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venerdì 16 gennaio 2026

Capire la guerra. Marx, Nietzsche, Hegel

Paolo Ercolani 
Perché tre grandi filosofi possono tornare utili per capire il mondo contemporaneo
Il Fatto quotidiano, 15 gennaio 2026

Tre grandi filosofi possono tornare oltremodo utili per comprendere il mondo contemporaneo, poche altre volte tanto complesso e contraddittorio.

Il primo è certamente Marx, con la sua idea di fondo per cui la struttura del sistema di produzione del momento (capitalismo) non si limita a imporre una sovrastruttura ideologica funzionale al sistema stesso, ma produce anche delle azioni politiche necessarie al contesto economico mutato.

Il motivo per cui Usa e Cina, con in subordine Russia e India, stanno ridisegnando la propria politica di potenza, non senza rischi concreti di generare una terza guerra mondiale, è sostanzialmente legato a un’economia in cui gli Stati Uniti non sono più dominanti e hanno un bisogno spasmodico di ridefinire le proprie sfere di influenza con le terre da cui attingere risorse. Lo stesso vale, anche se al momento in misura più ridotta, per una Cina che da una parte sente aprirsi le porte di un primato economico mondiale e, dall’altra, teme che il mercato interno limitato possa rappresentare un ostacolo sostanziale al raggiungimento dell’obiettivo.

Pensare di spiegare le guerre, o comunque i blitz violenti, con le sole categorie della morale antiviolenta, da questo punto di vista, rischia di rivelarsi un esercizio etico tanto inutile quanto fuorviante. Specie per coloro che vivono nell’Occidente benestante anche grazie a secoli di colonialismo e imperialismo, e che forse si trovano adesso a contestarlo anche perché quel benessere non è più tale né distribuito quanto lo è stato per tutta la seconda metà del Novecento.

Nel pensiero di Marx non c’era spazio per la morale, ma in compenso vi era la consapevolezza inquietante per cui il debole non aspetta altro che diventare il più forte per poi esercitare il proprio dominio. La Storia è un equilibrio di rapporti di forza, non di morali della debolezza, come ben sanno tre figure “forti” del calibro di Trump, Putin e Xi Jinping, e sembrano dimenticare troppe “anime belle” del pacifismo da tastiera e a intermittenza.

Qui giungiamo al secondo filosofo, Friedrich Nietzsche. Costui, senza troppi giri di parole, aveva spiegato che il mondo umano è governato dalla volontà di potenza, quella sorta di legge cosmica che spinge inesorabilmente il più forte a esercitare un dominio anche violento su tutto ciò che è più debole. Ma spinge anche il più debole, impossibilitato a razzolare male per via della propria debolezza, a servirsi delle buone prediche della morale per conseguire una potenza di tipo alternativo.

Quando la Atene di Pericle, descritta dai manuali scolastici come primo esempio di “democrazia”, condusse una guerra di sottomissione, rapina e violenza contro il pacifico popolo di Melo – colpevole soltanto di non volersi schierare nel conflitto fra la stessa Atene e Sparta – lo storico Tucidide narra che i diplomatici ateniesi fecero pervenire questo messaggio ai propri interlocutori: “La saggezza di non mettervi contro il più forte dovrebbe consigliarvi di arrendervi […] Noi infatti crediamo che per le legge di natura chi è più forte comandi. Che questo lo faccia la divinità, lo crediamo per convinzione; che lo facciano gli uomini, lo crediamo perché è evidente. E ci serviamo di questa legge senza averla istituita noi per primi, ma perché l’abbiamo ricevuta già esistente e la lasceremo valida per tutta l’eternità, certi che voi e altri vi sareste comportati nello stesso modo se vi foste trovati padroni della nostra stessa potenza”.

Insomma, ben lungi dal considerare la guerra cosa buona o necessaria, bisognerebbe perlomeno ricordarsi, però, della natura umana: quella che è incline alla potenza senza le distinzioni geopolitiche di cui si servono i giudici certi e infallibili delle rispettive tifoserie.

Qui arriviamo al terzo filosofo: Hegel. Serve per spiegare quello che chiamo “cortocircuito degli opposti” (a favore di Putin o della Nato, di Trump o di Maduro, senza possibilità di sfumature di intelligenza del reale). Sì, perché mentre Hegel invitava a superare l’adesione alle antitesi nette, in genere innervata di moralismo fanatico, le troppe tifoserie che popolano il tempo attuale sembrano essere cadute vittime dell’iper-informazione resa possibile dalla Rete: quella che ci ha fatto scoprire un dato tanto ovvio quanto sconosciuto fino ai tempi della sola informazione mainstream. Ossia che nessuno dei soggetti in campo, o in guerra, ha completamente ragione, non presenta scheletri nell’armadio, non è mosso da interessi economici e, soprattutto, non manifesta una élite di potere incline a sfruttare il popolo per i propri scopi. Mutatis mutandis vale per tutti i soggetti in campo, nessuno escluso: Usa, Venezuela, Israele, Hamas, Russia, Ucraina, Iran etc.

