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venerdì 5 giugno 2026

Piacere senza sesso

 


solitudine e castità, esperienze vitali e feconde

Melissa Febos

Laura Di Corcia
Il Sole 24ore, 31 maggio 2026

Sono anni che l’esperienza viene intercettata come segmento fecondo per aspirare ad una vita più ricca, più intensa, più autentica. Tutta la narrazione degli anni della contestazione spinge in questa direzione e da più parti questo approccio è stato accusato di non rappresentare affatto una critica (né un’alternativa) al sistema, senza che però l’immaginario ne risulti intaccato, alimentato dal cinema (un certo cinema) e dalla musica (una certa musica). Vivi, fai esperienza, accumula non solo denaro, ma anche esperienze come capitale simbolico. Dry Season. Il mio anno di piacere senza sesso, dell’ americana Melissa Febos guarda in una direzione opposta e così facendo non solo ci consegna riflessioni non banali sul senso dell’esistenza, ma da un certo punto di vista rivitalizza un genere, quello dell’autofiction, spesso permeato da un gusto per l’esperienza eccentrica, anti-borghese, come se la via della dissoluzione e dell’accumulazione di avventure fosse un modo per tracciare meglio i confini della propria identità, e non per disperderli in un pulviscolo di tracce, possibilità, scosse, lungo una spirale compulsiva.

E quindi Dry Season non è solo un libro sull’originale e poco di moda tema della castità, ma è una riflessione sul vuoto, sulla solitudine come esperienza vitale e feconda, sulle varie forme di dipendenza e sul processo del ritorno a sé come via maestra per la conoscenza e per delle nuove forme di (possibile) felicità. L’autrice, dopo un’esperienza amorosa devastante da lei stessa chiamata «il Vortice», decide di trascorrere un periodo di tempo «a secco», senza incontri con altre persone, rendendosi conto che, per tutta la sua vita, non aveva fatto altro che passare da una relazione all’altra, perdendosi, immancabilmente. Gli esempi che la aiutano ad attraversare e anche prolungare questo periodo di tempo, che dai tre mesi di “digiuno” si estende fino a coprire l’arco di un anno, arrivano tutti da figure di mistiche e battagliere, in primis le beghine, donne laiche che avevano scelto una vita fatta di castità e preghiera; protofemministe, come ci fa notare l’autrice, che nell’astinenza sessuale avevano trovato una via di libertà, autonomia e indipendenza. Nelle mani di Febos l’autofiction diventa un modo per esplorare desideri e dipendenze, fame e bisogno di riconoscimento e per spingere il femminismo verso una zona più intima (e anche meno conosciuta) al confine con la ricerca personale e spirituale. Se le prime pagine di Dry Season sono sorprendenti, nell’ultima parte del libro bisogna ammettere che la narrazione stagna e il meccanismo sembra perdere forza. E questo è l’unico punto debole di un libro interessante, che spicca dalla media, e generoso, che ha voluto dire tanto, forse troppo.

Melissa Febos
Dry Season, traduzione di Federica Principi
Nottetempo, pagg. 360, € 18

sabato 9 maggio 2026

Cacciari nel pallone

Alfonso Berardinelli
Se il filosofo perde la testa nel Kaos. Geopolitica metafisica? No, grazie
Il Foglio, 9 maggio 2026

Roberto Esposito e Massimo Cacciari, due filosofi che allungano subito le mani sulle teorizzazioni e il lessico del nazista Carl Schmitt quando si tratta di astrazioni teorico-politiche, hanno fatto coppia per spiegarci niente di meno che il caos politico mondiale di oggi. Il libro che ne è venuto fuori si intitola giustamente Kaos (Il Mulino, 134 pp., 16 euro) perché l’uso di “k” avverte subito che “attenzione, qui filosofia politica tedesca”, anzi nazista: ingresso selettivo.

