Marcello Flores
Architettura totalitaria
Cattedrali profane per il culto del potere
Costringere il cittadino suddito a interiorizzare le indicazioni dell’ideologia nella quale è immersoCorriere della Sera, La Lettura, 14 settembre 2014


Questo non solo perché l’arte totalitaria, nella prima metà del Novecento, ha in qualche modo dialogato incessantemente, sia pure spesso in negativo, con le correnti artistiche contemporanee; ma soprattutto perché le sue Memorie di pietra, come recita il titolo di un bel libro curato da Gian Piero Piretto (Raffaello Cortina, pagine 272, e 25), sono state create non soltanto come autorappresentazione statica del potere ma come elementi dinamici di un percorso di propaganda, indottrinamento, appartenenza identitaria, educazione, ricerca di consenso con cui i regimi totalitari hanno interagito con le masse sulle quali avevano costruito il proprio dominio.
Il monumento totalitario non appartiene soltanto alla schiera degli oggetti intenzionalmente piegati a fini celebrativi, commemorativi, propagandistici, ma è parte di un discorso di costruzione ideologica che intendeva interagire con l’esperienza e la storia passata (come ci spiegano i due saggi sul fascismo inclusi nel volume: uno sull’Ara Pacis e il Mausoleo di Augusto, l’altro sulla riformulazione della memoria della Grande guerra attraverso i sacrari). La grandiosità monumentale, per i regimi totalitari, è il segno della volontà di scrivere e modificare la storia, e solo in quest’ottica rivolta al passato e al futuro ha senso la celebrazione del potere. Il confronto tra il saggio sul nazismo e quello sul mausoleo sovietico a Berlino, voluto da Stalin per celebrare la vittoria, testimonia quanto questa progettualità complessiva rivolta alla costruzione dell’uomo nuovo renda strumentalmente potente la monumentalità estetica privilegiata.
Una monumentalità che si manifesta a volte nell’eccessiva ripetitività e richiamo di elementi che, presi per sé, potrebbero anche non apparire così grandiosi. Dietro questi memoriali, edifici, sacrari, sculture non vi è solo un regime che si autoglorifica, ma la scelta di costringere il cittadino-suddito, che vi si trova immerso spesso nella sua quotidianità, a interagire emotivamente con il potere e a interiorizzare le sue indicazioni ideologiche.
Mattia Cinquegrani
La materia dura delle dittature
il manifesto, 20 agosto 2014
... Decifrare adeguatamente simili oggetti è un processo faticoso, poiché richiede di ricostituire quella trama impercettibile e complessa (a essi sottesa) formatasi dal fitto intrecciarsi di elementi non esclusivamente estetici o storico-artistici. Proprio questa è l’operazione felicemente intrapresa in Memorie di pietra. I monumenti delle dittature, a cura di Gian Piero Piretto (Raffaello Cortina, pp. 276, euro 25,00). Nel corso del libro (articolato in dieci saggi critici) il rapporto tra produzione monumentale e costruzione della memoria collettiva viene analizzato nel contesto particolare dei regimi «totalitari» novecenteschi, che – relativamente a questa tematica – rappresentano, senza ombra di dubbio, un oggetto di studio privilegiato. Facendo uso di un approccio fortemente interdisciplinare (che spazia dall’architettura all’antropologia, dalla filosofia alla storia, dagli studi visuali a quelli letterari) e senza alcuna pretesa di esaustività o di completezza, i diversi contributi analizzano efficacemente tanto i progetti e le opere realizzate, quanto specifiche politiche architettonico-monumentarie che hanno vista la luce nell’Italia fascista, nella Germania nazista e nella Repubblica Democratica Tedesca, nell’ex Unione Sovietica e nella Jugoslavia di Tito, come a Cuba o nella Corea del Nord. «I Paesi coinvolti non coprono, per ovvi motivi, tutte le possibilità che la situazione universale offre a chi si voglia occupare di rovine o macerie architettoniche, estetiche della politica, ideologie manifeste o criptate, riscontri socioculturali legati a globalizzazioni, nazionalismi, derive post-totalitarie e rimpianti più vicini a mitologie emotive e personali che alla storia».
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