Il fatto è che, grazie all’ipertrofia informativa delle Rete (l’occhio umano non vede al buio ma neppure quando c’è troppa luce, scriveva Platone), chiunque voglia prendere posizione in maniera netta ed esente da dubbi, trova materiale sufficiente per ammantare di sacra e violenta verità la propria parte, formulando le accuse peggiori contro l’altra. Un giochino mediatico ad esclusivo beneficio di influencer, politici di piccolo calibro (la grande maggioranza) e in generale di un teatrino informativo in pieno black-out intellettivo.
Non a caso Hegel scriveva che solo la Storia è quel tribunale implacabile che si incarica di smentire le favolette parziali con cui troppi amano illudersi o farsi forti.

Chi si ostinasse a non capire, giudichi pure “cerchiobottista” questo intervento. Il cui unico intento, invece, è ricordare che se non torniamo all’intelligenza delle sfumature, oltre a capire poco, innescheremo conflitti sempre più distruttivi.

martedì 18 novembre 2025

Le Kessler, un miracolo tedesco



Chiara Maffioletti
Femministe, eleganti. Sfidarono la morale

Corriere della Sera, 18 novembre 2025

Un doppio miracolo, apparso in sincrono nella tv austera italiana degli anni Sessanta. Sono state questo le gemelle Alice ed Ellen Kessler.

Era, precisamente, il 1961 quando queste due sorelle identiche ma non identiche cambiarono per sempre il piccolo schermo e allo stesso tempo il costume, spazzando via la polvere e la morale di quegli anni a colpi di passi di danza e lustrini. La loro partecipazione a Giardino d’inverno, trasmissione diretta da Antonello Falqui, segnò l’inizio di una nuova epoca non solo per la tv, ma per lo spettacolo in generale.

Femministe da sempre

Femministe quando ancora non si sapeva bene cosa significasse esserlo, avevano scelto di ballare per un motivo: essere indipendenti. Unite dal destino e da quella strenua convinzione che mai la loro esima, sarebbe dipesa dalle volontà o — ancora peggio — dalle possibilità di un uomo.

E quella, in effetti, era l’immagine che le due sorelle trasmettevano ai milioni di spettatori che, ipnotizzati da loro, iniziavano a imparare a memoria brani diventati poi intramontabili come «Pollo e champagne», «Concertino» fino al loro classico, quel «Dada-un-pa» musicato da Bruno Canfora, che era anche la sigla di Studio Uno ma che presto diventò una sorta di inno nazionale: non solo lo cantavano tutti, ma era un gioco anche tentare di abbozzare qualche sequenza del balletto.

I loro stacchetti, speculari, armoniosi, coreografati da Don Lurio, erano gli antenati dei videoclip, un tutt’uno con la musica. Ecco perché le Kessler, di fatto, avevano rappresentato da subito una assoluta, dirompente, novità. Bionde, alte, spiritose e fresche. anche, libere, sexy e provocanti: la Rai corse immediatamente a velare le lunghe gambe «da un metro e mezzo», come recitava uno slogan dell’epoca, delle due sorelle con delle rassicuranti calze nere cento denari, ma il miracolo tedesco — come vennero presto soprannominate le Kessler dalla stampa del periodo — si era ormai compiuto.

La consacrazione

Gli anni Sessanta sono stati quelli dell’amore, ricambiato, con la televisione. Unione di talento, bellezza ma anche molta simpatia, le gemelle Kessler erano richiese ovunque, in trasmissioni come La prova del nove e Canzonissima. Nel frattempo c’era il teatro e anche la discografia. Ma la televisione era stato il detonatore del fenomeno. Alice ed Ellen Kessler danzavano, in perfetta armonia, su ogni palco, sfidando la morale ingombrante di quel periodo con rigore (applicato alle loro performance, sempre perfettamente calibrate) e leggerezza. Non solo ballando ma anche inscenando siparietti — come si chiamavano allora — con tutti i più grandi.

Alberto Sordi le chiamava «le gemelline». E anche se aveva chiesto a entrambe di sposarlo, era solito scherzare sulla loro statura, come in uno sketch diventato poi celebre di Studio Uno, dove, dopo aver ballato con loro, aveva detto che gli avevano pestato i piedi: «Mie care Kessler, voi siete due belle stangone, io ho per voi la più grande ammirazione... ma c’avete pure una fetta così... Kessler mie, ma che calzate? Il 45?».

