lunedì 4 maggio 2020

Per la morte di Giulietto Chiesa


 
 
Enrico Pozzi
Per la morte di Giulietto Chiesa
 
De mortuis nihil nisi bonum. Spesso questo mi costringe al silenzio. Non per Giulietto Chiesa.
L'ho conosciuto a casa sua, in Via Urbana. Erano i primi anni 90. C'ero andato con Samaritana Rattazzi. Chiesa stava creando un'agenzia di informazione alternativa. Gli servivano reti di rapporti con persone che avessero soldi e influenza. C'erano anche altri, non ricordo chi salvo Vauro.
Aveva la passione serena di chi è impermeabile al dubbio. Tutto aveva una spiegazione, sempre. Il marxismo-leninismo-stalinismo-URSS era la sua definitiva visione del mondo. Non aveva spazio per l'errore, ma solo per il complotto. Alle smagliature e catastrofi così evidenti in tutto ciò cui credeva, rispondeva con la coerenza marmorea del pensiero paranoico. L'epistemologia dei poveri, come l'ha definita bene un intelligente marxiano, Frederic Jameson.
Era simpatico, con la simpatia levigata e la vitalità dei veri credenti. Però mi inquietava la sua identificazione fisiognomica con Stalin, quei baffetti e fronte e taglio dei capelli.
Non era roba per noi. Ce ne andammo ben consapevoli di questo, come si va via da una liturgia di ex-combattenti e reduci.Anni dopo uscì il suo libro sul complotto delle Torri gemelle e dell'11 settembre. Fu la conferma - l'ennesima - che le ideologie totali sono sistemi deliranti. Così era già prima, da sempre, per Giulietto Chiesa, e così fu sempre anche dopo.
 
 

lunedì 27 aprile 2020

Portami il girasole

 



Eugenio Montale
1923

Portami il girasole ch’io lo trapianti
nel mio terreno bruciato dal salino,
e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
del cielo l’ansietà del suo volto giallino.
Tendono alla chiarità le cose oscure,
si esauriscono i corpi in un fluire
di tinte: queste in musiche. Svanire
è dunque la ventura delle venture.
Portami tu la pianta che conduce
dove sorgono bionde trasparenze
e vapora la vita quale essenza;
portami il girasole impazzito di luce.

Nota. Tre strofe molto ordinate, con le rime a posto, salvo una (trasparenze/essenza) che resta una allitterazione. Poesia molto astratta che comporta una successione di simboli, dal girasole al terreno, al cielo, alla luce, sinonimo del sole. Tentando di sciogliere i simboli si corre il rischio di impoverire il significato. Montale è un nichilista inconseguente. Nulla ha valore, se non che le piccole cose acquistano grande valore nel discorso. La cipria, i cocci di bottiglia, la vampa, la carrucola che cigola, il pitosforo. In questa poesia invece gli oggetti richiamati sono di grande portata ideale. Anche i girasoli, si pensi al ruolo che hanno nella pittura di Van Gogh. E poi il cielo e la terra, che richiamano Dante. Montale è un nichilista inconseguente perché non rinuncia a cercare la salvezza. E per farlo in questo caso tira in ballo i pilastri della condizione umana e si lancia in un gioco fatale che vede alla fine nell’evanescenza una possibilità preziosa.

