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domenica 23 agosto 2026

Le sirene di Capri

Pasquale Quaranta
"Capri è una sirena, ma il suo fascino può distruggerla": L'allarme dello studioso Olivero
La Stampa, 23 agosto 2026

«Se non si spengono queste sirene, l’isola passerà dei guai». Mimmo Oliviero prende in prestito proprio il mito che per secoli ha alimentato il fascino di Capri per raccontare il rischio che oggi corre l’isola: essere consumata dalla forza della propria attrazione. Perché, spiega, la sirena non è più soltanto la creatura della mitologia: «Questa sirena astratta è proprio il territorio, è proprio l’isola».

Oliviero Capri la conosce bene, e per almeno due ragioni. Nato a Marcianise nel 1937, è sempre vissuto a Napoli dove, dopo la laurea, ha lavorato occupandosi di edilizia tecnica e architettura degli interni. Negli anni Ottanta si è trasferito a Capri e da allora ha dedicato una parte importante dei suoi studi agli antichi assetti territoriali dell’isola, con particolare attenzione ai percorsi perduti che un tempo consentivano di attraversare e vivere pienamente i paesaggi e la costa.

Ma Oliviero conosce bene anche le altre sirene, quelle del mito. È autore di Sirene «a Capri». Parthenope, Lighea, Leucosia. Dilemmi, varietà e mutazioni, pubblicato dalle edizioni La Conchiglia, un viaggio attraverso le trasformazioni di creature che, dall’antichità a oggi, hanno abitato l’immaginario mediterraneo e caprese.

La domanda da cui parte il libro è apparentemente semplice: quando Capri è diventata “l’isola delle sirene”? Figure ibride e sfuggenti, le sirene cambiano forma attraversando secoli e culture: prima creature alate, poi donne con la coda di pesce. «Ormai è una cosa così diffusa che le sirene siano questi animali misto di vergine e pesce», osserva Oliviero. Eppure, ricorda, «niente a che fare con le sirene antiche», che erano creature con le ali.

Anche la coda di pesce ha una storia. «Le code di pesce portano fortuna», racconta. La rappresentazione della figura femminile con la coda diventò così una sorta di amuleto, utilizzato anche sui frontespizi dei libri: una sirena che avrebbe dovuto «portare fortuna al libro», quasi a proteggerne il sapere.

È proprio questa capacità di trasformarsi che permette al mito di sopravvivere. «I miti erano uno strumento e ancora oggi hanno questa funzione», spiega Oliviero. Non più nello stesso senso dell’antichità, ma come un linguaggio capace di condensare ciò che altrimenti è difficile esprimere: «Quando si vogliono dire delle cose che non si riescono a esprimere, alla fine si fa riferimento al mito».

E a Capri il mito ha finito per intrecciarsi sempre di più con il turismo. «C’è un legame continuo con il turismo», dice Oliviero. Si ascoltano le sirene, «perdimm' 'a capa» («perdiamo la testa»), ci si lascia attirare da qualcosa che esercita su di noi un richiamo irresistibile. Fino al passaggio decisivo: «La sirena è diventata uno strumento di promozione turistica».

È qui che il mito incontra il presente e cambia significato. Capri stessa, secondo Oliviero, è diventata una sirena: attrae perché è bella, desiderata, raccontata nel mondo, ma rischia di essere travolta proprio dalla forza del suo richiamo. «Oggi quello che sta succedendo all’isola e tutti questi danni che stiamo anche avendo sono da essere troppo sirena», dice. In altre parole, Capri «chiama troppe persone».

La sirena, questa volta, ha un nome molto concreto: overtourism. Oliviero lo pronuncia «overturismo», italianizzando il termine con una “o” finale, e non usa mezzi termini: «C’è questo tema dell’overtourismo che sta uccidendo l’isola, proprio perché il richiamo è molto forte».

