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lunedì 16 marzo 2026

La Francia repubblicana in pezzi

Jeanne Barseghian, sindaca uscente di Strasburgo

Jean-Baptiste Daoulas
Elezioni comunali 2026: il tempo del ballottaggio si apre in una Francia frammentata

Libération, 16 marzo 2026

Una Francia frammentata su ogni piano. I risultati del primo turno delle elezioni amministrative espongono una raccolta di divisioni. Mai visto un tale sparpagliamento degli elettori: fino a sei liste qualificate sopra il 10% a Poitiers o Mulhouse, cinque forse a Parigi – ancora non si sapeva domenica alle 11 di sera – quattro ad Amiens, Marsiglia, Strasburgo e Lille. Duello a sinistra: LFI e il testa a testa con il PS a Lille e Tolosa, senza certezze per concordare una strategia comune.

Cacofonia di grida di vittoria, fino all'assurdo: i principali leader dei partiti si sono precipitati domenica sera davanti alle telecamere per rivendicare un motivo per essere soddisfatti in questa nebbia. Da LR, affermando di essere “prima parte della Francia” per il suo primo posto con i suoi alleati nel “50% delle città di oltre 9 000 abitanti”, al RN di Jordan Bardella, “gioito” nella rielezione dal primo turno dei suoi sindaci uscenti a Perpignan, Beaucaire o Hénin-Beaumont, attraverso Gabriel Attal, celebrando l’“ancoraggio” e “l’insediamento territoriale”.

Il RN mantiene le sue roccaforti e vince diversi piccoli comuni

Mentre aspetta il secondo turno del 22 marzo per ricordare a tutti la realtà, è soprattutto l'astensione che fa una svolta. Dal 56 al 58% dei francesi, secondo le stime, si è spostato a votare. A parte l'annata 2020, deserta a causa di una pandemia di Covid (44,66%), questa è la prima volta che il primo turno di un'elezione comunale ha raccolto meno del 60% di partecipazione. La popolarità dei sindaci, l'ultimo eletto a godere di un rating di fiducia di oltre due terzi dei francesi secondo i recenti barometri degli istituti Ipsos e Verian, non può fare nulla contro la lenta erosione dell'interesse per la politica locale.

Il Raggruppamento Nazionale consolida il suo ancoraggio, mantenendo le sue roccaforti e vincendo al primo turno un ulteriore pugno di piccoli comuni, soprattutto nel Pas-de-Calais. Gli elettori che si erano abituati a votare RN a livello nazionale senza debounding i loro sindaci LR o PS potevano fare il grande passo in città iconiche. A Marsiglia, Franck Allisio è testa a testa con il sindaco uscente del PS, Benoît Payan. A Tolone, il deputato Laure Lavalette gira in gran parte in testa. A Nizza, l'alleato del RN, Eric Ciotti, è davanti a una decina di punti il suo nemico Christian Estrosi (Horizons) e sembra sulla buona strada per offrire la quinta città di Francia all'estrema destra. Bardella si offre il lusso di “allungare la mano a sincere liste di destra, liste indipendenti, e tutti coloro che rifiutano sia il disordine dell’estrema sinistra che [la diluizione nel] macronismo”, cercando di invertire la logica del cordone sanitario racchiudendolo intorno a La Francia insoumise.

LFI in posizione di arbitro a Parigi e Marsiglia

Jean-Luc Mélenchon ha anche le sue ragioni per rivendicare “una magnifica svolta” da LFI. In assenza di un insediamento locale, il suo movimento è quasi garantito per conquistare Roubaix (Nord), poiché il vice David Guiraud ha allargato il divario. A Saint-Denis, Bally Bagayoko ha surclassato il socialista uscente Mathieu Hanotin. I candidati LFI competono con il PS in alcune delle sue roccaforti, come Lille. In Limoges, Damien Maudet (LFI), supportato da ambientalisti, è davanti al suo concorrente investito dal publique di PS, PCF e Place, Thierry Miguel. A Tolosa, François Piquemal (LFI) raddoppia di quasi 3 punti il candidato dell'unione della sinistra, François Briançon. Meglio: anche dietro, LFI vince la sua scommessa per piazzarsi in una posizione di arbitro a Parigi o Marsiglia, dove Sophia Chikirou e Sébastien Delogu sono qualificate per il secondo turno. E il coordinatore nazionale del movimento, Manuel Bompard, per chiedere un “fronte antifascista” con “fusioni tecniche”.

C'è una certa pressione sul PS. Anche se ha accolto il primo posto dei suoi candidati a Parigi, Rennes, Lille e in decine di città di medie dimensioni, il primo segretario Olivier Faure è stato costretto a una posizione di equilibrista, rifiutando qualsiasi “accordo nazionale” con LFI, mentre apriva la porta alle fusioni locali. I sinistri sono partiti per due giorni di poker sdraiato prima di martedì sera, termine ultimo per il deposito delle liste per il secondo turno. L’estrema destra, la destra e i macronisti sono già pronti a denunciare gli eventuali “compromessi” tra i candidati PS e LFI per mettere in imbarazzo i socialisti.