Mi permetto di entrare senza permesso né esibizione di distintivo professionale in un tale caotico libro in quanto critico letterario specializzato in saggistica. Ma vedo presto che rischio di trovarmi a leggere pagine che non sono state scritte per essere lette, ma piuttosto per soddisfare una smania di non farsi capire che penalizza anzitutto i due autori e tormenterà gli eventuali lettori facendoli sentire incapaci di leggere.

In realtà il peggiore dei due risulta Cacciari, che indossa per primo la maschera del pensatore superiore, se non dell’autore culturalmente autistico. Esposito, perciò, non potrà che inseguirlo sullo stesso terreno, abbracciando anche lui il pensiero di Carl Schmitt e di Ernst Jünger, gli autori più citati e rimasticati dai nostri due filosofi. Due nazisti e “uomini superiori”, Schmitt e Jünger, che attirano due filosofi politici di oggi che dell’oggi dicono politicamente poco o nulla, e in più lo dicono male, fantasticando in coppia e in un gergo nel quale astrazione, mitologie e metafisica occupano tutto lo spazio. Questo, dunque, il libro caotico sul Kaos: la tomba di una prosa filosofica illeggibile. Ecco la prima pagina della Premessa:

“Le Muse di Esiodo ci ricordano che il Principio sommo della generazione, genesis, è chaos – da lui vengono Erebo e Notte e da questi Etere e Giorno. Gli opposti sorgono dal suo Abisso. Chaos significa il Vuoto senza differenza in sé, l’aperto, la bocca spalancata prima che qualsiasi suono venga emesso. Relazioni, armonie, così come contraddizioni e confusioni nascono da Chaos, non sono Chaos. E nel suo immenso Vuoto possono fare ritorno. Il Vuoto-chaos resta sempre aperto sotto i nostri piedi (…) Avvertiamo un Vuoto capace di inghiottirci? Questo è il vero pericolo; la confusione e il disordine che sembrano marcare l’epoca forse nascondono un Vuoto che è il grembo dove stanno maturando nuovi ordini e nuovi principi. Poiché il Vuoto apre a infiniti possibili. Nessuno potrebbe certo prevedere o anticipare quelli che si realizzeranno, tuttavia questo dovremmo ricercare, piuttosto che indugiare soltanto sull’evidenza del disordine e del conflitto: quali catastrofi, quali radicali mutamenti nasconde l’abisso, nel fondo del suo Oceano. Chaos è Principio morfogenetico, genererà necessariamente nuovi Ordini. Somiglieranno alla Mathesis del Mondrian riprodotto nella nostra copertina – o a una apocalisse di Anselm Kiefer? Cerchiamo di essere pronti ad affrontare quelli che il destino ci prepara”. Firmato Massimo Cacciari e Roberto Esposito.

Di che si parla? Dove siamo? C’è dell’altro? Mi scuso con il lettore (con il quale i due autori non si scusano) per la vacuità del testo citato. Ma si sa, la metafisica e la mitologia sfuggono all’attuale percezione, comprensione, senso comune. Nella Premessa viene promesso tutto il vuoto in cui il libro consiste fino all’esasperazione, benché Esposito poi si farà capire un po’ meglio di Cacciari. Ma i due sono complici nel non saper cosa dire. Alla loro mancanza di argomenti i due cercano di rimediare rivolgendosi alle teorizzazioni mitologico-metafisiche di intellettuali nazisti come Schmitt e Jünger, due “uomini superiori” che all’ombra dell’“inferiore” Hitler hanno teorizzato e mitizzato quel vuoto che tutto divora e di fatto ha divorato, fra ordine geometrico alla Mondrian delle adunate di massa dal 1933 al 1945, con tanto di apocalisse nello stile di Kiefer: due “pittori” metafisico-nichilisti che riducono tutto a quadrilateri (Mondrian) o a fantasmi di morte e distruzione (Kiefer).

