sabato 17 ottobre 2026

Le piazze e i numeri

Rita Rapisardi
Torino, cori e slogan free style. Poi partono le cariche

il manifesto, 17 ottobre 2026

«La capitale italiana delle proteste degli studenti»: così l’hanno ribattezzata dai microfoni le ragazze e i ragazzi scesi in strada a Torino per il “No Melony day”, coinciso con lo sciopero dei docenti. E in effetti Torino torna in questo autunno a fare da traino alle occupazioni dopo la stagione del Blocchiamo tutto: sono venti i licei e istituti interessati, ma la cifra aumenta se si considerano le scuole in cui sono avvenute assemblee. Oltre 5mila in corteo ieri, appuntamento in piazza XVIII dicembre, in ricordo dell’eccidio fascista del 1922.

Due i temi principali che riecheggiano negli slogan che lo striscione in testa sintetizza: «Soldi alla scuola non alla guerra, scuole in rivolta per un futuro nuovo». Poi ci sono le condizioni fatiscenti delle scuole: muffa e crepe larghe anche un centimetro sui muri, strutture vecchie e con infiltrazioni. Al Cattaneo a maggio è crollato un soffitto, non ha fatto notizia perché era domenica. E ancora: la scuola targata Valditara, che fa distinzioni tra alunni in base alla loro origine, una “scuola caserma” che fa entrare l’esercito.

Riecheggiano a Torino le proteste dei cugini d’oltralpe: meritare una vita dignitosa, un futuro certo, lontano dalla guerra. «Se non ci date il futuro, ce lo prendiamo», «soldi alla scuola non alla guerra», «a scuola nessuno è straniero», «noi la guerra non la vogliamo» urlano mentre bruciano un carro armato di carta pesta davanti all’Ufficio scolastico del Piemonte. I giovani in piazza sono divisi per gruppi e collettivi, più o meno organizzati, più o meno esperti di manifestazioni. Alcuni al loro primo corteo: hanno 13 anni e sono avvolti dalla bandiera palestinese. Altri, vicini alla maturità, hanno già vissuto la stagione delle proteste per l’alternanza scuola lavoro di tre anni fa. Si stringono tra loro, fanno foto, cantano cori, fanno il verso agli estremisti di oggi come Roberto Vannacci, ma anche ai membri del governo, in testa la premier Meloni. Dal camioncino in testa parte una richiesta: «Qualcuno sa fare freestyle?» Un ragazzo si avvicina, base e improvvisazione, a ogni linea esplode un boato. Un corteo variegato, ma unito negli intenti, anche quando scoppiano le frizioni tra parti sul da farsi: sette camionette e decine di agenti in antisommossa chiudono la strada nelle tre direzioni all’imbocco di corso Inghilterra verso porta Susa, il corteo resta bloccato per una buona mezz’ora. Qualche uovo colpisce gli agenti in fila. Varie anime provano a mediare con la polizia per sbloccare la situazione.

Un gruppo di professori forma un cordone umano a difesa degli studenti: sono di Usb, Cub, altri non legati ad alcuna sigla. Quando il corteo raggiunge piazza Castello, ancora nutrito, un gruppo di un centinaio si stacca, va davanti alla polizia che presidia la prefettura. Parte una pietra, la risposta è immediata: vengono azionati gli idranti a cui seguono una decina di lacrimogeni. Si conteranno tre cariche con i docenti ancora a frapporsi per difendere i ragazzi. Il corteo prosegue verso Palazzo nuovo, dove si conclude intorno alle 14 con l’appuntamento per lo sciopero generale del 30 ottobre. Alla fine tre minorenni sono stati arrestati per resistenza aggravata a pubblico ufficiale e porto di oggetti atti a offendere, oltre 50 sono stati identificati.

La manifestazione di Torino arriva dopo quindici giorni di mobilitazioni, questa settimana ha visto l’intervento delle forze di polizia in alcuni istituti, chiamate dai presidi. Martedì i carabinieri hanno arrestato uno studente dell’istituto Boselli, ora accusato di accesso abusivo, resistenza a pubblico ufficiale e danneggiamento, ma lui si difende: «Non abbiamo occupato il piano danneggiato». Sono due i licei dove si sono verificati tentativi di irruzione da parte di giovani incappucciati, alcuni identificati: sono risultati non collegati alle scuole prese di mira. All’istituto Sella hanno fatto irruzione in quaranta e si registra qualche danno. Giovedì mattina, invece, il tentativo di occupazione da parte di una cinquantina di studenti dell’istituto alberghiero Colombatto è fallito dopo che i militanti di Azione Studentesca hanno fatto un cordone ai cancelli impedendo l’entrata di chi voleva occupare.