La sanzione di voto degli elettori

Tra gli ambientalisti, eroi dei comuni del 2020, un grido di gioia maschera male un grande brivido. Dato in gran parte battuto da Jean-Michel Aulas a Lione, il sindaco uscente Grégory Doucet gira in testa contro l'ex boss dell'Olympique Lyonnais e sembra in swing favorevole. D'altra parte, il suo collega di Bordeaux Pierre Hurmic è in balia di un accordo tra il suo concorrente macronista Thomas Cazenave e l'economista indipendente Philippe Dessertine. A Strasburgo, Jeanne Barseghian è molto indietro rispetto all'ex sindaco del PS, Catherine Trautmann. Come la sua collega di Strasburgo, la sindaca uscente di Besançon, Anne Vignot, potrà solo recuperare lo scarto con la riserva di voti della lista concorrente di LFI.

Le dimissioni silenziose degli elettori, il riflusso dei partiti governativi e la svolta dell'estrema destra hanno l'aria di voto sanzione. Ma contro chi? Emmanuel Macron, che domenica sera ha analizzato con cautela i risultati dell'Eliseo, e Sébastien Lecornu, a capo di un governo di minoranza, hanno lavorato per disinnescare qualsiasi lettura nazionale delle elezioni. Anche se undici ministri erano candidati, a partire da Sébastien Lecornu, rieletti al terzo posto a Vernon (Eure), il capo del governo ha proibito alle sue truppe di mostrare la testa sui set domenica sera. 

Une France fragmentée à tous les étages. Les résultats du premier tour des municipales exposent une collection de divisions. Eparpillement jamais vu des électorats : jusqu’à six listes qualifiées au-dessus des 10 % à Poitiers ou Mulhouse, cinq peut-être à Paris – on l’ignorait encore dimanche à 23 heures – quatre à Amiens, Marseille, Strasbourg et Lille. Duel des gauches : LFI et le PS au coude-à-coude à Lille et Toulouse, sans certitude de s’entendre sur une stratégie commune.

Cacophonie de cris de victoire, jusqu’à l’absurde : les principaux chefs de partis se pressaient dimanche soir devant les caméras pour revendiquer une raison de se satisfaire dans ce brouillard. De LR, se revendiquant «premier parti de France» pour sa première place avec ses alliés dans «50 % des villes de plus de 9 000 habitants», au RN de Jordan Bardella, «réjoui» de la réélection dès le premier tour de ses maires sortants à Perpignan, Beaucaire ou Hénin-Beaumont, en passant par Gabriel Attal, célébrant «l’ancrage» et «l’implantation territoriale» de son parti… qui avait pourtant largement fait l’impasse sur le scrutin.

Le RN conserve ses bastions et remporte plusieurs petites communes

En attendant que le second tour du 22 mars rappelle chacun à la réalité, c’est surtout l’abstention qui fait une percée. De 56 à 58 % des Français, selon les estimations, se sont déplacés pour voter. En dehors du millésime 2020, déserté pour cause de pandémie de Covid (44,66 %), c’est la première fois que le premier tour d’une élection municipale réunit moins de 60 % de participation. La popularité des maires, les derniers élus à jouir d’une cote de confiance supérieure à deux tiers des Français selon des baromètres récents des instituts Ipsos et Verian, ne peut rien contre la lente érosion de l’intérêt pour la politique locale.

Le Rassemblement national consolide son ancrage, conservant ses bastions et remportant au premier tour une poignée supplémentaire de petites communes, notamment dans le Pas-de-Calais. Les électeurs qui avaient pris l’habitude de voter RN au niveau national sans pour autant déboulonner leurs maires LR ou PS pourraient sauter le pas dans des villes emblématiques. A Marseille, Franck Allisio est au coude-à-coude avec le maire sortant PS, Benoît Payan. A Toulon, la députée Laure Lavalette vire largement en tête. A Nice, l’allié du RN, Eric Ciotti, devance d’une dizaine de points son ennemi Christian Estrosi (Horizons) et semble bien parti pour offrir la cinquième ville de France à l’extrême droite. Bardella s’offre le luxe de «tendre la main aux listes de droite sincères, aux listes indépendantes, et à tous ceux qui refusent à la fois le désordre de l’extrême gauche et le macronisme», tentant d’inverser la logique du cordon sanitaire en l’enserrant autour de La France insoumise.

LFI en position d’arbitre à Paris et Marseille

Jean-Luc Mélenchon a lui aussi ses raisons de revendiquer «une magnifique percée» de LFI. En mal d’implantation locale, son mou­vement est presque assuré de ­conquérir Roubaix (Nord), tant le député David Guiraud y a creusé l’écart. A Saint-Denis, Bally ­Bagayoko surclassait le sortant socialiste Mathieu Hanotin. Des candidats LFI viennent concurrencer le PS dans certains de ses bastions, comme Lille. A Limoges, Damien Maudet (LFI), soutenu par les écologistes, devance son concurrent investi par le PS, le PCF et Place publique, Thierry Miguel. A Toulouse, François Piquemal (LFI) double de près de 3 points le candidat de l’union de la gauche, François Briançon. Mieux : même distancé, LFI gagne son pari de se placer en position d’arbitre à Paris ou Marseille, où Sophia Chikirou et Sébastien Delogu sont qualifiés pour le second tour. Et le coordinateur national du mouvement, Manuel Bompard, de réclamer un «front antifasciste» avec des «fusions techniques».

