasciati esterrefatti. Altro che dissidenti, altro che amministratori radicati sul territorio, parevano dirigenti sovietici nell’epoca dello stalinismo.
La decisa sterzata di destra nazionalista impressa da Salvini alla Lega fin dalla sua nomina a segretario, grazie alla quale nelle elezioni politiche del 2018 arrivò nella sorpresa generale a sorpassare il partito di Berlusconi e ad insediarsi al Viminale, fu vissuta come una benedizione dai suoi critici attuali. Che ne condivisero anche la più spregevole propaganda. Imbarazzante dovrebbe essere per questi federalisti di maniera eccepire sulla cooptazione di Vannacci dopo che loro stessi avevano calcato i palchi insieme a CasaPound; e soprattutto dopo che la candidatura del generale alle europee 2024 aveva parzialmente compensato il tracollo elettorale del partito. Del resto, con che faccia possono dichiararsi nostalgici del leghismo delle origini gli stessi che votarono entusiasticamente la trasformazione della «Lega per l’indipendenza della Padania» in «Lega Salvini premier»?
La verità è che un movimento reazionario – nel senso letterale del termine, ovvero espressione di un rigetto localistico agli effetti sociali e culturali di un mondo che cambia – è predestinato a una parabola di destra. Lo stesso «antifascista» Bossi non ebbe remore nel lontano 1994 a entrare in un governo col Gianfranco Fini che definiva Mussolini «il più grande statista del secolo». Inevitabile che nei decenni trascorsi la vandea leghista si irrigidisse dapprima nel culto del capo per poi cedere il passo a formazioni nazionaliste più strutturate e meglio inserite negli apparati dello Stato. Meloni e Vannacci offuscano Salvini, ma la leggenda del buongoverno regionale dei suoi novelli oppositori ha fatto il suo tempo. I pochi sindaci leghisti che hanno amministrato città del Nord appartengono al passato.
Lo spazio che i giornali dedicano ai dissidenti tardivi di Salvini deriva da una vecchia abitudine a ricercare il leghista presentabile, il leghista moderato, da cui fu tentato per un momento perfino Giorgio Bocca: i Formentini, i Pagliarini, fino a Roberto Maroni e oggi a Luca Zaia. Ma non è un caso se fra costoro che oggi godono di buona stampa nessuno si candidi a rimpiazzare Salvini come segretario della Lega. Chi glielo fa fare? Meglio lasciarlo lì a rosolare premurandosi di avere voce in capitolo nelle candidature elettorali. Salvo poi approdare a nuovi lidi: sempre a destra, naturalmente.
.jpg)
Nessun commento:
Posta un commento