Visualizzazione post con etichetta Quaderni del carcere. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Quaderni del carcere. Mostra tutti i post

venerdì 29 marzo 2013

Pillole gramsciane5 Analisi culturale e lotta politica


 “La mia vita trascorre sempre ugualmente monotona. Anche lo studiare è molto piú difficile di quanto non sembrerebbe. Ho ricevuto qualche libro e in verità leggo molto (piú di un volume al giorno, oltre i giornali), ma non è a questo che mi riferisco; intendo altro. Sono assillato (è questo fenomeno proprio dei carcerati, penso) da questa idea: che bisognerebbe far qualcosa «für ewig», secondo una complessa concezione di Goethe, che ricordo aver tormentato molto il nostro Pascoli. Insomma, vorrei, secondo un piano prestabilito, occuparmi intensamente e sistematicamente di qualche soggetto che mi assorbisse e centralizzasse la mia vita interiore.”

Questo si legge in una delle più belle (e commoventi) lettere di Gramsci, inviata a Tatiana pochi mesi dopo il suo arresto, il 19 marzo 1927. La lettera continua delineando un vero e proprio progetto culturale:  1° una ricerca sugli intellettuali italiani; 2° Uno studio di linguistica comparata; 3° uno studio sul teatro di Pirandello e sulla trasformazione del gusto teatrale italiano; 4° un saggio sui romanzi di appendice e il gusto popolare in letteratura.

Fin dal mio primo approccio con Nino, mi ha sempre meravigliato questa decisione di un impegnato attivista politico – che aveva abituato i suoi lettori e compagni di militanza politica soprattutto alla corrosiva e quotidiana polemica politica in quelli che egli stesso definisce “scritti alla giornata”, che dovevano morire “dopo la giornata” (lettera a Tatiana del 7 settembre 1931) – di passare a scrivere qualcosa “per l’eternità”, (l’espressione tedesca è di Goethe) e di dedicarsi a un sapere “disinteressato”. Eppure io partivo, come tutti noi “posteri”, dalla consapevolezza del­l’impor­tanza di un autore ormai considerato un “classico” della cultura mondiale. Per questo continuo ancora a chiedermi quale impressione deve aver provocato la lettera di Gramsci in Tatiana e in quei pochi e “intimi” lettori dell’epoca.
Oggi mi sembra di poter affermare che in Nino ci fosse la chiara consapevolezza dell’enorme differenza tra la necessità di procedere a strattoni, ed eventualmente con colpi di pesante ironia capaci di spiazzare l’avversario, nella fluida e spesso imprevedibile attività politica quotidiana, e l’analisi accurata, capace di consentire una comprensione più approfondita delle realtà e dei problemi socio-economici, politici e culturali – ammesso che sia possibile distinguere nettamente questi tre livelli nell’opera gramsciana.
La consapevolezza di tale differenza non significa però che, in Gramsci, le due forme di analisi siano o debbano essere autosufficienti o addirittura in conflitto tra loro. Occorre anzi afferrare la necessità di entrambe e coglierne le imprescindibili interconnessioni, soprattutto se si tratta di individuare i “principii di metodologia storica” che consentano una corretta analisi dei rapporti di forza in una determinata situazione:

“l'osservazione più importante da fare a proposito di ogni analisi concreta dei rapporti di forza è questa: che tali analisi non possono e non debbono essere fine a se stesse (a meno che non si scriva un capitolo di storia del passato) ma acquistano un significato solo se servono a giustificare una attività pratica, una iniziativa di volontà. Esse mostrano
 quali sono i punti di minore resistenza, dove la forza della volontà può essere applicata più fruttuosamente, suggeriscono le operazioni tattiche immediate, indicano come si può meglio impostare una campagna di agitazione politica, quale linguaggio sarà meglio compreso dalle moltitudini ecc.” (Quaderni del Carcere, Torino 1977, pag. 1588)