Une certaine pression repose sur le PS. Même s’il s’est réjoui de la première place de ses candidats à Paris, Rennes, Lille et dans des dizaines de villes moyennes, le premier secrétaire Olivier Faure s’est vu contraint à une position d’équilibriste, refusant tout «accord national» avec LFI, tout en ouvrant à demi-mot la porte à des fusions locales. Les gauches sont parties pour deux jours de poker menteur avant mardi soir, date butoir du dépôt des listes pour le deuxième tour. L’extrême droite, la droite et les macronistes sont déjà à l’affût des «compromis» entre des candidats PS et LFI qu’ils se plairont à dénoncer pour mettre les socialistes dans l’embarras.

Le vote sanction des électeurs

Chez les écologistes, héros des municipales de 2020, un cri de joie masque mal un grand frisson. Donné largement battu par Jean-Michel Aulas à Lyon, le maire sortant Grégory Doucet vire en tête face à l’ancien patron de l’Olympique lyonnais et semble en ballottage favorable. En revanche, son collègue bordelais Pierre Hurmic est à la merci d’un accord entre son concurrent macroniste Thomas Cazenave et l’économiste indépendant Philippe Dessertine. A Strasbourg, Jeanne Barseghian est loin derrière l’ancienne maire PS, Catherine Trautmann. Comme sa collègue strasbourgeoise, la maire sortante de Besançon, Anne Vignot, ne pourra faire son retard qu’avec la réserve de voix de la liste concurrente de LFI.

La démission silencieuse des électeurs, le reflux des partis de gouvernement et la percée de l’extrême droite ont des airs de vote sanction. Mais contre qui ? Emmanuel Macron, qui analysait prudemment les résultats depuis l’Elysée dimanche soir, et Sébastien Lecornu, à la tête d’un gouvernement minoritaire, se sont employés à désamorcer toute lecture nationale du scrutin. Même si onze ministres étaient candidats, à commencer par Sébastien Lecornu, réélu en troisième position à Vernon (Eure), le chef du gouvernement a interdit à ses troupes de montrer leur tête sur les plateaux dimanche soir.

domenica 26 ottobre 2025

La nuova presidente dell'Irlanda

Riccardo Michelucci
Catherine Connolly è la nuova presidente dell'Irlanda

Avvenire, 26 ottobre 2026

 L’Irlanda ha una nuova presidente: Catherine Connolly, 68 anni, deputata indipendente di sinistra originaria di Galway, da sempre voce critica verso l’establishment politico ed economico del Paese. La sua è stata una vittoria schiacciante e annunciata – con il 63,7 percento dei voti – oscurata in parte però dal dato sull’affluenza: alle urne è andato meno del 40 per cento degli aventi diritto, un record negativo nella storia della Repubblica irlandese e il chiaro segnale di un tessuto civico sempre più diffidente verso la politica.
Sostenuta da Sinn Féin, Social Democrats e da una costellazione di movimenti progressisti, Connolly ha superato nettamente Heather Humphreys, candidata dai centristi di Fine Gael, che ha riconosciuto la vittoria dell’avversaria, ereditando da Michael D. Higgins – che per 14 anni ha incarnato la coscienza civile del Paese -, un ruolo simbolico in un momento in cui la credibilità delle istituzioni è in crisi. I numeri raccontano una stanchezza che va oltre le percentuali. Migliaia di elettori hanno infatti scelto di annullare la scheda, aderendo alla campagna di dissenso “Spoil the Vote” (Annulla il voto), nata per denunciare le regole troppo restrittive per la presentazione delle candidature.
Connolly dovrà adesso misurarsi con un mandato popolare forte nei numeri relativi ma fragile nel consenso reale. Ex psicologa e avvocatessa, deputata dal 2016, è nota per la sua retorica anti-neoliberista, per l’attenzione ai temi sociali e per la difesa della neutralità irlandese, messa in discussione dal governo con l’aumento delle spese militari. «Il Paese non ha bisogno di più armi ma di più fiducia», ha dichiarato nel suo ultimo comizio.
Durante la campagna è stata vittima di un episodio emblematico dei nuovi rischi democratici: un deepfake diffuso sui social la mostrava, in un falso telegiornale della tv pubblica RTÉ, annunciare il proprio ritiro e la vittoria dell’avversaria Humphreys. Il video, visto da oltre trentamila utenti prima di essere rimosso, è rimasto online per dodici ore. L’effetto, paradossalmente, è stato quello di rafforzarne l’immagine di outsider, simbolo di un Paese che non vuole essere ridotto a spettatore del proprio destino.
Anche l’ombra di Gaza ha pesato sulla campagna elettorale. Più dell’ottanta per cento degli irlandesi considera le azioni israeliane un genocidio, e molti accusano l’Ue di aver tradito la propria missione morale. Connolly ha dato voce a quel sentimento popolare parlando di “complicità europea” e chiedendo la sospensione dei rapporti militari e commerciali con Israele. È stata l’unica candidata a pronunciare la parola “Palestina” con convinzione, raccogliendo così l’eredità del suo predecessore, Michael D. Higgins. La nuova presidente è anche favorevole alla riunificazione dell’isola, che considera “inevitabile”, e ha paragonato l’aumento delle spese militari della Germania del cancelliere Friedrich Merz a quelle degli anni ‘30. Dichiarazioni che hanno suscitato critiche ma che le hanno guadagnato un consenso trasversale tra giovani, attivisti e chi sente l’Irlanda lontana dai poteri forti di Bruxelles, Londra e Washington. La scommessa di Catherine Connolly comincia ora. In un Paese dove meno di un elettore su due ha scelto di recarsi alle urne, il primo compito della nuova presidente sarà ridare senso alla partecipazione politica di fronte agli eloquenti segnali di protesta verso un sistema percepito come chiuso e distante.

