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sabato 4 gennaio 2025

Salvare Cecilia si può



Corrado IntrieriPer riportare a casa Cecilia Sala servirebbe un atto di vero sovranismo. Come a Sigonella, Domani, 4 gennaio 2025

La vicenda della cronista arrestata in Iran è terribilmente complicata. Per risolverla il governo Meloni dovrebbe dare una prova di vero sovranismo, ispirandosi alla condotta del premier socialista durante la crisi di Sigonella 

La vicenda di Cecilia Sala si è terribilmente complicata, dopo che le prime mosse del governo si sono rivelate fallimentari.

Immediatamente dopo l’arresto della giornalista si è imposto il silenzio alla stampa italiana, che incredibilmente ha omesso ogni informazione alla pubblica opinione in nome dello stato di necessità e della illusoria speranza che i «buoni rapporti con Teheran» vantati dal ministro degli Esteri garantissero una sorta di soluzione “aumma aumma” della questione. 

I contorni del problema

Così non è stato e la questione è esplosa nella sua drammaticità. Adesso vediamone i contorni tecnici dopo tante parole al vento: l’Iran ha illustrato la posta in gioco, la libertà di Cecilia Sala contro quella di Mahammad Abedini, il tecnico accusato dagli Usa di terrorismo e traffico di armi belliche con cui sono stati uccisi soldati americani.

Mentre l’italiana è detenuta senza accuse precise ed un provvedimento motivato di arresto, senza che si abbia notizie che la stessa, detenuta in condizioni umilianti, risulti assistita da un legale di fiducia, autonomo ed indipendente, Abedini è detenuto dietro un’espressa richiesta di estradizione, secondo una legittima procedura contemplata dal codice italiano, e ha potuto nominare un legale italiano, godendo delle garanzie di legge.

È invero difficile ipotizzare che l’iraniano possa essere scarcerato in tempi brevi: il suo legale ha richiesto gli arresti domiciliari ma i giudici dovranno valutare se tale misura sia sufficiente a scongiurare il pericolo di fuga che come si ricorderà si verificò nel caso di una presunta spia russa e che originò un’iniziativa disciplinare del guardasigilli Carlo Nordio verso i magistrati che concessero gli arresti domiciliari. Vanno considerati diversi problemi, compresa la sicurezza di chi dovrà provvedere alla sorveglianza in modo costante ed effettivo.

L’alleggerimento della detenzione, peraltro, non risolverebbe il problema di fondo di Abedini che resterebbe comunque in attesa della decisione della Corte di Appello di Milano sulla estradizione in Usa.


Andrea Colombo, La scelta che spetta al governo: dare un dispiacere agli Usa
il manifesto, 4 gennaio 2025

 La revoca delle misure cautelari per chi è sottoposto a una richiesta di estradizione «è sempre disposta se il ministro della Giustizia ne fa richiesta». In ogni caso, la decisione finale sull’estradizione spetta solo al guardasigilli.

Non è un’informazione segreta e sensibile, di quelle che a pubblicarle sui giornali si rischia di rovinare manovre diplomatiche e mettere a rischio la sorte di qualcuno. È il Codice di procedura penale: materiale pubblico, facilmente reperibile.

È anche la risposta all’interrogativo che il governo si pone trafelato da oltre 15 giorni, prima con massima discrezione e sottovoce, poi con frenesia un po’ isterica, da ieri di nuovo zitti zitti perché altrimenti si fa danno: come chiudere presto e bene la drammatica vicenda di Cecilia Sala, riportando a casa la nostra collega.

Se la liberazione di Cecilia Sala è indissolubilmente legata a quella di Mohammad Abedini, la via maestra per ottenerla, l’unica sicura, la sola accettabilmente rapida, è una decisione tempestiva e coraggiosa non del solo ministro della Giustizia ma del governo e dunque, in primo secondo e terzo luogo, di chi lo presiede. Nella politica sia nazionale che internazionale temporeggiare è spesso consigliabile. Qualche volta capita che sia invece necessaria la drasticità e in quei casi nessun leader politico è mai felice. Però capita.