Icone pop

Spalle perfette per artisti molto diversi tra loro, Alice ed Ellen Kessler avevano lavorato accanto a Mina e Raffaella Carrà in Milleluci, ma anche Walter Chiari, Raimondo Vianello e Sandra Mondaini, Gino Bramieri e Johnny Dorelli. Ballavano in sincronia, parlavano in sincronia. Con Pippo Baudo avevano iniziato un vero e proprio sodalizio artistico, anche se non sbocciò mai una forte amicizia: «Non siamo mai usciti insieme, non ci siamo mai visti al di fuori del lavoro. Non sappiamo come mai, avrebbe dovuto chiedercelo lui, no?», avevano detto in tempi recenti le Kessler.

In quegli anni, gli anni Settanta, le gemelle della tv erano ovunque, ormai diventate un simbolo. Eppure, era già iniziata la loro parabola: una parabola di cui sono state autrici, tracciata da loro stesse, da sempre registe del loro destino.

La televisione italiana, che le aveva imposte, aveva finito per chiedere loro sempre lo stesso copione, ripetitivo. Ma quell’immagine che aveva dato scandalo ormai quindici anni prima, iniziava a stare loro un po’ stretta. Le partecipazioni sul piccolo schermo si erano dunque diradate, pur essendo ogni volta di grande impatto. Le Kessler erano diventate delle icone pop, prima ancora che quel tipo di cultura esistesse. Merito della loro elegante modernità che, negli anni, le aveva trasformate da ironiche showgirl a signore dello spettacolo.

Le tante ospitate

Negli anni Ottanta, sempre in Rai, avevano condotto Buonasera con... Alice ed Ellen Kessler, ma il loro contributo in televisione in quel decennio aveva finito per orientarsi alle partecipazioni speciali, alle ospitate di prestigio: a Fantastico così come a Al Paradise. In Italia nel tempo le gemelle Kessler erano diventate il simbolo del varietà classico, che avevano stravolto introducendo uno stile internazionale fino ad allora sconosciuto. Ma proprio questo stile, così definito, le aveva impresse nella memoria collettiva di quel periodo, congelandole nella figura a tratti bidimensionale dell’icona.

La scelta del congedo

Ecco perché le sorelle avevano preferito, con garbo e la solita armonia, allontanarsi dalle scene, senza traccia di rancore e nemmeno un briciolo di quella malinconia per i bei tempi che furono che spesso si intravede in chi ha vissuto un momento d’oro.

La tv per loro rappresentava semplicemente il passato. Un passato che lì doveva stare. Nel loro oggi — che è ormai ieri —, era molto meglio passare una bella serata nel ristorante italiano preferito, assieme alle amiche, tutte donne, di Gruenwald.

Alla domanda: vi manca la televisione? Rispondevano ormai con un sincero: «Per niente». Ovviamente detto come se avessero un’unica voce. Le richieste per riaverle in video non mancavano, ma le sorelle Kessler avevano deciso che il tempo per stare sotto i riflettori era finito. Ed erano scese dal palco. Insieme.

” Con Baudo avevano iniziato un vero sodalizio artistico, anche se non sbocciò mai una forte amicizia «Doveva invitarci fuori lui» dissero

” Stanche di essere delle icone bidimensionali avevano preferito, con garbo e la solita armonia, allontanarsi dalle scene, senza alcuna nostalgia

domenica 14 settembre 2025

Elogio di Spinoza



La statua, inaugurata nel 2008, è dovuta allo scultore Nicolas Dings e si trova nei pressi del mercato delle pulci di Waterlooplein, vicino al museo della casa di Rembrandt. In basso, sul piedistallo, reca la scritta: lo scopo dello Stato è la libertà.

Elias Levy
"Baruch Spinoza era più moderno di noi"

In un'intervista il celebre filosofo francese Frédéric Lenoir ci ricorda perché l'opera del controverso filosofo ebreo Baruch Spinoza è ancora così attuale 
The Canadian Jewish News, 8 marzo 2018

Bandito nel 1656, all'età di 23 anni, dalla comunità ebraica di Amsterdam a causa della sua interpretazione molto critica dei testi della tradizione ebraica, Baruch Spinoza era davvero un eretico che tradì l'ebraismo?

Il filosofo e sociologo Frédéric Lenoir risponde a questa domanda estremamente complessa in un brillante saggio, Le miracle Spinoza (Éditions Fayard), che ha appena dedicato a questo illustre filosofo, la cui imponente opera è ancora oggi di grande attualità.

