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| Salvatore Natoli |
Un tempo si parlava della doxa
Aldo Natoli,
Il rischio di fidarsi, Il Mulino, Bologna 2016
"Credo
che..." nel suo impiego corrente, significa possedere buoni argomenti
per sostenere che cose di cui non si può affermare che siano in assoluto
vere possono, tuttavia, essere ritenute tali.
Avere un'opinione vuol dire, dunque, farsi un'idea di come stanno le cose secondo il costrutto latino
mihi videtur
- "mi sembra che...". Come dire: non ci giurerei, ma se non sono nel
vero ci sono vicino. Che poi è il significato del verbo greco
dokeo:
infatti vuol dire insieme "sembrare" e "credere". Di qui
doxa -
opinione - che si colloca in una zona intermedia tra l'apparire e
l'essere. Ora, chi si fa o ha un'opinione, se non è presuntuoso, tiene in
conto un certo margine d'errore. D'altra parte, di verità ne possediamo
poche; anzi per lo più viviamo di opinioni, certo non arbitrarie, ma
apprese nelle pratiche di vita, nel ripetersi delle circostanze. Tenute
quindi per vere almeno fino a quando l'esperienza non le smentisce.
°°°
Marco Biffi
Redazione Consulenza Linguistica, Accademia della Crusca
Viviamo nell'epoca della postverità? 25 novembre 2016
... Si discute molto sul fatto che in fondo non si tratti di un fenomeno
nuovo: da sempre nelle campagne politiche lo screditamento
dell’avversario con false notizie è uno strumento largamente impiegato, e
la propaganda di regime da un certo punto di vista è una post-verità;
dall’antichità a oggi molteplici sono poi gli esempi, anche al di fuori
della politica, in cui l’emotività e le convinzioni personali hanno
finito per prendere il sopravvento sui dati oggettivi. In fondo più che
di lingua stiamo parlando di mancanza di correttezza e di morale; e
questo è un problema endemico purtroppo non strettamente legato al
nostro tempo. Le caratteristiche e le dimensioni assunte dal fenomeno ai
nostri giorni sono però diverse e ci sono alcuni fattori che in
particolare devono essere sottolineati, tutti legati alla rete: la
globalità, la capillarità, la velocità virale della diffusione delle
varie post-verità; e poi la generalità e genericità degli attori che
possono alimentarle, spesso con una propaganda nascosta e inaspettata
che può provenire da pseudo-istituti di ricerca, da esperti
improvvisati. E se tutto questo riguarda la produzione della
post-verità, non meno preoccupante è l’analisi della sua ricezione:
perché c’è una complicità molto forte da parte di chi “subisce” il dato
emotivamente accattivante o di parte, visto che il dato è quasi sempre
facilmente verificabile con mezzi endogeni, facilmente accessibili
attraverso la stessa rete (mentre all’interno di un regime, ad esempio,
non è certo facile contrastare la non veridicità dell’informazione della
propaganda).
Del resto la lingua sarà uno degli strumenti che col tempo ci aiuterà
a capire se davvero siamo di fronte a un fenomeno nuovo: se al di là
della moda del momento la parola attecchirà nella lingua (la nostra, ma
anche le altre lingue del mondo visto che il fenomeno è globale)
evidentemente avrà riempito una casella semantica vuota riservata a
descrivere un concetto caratterizzante, se non un’era, almeno una
specifica congiuntura storica.
La rete ha senza dubbio delineato i connotati fondamentali di questa
dimensione “oltre la verità”. ‘Oltre’ è il significato che qui sembra
assumere il prefisso
post- (invece del consueto ‘dopo’): si
tratta cioè di un ‘dopo la verità’ che non ha niente a che fare con la
cronologia, ma che sottolinea il
superamento della verità fino al punto
di determinarne la perdita di importanza. E, analizzando le modalità in
cui il superamento si concretizza di volta in volta, colpisce la
vocazione profetica che la parola nasconde tra le sue lettere: la
post-verità, infatti, spesso finisce per scivolare nella “verità dei
post” (come è successo spesso sulla rete proprio in relazione alle
campagne politiche legate alla Brexit o alle elezioni americane).
http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/viviamo-nellepoca-post-verit