Giulia Merlo
Meloni fa l'ottimista. Ma l'Italia è una bomba pronta ad esplodere
Domani, 16 ottobre 2026

Dall’ottimismo di Meloni a Bruxelles alle piazze infiammate in Italia. Tanta è la distanza tra i toni della presidente del Consiglio al termine del Consiglio europeo e le immagini delle proteste degli studenti e degli autotrasportatori in molte città.

La premier ha rivendicato che nelle conclusioni del vertice sia rientrato il tema della revisione degli Ets (Emission trading system) e di aver concluso positivamente la trattativa sul decreto Bollette. «Le misure avevano bisogno del via libera della Commissione, la trattativa è stata lunga ma costruttiva» e ora il governo potrà intervenire sul prezzo dell’elettricità e, auspicabilmente, «abbassare le bollette», ha spiegato Meloni, che si è definita «ottimista» dopo la conversazione con la presidente Ursula von der Leyen, cui ha chiesto per l’Italia più flessibilità. «Ho spiegato la situazione» anche con l’ausilio «di slides», ha spiegato la premier: «Sul tema dell’energia l’Italia è determinata e non è sola». Il risultato sono stati «significativi progressi» per ottenere maggiori margini di flessibilità «anche per investimenti sull’energia».

Un riferimento a parte è stato dedicato al capitolo immigrazione, su cui Meloni è tornata a rivendicare di aver ottenuto «una cornice di misure per permettere agli Stati di dare risposte immediate in caso di crisi, come quella di Ceuta». Misure che verranno annunciate al termine di un dibattito che si concluderà nel prossimo Consiglio. Nel mentre, un incontro con il primo ministro iberico Pedro Sánchez ha fatto calare la tensione, con un lavoro congiunto dei rispettivi ministeri dell’Interno «per sostituire le misure reciproche con forme di cooperazione». La deescalation si traduce in una piccola proroga di sette giorni del blocco di Schengen per poi passare a nuove misure sostitutive.

Sulla carta, il bottino presentato da Meloni sembra ricco, in particolare per quel che riguarda il comparto energia. In realtà per ora – anche stando ai numeri della bozza di manovra – ancora non si intravedono soluzioni strutturali per calmierare i costi in continuo aumento e che minacciano di abbattersi ancora più violentemente su famiglie e imprese con l’arrivo dell’inverno e i termosifoni che si accendono.

Il Paese reale


La narrazione della premier si infrange contro la realtà delle piazze e dei numeri. L’Istat ha infatti rilevato che l’inflazione è volata nel mese di settembre, facendo registrare un aumento dello 0,7 per cento e arrivando al 4,2 per cento. L’accelerazione è dovuta soprattutto «all’andamento dei prezzi degli energetici, sia regolamentati (da +18,6 a +25,8 per cento) sia non regolamentati (da +17 a +22,5 per cento), e degli alimentari non lavorati (da +3,8 a +5,5 per cento)».

Una notizia, questa, che si riverbera nell’attuale protesta degli autotrasportatori che si sono mobilitati in particolare nelle regioni del Sud, dove i blocchi alle raffinerie di Taranto (che ieri si sono conclusi) hanno lasciato a secco molti distributori di benzina, dove i prezzi rimangono insostenibili per il comparto. Le mobilitazoni hanno provocato il blocco di alcune uscite autostradali sulla A30 e anche di una corsia sulla A2 Salerno-Reggio Calabria

«Siamo al lavoro per dare risposte», è stato il messaggio di Meloni, che su questo è stata incalzata dal leader del Movimento 5 stelle, Giuseppe Conte. «Ci aggiorna su Ceuta. Non ci ha detto nulla, invece, sulle gravi emergenze che stanno esplodendo sul nostro territorio», ha detto riferendosi agli autotrasportatori e agli studenti. La ricetta di Conte è quella di prendere i «14 miliardi di spese extra su armi e difesa» e dare «sollievo a chi non ne può più». Più facile a dirsi che a farsi, in questa fase così avanzata di negoziazione anche sul tema della difesa. «Introdurre un tetto dinamico al prezzo dei carburanti, per legge, temporaneo (90 giorni) e verificato ogni 15 giorni, attivabile dal Governo solo in condizioni eccezionali accertate dal Garante dei prezzi», è invece la proposta del Pd di Elly Schlein.