Un libro estremamente avvincente e illuminante, in cui Frédéric Lenoir ripercorre i momenti cruciali della movimentata vita di Spinoza e tenta brillantemente di demistificare i grandi e difficili concetti filosofici di questa mente geniale, precursore dell'Illuminismo e delle nostre moderne democrazie.

Se Spinoza è così attuale oggi è perché ci permette di spiegare fenomeni di cui ai suoi tempi non aveva la minima idea e perché, in questo senso, può aiutarci a comprenderli meglio oggi.

«Il pensiero di Spinoza è molto attuale oggi perché ci permette di riflettere sul mondo contemporaneo, offrendoci al contempo percorsi illuminanti da esplorare per migliorarlo», ci ha detto Frédéric Lenoir durante l’intervista che ci ha concesso durante la sua recente visita in Quebec.

Frédéric Lenoir è uno dei filosofi più popolari in Francia.

Co-fondatore della fondazione SEVE ( Saper essere e vivere insieme ) e fondatore dell'associazione Insieme per gli animali , è autore di numerose opere, tradotte in una ventina di lingue, che hanno riscosso grande successo. In particolare: La felicità, un viaggio filosofico (Éditions Fayard-LGF); La potenza della gioia (Éditions Fayard); Filosofare e meditare con i bambini (Éditions Albin Michel); Lettera aperta agli animali (e a coloro che li amano) (Éditions Fayard).

Un'intervista schietta con un filosofo fermamente spinozista.

Perché la vita e l'opera di Spinoza ti appassionano ?

Sono "caduto in amore", come si dice in Québec, per Spinoza. Poiché la sua opera è molto difficile da leggere, ho voluto renderla il più accessibile possibile in questo piccolo libro, cercando di spiegare i suoi grandi concetti filosofici. Concetti chiave che possono aiutare molte persone a vivere. Grandi geni della storia dell'umanità, Goethe, Einstein, Nietzsche, Freud, hanno riconosciuto quanto Spinoza avesse cambiato le loro vite. Credo che leggere le opere di Spinoza possa aiutare molte persone a guardare le cose in modo diverso, con occhi nuovi. Quando studiavo filosofia, trent'anni fa, Spinoza non veniva affatto studiato. Veniva citato di sfuggita. Oggi è tornato molto più in auge. Figura al programma della maturità in Francia. Negli ultimi dieci anni la sua opera è stata riscoperta.

Spinoza realizzò un'opera filosofica rivoluzionaria in giovanissima età, all'età di 20 anni.

Assolutamente. Se c'è un miracolo che vorremmo smascherare attraverso una corretta comprensione delle cause, è il miracolo Spinoza! Come ha potuto quest'uomo, in meno di due decenni, costruire una costruzione intellettuale tanto profonda quanto rivoluzionaria? Il pensiero di Spinoza costituisce una vera rivoluzione politica, religiosa, antropologica, psicologica e morale. Assumendo la ragione come unico criterio di verità, questo filosofo iconoclasta, più moderno di noi, si colloca fin dall'inizio nell'universale e nell'atemporale, perché questa ragione è la stessa per tutti gli uomini di tutti i tempi. Per questo il suo messaggio non ha nulla da temere dall'usura del tempo. Nel suo sistema filosofico, Spinoza pone la ragione al centro di tutto. È convinto, e tenterà di dimostrarlo, che la totalità della realtà – dalle galassie lontane al cuore dell'essere umano – sia governata da leggi immutabili, che spiegano tutti i fenomeni. Convinto che la ragione sia capace di comprendere i meccanismi che ci determinano, propone un cammino di liberazione basato su un'attenta osservazione di noi stessi, delle nostre passioni, delle nostre emozioni, dei nostri desideri, della nostra costituzione fisica, che sola ci renderà liberi.

È un filosofo difficile da classificare.

Assolutamente. Spinoza mette a disagio molti studiosi perché c'è una dimensione spirituale molto forte nella sua opera. È facilmente classificabile come un autore totalmente materialista o un autore spiritualista. Credo che sia entrambe le cose allo stesso tempo. L'intera complessità del sistema filosofico forgiato da Spinoza risiede nel fatto che non può essere catalogato. È molto complesso. Ciò che apprezzo di Spinoza è la sua grande sottigliezza. È difficile da comprendere per molti intellettuali. Ecco perché ci mette sempre a disagio.

Perché Spinoza è così popolare oggi?