Il paradosso è tutto qui: ciò che ha costruito la fortuna internazionale di Capri rischia ora di trasformarsi nel suo punto di maggiore fragilità. Il problema non è spegnere il fascino dell’isola, ma riuscire a governarlo prima che quel richiamo diventi insostenibile. Per questo Oliviero chiude tornando ancora una volta al mito, con un avvertimento che vale anche come metafora del presente: «Se non si spengono queste sirene, l’isola passerà dei guai».

domenica 20 luglio 2025

Capri, il materiale e l'immaginario




Carl Blechen, Tiberiusfelsen auf Capri, 1828-’29, Hannover – Niedersächsisches Landesmuseum

Giorgio Villani
L'isola di Capri da Tiberio a Douglas

il manifesto, 20 luglio 2025

Se Capri abbia effettivamente esercitato una forte attrazione su quel genere di creature «incapaci di creare capolavori, che cercano, non potendo fare altro, di divenirlo loro stessi», come scrisse Cocteau del barone Fersen, non saprei. Certo è vero che l’isola raccolse molti spiriti eccentrici, i cui costumi si prestarono al pettegolezzo. A prestar fede a quanto si legge nel libro che gli dedicò Roger Peyrefitte L’Esule di Capri, il barone sarebbe stato, invece, proprio un caratteristico esempio di quella stirpe di «strani esuli dal palato fine» – tra le cui file s’annovererebbero Asinio Pollione, Oscar Wilde, Friedrich Krupp, Maurice Sandoz e perfino l’imperatore Tiberio – che scelsero d’abitare questi luoghi rocciosi in mezzo al mare.

Sorta di nido per procellarie solitarie, Capri avrebbe attratto quanti erano in rotta con il mondo. Ma le favole fiorite intorno all’isola non riguardarono soltanto i suoi più illustri residenti. In Some Antiquarian Notes del 1907, che La nave di Teseo ripropone oggi assieme a un breve scritto sull’imperatore Tiberio col titolo Capri Annotazioni antiquarie (a cura di Giuseppe Balducci, pp. 155, euro 17,00), Norman Douglas elencava molti casi di quella ch’egli allora definiva archeologia di Cicerone, di quella «archeologia», cioè, «deliberatamente creata per compiacere i viaggiatori» e che «tende costantemente e in modo allarmante a insinuarsi nell’archeologia seria dei primi antiquari».

Forse la ragione delle tante fole e leggende è da attribuirsi all’azione delle acque e dei venti che, alterando perpetuamente la fisionomia della costa ed erodendone le rocce, hanno reso difficile l’interpretazione di molti siti archeologici: nel palinsesto di civiltà, laddove le lettere sono mozze e illeggibili, soccorre la fantasia a colmare i vuoti. «Diventa più facile – leggiamo nelle pagine di Douglas – credere quanto quest’isola sia cambiata dai tempi di Tiberio e quanto violenti siano stati alcuni di questi cambiamenti, allorché ampliamo lo sguardo al continente vicino». Come sulla terraferma, anche qui le frequenti frane (perlopiù dovute «all’infiltrazione dell’acqua attraverso il terreno dissodato fino a colpire il duro calcare, laddove essa si accumula») e le alluvioni hanno talmente segnato i luoghi che «la pioggia, dilavando il terreno dall’alto, ha riempito in epoca post-romana valli come quelle del Valentino e del Campo sotto San Michele e ha cancellato tracce di strade romane». Alla perdita d’informazioni dovuta agli agenti naturali si devono aggiungere, spiega l’autore, anche quelle prodotte dall’avidità o dall’incuria degli uomini. Episodi di statue frantumate a colpi di martello (come quella rinvenuta a Timberino), vasi e mosaici infranti sono gustosamente enumerati in uno dei capitoli, dove si racconta anche di una testa scolpita in pietra nera con la quale i ragazzini erano soliti giocare, fino al momento in cui non ne rimase più nulla.

La scomparsa di tanti reperti ha dato la stura alla fantasia della popolazione locale e di qualche dilettante straniero. Soprattutto sotto il segno di Tiberio, luoghi adibiti a occupazioni ben più prosaiche sono stati rivestiti di una coltre d’audace mistero, al punto che quasi ogni rovina, osserva Douglas, sotto la spinta della credulità degli stranieri, è stata mutata in una prigione o in un palazzo imperiale. La leggenda che faceva di Tiberio un principe vizioso e crudele costituiva il presupposto di tali fraintendimenti. Uno dei più famosi fra questi è imputabile a Svetonio e riguarda uno strapiombo dal quale il principe avrebbe gettato i condannati, perché, semiaffogati nell’acqua, fossero poi finiti a bastonate dai marinai.