martedì 30 settembre 2025

Il rifiuto della politica


Marco Iasevoli
Vince il governo, perdono Pd e M5s. L'astensione è sempre più una protesta

Avvenire, 30 settembre 2025

Dal punto di vista politico, il voto nelle Marche rispetta le previsioni della vigilia, con la vittoria netta del confermato Francesco Acquaroli (centrodestra) sul candidato del centrosinistra unito, Matteo Ricci. Sembra inoltre mettere un punto fermo nello scenario nazionale: inoltrati nella fase finale della legislatura, le forze di governo tengono e non pagano lo scotto di sedere a Palazzo Chigi, mentre il "campo largo" formato da Pd-M5s-Avs-riformisti fa i conti con il fatto che non basta un'addizione per creare un vero "popolo", per convincere gli indecisi e strappare una Regione agli avversari. Ovviamente le prossime tappe elettorali - nell'ordine Calabria, Toscana e poi, il 23-24 novembre, Puglia, Campania e Veneto - potranno rafforzare o indebolire questa ipotesi di lavoro, al netto delle variabili territoriali.

Altrettanto atteso, ma non per questo assorbibile senza patemi, è l'ennesimo picco dell'astensionismo. Un marchigiano su due è rimasto a casa. Al di là della retorica e dei moniti che spesso accompagnano la scarsa affluenza, la sensazione è che l'astensione si stia trasformando da veicolo dell'indifferenza a veicolo di una vera e propria protesta. I due campi somigliano sempre più a minoranze chiassose, entrambe incapace di coinvolgere persone e di animare passioni. Più del 50% dei marchigiani - ed è prevedibile che accada anche nelle prossime Regioni al voto - ritiene che i due principali candidati e le liste a loro sostegno non esprimevano alcuna progettualità, né alcuna risposta alle loro esigenze. Nulla che motivasse il gesto di andare alle urne. Ne consegue che i bottini elettorali delle coalizioni e dei partiti diventano sempre più la somma aritmetica di potentati locali.

In questo scenario l'astensione, pratica che in ogni modo andrebbe contrastata, sempre più si va trasformando in uno strumento "difensivo" e "offensivo", con cui i cittadini denunciano proposte politiche e partitiche quasi sfacciate nel definire a tavolino persino chi sarà eletto, prima ancora che si aprano le urne.

Banalmente, se il 50% dei cittadini non vota vuol dire che l'offerta politica è insufficiente. E lo è ancora di più considerando che i partiti dei due poli hanno avuto più e più anni per allargare il proprio bacino, evidentemente senza successo. Restano tutti fermi lì nella loro "comfort zone". Senz'altro è vero che i motivi sono vari e profondi, e intrecciano anche la dimensione culturale ed etica oltre quella strettamente politica. Tuttavia, la ritrosia di leader e forze politiche a rivedere i sistemi elettorali nella direzione di una maggiore rappresentanza indica il timore che nuove regole per il voto potrebbero minare le attuali rendite di posizione. Il prezzo però è lo scivolamento verso una democrazia sempre meno suffragata dalla volontà popolare, e non è ciò che serve per affrontare le grandi sfide interne e internazionali. In questa tensione tra l'insoddisfazione massiva degli astenuti e le mura che sta costruendo intorno a sé l'attuale bipolarismo non si gioca solo la partita del cosiddetto "centro", ma anche quella del coinvolgimento delle nuove e nuovissime generazioni nella grande sfida della democrazia.



mercoledì 24 settembre 2025

Il linguaggio brutale dell'antipolitica

Diego Motta
Gli italiani sono sempre più insofferenti verso la comunicazione politica

Avvenire, 24 settembre 2025

Nell’era delle tribù social, la politica urlata rischia di diventare cattiva maestra veicolando discorsi d’odio e di inciviltà. La novità che emerge da una ricerca presentata ieri all’Università Cattolica di Milano è che cresce l’insofferenza dei cittadini per i leader che insultano, gridano e offendono, quasi si fosse a un punto di rottura.