Un incontro con le associazioni di categoria è stato fissato al ministero dei Trasporti per il 27 ottobre – tra dieci giorni – e lì il governo promette soluzioni, ma la lettura dei sindacati è diversa. «La latitanza delle istituzioni e del governo alimenta la protesta di chi non ce la fa più», ha dichiarato il segretario di Assotir Claudio Donati, secondo cui «i trasportatori chiedono di essere aiutati a non fermarsi, perché temono che non riuscirebbero più a ripartire». Nell’immediato, la richiesta è quella di un nuovo abbassamento dei costi del gasolio, ma l’interrogativo per il governo è sempre lo stesso: con quali soldi, vista anche la ristrettezza cui è stato costretto in legge di Bilancio.

Ora si apre proprio la lunga fase negoziale che riguarda la Finanziaria, che sempre dovrà passare da Bruxelles dove Meloni dovrà ottenere il via libera all’uso della clausola di salvaguardia per l’energia per calmierare l’impatto dell’inflazione che – come certificato dall’Istat – è schizzata proprio a causa dei costi energetici. Operazione non facile nonostante l’ottimismo di facciata, visto che i fondi europei sono stati pensati per finanziare la decarbonizzazione e andrebbero invece convertiti in misure che potrebbero essere interpretate come un indiretto incentivo al consumo di energia fossile a prezzi più bassi.

Un dramma dell'espressione

Jean Meckert nel 1940

Pierluigi Pellini
Con il sudore della lingua, farsi belli in società: così non va

il manifesto, 11 ottobre 2026

«Il secondo libro è sempre il più difficile da scrivere», ripeteva Jérôme Lindon, l’influente direttore delle Éditions de Minuit, con una frase diventata proverbiale: un recente convegno francesistico, alla Sapienza di Roma, ne ha esplorato le implicazioni teoriche; e uno dei più dotati fra i narratori transalpini contemporanei, François Bon, l’ha messa sul frontespizio della riedizione del suo secondo romanzo, Limite: dilatato, a trent’anni dalla pubblicazione originale (1985), in una sorta di metaromanzo a posteriori. La frase di Lindon fotografa un dato storico-sociologico incontestabile: sono numerosi gli scrittori la cui memoria, in qualche nota a piè pagina dei manuali di letteratura, è affidata esclusivamente al romanzo d’esordio. È il caso di Jean Meckert, di cui oggi Einaudi riesuma appunto il primo libro, scritto nel 1936 da quello che era, allora, un operaio ventiseienne, uscito nel 1941, salutato con favore da lettori prestigiosi e diversissimi come André Gide e Raymond Queneau, e mai prima tradotto in italiano: Le botte (nella versione di Luca Bianco, con una prefazione di Annie Le Brun, pp. 264, € 19,50).

Di romanzi, negli anni successivi, Meckert ne ha scritti ancora molti; ma senza mai convincere, almeno fino a quando non si è specializzato – sotto pseudonimo: John o Jean Amila – nel noir e nel poliziesco, con buon successo di pubblico. Il fatto è che Le botte si regge su un equilibrio paradossale e verosimilmente irripetibile: in apparenza propaggine tarda e stanca della letteratura cosiddetta ‘populista’ degli anni Trenta francesi, è in realtà del tutto estraneo a ogni idealizzazione sentimentale dei sobborghi parigini; sicuramente debitore di Céline – la voce del narratore e protagonista, Félix, nelle sue cadenze gergali, nel suo rifiuto sprezzante di ogni politesse, e perfino in qualche velleità sentenziosa («Sarebbe troppo difficile amare allo stesso tempo una donna e la verità»), fa smaccatamente eco al Ferdinand del Viaggio – restringe però il suo mondo alla storia di un rapporto di coppia, adottando una struttura narrativa claustrofobica: più simile a quella del tradizionale romanzo psicologico francese (anche per questo, probabilmente, piaceva a Gide), ma asciutta, ridotta all’osso dei fatti, senza il benché minimo compiacimento analitico.

È la storia, in larga misura autobiografica, ma soprattutto elementare (e per questo «irraccontabile»), di uno squilibrio di classe nel matrimonio: dopo anni di disoccupazione, Félix trova lavoro come carrozziere non specializzato; Paulette fa la segretaria nella stessa azienda: viene da una famiglia della piccola (anzi piccolissima, ma pretenziosa) borghesia; è sposata con un artista fallito e malaticcio che la sfrutta. Il flirt con Félix affretta il divorzio, seguìto a breve dal nuovo matrimonio: l’intimità fra gli amanti è perfetta, entrambi i protagonisti vivono un momento di felice appagamento. Ben presto, però, i pranzi domenicali dalla suocera, le visite ai cugini arricchiti, la coazione a un consumismo culturale nobilitante (l’Opéra!), l’obbligo, tipicamente francese fin dal Grand Siècle, di conquistare considerazione sociale «con il sudore della lingua», sciorinando «le schifose parole» («la conversazione trangugia di tutto, è una necessità, fischi per fiaschi, l’universo intero in un ditale da sarta»), tutte le piccole esigenze, insomma, della vita familiare esasperano Félix: le differenze con Paulette si rivelano inconciliabili. La donna esprime il suo disagio con accessi di loquela querimoniosa; mentre l’uomo, incapace di verbalizzarlo per indole e per (assenza di) cultura, ricorre con frequenza e violenza crescente ai coups, alle botte. Dal punto di vista tematico, fa fede il titolo: è un romanzo sulla violenza domestica. Anche per questo, è probabile, Einaudi avrà deciso il repêchage.