Quando parla da filosofo, Cacciari perde la testa, annega nell’irrazionale e nelle criptocitazioni. Procede a orecchio, infatuato come è di un gergo in cui l’immaginario culturale e le libere associazioni prendono il posto del pensiero e dell’argomentazione. Esposito forse poteva fare meglio di quello che fa in questo libro. Ma per non essere da meno prende anche lui il treno della metafisica immaginaria, perché più in alto di così non si potrebbe andare. All’inizio del suo saggio, che occupa la seconda parte di Kaos, intitolata “Geopolitica e metafisica”, si chiede che cosa può aver avuto a che fare Henry Kissinger con la metafisica. La domanda rimane però senza risposta, salvo quella che richiama una coppia piuttosto elementare: “La geopolitica – nella prospettiva dei suoi interpreti più acuti – agisce precisamente in questa dialettica, sempre irrisolta, tra ordine e chaos”.

Ma il Kissinger geopolitico al servizio della politica estera americana avrà davvero qualcosa a che fare con il Kissinger che ricorda di aver letto da giovane i Presocratici? I grandi leader, si sa, civettano spesso, in età avanzata, ricordando qualche bella frase letta nei classici quando erano studenti. Lo faceva volentieri anche Churchill.

In questo duetto Cacciari-Esposito la cosa di cui si sente più la mancanza è la società, sono le trasformazioni delle strutture sociali dovute alle tecnologie e alle organizzazioni del lavoro, della produzione, del consumo, della comunicazione, delle idee dominanti e delle mitologie di massa. Non ci sarebbe stata male un po’ di sociologia e antropologia del presente. La sociologia era temuta e disprezzata sia dal nazismo che dallo stalinismo. Il filosofo ontologico-metafisico filonazista Heidegger, che tutt’ora intossica le università del mondo, nonché le chiese cristiane, che scambiano per Dio il suo Essere, credeva di poter disprezzare come non-filosofo Theodor Adorno definendolo “quel sociologo”. Ma che cosa sono pensiero politico e teoria politica senza conoscenza della società? Quale tipo di individui produce una certa società e quale società producono gli individui? Habermas, per esempio, non ha mai smesso di essere un sociologo essendo un filosofo. Ha detto che la sua generazione aveva deciso di rompere con il “pensiero profondo” dell’eredità platonico-tedesca. La metafisica in Occidente è morta fra XVII e XVIII secolo. Resuscitarla a parole è solo truffa, o follia, o esibizionismo scolastico che scambia le parole per esperienza mistica.

sabato 18 ottobre 2025

Il lutto. Freud e Bowlby

Vittorio Lingiardi 
Perché il vuoto del mondo è quello dentro noi stessi

La Stampa, 18 ottobre 2025

Se tutto il resto perisse e lui restasse, io potrei continuare ad esistere; ma se tutto il resto durasse e lui fosse annientato, il mondo diverrebbe, per me, qualcosa di immensamente estraneo: avrei l’impressione di non farne più parte». Le parole d’amore di Catherine Earnshaw per Heathcliff – uno dei passi più celebri di Cime tempestose – spiegano molto bene cosa intende Freud quando scrive che «nel lutto il mondo si è impoverito e svuotato, nella melanconia impoverito e svuotato è l’Io stesso». Anche questo è un passo celebre e lo leggiamo in Lutto e melanconia del 1917, uno dei suoi scritti più belli. È una frase che abita da sempre la testa di chi fa il mio mestiere perché contiene temi su cui non smettiamo mai di riflettere: la distinzione (e inevitabilmente la continuità) tra mondo interno e mondo esterno, il confine tra lutto e depressione, l’esperienza dello svuotamento psichico con il distacco dalla realtà e dalle relazioni che ne segue. Il mondo che diventa estraneo, come dice Catherine. Abbandono a malincuore le passioni di Emily Brontë per riassumere lo scritto freudiano. Il lutto, dice Freud, è la risposta naturale alla perdita di un oggetto d’amore (ma anche di un’ideale). L’individuo, pur soffrendo, riconosce la perdita e col tempo scioglie il legame libidico. È un processo che richiede lavoro psichico, il cosiddetto “lavoro del lutto”, grazie al quale la libido torna disponibile per nuovi legami. Il mondo torna libero e attraente. Nella melanconia, invece, qualcosa si inceppa. L’individuo non sa riconoscere ciò che ha perduto: la perdita è inconscia, ambigua, non accessibile all’elaborazione. L’oggetto perduto è dentro di sé, non è il mondo a essere vuoto, ma «l’Io stesso». Ma poiché la perdita suscita sentimenti ambivalenti, l’odio e la rabbia si rivolgono contro di Sé generando autosvalutazione e sentimenti d’indegnità e colpa. Nasce così, dice Freud, la vita psichica del malinconico, fatta di accuse e disprezzo verso di sé. In realtà sta accusando l’oggetto perduto, ma dentro di sé. È questa una delle strade che portano alla formazione di un Super-io critico e punitivo, ma per motivi di spazio non posso imboccarla.