Spinoza è sempre più rilevante per diverse ragioni. La prima: concilia etica e politica. Ancora oggi tendiamo a dissociare queste due nozioni fondamentali. Da un lato, ci sono le morali, e dall'altro, c'è la visione politica moderna, vigente nelle nostre democrazie. Spinoza è stato il pioniere della politica moderna, poiché è stato il primo filosofo a definire il miglior sistema politico, in questo caso la democrazia, che separa la politica dalla religione e garantisce la libertà di coscienza e di espressione. Per molti versi, Spinoza è non solo molto più avanti del suo tempo, ma anche del nostro.

Ma va oltre quando ci dice che le democrazie non funzioneranno bene finché ci saranno passioni tristi e gli individui saranno preda di paura, risentimento, gelosia, che genereranno sempre ingiustizia e violenza nelle nostre società. La crisi che imperversa oggi nelle nostre democrazie dà pienamente ragione a Spinoza. La paura della polizia e della legge non basta a ristabilire l'ordine e l'armonia. È convinto che gli individui debbano trasformarsi interiormente per essere virtuosi. Dobbiamo iniziare un lavoro interiore per muoverci verso la gioia, cioè per realizzarci e passare dalle passioni tristi a quelle gioiose, affinché le società siano migliori. Il legame tra etica e politica stabilito da Spinoza è di estrema attualità oggi.

Molti accusano Spinoza di aver tradito l'ebraismo.

Sarebbe un giudizio pessimo pensare che, per una sorta di odio verso se stesso e le sue origini, Spinoza abbia riservato le sue frecce solo all'Ebraismo. Critica tutte le religioni con la stessa forza quando attivano le tristi passioni degli individui, in particolare la paura, per meglio schiavizzarli; quando si allontanano dalla loro unica vocazione – promuovere lo sviluppo della giustizia e della carità attraverso la fede – per instillare odio verso gli altri e intolleranza; quando i credenti dimostrano ipocrisia o si credono superiori agli altri. È tutto questo che Spinoza denuncia vigorosamente in tutte le religioni. Ha criticato ferocemente l'Ebraismo, il Cristianesimo e l'Islam. Ogni volta che menziona l'Islam, è per muovere una critica virulenta alla confusione tra poteri temporali e spirituali che questa religione mantiene.

Uno dei suoi critici non era altri che una delle figure più eminenti della filosofia del XX secolo: Emmanuel Levinas.

Il mio maestro è stato il grande filosofo e talmudista Emmanuel Lévinas, che ho conosciuto bene alla fine della sua vita. Ho collaborato con lui alla stesura di un libro. In un testo accusatorio del 1956 – Il caso Spinoza (pubblicato nel suo libro La libertà difficile , Éditions Albin Michel, 1963) – Lévinas cerca di spiegare come Spinoza abbia una pesante responsabilità nello sviluppo del pensiero antiebraico.

Secondo Lévinas, Spinoza si scomunicò dall'ebraismo perché interpretava la religione in un modo che non era affatto compatibile con l'ebraismo, in quanto ci diceva che osservare la legge è inutile. Ora, se dici a un ebreo religioso che osservare la legge è inutile, allora, ai suoi occhi, dell'ebraismo rimane ben poco. Per Spinoza, la legge ebraica è un insieme di decreti divini inscritti nel profondo del cuore. Pertanto, una volta seguita la ragione naturale, non si ha più bisogno della religione. Nel suo caso, l'ebraismo non era solo una religione, ma anche un'appartenenza culturale alla sua comunità, di origine marrana, che per lungo tempo fu costretta a praticare la propria fede in segreto. Questa eredità familiare, socio-storica e culturale lo ha plasmato. Spinoza è profondamente ebreo, eppure si è allontanato intellettualmente dalla religione ebraica. Ecco perché, per 350 anni, il pensiero di Spinoza è stato un ostacolo per l'ebraismo. In breve, si potrebbe dire che gli ebrei religiosi detestano Spinoza, mentre gli ebrei laici lo adorano.

Il suo background familiare ha contribuito a plasmare la sua mente intellettuale e filosofica?

Certamente. Nel suo primo libro, Il trattato teologico-politico , Spinoza denuncia, tra le altre cose, la collusione tra religione e potere politico, di cui furono vittime i suoi antenati. Essi, infatti, subirono sulla loro pelle i terribili orrori dell'Inquisizione in Spagna e poi in Portogallo, Paese che furono costretti ad abbandonare per stabilirsi temporaneamente in Francia prima di stabilirsi definitivamente nei Paesi Bassi, uno dei rari luoghi in cui la pratica dell'ebraismo era tollerata.