Ora, i libri dimenticati che tornano in libreria per mere ragioni di attualità, o moda, contenutistica sono quasi sempre insignificanti. Se nel caso de Le botte non è così, se da un canovaccio ritrito, in letteratura come nella realtà, Meckert riesce a ricavare quasi miracolosamente un bel romanzo, è perché la lettura sociologica anni Trenta (operaio vs piccola borghese) si rivela parziale o addirittura fuorviante; mentre la lettura moralista (o gender), attualizzante e pedagogica, fa cilecca. Il fuoco del libro è altrove: in qualche modo, se ne era reso conto Gide, che parlava, per il protagonista, di un «dramma dell’espressione». Ed è vero che Félix non sa tradurre in parole i suoi sentimenti e le sue idee, il suo vitalismo materialista e libertario, la sua insofferenza per i luoghi comuni. Però raccontando la sua storia fallimentare mostra in realtà di possedere una coscienza, anche linguistica, ben superiore a quella di Paulette. E infatti nelle tirate della moglie ritrova e irride il linguaggio dei romanzi d’appendice o dei film di cassetta; nelle discussioni fra i familiari sulle qualità di un tenore riconosce (senza averle lette, ovviamente) le tesi di due diverse recensioni. Perché Félix ha una sensibilità esacerbata per il linguaggio inautentico: non trova le parole per dire sé stesso (in questo, è più modernista che populista), ma riconosce a colpo sicuro il cliché, la frase fatta, il paludamento ipocrita che dice il mondo non com’è, ma come qualcun altro lo ha descritto, come il perbenismo conformista lo vorrebbe.

La trama è tutta qui: il protagonista scopre appunto con orrore crescente che la deliziosa Paulette, di cui adora il corpo (neanche tanto bello, neanche più tanto giovane, ma capace di soddisfare ogni suo desiderio: senza mai essere sessualmente esplicito, il libro ha una forte carica sensuale), ha la mente «tutta imbellettata di fiori finti», colonizzata dai pregiudizi della madre, dai sentimentalismi della posta del cuore – «Amore, bellezza, ideale… Il suo spirito era quello dei giornaletti femminili, tutto il pantano melmoso che ai cambi di stagione fa quella puzza purulenta». Félix si sente imprigionato in una «muraglia di parole», sommerso da una «diarrea di parole»: e allora picchia la moglie.

Poi si scusa, è dispiaciuto, fa promesse; o si giustifica, pretende di essere «un buono» – è lo scontato copione ripetuto da tanti maschi violenti, ora come allora. Non c’è motivo di negarlo (come fa con provocatoria disinvoltura la scrittrice Annie Le Brun nella sua prefazione, datata 1993): inestricabilmente mescolato al suo individualismo libertario, céliniano e contagioso, c’è in Félix un esibito egoismo maschilista, un radicato rancore misogino; mentre gli manca del tutto quell’afflato «incrollabilmente umanista» di cui lo gratifica, chissà perché, la quarta di copertina einaudiana. Del resto, dichiaratamente, il suo è un esistenzialismo del corpo: sempre, in lui, «i testicoli» si mettono «in moto prima del cervello». E però se è vero, come credo, che la povera Paulette, oggettivamente inerme e quasi incolpevole, farebbe prudere le mani anche al lettore (e perfino alla lettrice) più incline alla non violenza e meno condizionato da retaggi patriarcali, vuol dire che il congegno narrativo funziona, che la storia colpisce nel segno, che il libro meritava di essere tradotto. Perché la buona letteratura non induce a giudicare, e tantomeno a essere buoni, ma a capire – anche il male.

https://machiave.blogspot.com/2026/10/le-botte.html

venerdì 16 ottobre 2026

La cittadinanza distante in Francia


Vincent Tiberj

Qual è lo stato attuale della svolta a destra in Francia?