https://wsimag.com/it/cultura/14473-il-mito-di-clizia-da-ovidio-a-montale

mercoledì 8 aprile 2020

Exit Bernie Sanders

Bernie Sanders arrête sa campagne pour la présidentielle américaine

L'ancien vice-président Joe Biden, 77 ans, est désormais le seul candidat démocrate en lice pour affronter Donald Trump le 3 novembre.
Bernie Sanders lors d'un meeting le 1er mars.
Bernie Sanders lors d'un meeting le 1er mars. MARK RALSTON / AFP
Le sénateur indépendant Bernie Sanders a annoncé ce mercredi à son équipe qu'il abandonnait la course à la Maison-Blanche, selon un communiqué, offrant la victoire de la primaire démocrate à Joe Biden qui affrontera Donald Trump lors de la présidentielle américaine de novembre.
Bernie Sanders, 78 ans, doit s'adresser à ses partisans à 11h45 (17h45 en France), dans un discours retransmis sur internet. «Le sénateur Bernie Sanders a annoncé mercredi lors d'un appel avec toute son équipe qu'il suspendait sa campagne pour devenir président», a écrit son équipe de campagne dans un communiqué. «La campagne se termine, la lutte continue», ajoute le communiqué.
L'ancien vice-président Joe Biden, 77 ans, est désormais assuré d'affronter le président républicain Donald Trump le 3 novembre. Mais il doit encore être désigné officiellement candidat par le parti lors d'une convention, qui a été reporté au mois d'août à cause de la pandémie de coronavirus.
Faisant campagne nettement à gauche, Bernie Sanders met ainsi fin à sa deuxième tentative de décrocher l'investiture démocrate après une série de lourdes défaites face à l'ex-bras droit de Barack Obama, plus modéré. Le sénateur indépendant du Vermont avait perdu la primaire démocrate face à Hillary Clinton en 2016.

martedì 7 aprile 2020

La passione



Che cosa viene prima? Che cosa viene dopo? Oh, prima ci sono tante cose. La nascita e l'infanzia di Marco. Il rapporto di Valentina con la cultura, le prime letture, la scuola, le vacanze. La giovinezza di Giacomo, gli amori, le amicizie, la voglia di sapere e di capire. Tutti questi sono balbettii. Anche per la passione c'è un prima e un dopo. Prima, nella passione amorosa, per esempio, ci può essere uno scambio di sguardi, un incidente: lei che sta per cadere dopo un urto con la sostanza corporale di lui. Qui non siamo però al canto dispiegato, siamo alle leggende della foresta viennese, trilli, svolazzi, stormire di foglie. La passione che esplode è un'altra cosa. Alfredo si pianta al centro della scena e si mette a cantare: "Un dì, felice, eterea, mi balenaste innante e da quel dì, tremante, vissi d'ignoto amor". Nella storia di Marco c'è un momento simile. Non proprio un momento solo. Niente colpo di fulmine. Un innamoramento progressivo e inesorabile.
Due sono i passaggi decisivi. Una gita al Balùn e una sorpresa incrociata per la prima volta navigando su Internet. Qualche movimento preliminare. Marco ha deciso di fare il libraio dell'usato e si accorge molto presto di avere a che fare con un mondo diverso da quello ordinario. Le enciclopedie, per esempio. Esistono ancora, nel modo ordinario. Talvolta troneggiano al centro della biblioteca nel soggiorno, esibite con fierezza. Nel commercio dell'usato sono scomparse, sostituite da Internet. Anche i libri di cucina hanno subito un po' la stessa sorte. Non parliamo dell'Artusi (La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene, 1891) diventato ormai un reperto archeologico quasi inservibile, con i piatti che richiedono ore se non giorni, per la preparazione.
Quello che mancava in un primo tempo a Marco era il sentimento proprio del mestiere nel mondo vasto e terribile. Lui era ancora rinchiuso in un suo piccolo mondo, un mercato rionale con la sua clientela distratta e vagamente annoiata. Vendeva libri provenienti da fondi di magazzino, libri che valevano poco o nulla e che venivano offerti a bassissimo prezzo. In quel piccolo mondo non c'era posto per la passione, per l'acquisto o la ricerca di un volume desiderato o destinato a suscitare un attaccamento vero.
Il 12 novembre 2018 era un giorno come un altro. Un sabato. Marco propose a Valentina, che era diventata un po' sua amica, di andare al Balùn, a fare un giro. Nell'immaginario del torinese medio quello era un posto in cui si potevano trovare a poco prezzo cose di notevole valore o interesse. Quel sabato c'erano come sempre dei librai tra i venditori. Conoscevano il mestiere. E anche i clienti erano svegli. Sapevano, per esempio, delle prime edizioni, che valgono di più, anche molto di più. Marco avrebbe scoperto poi i capisaldi di quel settore assai speciale: le prime edizioni del Gattopardo, di Se questo è un uomo (Da Silva), di Ossi di seppia erano veri gioielli. In quell'angolo di Porta Palazzo, i clienti non facevano finta di nulla, erano al corrente degli articoli e del loro valore commerciale. Erano bibliofili, collezionisti, chiaramente. Una razza con cui fino ad allora Marco non aveva avuto mai a che fare in pratica. Stava scattando in lui una passione commerciale, sotto lo stimolo di una scena molto animata. Il 12 novembre 2016, tra i venditori e i clienti del Balùn, Marco aveva intravisto per la prima volta l'immagine viva di una attitudine destinata a svolgere un ruolo centrale nella sua vita.
A parte ci fu un'altra scoperta. Marco frequentava da anni ormai il sito di e-Bay su Internet. Venditori occasionali, ma sempre buoni conoscitori della merce. Naviga di qua, naviga di là, a un certo punto comparve il libro imbullonato di De Pero. Un volume di 234 pagine, rilegato con bulloni di alluminio. Di fatto, non era solo un volume, era un'opera d'arte. Un'opera che si tirava dietro tutto il prestigio della produzione futurista. Risaliva al 1927, anno in cui la tipografia Mercurio di Rovereto ne stampò alcuni esemplari. Il libro risultava già venduto, a 10mila euro. All'interno c'erano numerose tavole parolibere (dove l'ordine tipografico tradizionale era negato alla radice, con scritte sconnesse formate da caratteri diversi comparivano qua e là sulla pagina). Depero aveva inserito inoltre riproduzioni di disegni e progetti, quadri e arazzi, un ricco panorama della sua produzione creativa. Un intero capitolo trattava del lavoro per Campari, tra campagne pubblicitarie, gadget e la famosa bottiglietta del Campari soda. Tutte cose che emersero col tempo.