Un salto di una quarantina d’anni ci porta a un’idea nuova di lutto e di perdita. A suggerirla è John Bowlby, medico ed etologo inglese, il cui approccio ha rivoluzionato il pensiero clinico in psicoanalisi. Il punto di partenza non è il conflitto intrapsichico, come in Freud, ma le conseguenze psicologiche della separazione dalla figura di attaccamento, cioè l’interruzione della relazione che nasce dal bisogno primario di sicurezza e protezione. Da qui la sua idea che la perdita sia uno dei traumi più profondi per l’essere umano. Nell’articolo del 1960 Dolore e lutto nell’infanzia e nella prima infanzia e poi nella trilogia Attaccamento e perdita, Bowlby descrive il lutto come un processo di adattamento alla separazione. Ma quando la perdita o la separazione avvengono in età precoce, le conseguenze sullo sviluppo della personalità durano un’intera vita e si ripercuotono sul sistema dell’attaccamento. Diventando prototipo di tutte le separazioni e le perdite future. Per Bowlby il lutto è un processo di trasformazione del legame, non la sua dissoluzione; un processo d’interiorizzazione e integrazione della perdita nella continuità della vita psichica. Nella loro radicale diversità, Freud così attento ai processi del mondo interno, Bowlby così rivolto agli eventi traumatici del mondo esterno, sono due anime della psicoanalisi che si sono a lungo fronteggiate e col tempo sembrano avere imparato a parlarsi. Da entrambi possiamo imparare qualcosa che ci aiuta ad attraversare il difficile territorio del lutto. Che, preparandomi ad affrontarlo, molti anni fa avevo descritto così: «Quando non c’è speranza di salvezza, dove la morte non porta compimento, lì cosa c’è, in che paese siamo? Quello è il dolore, e noi lo attraversiamo».

La distinzione tra lutto “normale” (un processo che permette di accettare e integrare la perdita) e lutto “patologico”, “complicato” o “prolungato” (dove il soggetto rimane bloccato nella protesta malinconica) è uno temi più controversi della diagnostica dei disturbi depressivi. Il clinico che usa il Dsm, cioè il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali dell’American psychiatric association, deve essere consapevole di un duplice rischio: da un lato psichiatrizzare il dolore, dall’altro trascurare forme di sofferenza bloccata o distruttiva che meritano un riconoscimento clinico. Senza dimenticare ciò che in modi diversi ci hanno insegnato Freud e Bowlby: il punto non è quanto soffriamo, ma quanto questa sofferenza è un ripetizione immobile e immodificabile.