Esprit, ottobre 2026

... Sebbene i valori non convergano con quelli della destra, le posizioni di destra e in particolare di estrema destra hanno guadagnato terreno dal 2023. Ho elaborato quattro serie di sondaggi: Eurobarometro, barometro CNCDH, barometro di fiducia CEVIPOF e sondaggi Crédoc. Tutti e quattro convergono, indipendentemente dai metodi di indagine e dalle domande stesse(Figura 2). Per quanto riguarda il posizionamento politico, la destra ha guadagnato 10 punti tra il 2022 e il 2025 negli Eurobarometri e 7 punti nei sondaggi Crédoc. Questa è la prima volta dal 1986 che la destra supera la sinistra negli Eurobarometri. Questo sviluppo si sta verificando a scapito dei non allineati, e anche in questo caso si tratta di un fenomeno senza precedenti: la loro percentuale è scesa dal 46% nel 2022 al 40,5% nel 2025. Non si assiste a un massiccio riallineamento con le istituzioni politiche, ma è indubbio che la destra stia tornando ad attrarre, mentre il posizionamento della sinistra ha toccato il minimo storico nel 2025 (26,5%).

Questa ascesa della destra è insolita. Fino ad ora, la tendenza prevalente era che il partito al potere perdesse consensi a favore dell'opposizione, ma qui è la sinistra a perdere terreno. I cambiamenti nell'affiliazione partitica aiutano a comprendere meglio cosa sta succedendo. Il Rassemblement National (RN) sta beneficiando di questa ascesa, mentre il "terreno comune" si sta riducendo maggiormente, come se il primo si stesse trasformando in opposizione e traesse profitto dall'impopolarità dell'attuale governo, mentre i partiti di sinistra non stanno guadagnando nuovi consensi. Nel barometro CNCDH, si prevede che il RN passi dall'8% nel 2019 al 17% nel 2025, mentre la maggior parte del suo aumento nel barometro della fiducia si verificherà tra il 2021 (13%) e il 2024 (24%).

Coloro che non sono affiliati a nessun partito rimangono i più numerosi e, come tali, meritano particolare attenzione. Il loro profilo è profondamente cambiato dagli anni '90: rappresentavano il 13% degli intervistati nel 1995, rispetto a oltre il 40% circa dal 2017, secondo i sondaggi condotti dalla CNCDH (Commissione Consultiva Nazionale per i Diritti Umani). Soprattutto, non corrispondono più all'immagine di cittadini disconnessi o politicamente disimpegnati. Attualmente, il 41% dei laureati e il 42% dei dirigenti e dei professionisti di livello intermedio dichiara di non identificarsi con alcun campo politico. Li definisco "rassegnati" perché, anziché orientarsi verso una specifica opzione politica, sembrano rifiutare l'intera offerta attuale, compreso il Rassemblement National (RN). Dato il loro peso demografico, costituiscono quindi un segmento elettorale cruciale.

Figura 2a – Prossimità partigiana (CNCDH)

Figura 2b – Prossimità partigiana (barometro della fiducia)

Figura 2c – Posizionamento a sinistra/destra (Eurobarometri)

Figura 2d – Posizionamento a sinistra/destra (Nota di credito)

Percentuale di intervistati che si identificano come vicini a un partito o non affiliati, oppure che si collocano a sinistra, a destra o come non allineati.
Calcoli: V. Tiberj.

Coloro che si sono dimessi resteranno tali?

Se alle urne andassero solo i cittadini che si identificano con un partito, gli equilibri di potere elettorali sarebbero fortemente sfavorevoli alla sinistra. Nell'ultimo sondaggio del barometro della fiducia, la sinistra rappresenta solo il 39% degli elettori che si identificano con un partito. Tuttavia, se la campagna elettorale riuscisse a rimobilitare coloro che si erano "dimessi" e a riunirli attorno a un unico candidato, gli equilibri di potere potrebbero essere profondamente alterati. Questa è la strategia del "quarto blocco" teorizzata da La France Insoumise (LFI) e spiegata nel settembre 2024 dal suo coordinatore nazionale, Manuel Bompard . 

Tuttavia, le condizioni affinché questo riequilibrio si verifichi non sono semplici. In primo luogo, questi cittadini non si disimpegnano per "cattivo umore" o perché si sentono alienati dalla politica (che era la figura tradizionale dell'astenuto e del non affiliato nella sociologia elettorale fino agli anni '90). Il loro disimpegno è consapevole e fondato sulla loro capacità di decodificare le informazioni politiche e di mettere in discussione le dichiarazioni dei leader politici, ma anche sulla loro esperienza di cittadini. Chiamo questo fenomeno " cittadinanza distante ": è proprio perché questi cittadini sono informati e capaci che prendono le distanze dalla politica tradizionale. Per farli tornare, è necessario prenderli sul serio. Inoltre, devono effettivamente propendere per una parte o per l'altra. Questo è un dibattito iniziato, in particolare, tra Tristan Haute e Luc Rouban al quale desidero contribuire. A tal fine, ho analizzato le loro posizioni in due serie di sondaggi: il CNCDH e i barometri della fiducia.