lunedì 6 aprile 2020

Annalena Benini e la Ginestra





Annalena Benini, Siamo noi i vivi, non il virus, Il Foglio, 6 aprile 2020

Or tutto intorno
Una ruina involve,
Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi
I danni altrui commiserando, al cielo
Di dolcissimo odor mandi un profumo,
Che il deserto consola. A queste piagge
Venga colui che d'esaltar con lode
Il nostro stato ha in uso, e vegga quanto
E' il gener nostro in cura
All'amante natura. E la possanza
Qui con giusta misura
Anco estimar potrà dell'uman seme,
Cui la dura nutrice, ov'ei men teme,
Con lieve moto in un momento annulla
In parte, e può con moti
Poco men lievi ancor subitamente
Annichilare in tutto.

Adesso mi dirai che sbaglio la parafrasi, ma mi sembra più o meno così:
“Ora un’unica rovina avvolge il posto dove sei cresciuto, fiore gentile, e dove, quasi commiserando i mali altrui, fai salire al cielo un profumo dolcissimo che consola il deserto.
Venga da queste parti chi ha l’abitudine di celebrare la nostra condizione di uomini e così veda quanto gli uomini stanno a cuore alla natura che tanto ci ama. E potrà inoltre misurare la potenza della specie umana, che la dura madre, quando loro meno la temono, con un leggero movimento in un istante annulla in parte, e con movimenti poco meno leggeri può, altrettanto all’improvviso, annientarli del tutto”.