Affermare che la materia è competenza della magistratura non è una menzogna ma è una di quelle verità adoperate come scudo e usbergo. Certo la magistratura deciderà sull’estradizione ma con i suoi tempi e sono lunghi: istruttoria, appello, Cassazione. Se non sono anni sono mesi. Parecchi. L’Iran non ha fretta. Il diplomatico svedese Johan Floderus è rimasto in carcere due anni prima di essere scambiato con Hamid Nouri, condannato all’ergastolo per un massacro da migliaia di vittime. L’operatore umanitario belga Olivier Vandecasteele ha scontato un anno e passa prima di uscire in cambio della liberazione del diplomatico condannato per terrorismo Asadollah Assadi. Ma c’è anche chi ha aspettato in carcere 5 o 6 anni prima che venisse individuata la moneta di scambio.

Almeno su questo, per la verità, il governo sembra avere le idee chiare: bisogna fare presto, anticipare l’insediamento di Donald Trump. Con lui alla Casa Bianca tutto diventerebbe più difficile. Non è che manchi molto: due settimane o poco più.

Se il codice assegna al ministro ogni decisione finale in materia d’estradizione non è per capriccio. È perché la materia è sempre e comunque essenzialmente politica. Invocare la magistratura è un mettersi al riparo. Ma anche da quel punto di vista il guardasigilli, e la premier che di fatto ha la più sonora voce in capitolo, avrebbero argomenti solidi.

Il traffico per cui Mohammed Abedini è finito in manette si è svolto alla luce del sole, non lungo i percorsi oscuri dei trafficanti d’armi. Pesa per la giustizia degli Usa la destinazione: i Guardiani della Rivoluzione, organizzazione terrorista su quella sponda dell’Atlantico ma non su questa, né per l’Italia né per l’Europa. Non è un giudizio di merito sui Guardiani o su Abedini. È anche questo un principio legale che regola l’estradizione, quello della «doppia incriminazione». Richiede che «il fatto posto in essere dall’estradando sia penalmente illecito sia per l’uno che l’altro Stato». Per chi chiede l’estradizione e per chi deve concederla.

La controindicazione è chiara. Agli Usa una scelta del genere non farebbe piacere. È assolutamente normale, pienamente comprensibile, che a qualsiasi governo italiano, di destra sinistra o centro, spiaccia spiacere a Washington. Non ne fu lieto neppure Bettino Craxi ma al momento giusto, a Sigonella, seppe non esitare. Il leader socialista, decisionista e “patriottico” com’era, aveva grandi difetti ma anche qualche dote. Non ci sarebbe nulla di peggio di una leader con i suoi difetti ma senza le sue doti.

mercoledì 25 febbraio 2015

Franco Cardini, Boccaccio con il senno di poi

Il medievista Franco Cardini
Decameron 2015: c’è sempre un Fra’ Cipolla
intervista
di Antonio Armano
Il Fatto quotidiano, 25 febbraio 2015