È una presa di distanza che anche il sistema dell’informazione farebbe bene a tenere in considerazione, perché ciò che domanda l’opinione pubblica in tempi come questi sembra essere il dare conto della complessità del discorso pubblico, senza farsi trascinare da logiche di parte, studiate a tavolino dagli stessi esponenti di partito. Politica e giornalismo possono infatti fornire gli strumenti giusti per capire le cose o rappresentare al contrario una miscela impazzita, secondo gli esperti, destinata ad allontanare ancora di più la comprensione dei fenomeni sociali da parte dei cittadini.
«È accaduto lunedì anche con la mobilitazione per Gaza e l’ultimo sciopero generale, a cui hanno partecipato decine di migliaia di persone, soprattutto giovani – sottolinea Giovanna Mascheroni, ordinaria di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università Cattolica, una delle curatrici della ricerca –. Mi domando perché, ad esempio, diversi tg e giornali hanno preferito parlare solo di scontri e guerriglia, quando in piazza era sceso invece un popolo in gran parte pacifico che chiedeva semplicemente pace e riconoscimento della Palestina».
Lo studio fotografa la pervasività di un linguaggio politico alla ricerca permanente degli effetti speciali, dell’audience a tutti i costi, della battuta spesso greve e squalificante e insieme analizza gli effetti sulla platea degli ascoltatori. Siamo soffocati dal turpiloquio dei politici o aspettiamo con ansia il prossimo show, magari a uso e consumo di fedelissimi follower? Osserviamo il clima da saloon che talvolta invade il Palazzo con spirito critico o ne assorbiamo la parte morbosa, facendoci lentamente contagiare dal virus del sarcasmo, dell’invettiva contro l’avversario, addirittura dell’odio? A questi interrogativi hanno provato a rispondere alcuni ricercatori della Cattolica, della Sapienza di Roma e dell’Università degli studi di Urbino, attraverso un questionario rivolto a un campione rappresentativo di 1.500 cittadini italiani e 53 interviste individuali a politici e giornalisti.
Il risultato emerso alla fine non è affatto scontato. Si sostiene infatti che più di tre italiani su quattro (il 76,6%) percepiscono un netto peggioramento dello stato delle cose per quanto riguarda l’inciviltà della politica, mentre il 73,6% è fortemente infastidito dal contesto da bar in cui si muove la comunicazione. È un fastidio che si registra a più livelli: per i disvalori che si trasmettono (con l’ostentata mancanza di rispetto per i principi democratici e il frequente uso della propaganda e della menzogna) per l’assenza del rispetto dell’altro (ridicolizzato e insultato) per lo scarso contegno istituzionale. Sono donne e over 65 a lamentare in particolare tutto questo, ma è merito soprattutto delle nuove generazioni aver scoperto la trama che unisce lo scadimento del dibattito pubblico alla ricerca del consenso facile.
«In America la chiamano fan politics, la politica da tifoseria, per cui si finisce per essere sostenitori a prescindere di un leader, qualunque cosa egli dica, piuttosto che interrogarsi sui valori che veicola» spiega Mascheroni. Arriva prima il legame di fiducia, frutto della personalizzazione mediatica, piuttosto che il confronto sui temi. Anzi, l’obiettivo di chi vuole mandare un messaggio politico è proprio quello di semplificare al massimo, con argomenti facili da comprendere. Così si creano le tifoserie, che sono minoranze forti e molto organizzate, dove prevale la lettura estrema rispetto alla mediazione, le bufale e le fake news piuttosto della verifica delle fonti. Attenzione: tutto questo, di fatto, è già diventato egemonia culturale, nel decennio populista, dove resiste una forte avversità per discorsi alternativi. Non a caso, chi punta a polarizzare l’elettorato nel dibattito pubblico cattura un sacco di voti. Divido e guadagno consenso, motivando chi mi supporta ed evitando di andare a convincere chi non la pensa come me: è questo ormai lo schema-base dell’aspirante leader politico. «Tutti sono intrappolati in questa logica, perché vince chi grida di più. E non da oggi». A essere particolarmente attratto da questo linguaggio è la componente degli uomini in giovane età, con forti sentimenti antipolitici, spiega la ricerca. Tutta colpa dei social, con il loro effetto moltiplicatore? Non più così tanto. A sorpresa, l’assuefazione all’uso dei social media e l’esposizione ad ambienti comunicativi digitali conta meno della scarsa fiducia nelle istituzioni e dell’ostentata voglia di antipolitica. Per il 16,7% degli italiani, infatti, l’inciviltà politica va giustificata quando è «comunicativamente efficace».
Sulla capacità di determinati leader, in particolare a destra, di arrivare con grande successo alla “pancia” dell’elettorato, nessun esperto nutre dei dubbi: funziona sia la spettacolarizzazione del discorso, sia l’ipersemplificazione dei messaggi, sia (come detto) il ricorso a falsificazioni utili ad assecondare il comune sentire della gente.
«La normalizzazione dell’inciviltà nel discorso pubblico si correla a quel processo di erosione dei valori democratici che molte democrazie liberali stanno vivendo in questi anni» riflette Sara Bentivegna, professoressa ordinaria di Comunicazione politica alla Sapienza, che ha partecipato al convegno in largo Gemelli. «Si tratta di un processo che non si traduce in un collasso improvviso della democrazia ma in un deterioramento progressivo delle norme che l’hanno tradizionalmente sostenuta».
Il fantasma della violenza politica, evocato anche in Italia, resta lontano, mentre negli Stati Uniti rimane di drammatica attualità. «Lo avvertono anche i nostri studenti, italiani e stranieri - continua Mascheroni -: nelle tesi che ci propongono vogliono riflettere su questi temi e sul ruolo dei media, dal conflitto israelo-palestinese alla radicalizzazione del movimento Maga in America». Ciò che ancora non avviene, in questo cambiamento di percezione, è il passaggio dalla protesta una tantum alla partecipazione tout court. Vale ancora in questo caso il cliché “piazze piene, urne vuote”, almeno sui giovanissimi, che non a caso hanno riempito negli ultimi tempi sia le strade dei cortei che il serbatoio dell’astensione.