Ho letto per la prima volta A Silvia a sedici anni o giù di lì, mi immedesimavo in tutto e quindi speravo che Silvia si calasse dalla finestra dopo essersi adornata i capelli. Ci speravo perché lei aveva tante speranze, emozioni, pensieri soavi, come si poteva accettare quella fine? “O natura o natura, perché non rendi poi quel che prometti allor? Perché di tanto inganni i figli tuoi?”, e infatti, accidenti, perché?
La ginestra è profumata, è commovente, è una speranza, cresce dove è più difficile ed è “contenta dei deserti”. La ammiro molto, la ringrazio, ma io non sono contenta dei deserti.

domenica 5 aprile 2020

Alla ricerca del libro perduto


Quello che state per leggere non è un romanzo e neppure un saggio, appartiene se mai al genere della confessione. L'oggetto è il libro, il libro come bene raro, prezioso, degno di ricerca e di amore. Come fa un ammasso di carta stampata e ordinata, tenuta insieme da eventuali cuciture e da una certa quantità di colla, a cambiare natura, cessando di essere materiale inerte per trasformarsi in un capitale prezioso, sentito come necessario e venerato in quanto tale. Che cosa dà valore a un libro? La sua rarità sembra essere la risposta più ovvia. Anche un diamante è raro a suo modo, come lo è un francobollo. Ma un libro è un'altra cosa. Il diamante non contiene messaggi, assorbito com'è dal suo solitario splendore. Un francobollo poi è l'esempio stesso della testimonianza minima e sfuggente. Un francobollo non vale perché è bello ma perché esiste in pochi esemplari e quindi manca in molte collezioni. Tutto qui. Non così il libro che acquista valore per mille altre ragioni. La nostra vita ruota spesso intorno alla ricerca di un senso, o di un sapere. E il libro risponde a un bisogno simile. Narra una vicenda esemplare, oppure strana, oppure appassionante. Contiene versi capaci di mutare l'immagine del mondo. O riflessioni profonde, o formule divertenti. Un libro ti può cambiare la vita. Apporta in certi casi un sapere per te altrimenti irraggiungibile. Poi può anche possedere un certo valore, per via della sua rarità, e questo aggiunge fascino al fascino di quello speciale prodotto. Insomma, intorno a un involucro di carta stampata, con o senza illustrazioni, si può agglutinare una passione potente e irrefrenabile. Parlare di libri come faremo qui è dare prova di attaccamento alla vita, nostra e altrui, mettere in luce passioni e vizi delle persone, scoprire una ricchezza nascosta nel tessuto delle parole e anche delle immagini, nel caso.
Un diamante può appartenere alla Corona, un francobollo non è tanto diverso da un gingillo, a pensarci bene. Un libro si può trovare in biblioteca ma normalmente è legato a una persona. Perciò rimanda a una storia. Queste confessioni in forma di racconto sono l'intreccio di tre vicende personali. Al centro troviamo la figura del commerciante in libri, Marco. Un uomo nel fiore dell'età, con un passato di tipografo. Aveva poi cambiato mestiere ed era stato come se attraverso i libri avesse riscoperto la vita in tutta la gamma delle sue possibili declinazioni. Anche la vita di una casalinga in cerca di evasione, tanto per dire. Accanto a Marco ci sono due presenze fisse. Un battitore libero, Giuliano, che non comprava tanti libri ma sapeva un sacco di cose. C'era poi Giacomo, un cliente fisso, uno che aveva in un primo momento venduto gran parte dei suoi libri e poi, come se si fosse pentito, si era lanciato in una impresa di riconquista e allargamento del patrimonio perduto. La parte del jolly spetta a una donna, Valentina, giovane e intraprendente.