Francesco Scalambrino

domenica 3 marzo 2013

Pillole gramsciane2 Parlamentarismo, populismo e demagogia


Quante volte abbiamo letto in questi ultimi giorni “hanno vinto populismo e demagogia”, e non è un bel complimento! Almeno: chi lo afferma si riferisce generalmente alla parte politica avversa, che ha di solito la “colpa” di aver ottenuto dal “popolo”, dal “demos” più voti, un maggior consenso o almeno di aver “deviato inaspettatamente” il consenso vero o presunto dalla parte “seria” e “veramente democratica” (leggasi Bersani) ai demagoghi di turno (leggasi Berlusconi e Grillo).
Mi è sempre stato difficile comprendere e mi è ogni anno difficile spiegare ai miei studenti la valenza deteriore della “demagogia” (che costantemente si affianca a “populismo”) e far capire perché il termine “democrazia” venga associato da Aristotele a “tirannia” e “oligarchia” per indicare una delle tre forme deteriori di governo, degenerazione rispettivamente di “politèia”, “monarchia” e “aristocrazia” e quindi che occorre pensare che laddove il filosofo greco scrive “democrazia” noi oggi dovremmo leggere “demagogia”.
Certo in Aristotele, come in Kant – il quale ancora nel 1795 scriveva che la democrazia “è necessariamente un dispotismo” – agiscono fortemente l’indubbia diffidenza nei confronti delle masse popolari incolte e la paura che gli interessi di queste masse “povere” di beni materiali e prive di coscienza politica non corrispondano a quelli dell’intera comunità, della “res pubblica”.
Partendo da queste premesse, il “parlamentarismo” tenderebbe anche a ridurre il “pericolo” che soltanto i “poveri” decidano per  tutti (è il timore di Aristotele). La “democrazia parlamentare” è infatti un sistema politico fondato senz’altro sulla “sovranità popolare”, giacché la titolarità del potere appartiene al demos, ma in cui l’esercizio del potere è delegato a rappresentanti eletti dal popolo che, specialmente secondo i vari teorici dell’ “elitismo” – qualunque sia la loro posizione politica (destra, centro o sinistra) –, hanno il compito non soltanto di rappresentare il popolo, ma anche e forse soprattutto di “guidarlo” nella scelta del bene comune.
Uno dei nomi più significativi delle “teorie delle élites” è quello del socialista Robert Michels, che attorno al 1910 studiando in particolare la socialdemocrazia tedesca formula la sua “legge ferrea dell'oligarchia”, in cui sostiene tra l’altro che nella misura in cui cresce l’organizzazione politica, la democrazia si deteriora e si trasforma in oligarchia poiché “l'esistenza di capi è un fenomeno congenito a qualunque forma di vita sociale” e “ogni sistema che preveda dei capi è incompatibile con i postulati essenziali della democrazia”.

A Michels fa riferimento Gramsci nel § 97 del Quaderno 6 (1930-1932), in cui leggo un richiamo alla cautela nell’uso di termini come “elezionismo”, “parlamentarismo”, “populismo”, “demagogia”.
Buona lettura!

“Di solito si vede la lotta delle piccole ambizioni (del proprio particulare) contro la grande ambizione (che è indissolubile dal bene collettivo). Queste osservazioni sull'ambizione possono e devono essere collegate con altre sulla cosi detta demagogia. Demagogia vuol dire parecchie cose: nel senso deteriore significa servirsi delle masse popolari, delle loro passioni sapientemente eccitate e nutrite, per i propri fini particolari, per le proprie piccole ambizioni (il parlamentarismo e l'elezionismo offrono un terreno propizio per questa forma particolare di demagogia, che culmina nel cesarismo e nel bonapartismo coi suoi regimi plebiscitari). Ma se il capo non considera le masse umane come uno strumento servile, buono per raggiungere i propri scopi e poi buttar via, ma tende a raggiungere fini politici organici di cui queste masse sono il necessario protagonista storico, se il capo svolge opera «costituente» costruttiva, allora si ha una «demagogia» superiore; le masse non possono non essere aiutate a elevarsi attraverso l'elevarsi di singoli individui e di interi strati «culturali». Il «demagogo» deteriore pone se stesso come insostituibile, crea il deserto intorno a sé, sistematicamente schiaccia ed elimina i possibili concorrenti, vuole entrare in rapporto con le masse direttamente (plebiscito, ecc., grande oratoria, colpi di scena, apparato coreografico fantasmagorico: si tratta di ciò che il Michels ha chiamato «capo carismatico»). Il capo politico dalla grande ambizione invece tende a suscitare uno strato intermedio tra sé e la massa, a suscitare possibili «concorrenti» ed eguali, a elevare il livello di capacità delle masse, a creare elementi che possano sostituirlo nella funzione di capo.” (Passato e presente. Grande ambizione e piccole ambizioni, Quaderni del carcere, Einaudi,  Torino 1977, p. 772)