lunedì 30 giugno 2025

La democrazia senza la politica

Sabino Cassese
Ci sono più democrazie occidentali, ma sono più vuote

Il Sole 24ore, 29 giugno 2025

Aumenta il numero degli abitanti del pianeta che vive in regimi democratici, ma si svuotano le democrazie occidentali. La politica è spogliata di valore. Si registrano indifferenza e diffusione di sentimenti antipolitici. I segni di questa fase di passaggio delle democrazie sono molti e vanno dall’elettorato, ai partiti politici, alla prevalenza della democrazia costituzionale, all’europeizzazione.

I cittadini si allontanano dall’arena politica convenzionale, declinano la coesione elettorale e l’identità collettiva tra gli elettori. L’affluenza alle elezioni diminuisce, l’elettorato è volatile e imprevedibile. In secondo luogo, diminuiscono il numero degli iscritti ai partiti e il loro senso di appartenenza, aumenta la distanza tra partiti e elettori, sempre meno fedeli a causa del minore radicamento sociale dei partiti. I partiti sono sempre meno attenti all’integrazione, mobilitazione, aggregazione degli interessi e finiscono per rappresentare il governo nella società piuttosto che il contrario.

Tutto questo produce un aumento della componente costituzionale della democrazia (dei pesi e contrappesi), il ricorso a istituzioni non maggioritarie, un governo neo corporativo, in cui le politiche sono decise attraverso negoziati tra interessi e il coinvolgimento degli stakeholders, invece che con la partecipazione popolare. Contribuiscono a questo allontanamento dei partiti dalla società la disciplina legislativa dei partiti e il loro finanziamento pubblico. C’è, infine, una relazione tra l’integrazione europea e la crescente depoliticizzazione perché l’UE opera come una struttura in cui prevalgono le organizzazioni degli interessi e svolge una funzione di regolazione, piuttosto che di redistribuzione.

Quindi le democrazie sono sempre più alla ricerca di legittimità procedurali, registrano un disimpegno dell’élite, mentre perde peso la divisione tra destra e sinistra e si assiste a una presidenzializzazione della leadership politica.

Queste le conclusioni principali di una riflessione straordinariamente efficace, analitica, ben argomentata, fondata su un attento esame di tutti i dati disponibili, dello studioso irlandese Peter Mair, che è stato uno dei principali protagonisti della scienza politica contemporanea e ha insegnato all’università di Leiden e all’Istituto universitario europeo di Fiesole. Questo libro fornisce un contributo fondamentale alle trasformazioni in corso delle democrazie, certamente le più importanti da quando, nel 1835 e nel 1840, Alexis de Tocqueville analizzò la democrazia moderna e ne fissò i concetti principali. C’è ora da chiedersi se queste trasformazioni costituiscano soltanto una fase del ciclo di vita dei regimi democratici o, invece, rappresentino un segnale della sua definitiva obsolescenza.


Peter Mair

Governare il vuoto. La fine della democrazia dei partiti

Rubbettino, pagg. 198, € 18

martedì 10 giugno 2025

Una sconfitta culturale


Massimo Franco
Una sconfitta culturale, ma l'astensione riguarda tutti
Corriere della Sera, 10 giugno 2025 

Il flop viene declinato in molti modi. Boomerang, sconfitta, disfatta. Avere toccato appena il 30 per cento dei votanti, venti punti lontani dal quorum, ha reso i cinque referendum proposti dalle opposizioni e dalla Cgil come un fallimento strategico. Ma sostenere che a uscirne frantumato è il cosiddetto «campo largo», ossia l’asse tra Pd e M5S, più addentellati della sinistra ecologista, potrebbe risultare riduttivo. E non perché non sia vero che senza le componenti moderate le sinistre e i Cinque Stelle non sfondano.

Il tema è che anche quell’aggiunta non basterebbe; e che perdere grazie all’astensione massiccia conferma un sistema malato. Il problema è di linguaggio, di temi, e solo di riflesso di alleanze. Il deficit riguarda la cultura politica: un difetto che accomuna sia il Pd di Elly Schlein, sia il M5S di Giuseppe Conte, sia i moderati dem e i centristi di Azione e Iv. E ancora di più una Cgil il cui segretario, Maurizio Landini, alla vigilia additava il quorum come un risultato a portata di mano. «Non lo abbiamo raggiunto», ha dovuto ammettere ieri. Ma «oltre 14 milioni di persone hanno votato: un numero importante, di partenza». Si tratta di una lettura consolatoria, che rimuove alla radice qualunque riflessione autocritica. E tende dunque a non abbandonare lo schema che ha portato alla sconfitta. E costituisce un pessimo viatico per le elezioni politiche. L’analisi del leader della Cgil, vero regista della consultazione, finisce per coprire parzialmente le responsabilità politiche di Schlein e Conte. Ma in qualche misura tende a congelare qualunque discussione sulle prospettive delle opposizioni.