domenica 29 marzo 2020

Baricco ottimista disinvolto



Alessandro Baricco, Virus, la Repubblica, 26 marzo 2020


Devo averla già raccontata, ma è il momento di ripeterla. Viene da un bel romanzo svedese. C’è la regina che decide di imparare ad andare a cavallo. Monta in sella. Poi chiede sprezzante al maestro d’equitazione se ci sono della regole. Ed ecco cosa risponde lui: «Prima regola, prudenza. Seconda, audacia ».
Bene, direi che con la prudenza ci stiamo dando un sacco da fare. Possiamo passare all’audacia.
Dobbiamo passare all’audacia.
Se sei un medico, non so cosa possa voler dire essere audaci in questo momento, quindi non mi permetto di dare suggerimenti. Però so esattamente cosa significhi essere audaci, in questo momento, per gli intellettuali: mettere da parte la tristezza, e pensare : cioè capire, leggere il caos, inventariare i mostri mai visti, dare nomi a fenomeni mai vissuti, guardare negli occhi verità schifose e, dopo che hai fatto tutto questo, prenderti il rischio micidiale di dare a tutti qualche certezza . Al lavoro dunque, ognuno nella misura delle sue possibilità e del suo talento. Io in questo momento non sono particolarmente in forma, ma niente mi impedirà di scrivere qui alcune cose che so. È il mio mestiere.
Il mondo non finirà. Né ci ritroveremo in una situazione di anarchia in cui comanderà quello che alle elementari stava all’ultimo banco, non capiva una fava però era grosso e ci godeva a menarti. Sveglia, quelli sono romanzi. Torniamo in noi. E noi noi umani - siamo una specie di agghiacciante pazienza, intelligenza e forza: siamo gente che è riuscita a convertire il creato nel proprio parco di divertimenti grazie a una delle operazioni più violente e ciniche che si potessero immaginare; non solo, ne siamo anche consapevoli: abbiamo dato un nome al bottino di una simile razzia, antropocene , e siamo arrivati ad essere talmente sicuri di noi stessi da iniziare a pensare recentemente di restituire a parte del creato una sua libertà. Siamo quelli lì. Da sempre combattiamo con i virus. Spesso ci hanno messo in ginocchio. Si dà il caso però che in quella posizione scomoda diventiamo ancora più pazienti, cocciuti e furbi.
Stiamo facendo pace col Game, con la civiltà digitale: l’abbiamo fondata, poi abbiamo iniziato a odiarla e adesso stiamo facendo pace con lei. La gente, a tutti i livelli, sta maturando un sensodi fiducia, consuetudine e gratitudine per gli strumenti digitali che si depositerà sul comune sentire e non se ne andrà più. Una delle utopie portanti della rivoluzione digitale era che gli strumenti digitali diventassero un’estensione quasi biologica dei nostri corpi e non delle protesi artificiali che limitavano il nostro essere umani: l’utopia sta diventando prassi quotidiana. In poche settimane copriremo un ritardo che stavamo cumulando per eccesso di nostalgia, timore, sospetto o semplice fighetteria intellettuale. Ci ritroveremo tra le mani una civiltà amica che riusciremo meglio a correggere perché lo faremo senza risentimento.
Chiunque si è accorto di come gli manchino terribilmente, in questi giorni, i rapporti umani non digitali. Capovolgete questa certezza: vuol dire che ne avevamo un sacco, di rapporti umani. Mentre dicevamo cose tipo «ormai la nostra vita passa tutta dai device digitali», quello che facevamo era ammassare una quantità indicibile di rapporti umani. Ce ne accorgiamo adesso, ed è come un risveglio da un piccolo passaggio a vuoto dell’intelligenza. Non dimenticate la lezione, per favore. Anzi, aggiungetene un’altra: tutto questo ci sta insegnando che più lasceremo srotolare la civiltà digitale più assumerà valore, bellezza, importanza e perfino valore economico tutto ciò che ci manterrà umani: corpi, voci naturali, sporcizie fisiche, imperfezioni, abilità delle mani, contatti, fatiche, vicinanze, carezze, temperature, risate e lacrime vere, parole non scritte, e potrei andare avanti per righe e righe. L’umanesimo diventerà la nostra prassi quotidiana e l’unica vera ricchezza: non sarà una disciplina di studi, sarà uno spazio del fare che non ci lasceremo mai rubare. Guardate la furia con cui lo desideriamo ora che un virus l’ha preso in ostaggio, e vi passerà ogni dubbio.