Ho elaborato indici di tolleranza alla diversità basati sugli allineamenti partitici nel barometro CNCDH (Figura 3). L'andamento mostra un aumento della tolleranza in tre dei quattro gruppi, a sinistra (con un incremento di 12 punti in 8 anni), ma anche tra i sostenitori del Rassemblement National (RN) (+10 punti). Questo sorprendente aumento può essere spiegato in due modi: la diffusione di norme più tolleranti anche tra questi sostenitori, oppure l'adesione a questo partito di cittadini meno radicali. Gli individui non schierati politicamente avrebbero potuto posizionarsi tra i sostenitori del RN e quelli di sinistra, o addirittura più vicini ai primi. Tuttavia, tendono chiaramente verso i secondi, e questa tendenza si mantiene per tutto il periodo. Al suo massimo, si registra una differenza di 8 punti tra i sostenitori di sinistra e gli individui non schierati politicamente, rispetto a una differenza compresa tra 22 e 29 punti per i sostenitori di Marine Le Pen.

Questo stretto legame spiega probabilmente l'intensità della resistenza repubblicana durante il secondo turno delle elezioni legislative del 2024. Alcuni di coloro che si erano dimessi sono tornati alle urne per opporsi al Rassemblement National. L'approccio apartitico alla tolleranza contribuisce anche a spiegare perché le urne e la società divergono: i campioni del barometro CNCDH includono molti astensionisti che, per definizione, non votano, dando così maggiore peso alle frange più intolleranti della società francese.

Figura 3 – Livello di tolleranza nei confronti delle parti

Fonte: Barometro del razzismo CNCDH (2017-2025).
Calcoli: Vincent Tiberj.


Tuttavia, il barometro CNCDH copre solo i pregiudizi etno-razziali. Ho quindi condotto un'analisi complementare utilizzando il barometro della fiducia, in particolare sulle questioni socio-economiche (figura 4).

E ancora una volta, ho osservato che gli elettori non affiliati a nessun partito non sono "indecisi". Sui tre temi socio-economici, costituiscono il secondo gruppo più di sinistra e sono particolarmente distanti dai sostenitori del blocco comune, che sono costantemente i più liberali in campo economico. Gli elettori non affiliati a nessun partito si avvicinano ai sostenitori del Rassemblement National solo quando si tratta di "far pagare i ricchi", ma sono molto più allineati con la sinistra per quanto riguarda i dipendenti pubblici e i disoccupati. Un'elezione senza gli elettori non affiliati a nessun partito porterebbe a un risultato economicamente molto più liberale rispetto a un'elezione in cui fossero fortemente mobilitati, e anche più liberale della società nel suo complesso. Sul piano culturale, i risultati sono simili a quelli del barometro CNCDH, con l'eccezione dell'aumento del conservatorismo osservato all'interno del blocco comune. Gli elettori non affiliati a nessun partito non sembrano essere sostenitori nascosti del Rassemblement National; al contrario: è proprio tra di loro che la divisione è maggiore, sia sull'immigrazione che sulla pena di morte. In altre parole, un ritorno alle urne di coloro che si sono dimessi non sarebbe una buona notizia per l'estrema destra, ma potrebbe esserlo per la sinistra.

Figura 4 – Proporzione delle risposte sociali in base all'affiliazione politica

Fonte: Barometro di fiducia CEVIPOF (2022-2025).
Calcoli: V. Tiberj.

L'importanza della presenza mediatica della campagna

Ma prima di tutto, devono tornare. E in questo senso, la campagna elettorale e i temi che affronterà giocano un ruolo fondamentale. Una campagna incentrata sull'immigrazione e sull'insicurezza è destinata a mobilitare e allineare i cittadini in modo diverso rispetto a una incentrata sulla redistribuzione e sui servizi pubblici. Inoltre, se la campagna si concentra solo su determinate questioni, i cittadini mobilitati da altre problematiche (come il cambiamento climatico, la discriminazione o i servizi pubblici) potrebbero non sentirsi coinvolti e quindi astenersi dal voto.