I Paesi Bassi erano una terra d'asilo per coloro che fuggivano da persecuzioni politiche e religiose. Sebbene prevalentemente calvinisti, gli olandesi tolleravano la presenza di numerose sette protestanti, cattolici ed ebrei. Anche se a volte repressi, le più diverse opinioni politiche e filosofiche potevano svilupparsi lì meglio che in qualsiasi altro luogo in Europa. Nella storia familiare di Spinoza, c'è molta sofferenza legata alla collusione tra religione e politica, che diede origine a una forma di tirannia in cui alcune religioni furono perseguitate. Credo che il suo desiderio di libertà di coscienza e di espressione derivi dal suo difficile contesto familiare. Ricordava costantemente che il suo Trattato teologico-politico , un libro che segnò la sua epoca, era un manifesto per la libertà di coscienza. Tutta la sua tumultuosa storia familiare è alla base di questo libro.

Il vento di libertà che soffiava sulla giovane repubblica dei Paesi Bassi sarebbe stato decisivo nel suo percorso intellettuale.

Verso la fine del XVI secolo, la Repubblica delle Province Unite dei Paesi Bassi, fondata nel 1581 dopo essersi emancipata dal dominio spagnolo, accolse migliaia di ebrei da tutto il mondo, in particolare dall'Italia. Essi portarono una forma di rinnovamento all'ebraismo, molto forte all'epoca di Spinoza. Gli studiosi ebrei diedero notevoli contributi allo sviluppo del pensiero intellettuale e scientifico. Amsterdam fu anche il luogo in cui visse Cartesio e dove nacque la filosofia moderna. Filosofi e pensatori protestanti liberali diffusero le nuove idee cartesiane. Fu in questo terreno fertile che emerse l'Illuminismo europeo, di cui Spinoza fu senza dubbio il rappresentante più eminente.

Sorprendentemente, Spinoza non si è mai definito ateo.

Ogni volta che veniva accusato di essere ateo, respingeva energicamente l'accusa. Poi spiegava perché non si considerava ateo. Infatti, ai suoi tempi, "ateo" significava libertino, senza legge. Spinoza rispondeva di avere una morale molto rigida e di essere un uomo di valori profondi. Si difese sempre da questa accusa di immoralità.

Spinoza ha basato il suo intero sistema filosofico su Dio. Se leggete il suo libro Etica , la prima parte è dedicata a Dio e l'ultima alla beatitudine e all'amore di Dio, onnipresenti nel suo pensiero. Ma il Dio di Spinoza non è il Dio della Bibbia.

Alla fine del mio libro, ho un dibattito su questa spinosa questione con il filosofo Robert Mizrahi, uno dei più eminenti specialisti dell'opera di Spinoza. Siamo in disaccordo sulla questione di Dio nel pensiero spinoziano. Robert Mizrahi è convinto che Spinoza fosse fondamentalmente ateo perché non credeva nel Dio della Bibbia. È vero che possiamo considerare Spinoza ateo se partiamo dal postulato che l'unico Dio possibile è quello della Bibbia. Ma, per Spinoza, non esisteva solo il Dio della Bibbia, era possibile anche un'altra concezione di Dio. È quella che sviluppa nell'Etica , ovvero la sostanza infinita che sostiene il mondo, si potrebbe persino dire la Natura, con la N maiuscola: la totalità della realtà. Egli ridefinisce completamente il concetto di Dio in un modo che ci avvicina molto al Taoismo e all'Induismo. Il Dio immanente di Spinoza assomiglia molto al Dio celebrato in queste tradizioni orientali.

Paradossalmente, spieghi che, pur detestando le religioni, Spinoza non sarebbe mai stato in grado di forgiare il suo pensiero filosofico senza il loro contributo.

La religione era il suo terreno fertile. Non smise mai di nutrire il suo pensiero filosofico. Conosceva la Bibbia a memoria, in ebraico. Imparò a pensare con la Bibbia e il Talmud. Ma usò la ragione per prendere le distanze dall'interpretazione religiosa tradizionale della Bibbia. Questa distanza lo portò all'Herem, l'esilio dalla sua comunità, perché la sua interpretazione dei testi della tradizione ebraica era radicalmente diversa da quella dei rabbini. Si prese così una libertà straordinaria. Questo è ciò che mi affascina di Spinoza. È uno spirito libero; nulla può limitare il suo giudizio. Ha dato vita, dal terreno fertile dell'interpretazione testuale biblica, a un'intelligenza straordinaria, capace di criticare e analizzare ogni cosa con grande sottigliezza. Ha sempre mantenuto un rapporto complicato con la religione.

Lo accusi di aver “sottovalutato il ruolo prezioso che la religione svolge nel creare “comunioni umane”, un’espressione che prendi in prestito dal tuo amico, il filosofo Régis Debray.