Francesco Scalambrino

mercoledì 13 febbraio 2013

Pillole Gramsciane



È possibile ridurre Gramsci in “pillole”? Certamente no. La complessità del testo gramsciano rende molto difficile una sua riduzione in brevi citazioni o considerazioni. Eppure Gramsci rappresenta  uno degli autori più citati da studiosi di tutto il mondo e, come  è stato recentemente ricordato da G. Carpinelli in questo blog, “è stato a lungo saccheggiato e di lui molti ricordano solo poche formule (l’ottimismo della volontà, l’egemonia, odio gli indifferenti, Oriente e Occidente, il nazionalpopolare e forse qualche altra)”.
Alle citazioni, più o meno appropriate, non sempre però corrisponde una vera conoscenza del pensiero gramsciano. Nella introduzione al I volume della traduzione inglese dell'edizione critica dei Quaderni del carcere per la Columbia University Press, il curatore Joseph Buttigieg cita un passo di una lettera inviatagli da Michel Foucault in cui si definisce Gramsci “un auteur plus souvent cité que réellement connu”.
Non mi è noto il resto della lettera e la citazione isolata potrebbe essere interpretata in più modi. Ma, per quel po’ che so di Foucault, suppongo che il suo intento fosse quello di richiamare a uno studio più attento e minuzioso dell’opera di Gramsci, non limitandosi a brevi citazioni o a riferimenti spesso di seconda mano.
Però…
Però l’opera di Gramsci è di difficile lettura perché – a causa prima delle occasioni specifiche che stimolano le riflessioni del notista politico e successivamente, per quanto riguarda le Lettere o i Quaderni, delle risapute condizioni in cui l’Autore è costretto a documentarsi e a scrivere – si presenta spesso come una collezione di frammenti, di “Note” o “Noterelle” che Gramsci avrebbe voluto riprendere e rielaborare e sistematizzare. Proprio questo “limite” può giustificare l’uso o l’abuso di citazioni isolate dal contesto, poiché lo stesso “contesto” non è sempre chiaramente definito e definibile.
Quanto si vuole realizzare in questa “avventura” – proporre o “riproporre” la lettura di una “pillola gramsciana” settimanale con un breve commento a mo’ di introduzione e di “contestualizzazione” – è proprio indurre a una conoscenza più profonda di alcune parti del testo gramsciano in modo che, riprendendo l’affermazione di Foucault, Gramsci sia non soltanto “citato” ma anche più intimamente “conosciuto”. Tutto questo senza nessuna pretesa di esaustività o di sistematizzazione perché (ecco la prima “pillola”):

“Se si vuole studiare la nascita di una concezione del mondo che dal suo fondatore non è mai stata esposta sistematicamente (e la cui coerenza essenziale è da ricercare non in ogni singolo scritto o serie di scritti ma nell’intiero sviluppo del lavoro intellettuale vario in cui gli elementi della concezione sono impliciti) occorre fare preliminarmente un lavoro filologico minuzioso e condotto col massimo scrupolo di esattezza, di onestà scientifica, di lealtà intellettuale, di assenza di ogni preconcetto ed apriorismo o partito preso. […] La ricerca del leit-motiv, del ritmo del pensiero in isviluppo, deve essere più importante delle singole affermazioni casuali e egli aforismi staccati.
Questo lavoro preliminare rende possibile ogni ulteriore ricerca.” (Quaderni del carcere, Einaudi, Torino 1977, pp. 1840-42).

Gramsci si riferiva a Marx, ma il suggerimento sembra valido anche per la sua opera.
La nota da cui è tratta la citazione si intitola significativamente Quistioni di metodo: è il metodo a cui dovremo attenerci anche nella somministrazione delle nostre “pillole”.

Francesco Scalambrino

sabato 2 febbraio 2013

Gramsci: manca un pezzo?