Una campagna elettorale mobilita numerosi attori, a partire dai candidati e dai loro sostenitori, dalle associazioni e dalla società civile, ma anche dai media. Questi ultimi non plasmano da soli l'opinione pubblica, ma possono influenzare l'agenda politica e contribuire a definire i dibattiti, ovvero a indurre il pubblico a interpretare una questione in un certo modo piuttosto che in un altro. Tuttavia, tali interpretazioni e tale agenda non vengono imposte a tutti i cittadini: alcuni possono respingere argomentazioni che contraddicono le loro preferenze o convinzioni. Inoltre, tendiamo a sottovalutare la loro capacità di resistenza, nonostante dispongano di risorse sempre più numerose per prendere le distanze dal discorso politico e mediatico.

In questa battaglia "dall'alto", CNews gioca un ruolo cruciale ed è riuscita a imporre le proprie posizioni, in particolare durante le ultime elezioni comunali. È ora di riconoscerlo per evitare che la sua agenda sia l'unica a essere trattata. Lo strumento data.ina.fr ci permette di analizzare oggettivamente determinate tendenze misurando la frequenza di occorrenza di parole o famiglie di parole nel tempo e sui canali di informazione 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Possiamo considerare termini classici ("cambiamento climatico", "disuguaglianza") e termini più specifici ("wokismo", "grande sostituzione").

È importante comprendere le implicazioni di queste statistiche (Figura 5). Il termine "cambiamento climatico" è stato pronunciato più di 4.000 volte su France Info nel 2023, quasi 11 volte al giorno quell'anno. Nello stesso anno su CNews, il termine "Islam" è stato utilizzato quasi 3.000 volte e il termine "immigrazione" più di 20.200 volte, con una media rispettivamente di 8 e 55 volte al giorno. Questo ci permette di identificare i pregiudizi editoriali, che mettono in evidenza alcuni argomenti trascurandone altri. L'emittente pubblica si concentra molto di più su questioni legate alla disuguaglianza e al cambiamento climatico. Indubbiamente, CNews tratta l'attualità in modo particolare, enfatizzando argomenti promossi anche da gruppi di estrema destra: immigrazione, Islam e criminalità. Questo era in qualche modo prevedibile, ma è sempre meglio dimostrarlo con i dati.

Figura 5 – Numero di occorrenze di una parola o di un insieme di parole per stringa e per anno

Fonti: data.ina.fr, dati raccolti il ​​18 agosto 2026.


Questo illustra anche diversi dei loro tentativi di promuovere determinati termini e quindi imporre schemi interpretativi. La famiglia di termini "woke" è emersa negli Stati Uniti dopo le prime proteste di Black Lives Matter nel 2013 e si riferiva alla richiesta che gli attivisti fossero consapevoli delle questioni di disuguaglianza sociale, razziale e di genere. Pochi anni dopo, il termine è stato adottato dai conservatori e il suo utilizzo su Fox News è esploso, in particolare nel 2021. La simultaneità del suo primo utilizzo su CNews è sorprendente: questa famiglia di parole è stata utilizzata circa 1.400 volte (rispetto alle 350 volte per LCI), rappresentando il 70% delle sue occorrenze in quell'anno. Questa caratteristica di CNews si ripete nel 2022, 2023 e 2024. Nel 2025, LCI sembra mobilitare sempre più questo concetto, forse perché il canale sta coprendo i primi mesi della presidenza di Donald Trump.

Il tentativo di promuovere il termine "Francocidio13" è un altro esempio delle tattiche di CNews. Questo neologismo, modellato su "femminicidio", fu coniato da Éric Zemmour alla scuola estiva del suo partito nel settembre 2022 per accrescere la propria visibilità. Fu utilizzato 132 volte in tre mesi su CNews, ma non ottenne il successo sperato. Entro il 2025, il termine era praticamente scomparso, persino su questo canale, a differenza del concetto di "grande sostituzione".

Sembra che CNews e i media del Gruppo Bolloré ricevano un'attenzione particolare. Tuttavia, il canale che si autoproclama il principale canale di notizie 24 ore su 24 in termini di quota di pubblico ha detenuto questo titolo solo da febbraio 2024 a febbraio 2026. Da allora, BFM lo ha superato. Inoltre, il suo pubblico rimane di gran lunga inferiore a quello di TF1 e France 2: anche al suo picco del 4% nell'ottobre 2025, France 2 aveva 3,5 volte più spettatori e TF1 quasi 4,5 volte di più. In realtà, CNews attrae a malapena più spettatori di Arte, che si aggira intorno al 3% nell'intero periodo 2022-2026 (Figura 6).

