re lear, tra prove d’amore e tragedie annunciate
Piero Boitani
Il Sole 24ore, 30 agosto 2026
La pubblicazione di opere di Shakespeare è divenuta un’industria proficua per gli editori di tutto il mondo, perché il Bardo viene rappresentato, letto, insegnato e studiato ormai in tutto il pianeta. Ma non tutte queste pubblicazioni, neppure nei paesi di lingua inglese, raggiungono il livello necessario a presentare adeguatamente l’opera di un autore immenso, complesso e ormai antico quale Shakespeare. L’anglistica italiana, tra le più avvertite d’Europa, ha sempre mantenuto un livello scientifico (e traduttivo) di tutto riguardo, ed è in questo solco che s’inserisce con forza ed eleganza l’edizione del Re Lear di Silvia Bigliazzi. Un volume che comprende non solo una importante Introduzione, ma anche un testo criticamente affidabile (e discusso in apposita Nota), una traduzione assai leggibile, una bibliografia (grazie al cielo) selezionata ma ampia, un apparato di varianti testuali, e un commento (finalmente a piè di pagina) che, senza essere sterminato, tocca tutti i punti che necessitano di chiarimento. Insomma, un modello di come debba oggi essere presentato un dramma di Shakespeare. Un volume simile, pur tenendo conto dell’edizione postuma di Alessandro Serpieri, non esisteva sul mercato italiano dal 1979, quando Giorgio Melchori trasportò in «Oscar Biblioteca» la sua edizione del Re Lear per i Meridiani.
«C’era una volta un re che aveva tre figlie», comincia l’Introduzione a questo Re Lear, immettendo quindi una delle tragedie più cupe del canone shakespeariano nell’albero genealogico delle fiabe, e in particolare nell’ambito delle storie di Cenerentola. Il grilletto che fa scattare lo svolgimento tragico è il «love test», la prova d’amore che il padre richiede alle figlie, perché due, Goneril e Regan, dichiarano di amarlo più d’ogni altra cosa, mentre la più giovane, e favorita, Cordelia, proclama di amarlo nella misura giusta, quanto richiede il rapporto ma non di più (non lo amerà, per esempio, più del futuro marito). Lear, padre senza misura, s’infuria e bandisce Cordelia, privandola della dote. Le due sorelle premiate nella spartizione del regno si rivelano subito malvage, togliendo a Lear i cavalieri del suo seguito e in sostanza spogliandolo di qualunque prerogativa regale egli voglia mantenere. Chiunque prenda le parti di Cordelia, come il Duca di Kent, viene bandito allo stesso modo. Nel frattempo, cresce una trama secondaria, parallela e poi intrecciata alla prima. Qui, «c’era una volta un duca – il Duca di Gloucester – con due figli», uno legittimo, Edgar, e uno bastardo, Edmund. Il secondo complotta per fare in modo che il padre cacci l’erede legittimo lasciando lui padrone del ducato. Assistiamo, così, a tre progressive cadute: di Lear che, privato del potere, si ritrova sulla brughiera, in compagnia di Kent e del Matto, a sprofondare nella follia; di Gloucester, che, spodestato da Goneril e Regan su spinta di Edmund, e addirittura accecato, finisce per raggiungere Lear; e di Edgar che, per sfuggire all’ingiusta condanna comminata dal padre, si trasforma in povero mendicante, Tom O’ Bedlam, e si unisce anche lui al re.
La desolata brughiera devastata dalla tempesta, e in essa una misera capanna, occupano perciò le scene centrali del dramma, la quarta e la sesta del terzo Atto. Lear, Kent, il Matto, il povero Tom, poi Gloucester, sono presenti su questo palcoscenico nel quale allo sconvolgimento della natura corrisponde il progressivo decadere della mente di Lear e l’esplodere della logica della pazzia con il Matto e Tom. È un andare del mondo verso il turbine del nulla che culmina in momenti di spaventosa intensità, come quando Lear se la prende con l’ingratitudine filiale, che è la causa immediata della sua caduta: «Come se questa bocca mordesse questa mano / perché porta il cibo! Ma io punirò tutto questo. / No, non piangerò più. Chiudermi fuori / in una notte simile! Avanti, scatenatevi, sopporterò / … Oh, questo mi porta alla pazzia; ma mi sia risparmiato; / Non voglio pensarci più». O nelle battute allucinate di Edgar/Tom: «Chi dà qualcosa al Povero Tom? L’immondo demonio l’ha trascinato tra fuoco e fiamme, per guadi e per gorghi, paludi e pantani». O infine nel farsesco processo che Lear intenta alle figlie cattive.
Pensiamo di avere raggiunto l’acme della tragedia. Ma ci sono altri due Atti e un quarto in cui la trama si attorce attorno ai due protagonisti principali, Lear e Gloucester, che si incontrano e si riconoscono in una scena che spacca il cuore; si raddoppia in Tom che conduce il padre cieco sulle scogliere. E sembra risolversi nel sublime riconoscimento fra Lear e Cordelia – per precipitare nella loro sconfitta e nella loro morte. Tutto viene usato ed evocato da Shakespeare: la crudeltà più perversa e la più alta nobiltà d’animo, la fedeltà e la lussuria, l’Arcadia di Sidney e le cronache medievali, Giobbe e san Paolo. Quando, alla fine, Lear porta sulle braccia il cadavere di Cordelia ululando, «Urlate, urlate, urlate, urlate! Oh, siete uomini di pietra! / Se avessi le vostre lingue e occhi li userei fino a / schiantare la volta del cielo! Se ne è andata per sempre!», per poi stramazzare morto a terra, possiamo davvero commentare soltanto con le parole conclusive di Edgar: «I vecchi hanno sopportato più di ogni altro. Non vedremo / noi giovani tanto, né altrettanto vivremo»?
William Shakespeare, Re Lear, a cura di Silvia Bigliazzi, testo inglese a fronte, in collaborazione con l’Associazione Italiana di Anglistica, Mondadori, BUR Classici, pagg. 412, € 10

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