Delle cento novelle narrate nel Decameron – opera non solo attuale ma eterna, di cui si torna a parlare tra i 700 anni dalla nascita del Boccaccio (1313) e la versione per il cinema – la prima è una delle più note e significative. Vi si racconta la storia di Ciappelletto. Bestemmiatore, ubriacone, falsario e puttaniere, in punto di morte prende in giro il frate confessore dicendo di avere vissuto come un santo. E santo lo fanno. Per Franco Cardini, medievista fiorentino e autore dell'introduzione al Decameron edito da Newton, la prima novella di questa straordinaria opera “tassonomica”, che “vale più di mille archivi”, potrebbe tranquillamente essere trasposta nel presente.
Chi è il san Ciappelletto oggi?
La confessione di ser Ciappelletto potrebbe essere il comizio di un politico. Di quelli che danno la colpa di tutto agli immigrati che arrivano col barcone.
Salvini?
Salvini, sì... ma non ce l'ho con Salvini. In fondo fa il suo mestiere. Ce l'ho con chi crede ai discorsi di Salvini. Proviamo a chiederci perché la gente fugge dall'Africa sui barconi. Le nostre multinazionali hanno drenato le risorse dell'Africa, riducendola alla fame. Anche qui l'ingiustizia aumenta, ma per cause interne, che non sono diverse da quelle che stanno immiserendo l'Africa.
Multinazionali, strapotere della finanza... Nel Decameron dieci giovani fuggono da una Firenze impestata, dove i maiali per strada grufolano tra le mutande dei morti buttate dalle finestre. Il morbo ha aggredito un corpo sociale già ferito dal crac delle banche.
La mi' nonna diceva che le disgrazie vengono a grappolo. I banchieri fiorentini, i Bardi, i Peruzzi, gli Acciaioli, si erano arricchiti prestando i soldi. E chi erano i maggiori beneficiari di questi prestiti? Il re di Francia e il re d'Inghilterra... Quando scoppia la Guerra dei cent’anni, Francia e Inghilterra si combattono e non vogliono restituire i soldi. Gli Stati si fanno prestare soldi ma non li vogliono mai restituire. Come la Grecia. Se glieli chiedi indietro, lo considerano un affronto.
I re di Francia e d’Inghilterra come Tsipras?
Tsipras di destra. In realtà i banchieri fiorentini sapevano benissimo che gli Stati non restituiscono i soldi. Glieli davano perché in cambio ottenevano in appalto la riscossione delle imposte e ci facevano la cresta riprendendosi quanto avevano prestato. Con la guerra dei cent'anni non potevano più riscuotere. Ne hanno risentito i piccoli e medi risparmiatori non i banchieri, esattamente come accade ora. I banchieri erano dei feudatari, se mi si passa questo termine medievale, possedevano terre e castelli, erano protetti da eserciti privati.
E chi erano i piccoli risparmiatori nel Trecento?
Gli artigiani fiorentini. Io lo so molto bene perché sono figlio di artigiani. Mio padre faceva il pellicciaio. Per comprare le pelli da lavorare aveva bisogno di credito. Se il cliente non era soddisfatto della pelliccia, la lasciava in bottega. Il pellicciaio tratteneva la caparra ma non copriva i costi. Gli artigiani vivono con margini di guadagno risicati e incerti. Parlo dei piccoli, non di quelli grandi che hanno i soldi.
La sesta giornata è dedicata alle storie di chi è riuscito, con ingegnoso motto (o fregnaccia), a trarsi d'impiccio. Come frate Cipolla che apre la sua scatola di reliquie davanti alla folla, al posto della piuma dell'arcangelo Gabriele – in realtà di pappagallo – trova dei carboni e si inventa che sono quelli su cui è stato bruciato San Lorenzo. Non le sembra un carattere tipico degli italiani, l'arte di arrangiarsi?
Ah, ce ne sono così in questo Paese di frate Cipolla, non solo Berlusconi! La novella racconta anche la credulità della gente, il sistema mediatico, il traffico di reliquie.
La Chiesa viene presa di mira per le ipocrisie, i sotterfugi per ottenere sesso... Le suore gravide di oggi sono lontane da quelle che si portavano a letto l'ortolano del convento, Masetto da Lamporecchio, credendolo 'mutolo' come una tomba?
In tutte le rappresentazioni dell'inferno che si trovano negli affreschi delle chiese si vedono, tra le fiamme: mitre, tiare, corone, teste con la tonsura dei frati... Boccaccio prende di mira i potenti e i peccati non diversamente da come facevano molti altri. Non si può per questo definire anticlericale, come se fosse vissuto nel XIX secolo! Al tempo di Boccaccio era normale.
Il peccato del chierico nel Decameron di norma è etero, non omosessuale o di pedofilia. Non c'erano ancora vescovi pedofili?
C'erano altrove, in diverse fonti dell'epoca. Bernardino da Siena diceva peste e corna dei peccati della Chiesa, compresi questi. Era un predicatore apprezzatissimo, e dunque non lo torturavano e non finiva al rogo... Nessuno si sognava di dire che fosse anticlericale.
Altra novella celebre, il Sultano di Babilonia o Saladino e del giudeo Melchisedech. Il Saladino cerca di incastrare Melchisedech chiedendogli quale delle tre fedi – ebraismo, cristianesimo o islam – sia autentica. Lui se la cava paragonandole a tre anelli uguali, di cui due copiati da quello originale. Nessuno sa più quale sia l'originale, tutti sono egualmente preziosi. Il Saladino apprezza la risposta diplomatica e lo nomina consigliere.
Sfido a trovare un principe saggio come il Saladino.
Osama, Al Baghdadi... o altri pretendenti a unificare i musulmani?
Un principe saggio come il Saladino non lo troviamo da nessuna parte, neanche al di fuori del mondo islamico. Forse Putin? Non so davvero...
Putin mi sembra che abbia combinato qualche casino ultimamente, saggio non direi...
Evo Morales a me non dispiace, ma non vorrei fare il suo nome perché è stato già abbastanza infangato.
Ghino di Tacco, il brigante gentiluomo, nella novella che gli è dedicata, soccorre l'abate di Cluny e gli cura il mal di panza lasciandolo proseguire. Craxi si firmava Ghino di Tacco.
È stato Hobsbawm con il saggio sul banditismo sociale a introdurre la categoria del bandito buono. Ghino di Tacco dubito fosse come lo dipingono... Tratta l'abate di Cluny con rispetto perché era l'abate di Cluny. Per spirito cavalleresco. Boccaccio vuole tornare a una società dominata dallo spirito cavalleresco, non vuole la società borghese. Craxi era uomo di vaste letture, anche se confuse. Si firmava Ghino di Tacco ma non so quanto il paragone tenga. Si riferiva all'aspetto sociale, rubare ai ricchi per dare ai poveri. Tutto il contrario di quanto fatto...