Figura 6 – Confronto dei dati di audience tra CNews e Arte

Altri indicatori confermano che l'importanza di questo organo di informazione è sovrastimata. L'Alliance for Press and Media Figures misura il pubblico dei siti web. Nel luglio 2026, il sito web di CNews si è classificato al 23° posto, tra  lindependant.fr e ledauphine.com. Il sito web di Europe 1 era al 75° posto  e quello della JDD al 94° .  È sorprendente quanta importanza venga attribuita a CNews da così tante redazioni e figure politiche, quando in realtà sono pochi i cittadini che lo consultano.

Nessuna elezione è scontata, soprattutto in autunno. Le elezioni legislative del 2024 lo hanno ampiamente dimostrato. Ciononostante, il Rassemblement National (RN) non è mai stato così forte alle urne e nei sondaggi e, soprattutto, si potrebbe avere la sensazione che i suoi temi e le sue proposte occupino ora un posto centrale nell'attenzione dei media. Ma questo non tiene conto del fatto che anche le interpretazioni dei sondaggi sono viziate da pregiudizi: l'immigrazione è certamente una questione importante, ma lo sono anche i servizi pubblici, il cambiamento climatico e la disuguaglianza. Allo stesso modo, mentre Marine Le Pen potrebbe prevalere nei vari scenari di secondo turno, chi si rifiuta di votare viene spesso dimenticato.

Alcuni cittadini francesi si stanno allineando, ma questo significa anche dimenticare troppo in fretta chi si è dimesso. Questi cittadini non solo esistono e hanno dei valori, ma esprimono anche il bisogno di un tipo di politica diverso, più orizzontale e meno incentrato sui leader. Esistono quindi altre strade, altri campi di battaglia elettorali; resta da vedere se candidati, associazioni e media si avventureranno in queste direzioni. Altrimenti, si rischia che le prossime elezioni soffochino il dibattito e non riescano a rispondere a tutte le richieste dei cittadini. 

  • 1.  I punteggi variano a seconda delle diverse configurazioni dell'applicazione.
  • 2.  Si veda Tristan Haute, “Mélenchon contro Le Pen? Un duello tutt'altro che vinto in anticipo per l’estrema destra” [online], Le Nouvel Obs , 28 luglio 2026.
  • 3.  Cfr. Vincent Tiberj, La Droitisation française. Mythe et réalité s , Parigi, Presses universitaires de France, 2024.
  • 4.  Si veda James A. Stimson, “The Dyad Ratios Algorithm for Estimating Latent Public Opinion: Estimation, Testing, and Comparison to Other Approaches,” Bulletin of Sociological Methodology , vol. 137-138, n. 1  , 2018, pp. 201-218.
  • 5.  Negli Stati Uniti, come altrove, quando al potere ci sono i Repubblicani o la destra, aumentano le richieste della sinistra, e viceversa quando i governi sono Democratici o di sinistra. Si veda Christopher Wlezien, “The public as Thermostat: Dynamics of Preferences for Spending,” American Journal of Political Science , vol. 39, n. 4  , 1995, pp. 981–1000.
  • 6.  Michel Feher, Produttori e parassiti: l'immaginario desiderabile del Rally nazionale , Parigi, La Découverte, 2024.
  • 7.  Cfr. Michaël Fœssel e Étienne Ollion, Une étrange victoire. L'extrême droite contre la politique , Parigi, Seuil, 2024.
  • 8.  Le cui opere sono attualmente in fase di pubblicazione.
  • 9.  I sondaggi Eurobarometro e CNCDH vengono ancora condotti di persona, mentre i sondaggi Crédoc e il Barometro della Fiducia vengono condotti online. Questi ultimi tendono maggiormente a destra e includono un numero inferiore di persone senza affiliazione partitica. Queste differenze di portata hanno conseguenze significative, soprattutto quando si misurano le intenzioni di voto, la popolarità o persino le preferenze in materia di politiche pubbliche, dato che la maggior parte dei sondaggi politici viene condotta online.
  • 10.  Cfr. Manuel Bompard, “Quarto blocco: la strategia vincente de La France insoumise” [online], 6 settembre 2024.
  • 11.  Vincent Tiberj, I cittadini che vengono. Come il rinnovamento generazionale sta trasformando la politica in Francia , Parigi, Presses universitaires de France, 2017.
  • 12.  Cfr. Tristan Haute, “Espandere le basi socio-elettorali della sinistra: necessità, difficoltà e incertezze” [online], Contretemps , 9 ottobre 2024; Luc Rouban, “Una Francia di sinistra vota per la destra? Alla ricerca dell'elettore di sinistra nascosto” [online], Nota di ricerca 22, novembre 2024.
  • 13.  Bérénice Mariau, "L'imposizione del #francocidio di Éric Zemmour. Strategia mediatica dell'odio ordinario", Quaderni , vol. 115, n. 2  , 2025, pp. 119-133.