 “Togliatti e Sraffa nascosero il Quaderno mancante”
Franco Lo Piparo: nuovi dettagli sul caso del taccuino che avrebbe imbarazzato il Pci Il “Migliore” e il grande economista avrebbero sottratto il documento alla cognata del filosofo

 Simonetta Fiori

 Per Franco Lo Piparo, lo studioso lanciato sulle tracce di Gramsci, non vi sono più dubbi. È esistito un quaderno di 26 pagine, targhetta XXXII, poi scomparso. Bisognerebbe cercarlo tra le carte di Togliatti e Sraffa. Il suo contenuto? Non è dato saperlo. Forse riportava feroci critiche all’ex amico, forse l’abiura al comunismo tout court.
L’unica cosa certa, si trattava di un materiale scottante, «di difficile digestione per una mente comunista di quegli anni». Bisognava tenerlo nascosto. Lontano dal Comintern. Secretato anche per i compagni italiani. Ne andava di mezzo il destino del partito. Ma il taccuino è esistito eccome, ribadisce Lo Piparo alla fine di una sua nuova investigazione sugli originali dei manoscritti gramsciani, confrontati con una riproduzione fotografica realizzata negli anni Quaranta e fin qui sconosciuta.
L’enigma del quaderno (pagg. 162, euro 18) è il titolo del suo nuovo saggio in uscita da Donzelli, ultima puntata di una spy-story che non accenna a chiudersi. Le critiche piovute sul suo precedente Gramsci e i due carceri, peraltro insignito del Viareggio, non sembrano averlo scoraggiato. Sono stato sbeffeggiato, dice l’autore, ma non importa, io vado avanti. E vi dimostrerò che ho ragione.
Davvero è in grado di dimostrarlo? Il libro esce ancor prima degli esiti definitivi della commissione promossa dall’Istituto Gramsci per far luce sul quaderno scomparso. Quasi volesse giocare d’anticipo, nell’eccitata contesa che divide la cittadella gramsciana. Per Lo Piparo — affiancato nell’impresa da Luciano Canfora — è tutto chiaro. I quaderni di contenuto storico-teorico-politico sono trenta e non ventinove, come invece risulta dalle diverse edizioni, e qualche mano abile ha sottratto un taccuino.
Il colpevole? La regia è attribuita a Togliatti — astutissimo stratega della pubblicazione dell’opera — ma il responsabile materiale del furto viene individuato nel suo complice Piero Sraffa, l’insigne economista citato da Wittgenstein nelle Ricerche filosofiche.
Secondo la ricostruzione di Lo Piparo, fu Sraffa a ingannare la povera Tania Schucht, la cognata incaricata dallo stesso Gramsci di porre in salvo i manoscritti, destinandoli non ai compagni italiani ma alla moglie Giulia. Il trappolone scatta tra il 30 giugno e il 1 luglio del 1937 (Gramsci è morto in aprile). Il “compagno Piero” viene a Roma e chiede a Tania di portargli a casa tre dei quaderni che la donna andava affannosamente catalogando. Di questi tre taccuini, nessuno è restituito a Tania. Due però raggiungeranno gli altri quaderni intanto volati a Mosca (La filosofia di Benedetto Croce
e Niccolò Machiavelli).
Il terzo, invece, rimarrà nello scrigno segreto di Togliatti. Per sempre condannato all’oblio.
Perché proprio Sraffa nel ruolo del trafugatore? L’economista è persona informata dei fatti. Conosce i contenuti di quel taccuino, presumibilmente annotato durante il ricovero nella clinica Quisisana, tra l’agosto del 1935 e il 27 aprile del 1937. Il suo amico Antonio deve avergli detto qualcosa. Fu durante una di quelle conversazioni che Gramsci demolì la pratica dell’autoaccusa su cui si reggevano i processi staliniani. «Diceva che la confessione è un principio giuridico del Medioevo », riferirà Sraffa ad Alfonso Leonetti. Sraffa sa che quel quaderno è troppo pericoloso. Non può finire nelle mani sbagliate. È necessario sottrarlo alla ignara Tania.