Vuoto del mondo, dunque, e vuoto di sé. Ne parla Enid Balint in un articolo del 1963 partendo da un’osservazione linguistica: mentre esiste l’espressione “essere pieni di sé”, non esiste “essere vuoti di sé”. Uno stato psichico, invece, che dobbiamo conoscere ed esplorare, una forma di vuoto che tocca la struttura dell’essere e si manifesta come un’incapacità di sentirsi vivi, reali e riconosciuti come soggetti. Un vuoto che non è solo malinconia, ma disturbo precoce dell’esperienza del Sé, della sua coesione e del suo radicamento corporeo. Nasce dalle lacune dell’accudimento infantile, quanto il caregiver non risuona, non restituisce al bambino un’immagine coerente di sé. È la mancata interiorizzazione di un oggetto buono e calmante che diventa il “sentimento di vuoto” dell’esperienza borderline, il suo centro (dis)organizzatore, la forma clinica di una solitudine originaria. La dolorosa presenza dell’assenza. “Essere vuoti di sé” significa non essere stati restituiti a sé stessi da uno sguardo umano. Questo sarà il compito della terapia.

venerdì 7 marzo 2025

La rabbia




Filippo Barbera, Bolle di politica. Quando la rabbia non è sufficiente
L'Indice, marzo 2025

Dal 2010 al 2020, scrive Vincent Bevins in Se noi bruciamo. Dieci anni di rivolte senza rivoluzione, siamo stati spettatori (spesso) o attori (a volte) di un’eccezionale esplosione di proteste di massa che annunciava cambiamenti profondi verso modelli di società più equi, una politica più rappresentativa, un’economia nuova e all’altezza delle grandi sfide del mondo. Oggi, osservando retrospettivamente gli esiti di quelle “rivolte senza rivoluzioni”, non si può che constatare come nella maggior parte dei casi le cose siano andate diversamente. Consideriamo, per esempio, le “primavere arabe” analizzate nel testo e che a partire dal 2010 hanno infiammato le piazze di Tunisia, Egitto, Libia, Siria, Yemen, Bahrain, Algeria, Marocco e Giordania. I movimenti protagonisti di quegli eventi sono stati repressi o hanno agevolato cambi di regime che non hanno migliorato la situazione precedente. Anche il caso tunisino – l’unico dove c’era stata una transizione democratica relativamente riuscita – è tornato nel cono d’ombra dell’autoritarismo. In questi come in altri casi, dall’Asia al Sud America, si chiede Bevins, perché le cose non sono andate meglio ma, in molti casi, sono addirittura peggiorate?

Per rispondere, l’autore ricostruisce singoli casi nazionali attraverso circa duecento interviste ai protagonisti di quelle rivolte. Il risultato è un’analisi efficacissima di Tunisia, Egitto, Bahrain, Yemen, Turchia, Brasile, Ucraina, Corea del Sud e Cile, che diventa nei capitoli finali un’interpretazione acuta, semplice e stratificata alla stesso tempo. A un primo livello interpretativo, dobbiamo accettare definitivamente la possibilità concreta del “regresso storico”. Non solo la storia non ha nessuna direzione e nel suo farsi non si dispiega nessuna speranza, dubbio che da qualche tempo ci aveva effettivamente sfiorato, ma anche il peggioramento delle condizioni pregresse è del tutto plausibile. La conseguenza logica è che il periodo di relativo equilibro tra crescita economica, democrazia politica e conflitto sociale regolato, che ha caratterizzato una parte del mondo, deve oggi essere considerato una parentesi, un fragile equilibrio che si è rotto. Le conquiste della seconda metà del Novecento, certo relative, circoscritte e possibili grazie a rapporti neocoloniali, non sono replicabili. L’arena internazionale, poi, è regredita a un periodo “pre-congresso di Vienna”, priva di un nuovo equilibrio tra le potenze globali e – a differenza di allora – senza la volontà di costruirlo.

Certo, si tratta ancora di un “segnale debole”, la democrazia è complessivamente solida, si dirà. Non è così. I “segnali deboli” possono essere semi di futuro. Dopo una fase di espansione democratica, si è osservata una tendenza al declino e, in alcuni casi, al regresso. Pur nella loro incerta validità e attendibilità, gli “indici” sintetici negli ultimi vent’anni registrano una diminuzione nel numero di democrazie a livello globale, con un aumento corrispondente di regimi autoritari o ibridi. Lo stato di salute dei regimi più democratici, poi, è preoccupante in ordine alla libertà di stampa, alla separazione tra i poteri e ai diritti civili e sociali.