giovedì 11 dicembre 2014

Berlinguer nelle memorie del suo autista

Aldo Cazzullo
«Quando le Br pedinavano Berlinguer»
Le memorie dell’autista del leader: «Sono convinto volesse cambiare nome al partito Con Lama non si amavano. D’Alema? Non gli piaceva tanto, troppo presuntuoso»

Corriere della Sera, 11 dicembre 2014

«Sono le 2 e mezza di notte. Per la seconda volta in pochi giorni ho portato Berlinguer all’appuntamento con Moro, a casa di Tullio Ancora, vicino a piazza Istria. È la primavera del 1978, si tratta la nascita del primo governo appoggiato dal Pci. Un compagno accende la lucetta sopra l’ingresso: è il segnale che il capo sta per scendere. La portiera è già aperta. Mi volto, ma sul sedile non vedo Enrico; vedo Aldo Moro, che è salito per sbaglio sull’auto del segretario del Partito comunista. Gli sorrido e gli dico che si è sbagliato. Moro chiese scusa mille volte. Dopo raccontammo la scena a Berlinguer, che si divertì moltissimo…».
Alberto Menichelli, 85 anni, per 15 l’ombra del leader, è seduto in un bar di San Giovanni. Davanti ha le bozze del suo libro di memorie, In auto con Berlinguer, che Wingsbert pubblica lunedì prossimo. «Con il maresciallo Leonardi, il caposcorta di Moro, eravamo amici. Ci invidiava le auto blindate, che al presidente della Dc erano state negate. Berlinguer aveva avuto la prima macchina blindata d’Italia: gli operai di Pisa ci avevano dato il vetro, i compagni di Roma avevano messo le lastre d’acciaio alle portiere. A lui non poteva accadere quel che accadde a Moro: oltre alla blindata e all’auto della polizia, c’era sempre un’altra macchina del partito, ogni volta diversa per confondere le Br, che ci precedeva o ci affiancava. E se fossero riusciti a rapirlo, i compagni l’avrebbero trovato, avessero dovuto setacciare tutta Roma. I poliziotti di scorta erano iscritti al partito: uno di nascosto, l’altro apertamente. Lo trasferirono a Udine per punizione. Allora intervenne Pecchioli: “Almeno mandatelo a casa sua”. Così fu trasferito a Lecce. Comunque le Br ci pedinavano. Nelle loro carte avevano annotato le abitudini di Berlinguer, compresa la sosta ogni sera in latteria per comprare un litro di latte. Una volta gli chiesi: “Ma che te ne fai di tutto ‘sto latte?”. Sorrise: “Il frigo di casa è sempre mezzo vuoto”».
«Enrico sorrideva spesso. Non era affatto triste. Gli piaceva scherzare. Una volta stavamo andando in Calabria, e ci fermammo a pranzo a Lagonegro. Lui cominciò a fare palline con la mollica di pane e a tirarcele; scoppiò una battaglia. Mi prendeva in giro perché avevo paura dell’aereo, a ogni decollo mi chiedeva: “Hai messo il paracadute?”. Canzonava un uomo della scorta, Righi, partigiano di Carpi, che adorava il lambrusco; gli diceva che era la coca-cola italiana, “vuoi mettere il cannonau? Quello sì che è un vino!”. Adorava la Sardegna. A Barcellona tenne un comizio con Santiago Carrillo nella Plaza de Toros strapiena, e concluse in una lingua sconosciuta, nel tripudio della folla. Gli chiesi cos’avesse detto. E lui: “Ho parlato catalano. Assomiglia al dialetto della mia terra”. Era popolarissimo anche all’estero, ai mercati generali di Parigi rischiò di soffocare per l’abbraccio della folla, quella volta ebbi paura. Come quando a Tarquinia, alla fine della festa dell’Unità, mi propose una scommessa: “Vuoi vedere che se mi travesto non mi riconosce nessuno?”. Si mise un cappellaccio e gli occhiali scuri di Maria, la seconda figlia. Lo riconobbero tutti, fu dura sottrarlo all’abbraccio dei militanti».