Se il risultato ottenuto è «un punto di partenza», [lo schema] non va cambiato. E dunque si tratterebbe soltanto di affinare [la trovata] del cosiddetto «campo largo», o «progressista»; insomma, della sommatoria tra le forze d’opposizione, senza cambiarne i contorni. Il flop viene declinato in molti modi. Boomerang, sconfitta, disfatta. Avere toccato appena il 30 per cento dei votanti, venti punti lontani dal quorum, ha reso i cinque referendum proposti dalle opposizioni e dalla Cgil come un fallimento strategico. Ma sostenere che a uscirne frantumato è il cosiddetto «campo largo», ossia l’asse tra Pd e M5S, più addentellati della sinistra ecologista, potrebbe risultare riduttivo. E non perché non sia vero che senza le componenti moderate le sinistre e i Cinque Stelle non sfondano.


Il tema è che anche quell’aggiunta non basterebbe; e che perdere grazie all’astensione massiccia conferma un sistema malato. Il problema è di linguaggio, di temi, e solo di riflesso di alleanze. Il deficit riguarda la cultura politica: un difetto che accomuna sia il Pd di Elly Schlein, sia il M5S di Giuseppe Conte, sia i moderati dem e i centristi di Azione e Iv. E ancora di più una Cgil il cui segretario, Maurizio Landini, alla vigilia additava il quorum come un risultato a portata di mano. «Non lo abbiamo raggiunto», ha dovuto ammettere ieri. Ma «oltre 14 milioni di persone hanno votato: un numero importante, di partenza». Si tratta di una lettura consolatoria, che rimuove alla radice qualunque riflessione autocritica. E tende dunque a non abbandonare lo schema che ha portato alla sconfitta. E costituisce un pessimo viatico per le elezioni politiche. L’analisi del leader della Cgil, vero regista della consultazione, finisce per coprire parzialmente le responsabilità politiche di Schlein e Conte. Ma in qualche misura tende a congelare qualunque discussione sulle prospettive delle opposizioni.

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martedì 10 dicembre 2024

Occhetto, la svolta e Schlein



Marco Damilano
, Occhetto, il muro di Berlino e la svolta. Il ritorno al futuro della sinistra
Domani, 10 dicembre 2024

Quando si riaccendono le luci, Occhetto appare quello di sempre, un ragazzo di quasi 89 anni che non ha perso il senso dell’avventura in politica. Nuovista, svoltista, lo accusarono gli avversari e soprattutto i compagni, forse solo lui però poteva avere il coraggio di voltare pagina. «Ma il film smentisce la leggenda che io abbia agito in solitudine. È stata la più grande e appassionante discussione del secolo. La svolta non fu di Occhetto, ma dei compagni. Il sì vinse tra il popolo, tra gli operai più che tra i chierici».

 La svolta era legata alla riforma del sistema politico bloccato, «un gioco che si ripete all’infinito senza una autentica speranza di alternativa», sosteneva il segretario del Pci nell’89. Ma poi l’alternativa è arrivata da destra. «È avvenuta una profonda trasformazione della società», dice Occhetto. «Ho visto una fotografia alla bellissima mostra su Berlinguer, c’è lui in cappotto in un cantiere deserto, da solo con due edili, senza altri intorno. Oggi non c’è più Berlinguer, ma non ci sono più nemmeno quegli operai, quella società. Le fabbriche della Fiat della Cosa di Moretti non ci sono più, da tempo. Con il neo-liberismo il mondo del lavoro si è spappolato, si è individualizzato.

In America vince Trump, in Italia ha vinto Berlusconi, e poi Renzi, anche se per altri motivi, va distinto da Berlusconi, e ora Giorgia Meloni. E il Pd è stato fagocitato dall’andazzo delle sinistre europee, che sono state subalterne al neo-liberismo e alla sua visione di globalizzazione. Abbiamo perso contatto con i settori popolari che ci appartenevano, si è creato un vuoto riempito dai populisti, ora dobbiamo rimontare una situazione difficile. Non si può rimproverare a Elly Schlein di non andare in mondi che non ci sono più, lei giustamente va a riprendere il contatto dove è sparito il voto».

Il non voto

All’epoca Occhetto chiedeva di rivolgersi alla «sinistra diffusa, una sinistra sommersa e scoraggiata». Significava uscire dal confine, dal recinto del Pci. Oggi l’Italia sommersa è quella che diserta le urne.

«Nel non voto ci sono gli illusi del populista di turno. I delusi da Grillo, i delusi da Salvini che si sta sbriciolando. La sinistra va cercata in forme diverse, nella società civile e nella partecipazione attiva. Il campo largo non è il campo delle sigle, prima devi fare l’unità della società e poi vengono le sigle. Serve un progetto che parli all’insieme della società. Non sono iscritto al Pd, mantengo la mia critica, doveva essere una nuova formazione fondata sulla contaminazione reale tra le culture, invece è stata una sovrapposizione a freddo di apparati. Ma sostengo l’azione di Elly Schlein per cambiarlo, il suo sforzo titanico, coraggioso, le auguro buon lavoro».

lunedì 13 marzo 2023

Si riapre una partita

 

 
 