Fin qui il suggestivo racconto di Lo Piparo, non privo di un suo fascino romanzesco. Ventisei pagine finora segrete in cui Gramsci distrugge le fondamenta del comunismo sovietico: una golosità per il lettore democratico di oggi. Ma come dimostrarlo? Con commovente acribia l’indagine porta alla luce tutta una serie di incongruenze nella catalogazione. Fa notare che su un quaderno privo dell’etichetta vergata da Tania ne è stata aggiunta un’altra, che lo studioso attribuisce “probabilmente” a Valentino Gerratana (targhetta XXXIII). Insiste sulla bizzarra circostanza che sotto un’etichetta che indica il numero XXIX ne figura un’altra con il numero XXXII. Passa in esame tutte le curiose discrepanze tra gli originali russi e le traduzioni italiane “ufficiali” (qui il bersaglio è soprattutto Giuseppe Vacca, accusato di aver tradotto un’indicazione precisa di Tania — «Sono in tutto XXX pezzi» — nell’espressione più vaga: «I quaderni saranno una trentina»). Richiama l’attenzione su un secondo quaderno dove Tania avrebbe continuato ad annotare l’indice dei Quaderni, anche questo scomparso. Si dà da fare, Lo Piparo, nell’ina nellare una serie di sparizioni, pagine strappate, singolari contraddizioni. Ma quest’affastellamento di indizi, frutto di una dedizione stupefacente, stenta a tradursi in prova filologica convincente.
Per andare avanti, il racconto necessita di quella che lo studioso definisce “phantasia logiké”, «immaginazione sorretta da argomentazioni a loro volta ancorate a fatti reali». Un esercizio anche legittimo, che però è cosa diversa dalla ricostruzione storica, su fonti certe e non su congetture. Seguendo gli stessi indizi, si può approdare a risultati opposti. Ne è chiara dimostrazione proprio l’editore di Lo Piparo, Carmine Donzelli, antico cultore di Gramsci: in una sua recente pubblicazione fa morire il prigioniero da leninista duro e puro, e non da liberademocratico, come in fondo vorrebbe Lo Piparo. Senza poi trascurare il curioso effetto di straniamento che l’esercizio indiziario può produrre nel lettore. Prendiamo la lettera scritta da Tania a Sraffa il 7 luglio del ‘37, poco dopo il presunto “furto”. «Ieri ho consegnato i quaderni (tutti quanti): ed anche il catalogo che avevo iniziato», annota meticolosamente la cognata di Gramsci. Secondo lo studioso, l’inciso parentetico — (tutti quanti)— sarebbe un segnale di disappunto e sta a significare: ho eseguito l’ordine, non ho trattenuto nessun quaderno e, naturalmente, non ho potuto consegnare quelli che ti sei preso. Interpretazione abbastanza lunare, ma forse la “phantasia logiké” è un’arte che non ammette confini.
L’immaginazione galoppa anche sul versante delle etichette. Delusa e ferita da Sraffa, Tania avrebbe escogitato uno stratagemma da agente segreto — e Lo Piparo lascia intendere che ne conoscesse bene l’arte — per far capire a Giulia (la moglie destinataria degli scritti) che esistevano altri tre quaderni (quelli rubati da Sraffa). Cosa inventa Tania? Prende le etichette destinate ai tre quaderni rubati, già scritte ma non ancora incollate sui libri portati a casa di Piero, e decide di utilizzarle comunque incollandole sugli ultimi tre quaderni che erano ancora senza etichetta. Poi sulle etichette “false” incolla quelle vere, con il numero delle pagine e con le descrizioni dei quaderni. Da qui Lo Piparo non esita a individuare in quel numero XXXII nascosto sotto l’etichetta XXIX l’inequivocabile cifra del quaderno mancante.
A fare le spese di questa nuova ricostruzione è principalmente Sraffa, ritratto con un profilo bifronte: da una parte astuto agente del Comintern (che però nasconde al Comintern la natura esplosiva dei Quaderni); dall’altra figlio d’una influente famiglia ben inserita nei gangli del potere fascista, che si adopera in mille modi per la scarcerazione del prigioniero. Un’immagine poco limpida, che sembra riacquistare l’antica luce solo quando Lo Piparo ritorna sul terreno che più padroneggia — la linguistica — e accenna agli interessantissimi intrecci tra le conversazioni con Gramsci e le conversazioni con Wittgenstein, di cui rinviene traccia negli ultimi scritti del filosofo austriaco. Ma è solo una parentesi purtroppo, subito chiusa perché estranea all’indagine in corso. Che – promette (o minaccia) l’autore – non mancherà di darci presto nuove sorprese.

la Repubblica,
2 febbraio 2013

Il libro di cui si parla è  “L’enigma del quaderno” di Franco Lo Piparo (Donzelli, pagg. 128, euro 18).
Per l'opinione di Vacca in proposito si può consultare  http://spogli.blogspot.it/:
Repubblica 2.2.13
La replica di Vacca “Un’ipotesi che sembra inverosimile”
di S. F.