«Al partito sacrificò tutto, anche la vita privata. Eravamo sempre insieme, pure a Natale, che passavamo alle Frattocchie. Stavamo giocando a tombola, e lui gridò esultante: “Ambo!”. I bambini lo presero in giro: “Cosa vuoi vincere con un ambo?”. Cambiò carattere solo dopo la morte di Moro. Il 9 maggio mi telefonò: “Abbiamo avuto una segnalazione. Vai in via Caetani, c’è un mio amico che abita al primo piano: sali da lui, affacciati alla finestra e dimmi cosa vedi”. Gli descrissi la scena del ritrovamento del corpo. A un tratto sentii che non parlava più: mi aveva attaccato il telefono, come non aveva mai fatto. Era disperato: capiva che con Moro era morta la sua politica».
«Il rapporto con Craxi all’inizio non era così cattivo come dicono. Con il suo autista, Nicola Mansi, eravamo amici, anche se lo prendevo in giro perché guadagnava più del doppio di me. Dopo le elezioni dell’83 accompagnai Enrico con Chiaromonte da Craxi: all’uscita era soddisfatto, sperava di aver gettato le basi per un’alleanza. Invece Bettino chiuse l’accordo con la Dc. E al congresso di Verona ci tese una trappola: mentre gli altri ospiti passavano di fianco al palco, noi dovemmo attraversare tutta la sala, in una selva di fischi e insulti. Io ero furibondo, lui non batté ciglio».
«Quando mi dissero che era morto, scoppiai in un pianto convulso. Mi tornò in mente la nostra vita insieme: quando arrivavo a casa sua a portargli i giornali alle 7 e mezza e lui mi apriva in pigiama; la volta che in treno ci accorgemmo che aveva una scarpa diversa dall’altra; quando lo vidi seduto per terra nel salotto tra un mucchio di libri (“ma che ci fai lì?”; “sta zitto, ho nascosto 50 mila lire dentro un romanzo e non ricordo quale”); la volta che si mise a giocare a pallone sul piazzale della Farnesina con il figlio Marco e i suoi amici, si fermò una Fiat 130, si abbassò il finestrino: era Moro, che rimase incuriosito a guardare Berlinguer battere un calcio d’angolo. Fu Lauretta, la figlia più piccola, a consolarmi. Ancora oggi voglio bene ai figli di Berlinguer come fossero miei».
«Certo che aveva difetti. Ne aveva tantissimi. Ad esempio era pignolo: non l’ho mai visto parlare a braccio, lavorava ai discorsi per intere notti. E trascurato: non si pettinava mai. Quando entravo in direzione ad avvisarlo di una telefonata, a volte interrompevo liti furibonde. Lui dava ragione a tutti, ma decideva da solo. Era amico di ciascuno e di nessuno. Con Lama non si amavano: una volta a Torino un corteo operaio passò sotto il nostro albergo, Lama gli disse di non scendere, Enrico non gli diede retta. Napolitano? Rapporti normali, ma lui stava con Amendola, che era il vero avversario interno di Enrico; mentre con Ingrao andavano d’accordo, il fratello Ciccio Ingrao era il suo medico. Fu lui a consigliargli di bere un goccio di whiskey prima dei comizi, per vincere la stretta allo stomaco che gli dava la vista della piazza. Tra i giovani, i prediletti erano Bassolino e Angius. D’Alema era segretario della Fgci, ma non gli piaceva così tanto: troppo presuntuoso. Berlinguer intendeva modernizzare il partito, non voleva ad esempio che il segretario restasse in carica a vita. E stava pensando di cambiare nome al Pci. Non me lo disse mai esplicitamente, come lo sto dicendo io a lei; ma ne sono convinto».