Ezio Mauro
Il consenso e il mandato, la Repubblica, 12 marzo 2023

È una strana creatura, finalmente uscita dal Novecento e liberata dalle ruggini ideologiche sopravvissute alla lezione del secolo, questo Pd che ieri si è affacciato alla post-modernità nello scenario della “Nuvola”, col disegno del tempo sospeso. Presentato come agonizzante dopo la vittoria elettorale della destra estrema guidata da Giorgia Meloni, accompagnato da preci che chiedevano il suo scioglimento per adempiere alla falsa profezia secondo cui l’antitesi destra-sinistra non riusciva più a interpretare le contraddizioni del nuovo mondo, di colpo con la vittoria di Elly Schlein il Pd ha risolto il problema capitale del primum vivere . Adesso bisogna inventare una filosofia del nostro tempo, in grado di risolvere l’incertezza del Paese e persino di governarla recuperando un rapporto di fiducia nella società, partendo da quel deposito di energia democratica che non si vedeva a occhio nudo e che le primarie hanno svelato.
Come in tutte le fasi di crisi, che radicalizzano i problemi rendendo evidenti le vie di fuga, quanto è accaduto ha una lettura semplice: il sistema politico è talmente stremato che l’ultima speranza viene riposta soltanto nel cambiamento. Persino Giorgia Meloni, ministro di Berlusconi già nel 2008 — quindici anni fa — è stata scambiata per una novità, privilegiando la sua provenienza dall’altromondo piuttosto che il suo curriculum castale di lungo corso.
Questo sentimento generale da tempo si è incanalato per gran parte nella palude civica dell’astensione, arrivata ormai a una quota del 40 per cento che contrasta col principio costituzionale del voto come dovere civico verso il Paese: nella convinzione per cui la posta in gioco è così bassa, e le differenze sono così irrilevanti, che non vale la pena alzarsi dal divano per esprimere una preferenza. Ma c’è evidentemente una riserva d’impegno civile, convinta al contrario che il diritto di cittadinanza si esprime proprio nella capacità di distinguere comunque e nel dovere di scegliere in ogni caso, prendendo parte. A sinistra, nonostante le delusioni e le frustrazioni accumulate, questa disponibilità democratica ha continuato a covare sotto la cenere governista, nell’illusione ministeriale che intanto viveva artificialmente e contronatura, separando il voto dall’esercizio del potere.
Radicali e spettacolari, concentrate sui leader trasformati in personaggi piuttosto che sulle idee tradotte in programmi, le primarie sono diventate insieme la valvola di sfogo e il mezzo d’espressione di questa energia repubblicana compressa, arrabbiata, delusa ma comunque viva, addirittura irriducibile.
Perforando gli incomprensibili rituali di partito e il viluppo di regole trasformate in ossessione procedurale, hanno aperto uno spiraglio di democrazia diretta, senza la ritualità maestosa di un congresso ma con l’irruzione della sovranità di base, quando il potere di scelta si sposta dalla nomenklatura agli elettori. Per un giorno il partito — unico in Italia — si apre, si espone al giudizio, e diventa contendibile. Anzi di più: scalabile. Questa è la vera chiave di interpretazione dell’uso politico delle primarie, perché unisce il testardo senso di appartenenza con il decisivo istinto di sopravvivenza, testimoniando l’urgenza vitale del cambiamento come ultima spiaggia. E dunque premia chi dà l’assalto al quartier generale rispetto a chi amministra lo status quo, con un pregiudizio di massa a favore della scalata, versione riformista, si potrebbe dire, della spallata d’altri tempi.
La partecipazione e il consenso sono quindi un’arma a doppia lama: perché contengono il senso della speranza residuale e il rifiuto della pratica politica attuale, l’adesione e la repulsione, l’attaccamento e il distacco. In questo senso gli elettori delle primarie hanno votato soprattutto per se stessi, cioè per confermare una loro personale fedeltà a un’idea e a un’identità, anche se non le sentono rappresentate. Poi naturalmente Schlein si è presentata all’incrocio tra questi due sentimenti politici come la figura piùpronta a impersonarli entrambi, sommandoli nella promessa di azzardo e di sfida. Ma anche lei, tra gli applausi che ieri hanno salutato l’incoronazione, deve sapere che la sua vittoria è fatta più di un mandato che di un consenso: èla magnifica condanna a cambiare, partendo dalla necessità di interpretare l’identità incompiuta della sinistra di fine secolo, finalmente risolta, non ideologica, europea, occidentale, radicale nei principi, liberale nel metodo.
Conciliare l’unità del partito (senza farsi ricattare dall’eterna minaccia di scissione) con la necessità continua del rinnovamento non è semplice: ma è il ballo che la nuova segretaria deve ballare, ad ogni costo. Insieme con l’impegno a difendere e sviluppare i diritti senza fare soltanto una collezione di minoranze, ma innestandoli sul grande albero di una moderna cultura del lavoro, tenendo insieme l’emancipazione dal bisogno e l’innovazione del sistema: per combattere le ingiustizie soprattutto quando diventano esclusioni, puntando a costruire una forza sociale e non solo politica interessata a un Paese più giusto e più libero, anche dalle sue ossessioni ideologiche tardive. La disumanità mostrata dal governo a Cutro apre addirittura uno squarcio di civiltà alternativa, la civiltà italiana dei nostri padri e delle nostre madri: su cui si può sfidare fino in fondo questa destra immemore.