Una crepa che sembrava essersi aperta come una voragine, e che ci stava facendo soffrire, si è chiusa in una settimana: quella che aveva separato la gente dalle élites. In pochi giorni, la gente si è allineata, a prezzo di sacrifici inimmaginabili e in fondo con grande disciplina, alle indicazioni date da una classe politica in cui non riponeva alcuna fiducia e in una classe di medici a cui fino al giorno prima stentava a riconoscere una vera autorità anche su questioni più semplici, tipo quella dei vaccini. Una classe dirigente che non sarebbe mai riuscita a fare una riforma della scuola è riuscita a chiudere in casa un intero Paese. Cosa diavolo è successo? La paura, si dirà: e va bene. Ma non è solo quello. C’è qualcosa di più, qualcosa che ci aiuta a capirci meglio: nonostante le apparenze, noi crediamo nell’intelligenza e nella competenza, desideriamo qualcuno in grado di guidarci, siamo in grado di cambiare la nostra vita sulla base delle indicazioni di qualcuno che la sa più lunga di noi. La nostra rivolta contro le élites è temporaneamente sospesa, ma questo ci può aiutare a capirla meglio: noi crediamo nell’intelligenza, ma non più in quella dei padri;
vogliamo la competenza ma non quella novecentesca ; abbiamo bisogno di qualcuno che decida per noi, ma ci siamo immaginati che non venga da una casta imbambolata da se stessa, stanca e incapace di rigenerarsi .
Riassumo. Volevamo una nuova classe dirigente, continuiamo a volerla: possiamo aspettare, adesso non è il momento di fare casino. Ma ricominceremo a volerla il giorno stesso in cui questa emergenza si ricomporrà.
È probabile che l’emergenza Covid 19 finirà per rivelarsi come un crinale storico di immensa importanza. Provo a dirla così: è la prima emergenza planetaria generata dall’epoca del Game, della rivoluzione digitale, e l’ultima emergenza planetaria che sarà gestita da un’élite e da un’intelligenza di tipo novecentesco. Lo vedete il crinale? La vedete la contraddizione? Capite perché in questo momento capiamo poco, fatichiamo molto, ci smarriamo facilmente? Ci hanno sfidato a un videogame, e noi abbiamo mandato a combattere degli scacchisti. Siamo esattamente in bilico tra un mondo e l’altro. È una posizione scomodissima. Dovete rendervi conto che anche solo senza smartphone, l’ottanta per cento di quello che vi vedete accadere attorno non sarebbe successo (flusso di informazioni, costruzione di storytelling, maree di paura che vanno e vengono, sopravvivenza in situazione di lockdown quasi totale, velocità delle decisioni…): e tuttavia la gestione di tutto questo è in mano, inevitabilmente, a una razionalità novecentesca. Faccio un caso pratico, così ci capiamo. Il Novecento aveva il culto dello specialista. Un uomo che, dopo una vita di studi, sa moltissimo di una cosa. L’intelligenza del Game è diversa: dato che sa di avere a che fare con una realtà molto fluida e complessa, privilegia un altro tipo di sapiente: quello che sa abbastanza di tutto. Oppure fa lavorare insieme competenze diverse. Non lascerebbe mai dei medici, da soli, a dettare la linea di una risposta a un’emergenza medica: gli metterebbe di fianco, subito, un matematico, un ingegnere, un mercante, uno psicologo e tutto quello che sembrerà opportuno. Anche un clown, se serve. Probabilmente