Un secondo “strato” della risposta di Bevins – più preciso in termini causali – risiede nel repertorio  che ha strutturato l’azione dei movimenti di protesta indagati. Con le efficaci parole di due attivisti brasiliani Não existe vácuo político (il vuoto politico non esiste). Se togli potere a chi lo detiene e non ti organizzi per prenderlo, si crea un “vuoto” al centro del sistema che altri riempiranno. Le proteste di massa apparentemente spontanee, coordinate attraverso i social media, organizzate in modo orizzontale e prive di leader formali e di meccanismi di selezione della classe politica, funzionano bene per aprire varchi, ma lasciano il vuoto. Sono “bolle di politica” orientate alla protesta, mosse dalla rabbia e dall’indignazione, ma che non alimentano la rivoluzione. Bolle che scoppiano troppo in fretta. In Egitto il vuoto è stato riempito dai militari. In Bahrain sono stati l’Arabia Saudita e il Consiglio di cooperazione del Golfo. A Kiev si è trattato di un gruppo diverso di oligarchi, affiancati dai militanti nazionalisti. Ciò è accaduto perché il repertorio di protesta dei movimenti di piazza è stato fortemente influenzato da parole d’ordine come “orizzontalità”, “spontaneismo”, “auto-organizzazione”, tipiche della temperie culturale antisovietica, neoanarchica e incentrata su forme di “critica artistica” maturata decenni prima in Europa e negli Stati Uniti (tesi di Luc Boltanski e Ève Chiapello in Il nuovo spirito del capitalismo). Repertorio che poi si è diffuso e saldato con il cambiamento generazionale, l’aumento dei livelli d’istruzione, le aspettative di status sociale non soddisfatte, una maggiore sensibilità per i diritti civili, l’indignazione per violazioni puntuali dell’economia morale (“il prezzo del pane”, “il costo dei trasporti”) di quei paesi. Il tutto, però, in assenza di organizzazione formale, intermediazione politica, matrice ideologica e procedure formali di selezione dell’élite.

Una rivoluzione è la sostituzione di una vecchia élite con una nuova, non necessariamente con la forza militare ma certamente con l’organizzazione politica e la presa del potere. Senza questo passaggio, si ha solo “iperpolitica”, concetto che lo storico belga Anton Jäger (nel suo libro Iperpolitica. Politicizzazione senza politica, Nero, 2024) riferisce a un fenomeno in cui la politica diventa onnipresente e altamente spettacolarizzata, ma al tempo stesso svuotata  di capacità trasformative reali. In questo scenario, la politica è costantemente visibile nei media, nei social network e nello spazio pubblico, ma si riduce spesso a simboli, scontri culturali, proteste di piazza o virtuali e dinamiche fortemente individualizzate, piuttosto che a reali cambiamenti strutturali. In modo analogo a Bevins, anche Jäger descrive l’iperpolitica come una conseguenza della crisi delle tradizionali forme di rappresentanza e partecipazione, con i partiti politici in declino e le istituzioni sempre più scollegate dai cittadini. Questo porta a una politica che è intensa nei toni e nei conflitti, ma debole nelle soluzioni e nelle trasformazioni sociali.