Nel dissolvere i fantasmi d’antichi culti aboliti, d’atrocità imperiali, di passaggi sotterranei e di sirene, Douglas adotta uno stile che coniuga l’ironia volteriana al pragmatismo dello studioso anglosassone. Tanto più che lo scrittore si dimostra un ottimo conoscitore di marmi, pietre, mattoni e di tutti gli altri materiali di costruzione impiegati nel mondo antico. Tutte le notazioni storiche, archeologiche ed erudite su Capri di Douglas – confluite nel 1930 in uno dei bei volumi che a Firenze stampava l’editore avventuriero Giuseppe Orioli col titolo Capri. Materials for a description of the Island – rivelano una competenza che va ben oltre quella del semplice amatore. Ma l’ambito nel quale lo scrittore esercita con più abilità la sua critica è l’etimologia.

La sua vasta conoscenza delle fonti classiche e dei moderni resoconti di viaggio, la sua viva curiosità per la toponomastica lo portano a trattare con grande disinvoltura dell’origine più probabile di molti dei nomi dei siti capresi. Quanto a quello di Matromania, che si dà a una delle grotte, per esempio, confuta ch’esso possa derivare da una contrazione di magnum Mithrae antrum e considera risibile la voce Mitromania, usata per la prima volta da Speyer nel 1859. Altrettanto improbabile ritiene che la grotta di Lucina fosse sacra alla dea omonima, parendogli invece che dovesse chiamarsi così da un leccio che sovrastava l’altura («così che questo nome – scrive – è qui ritornato al suo significato originario: lucus a non lucendo»).

L’attitudine sovente credulona dei viaggiatori è stata assecondata negli anni dalla maliziosa gente del posto: «la Vergine e suo figlio – leggiamo nel capitolo dedicato ai tesori immaginari celati sotto la terra – sono adorati con feste, ma imitarne i comportamenti non è una prerogativa dei capresi. Nemmeno il demone più crudele terrebbe uno di questi figli della natura fuori da una grotta marina, se dentro ci fossero granchi per mezzo franco. Racconteranno le loro storie di diavoli, perché agli stranieri piace ascoltarli; gli stranieri sono persone piuttosto semplici per certi aspetti». Forse Douglas, che arrivò per la prima volta nel 1888 e cominciò a prendervi dimora più stabile a partire dal 1902, attribuisce ai capresi un po’ d’avidità e furberia di troppo. Ma come dubitare che in fondo un po’ di questo spirito scettico e pagano non dispiacesse al suo caustico buon senso inglese?

venerdì 21 marzo 2025

Fulvia, l'estate selvaggia




 Roberto Stocchetti 

L'Italia di ieri, il mondo umile delle piccole comunità di artigiani, contadini, pescatori di poco più di un secolo fa, i loro valori, consuetudini, riti sociali appartengono ormai a pieno titolo al passato remoto. Di essa rimangono mere testimonianze, come quelle raccolte dal grande antropologo Ernesto De Martino. Un mondo magico, già nella seconda metà del XX secolo al crepuscolo, che oggi possiamo conoscere solo di riflesso.

L'immaginaria isola di Flamurià, ricalcata sull'arcipelago delle Eolie, sembra essere sfuggita di misura alla mutazione antropologica della modernità; ma certo per un'isola conservare il suo stato d'eccezione, o, per meglio dire, mantenere la sua natura, risulta più facile, difesa com'è dalla barriera del mare.

Così a Flamurià una famiglia della media borghesia romana dell'ultimo decennio del XX secolo può esprimere la sua anima più profonda e non negoziabile ma nel contempo le forze archetipiche del luogo si fanno sentire in tutta la loro potenza: creatrice, plasmatrice, ma anche di morte, che ghermisce, implacabile.

La protagonista narrante comprende ciò a prima vista e ne è intimorita. Flamurià è luogo mai rilassante, ove la natura presenta un volto tutt'altro che domestico e idilliaco.

L'enigma che irretisce Fulvia ha una soluzione palese, manifesta, addirittura pubblica, cui nessuno presta attenzione. Se per Otto Rank il mito è il sogno di un intero popolo i personaggi del racconto partecipano a quello di Flamurià, divenendone inconsapevoli attori, vivendo in e per esso.

Spetta alla narratrice prendere coscienza e battersi in una lotta dove la salvezza è di tutti o di nessuno; in essa Alessia non è eroica, ma umana: getta sul piatto della bilancia la sua vita e affronta il rischio con lo slancio del cuore. Portando in salvo sulle sue spalle l'amica unisce i loro destini e li riscatta.

Il rito di passaggio che le due ragazze compiono sull'isola è la porta tra due stagioni della vita e non può rimanere immemore dell'Uomo che percorse tutta la maggior valle in che l’acqua si spanda tra ' discordanti liti: Ulisse.