agirebbero con un solo imperativo: velocità. E con una singolare metodologia: sbagliare in fretta, fermarsi mai, provare tutto. Attualmente, invece, il nostro procedere segue altre strade. Ci guida, nel modo migliore possibile, un’élite che, per preparazione e appartenenza generazionale, usa la tecnologia digitale ma non la razionalità digitale. Non possiamo certo fargliene una colpa. Ma questo è il momento di capire che se molto di quello che vi circonda stamattina vi sembra assurdo, una delle ragioni è questa. Grandi Maestri di scacchi che giocano a Fortnite (vinceranno, ma capite che lo stile di gioco alle volte vi sembrerà piuttosto surreale).
Rimanete a casa, perdìo. Lo devo ripetere? Ok, lo ripeto.
Rimanete a casa, perdìo. Con tutto quel che c’è da leggere… L’emergenza Covid 19 ha reso di un’evidenza solare un fenomeno che vagamente intuivamo, ma non sempre accettavamo: da tempo, ormai, a dettare l’agenda degli umani è la paura. Abbiamo bisogno di una quota giornaliera di paura per entrare in azione. Adesso il virus copre il nostro intero fabbisogno, e infatti chi è più spaventato dagli immigrati o dal terrorismo o da Salvini o dagli effetti dei videogames sui figli o dal glutine? Ma anche solo venti giorni fa ne avevamo un gran bisogno,di quelle paure. Le coltivavamo come orchidee. In alcuni momenti di carestia ci siamo fatti bastare un’emergenzameteo o una possibile crisi di governo (capirai). Sappiamo ormai giocare solo coi pezzi neri: se prima la paura non muove, noi non abbiamo strategia. Volevo invece ricordare – e farlo proprio in questi giorni - che noi siamo vivi per realizzare delle idee, costruire qualche paradiso, migliorare i nostri gesti, capire una cosa di più al giorno, e completare, con un certo gusto magari, la creazione. Cosa c’entra la paura? La nostra agenda dovrebbe essere dettata dalla voglia, non dalla paura. Dai desideri. Dalle visioni, santo cielo, non dagli incubi.
(Questa è delicata. Astenersi perditempo). A nessuno sfugge, in questi giorni, il dubbio di una certa sproporzione tra il rischio reale e le misure per affrontarlo. Ce la possono spiegare come vogliono, ma la sensazione resta: una certa sproporzione. Non voglio infilarmi in quei paragoni che poi ti portano a raffrontare i morti di Covid 19 con quelli causati dal diabete o dalla scivolosità della cera da pavimenti. Ma resta, ineliminabile, il dubbio che da qualche parte stiamo scontando una certa incapacità a trovare una proporzione aurea tra l’entità del rischio e l’entità delle contromisure. In parte la possiamo sicuramente mettere in conto a quell’intelligenza là, quella novecentesca, alle sue logiche, alla sua scarsa flessibilità, alla sua adorazione per lo specialismo. Tuttavia la faccenda non si risolve lì. Se io cerco di guardare dentro quella sproporzione che tanto ci infastidisce e interroga, alla fine trovo qualcosa che adesso è dura da dire, ma come dicevo è il momento dell’audacia, quindi bisogna dirla. C’è un’inerzia collettiva, dentro a quella apparente sproporzione, un sentimento collettivo che tutti contribuiamo a costruire: abbiamo troppa paura di morire. È come se il diritto alla salute (una fantastica conquista) si fosse irrigidito in un impossibile diritto a una vita perenne, che d’altronde nessuno ci può assicurare. Ora, il rapporto con la morte, e con la paura della morte, è una cosa innanzitutto individuale, una faccenda che ognuno si gestisce da sé (io per esempio me la cavo da schifo). Ma in seconda battuta la paura della morte è anche un sentimento collettivo che le comunità degli umani sono da sempre attente a edificare, limare, correggere, controllare. Per dire, la civiltà di mio nonno, che ancora aveva bisogno delle guerre per mantenersi in vita, stava attenta a tenere