Spinoza ha un approccio molto intellettuale e razionale alle cose, e in particolare alla religione. Afferma, senza mezzi termini, che la religione si basa principalmente sulla paura, motivo per cui abbiamo bisogno di credere in un essere superiore che ci protegge costantemente. Procede a una decostruzione molto razionale della religione.

Ma ha dimenticato una dimensione fondamentale della religione: ovvero che crea comunione umana, cioè un senso di appartenenza, molto potente negli esseri umani. Abbiamo tutti bisogno di sentirci radicati in un luogo o in un gruppo. La religione crea un legame sociale. Spinoza voleva liberarsi da questo legame sociale e dalla sua comunità. Visse nel XVII secolo. Fu il primo filosofo dell'Illuminismo. Aspirava a un'universalità che, a suo avviso, poteva essere raggiunta solo distaccandosi dalle sue affiliazioni religiose o comunitarie. Voleva assolutamente diventare cittadino del mondo attraverso la ragione. Questa è una dimensione molto elitaria che pochissime persone possono sperimentare. La stragrande maggioranza degli esseri umani ha bisogno di sentirsi radicata in una comunità per prosperare. Penso che questa dimensione religiosa esisterà sempre perché crea un legame emotivo tra le persone. Spinoza ha sottovalutato questo bisogno fondamentale di ogni essere umano.

La sua posizione sul cristianesimo era davvero sorprendente.

Assolutamente. Spinoza ha una posizione del tutto originale e singolare sul cristianesimo. Ha sempre chiarito di non aderire al dogma cristiano. Non ha mai preso in considerazione l'idea di convertirsi al cristianesimo, nonostante le fortissime pressioni a cui è stato sottoposto da amici cristiani che lo hanno esortato a farlo. Non ha mai voluto convertirsi al cristianesimo perché si considerava non religioso. D'altra parte, il suo punto di vista su Cristo è estremamente originale perché differisce nettamente dai punti di vista cristiani ed ebrei su questa questione.

Credeva che Gesù fosse l'unico profeta non influenzato dalla sua immaginazione, le cui parole fossero intrise di verità. Per Spinoza, Gesù era l'emanazione della sapienza divina. Pertanto, lo rese il profeta dei profeti, il più illuminato e il più capace di proclamare le verità divine eterne. Ma, allo stesso tempo, rifiutava l'idea, promossa dai cristiani, che Gesù fosse il figlio di Dio e la seconda persona della Santissima Trinità. Non credeva assolutamente nella storia della Santissima Trinità. Pur rifiutando il dogma cristiano, considerava Gesù la figura più importante della storia umana e il profeta più illuminato da Dio.

Con quale aspetto della filosofia di Spinoza ti sei identificato immediatamente?

La sua concezione dell'etica. Propone un'etica che non è una moralità del dovere opprimente e colpevolizzante, ma, al contrario, un'etica basata sulla realizzazione di sé e sulla ricerca della gioia. L'etica di Spinoza è molto più motivante di quella di Kant. La sua etica parla ai nostri contemporanei. Spinoza è molto moderno nel modo in cui concepisce il legame tra corpo e mente. Questa concezione è strettamente legata al suo giudaismo. Non separa, come fanno Platone, i Greci e i Cristiani, l'anima dal corpo. Per lui, corpo e mente sono inseparabili. Ai suoi occhi, il corpo è molto importante. Lo rivaluta nella tradizione occidentale. Per lui, corpo e mente funzionano sempre insieme; non devono essere separati perché è in questa alleanza tra emozioni e ragione che l'essere umano può realizzarsi.

Spinoza ti ha introdotto a una filosofia che promuove la felicità e la gioia, di cui sei diventato uno dei più ferventi promotori.

Senza dubbio. L'intuizione di Spinoza è fondamentale. Vale a dire che ogni essere, ogni organismo vivente, si sforza di perseverare e crescere nel suo essere – il famoso conatus. Ogni volta che cresciamo, siamo nella gioia; ogni volta che regrediamo, sprofondiamo nella tristezza. L'etica di Spinoza non si basa, come nella morale tradizionale, sul dominio del corpo e delle passioni da parte della volontà e della ragione, e quindi della mente. Per Spinoza, mente e corpo sono la stessa cosa. La sua etica si basa sul passaggio dalla tristezza alla gioia. Per lui, il senso della vita umana è davvero essere sempre più nella gioia, fino a raggiungere la gioia suprema, che chiama "beatitudine". Qui, usa un vocabolario religioso.