Una forma simile di “protesta mobilitante” è al centro dell’ultimo libro di Francesco Filippi. A differenza di Bevins, qui l’intervallo storico considerato è molto più ampio (Cinquecento anni di rabbia, recita il titolo del volume) e la tesi abbraccia in modo più focalizzato il rapporto tra mezzi di comunicazione, rabbia e rivolta sociopolitica. Dall’introduzione della stampa a caratteri mobili fino all’era della comunicazione online, le società si sono trovate a dover fare i conti con un ritmo e una diffusione dei messaggi senza precedenti. La tesi del libro di Filippi è che, nonostante le indubbie differenze, i meccanismi fondamentali della comunicazione di massa abbiano molti aspetti in comune. Milioni di persone nel Sacro romano impero vennero a conoscenza delle novantacinque tesi di Lutero in pochissimo tempo, subito dopo la loro celebre affissione sulla porta della chiesa di Wittenberg, così come oggi, su internet, si diffondono rapidamente teorie complottiste su vittorie elettorali e presunte frodi. Alle otto del mattino del 6 gennaio, l’account Twitter di Donald Trump – ora presidente degli Stati Uniti – lanciava le parole d’ordine della protesta, “frode elettorale”, che avrebbe portato all’assalto del palazzo del congresso americano, Capitol Hill. Inoltre, sia la stampa che la comunicazione online allargano in modo incontrollabile i confini del pubblico: l’audience si espande in modo “memetico”, grazie alla trasmissione di idee e comportamenti attraverso imitazione e diffusione virale. Il web ha reso questo processo ancora più pervasivo e potente, ma il meccanismo di base era già attivo con la stampa. Un’altra similitudine è che entrambi i mezzi di comunicazione rendono arduo il compito di censurare, arginare o combattere le idee. Quando, nel Cinquecento, un signorotto locale tedesco cercava di punire gli stampatori per fermare la diffusione di certi messaggi, gli agricoltori potevano facilmente trovare un altro luogo dove stampare. Oggi, la censura su internet, che sia per motivi autoritari o educativi, risulta altrettanto complessa e problematica. Infine, sia la stampa che la comunicazione web non modificano in modo unidirezionale le modalità della protesta, ma vengono a loro volta alimentate da dinamiche sociali, crisi nei rapporti di potere, modelli di narrazione pubblica e più o meno fluidi percorsi di mobilità sociale.

Esempio dell’intreccio bidirezionale tra tecnologie della comunicazione, dinamiche sociali di medio periodo e cambiamento storico di lungo raggio è il lavoro di Peter Turchin che, nel 2010 in un breve pezzo su “Nature”, preannunciò che all’inizio del secondo decennio degli anni Duemila gli Stati Uniti sarebbero andati incontro a violenti scontri e moti di piazza, che avrebbero messo in profonda crisi l’ordine costituito. Nel 2022, come predetto dal modello, la folla prese d’assalto Capitol Hill, sobillata dal presidente uscente Donald Trump. Il modello di Turchin aveva predetto con più di dieci anni di anticipo gli eventi di Capitol Hill attraverso l’uso sistematico di dati quantitativi in grado di individuare dei “cicli storici”, basati su due variabili: l’aumento delle diseguaglianze e la più serrata competizione tra élite. Nel suo libro del 2023 End Times. Elites, Counter-Elites, and the Path of Political Disintegration, Turchin argomenta che l’aumento delle diseguaglianze economiche e la “sovrapproduzione delle élite”, quindi un numero di posti apicali inferiore alle persone che mirano a occuparli, sono forze di lungo periodo il cui cambiamento relativo (ad esempio elevate diseguaglianze e rapporto sfavorevole posti/persone) generano nel medio periodo finestre di opportunità per l’azione di imprenditori politici che – per scopi di consenso e potere – sfruttano il malcontento, la rabbia e l’indignazione associati alle diseguaglianze. Nel breve periodo, la contingenza tecnologica offerta dai mezzi di comunicazione di massa, dalla stampa al web, rende la loro azione possibile ed efficace. Si tratta di una prospettiva utile per mettere ordine nella “grammatica del tempo” suggerita dai libri di Bevins e Filippi e anche per dare meglio conto del ruolo dei fattori “meso” (imprenditori politici) non sempre messi bene a fuoco.

Se vi domandate perché la politica è così interessata al controllo dei mezzi di comunicazione – e se non vi è bastata la vittoria di Trump per giustificare la spesa di Elon Musk per acquistare Twitter – la lettura di questi libri dissolverà ogni incertezza residua.