alta una certa “capacità di morte”. Noi siamo una civiltà che ha scelto la pace (in linea di massima) e dunque abbiamo smesso di coltivare una collettiva abitudine a pensare la morte. Come comunità la combattiamo, ma non la pensiamo. Invece, la meraviglia di una civiltà di pacesarebbe proprio riuscire a pensare la morte di nuovo, e accettarla, non con coraggio, con saggezza; non come un’offesa indicibile ma come un movimento del nostro respiro, una semplice inflessione del nostro andare, forse la cresta di un’onda che siamo e chenon smetteremo maidi essere. Non è che un individuo da solo, possa arrivare spesso a certe leggerezza di sentire: ma una comunità sì, lo può fare. Delle comunità, in passato, sono state capaci di portare a morire milioni dei loro figli per un ideale, bello o aberrante che fosse: perché una comunità non dovrebbe essere capace di portare tutti i suoi figli a capire che il primo modo di morire è avere troppa paura di farlo?
10 Molti si chiedono cosa accadrà dopo. Una cosa possibile, mi tocca registrarlo, è che non ci sarà un dopo. Non nel senso che moriremo tutti, no, ovviamente no, l’ho già detto. Ma in questo senso: ci stiamo accorgendo che solo nelle situazioni di emergenza il sistema torna a funzionare bene. Il patto tra gente e le élites si rinsalda, una certa disciplina sociale viene ristabilita, ogni individuo si sente responsabilizzato, si forma una solidarietà diffusa, cala il livello di litigiosità, ecc., ecc. Insomma, per quanto possa sembrare assurdo, la macchina smette di perdere i pezzi quando supera i duecento chilometri orari. Quindi è possibile che si scelga, in effetti, di non scendere più sotto quella velocità: l’emergenza come scenario cronico di tutto il nostro futuro. In questo senso il caso Covid 19 ha tutta l’aria di essere la grande prova generale per il prossimo livello del gioco, la missione finale: salvare il pianeta. L’emergenza totale, cronica, lunghissima, in cui tutto tornerà a funzionare. Non so dire francamente se sia uno scenarioaugurabile, manonpossonegare che una sua razionalità ce l’ha. E anche abbastanza coerente con l’intelligenza del Game, che resta un’intelligenza vagamente tossica, che ha bisogno di stimoli ripetuti e intensi, che dà il meglio di sé in un clima di sfida, e che tutto sommato è stato inventata da dei problem solver, non da dei poeti.
Ultima. Non me ne intendo, ma ci vuol poco a capire che tutto quello che sta succedendo ci costerà un mucchio di soldi. Molto peggio della crisi economica del 2009, a fiuto. Vorrei dire una cosa: sarà un’opportunità enorme, storica. Se c’è un momento in cui sarà possibile redistribuire la ricchezza e riportare le diseguaglianze sociali a un livello sopportabile e degno, quel momento sta arrivando. Ai livelli di diseguaglianza sociale su cui siamo attualmente attestati, nessuna comunità è una comunità: fa finta di esserlo, ma non lo è. E’ un problema che mina alla base la salute del nostro sistema, che sbugiarda qualsiasi nostra ipotetica felicità e che si divora qualsiasi nostra credibilità, come un cancro. La difficoltà è che certe cose non si riformano, non si ottengono con un graduale, farmaceutico miglioramento, non si migliorano un tantino al giorno, a piccole dosi. Certe cose cambiano con un movimento di torsione violento, che fa male, e che non pensavi di poter fare. Certe cose cambiano per uno choc gestito bene, per una qualche crisi convertita in rinascita, per un terremoto vissuto senza tremare. Lo choc è arrivato, la crisi la stiamo soffrendo, il terremoto non è ancora passato. I pezzi ci sono tutti, sulla scacchiera, fanno tutti male, ma ci sono: c’è una partita che ci aspetta da un sacco di tempo. Che sciocchezza imperdonabile sarebbe avere paura di giocarla.