La sua concezione dell'etica è altamente originale. Nessun altro filosofo prima di lui aveva costruito una morale basata sulla gioia. Spinoza fu il primo filosofo a dirci: non fondiamo l'etica sul dominio delle passioni, come avrebbe fatto più tardi Kant, e sul dovere, cioè su un imperativo categorico, ma fondiamola sulla ricerca della gioia, poiché è questa che permette all'essere umano di crescere in umanità.

lunedì 5 maggio 2014

Il cielo stellato e la coscienza

Se


Immanuel Kant 

Critica della ragion pratica, A 287-290 [1788]

Due cose riempiono l'animo con sempre nuovo e crescente stupore e venerazione, quanto più spesso e accuratamente la riflessione se ne occupa: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me. Entrambe le cose non posso cercarle e supporle come fossero nascoste nell'oscurità o nel trascendente, al di fuori del mio orizzonte; io le vedo davanti a me e le collego immediatamente con la coscienza della mia esistenza. La prima comincia dal luogo che io occupo nel mondo sensibile esterno, ed estende la connessione in cui mi trovo nell'infinitamente grande, con mondi sopra mondi e sistemi di sistemi, e inoltre nei tempi illimitati del loro movimento periodico, nel loro inizio e nella loro continuità. La seconda comincia dalla mia invisibile identità, la personalità, e mi pone in un mondo che possiede vera infinità, ma di cui si può accorgere solo l'intelletto, e con il quale (ma grazie ad esso anche con tutti quei mondi visibili) io non mi riconosco, come là, in una connessione puramente accidentale, ma in una necessaria e universale. Il primo sguardo di una innumerabile quantità di mondi per così dire annienta la mia importanza, che è quella di una creatura animale, che dovrà restituire ai pianeti la materia da cui è sorta, dopo essere stata dotata per breve tempo (non si sa come) di forza vitale. Il secondo al contrario innalza infinitamente il mio valore, che è quello di una intelligenza, grazie alla mia personalità, nella quale la legge morale mi rivela una vita indipendente dall'animalità e anche dall'intero mondo sensibile, perlomeno quanto può essere dedotto dalla destinazione finale della mia esistenza attraverso questa legge, che non è limitata alla condizioni e ai confini di questa vita, ma si estende all'infinito. Però, stupore e rispetto possono sì spingere alla ricerca, ma non sostituirne la mancanza.

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Zwei Dinge erfüllen das Gemüt mit immer neuer und zunehmenden Bewunderung und Ehrfurcht, je öfter und anhaltender sich das Nachdenken damit beschäftigt: Der bestirnte Himmel über mir, und das moralische Gesetz in mir. Beide darf ich nicht als in Dunkelheiten verhüllt, oder im Überschwenglichen, außer meinem Gesichtskreise, suchen und bloß vermuten; ich sehe sie vor mir und verknüpfe sie unmittelbar mit dem Bewußtsein meiner Existenz. Das erste fängt von dem Platze an, den ich in der äußern Sinnenwelt einnehme, und erweitert die Verknüpfung, darin ich stehe, ins unabsehlich-Große mit Welten über Welten und Systemen von Systemen, überdem noch in grenzenlose Zeiten ihrer periodischen Bewegung, deren Anfang und Fortdauer. Das zweite fängt von meinem unsichtbaren Selbst, meiner Persönlichkeit, an, und stellt mich in einer Welt dar, die wahre Unendlichkeit hat, aber nur dem Verstande spürbar ist, und mit welcher (dadurch aber auch zugleich mit allen jenen sichtbaren Welten) ich mich nicht, wie dort, in bloß zufälliger, sondern allgemeiner und notwendiger Verknüpfung erkenne. Der erstere Anblick einer zahllosen Weltenmenge vernichtet gleichsam meine Wichtigkeit, als eines tierischen Geschöpfs, das die Materie, daraus es ward, dem Planeten (einem bloßen Punkt im Weltall) wieder zurückgeben muß, nachdem es eine kurze Zeit (man weiß nicht wie) mit Lebenskraft versehen gewesen. Der zweite erhebt dagegen meinen Wert, als einer Intelligenz, unendlich, durch meine Persönlichkeit, in welcher das moralische Gesetz mir ein von der Tierheit und selbst von der ganzen Sinnenwelt unabhängiges Leben offenbart, wenigstens so viel sich aus der zweckmäßigen Bestimmung meines Daseins durch dieses Gesetz, welche nicht auf Bedingungen und Grenzen dieses Lebens eingeschränkt ist, sondern ins Unendliche geht, abnehmen läßt. Allein, Bewunderung und Achtung können zwar zur Nachforschung reizen, aber den Mangel derselben nicht ersetzen.