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mercoledì 15 luglio 2026

L'autostima, come nasce

Luigi Ballerini
L'autostima nasce dalla stima altrui. Una risorsa costruita nelle relazioni

Avvenire, 15 luglio 2026

Ce l’hanno detto bene anche le ragazze e i ragazzi: nessuno costruisce la stima di sé in uno stato di isolamento. L’idea che una persona sviluppa di se stessa nasce sempre all’interno di rapporti significativi. Prima di diventare un giudizio che il soggetto formula su di sé, la stima è un’esperienza che si riceve dagli altri. Uno sguardo che incoraggia, una parola che riconosce, un adulto che prende sul serio ciò che diciamo, un insegnante che individua una capacità, un genitore che continua a vedere del valore anche laddove ci sia qualche errore: sono queste esperienze a costituire il terreno sul quale può nascere una stima di sé sufficientemente solida. Viene allora da formulare l’ipotesi che non esista un’autentica autostima senza una precedente esperienza di stima ricevuta. È difficile infatti imparare a riconoscere il proprio valore se nessuno ci ha mai trattati come persone di valore. Prima dell’autostima viene la stima. Prima della fiducia in sé viene l’esperienza di qualcuno che ha avuto fiducia in noi. In questa prospettiva cambia anche il modo di guardare alla fragilità adolescenziale. Le ragazze e i ragazzi ci stanno mostrando che la costruzione della propria identità passa inevitabilmente attraverso il riconoscimento ricevuto dalle persone significative. A questo punto la questione riguarda direttamente noi adulti. Quando parliamo di adolescenti siamo spesso tentati di concentrarci soprattutto sui loro errori, sulle loro immaturità, sulle loro mancanze. La loro definizione ci invita invece a chiederci quale stima nutriamo nei confronti del loro lavoro di pensiero. Perché le ragazze e i ragazzi pensano in continuazione. Lo fanno quando immaginano il proprio futuro, quando discutono con gli amici, quando contestano una regola, quando cercano una soluzione a un problema o provano a capire quale posto occupare nella società. Pensano per orientarsi nel mondo, per dare forma ai propri desideri, per cercare una soddisfazione che possa convivere con quella degli altri, anzi costituirsi assieme a quella degli altri. Il loro pensiero è sempre al lavoro, notte e giorno. Un lavoro incessante, talvolta confuso, contraddittorio, incompleto e parziale, ma mai privo di valore. Nessun errore che possono compiere riesce a cancellare la dignità di questa ricerca.

Prima ancora di chiedere ai ragazzi di avere fiducia in se stessi, allora dovremmo preoccuparci noi di avere fiducia nella loro facoltà di pensare e di pensare bene. Prima ancora di preoccuparci della loro autostima, dovremmo domandarci quanta stima manifestiamo nei loro confronti. Sarà difficile imparare a stimarsi se si cresce in un ambiente che ci considera superficiali, incapaci, prede degli ormoni e degli istinti o irrimediabilmente inadeguati. Non bastano formule motivazionali, frasi da appendere alla parete o da ripetersi davanti allo specchio. All’origine dell’auto-stima c’è sempre una etero-stima, qualcuno che ci ha guardato come una persona degna di interesse, capace di pensare in proprio, di imparare, di contribuire. L’autostima nasce in una storia di incontri, riconoscimenti e rapporti affidabili; poi, diventa una risorsa interiore e personale. Per questo il modo migliore per aiutare un giovane a svilupparla non passa dal ripetergli che vale, né nel nutrire narcisistiche fantasie di grandiosità. Richiede di trattarlo con onestà come qualcuno il cui pensiero merita ascolto e le iniziative credito, qualcuno la cui presenza può rappresentare un bene per sé, per gli altri e per il mondo che contribuisce a costruire.

mercoledì 8 ottobre 2025

La Palestina esiste

Valentina Pazé
Il disconoscimento della Palestina

il manifesto, 8 ottobre 2025 

«Un insulto a ogni principio del diritto internazionale». «Un diktat coloniale, che ci riporta al peggio mai elaborato dall’Occidente». Quanto di più lontano possa esserci dal riconoscimento di uno Stato palestinese. Se questo è, nell’efficace sintesi di Alberto Negri, il piano Trump, ci si potrebbe stupire del favore generale con cui è stato accolto.

Anche da chi è da sempre schierato per la soluzione «due popoli due Stati». Come Francia e Regno Unito che, solo pochi giorni fa, si sono aggiunti al lungo elenco di paesi che riconoscono formalmente lo Stato della Palestina. Confusione di fronte a un’iniziativa spiazzante, che potrebbe, forse, rendere più vicino un cessate il fuoco? Opportunismo? Incoerenza?

Che riconoscere lo Stato della Palestina abbia oggi un significato esclusivamente simbolico, tutti lo sanno e l’ammettono. Chi per denunciare la pochezza di un atto tardivo, utile solo a distogliere l’attenzione dall’assenza di iniziative concrete per fermare il genocidio. Chi per sottolineare, nonostante tutto, il significato politico di questi riconoscimenti: se perfino un alleato storico di Israele come il Regno Unito, fin qui in prima fila nel bollare come antisemita ogni manifestazione di solidarietà con la Palestina, osa procurare un dispiacere a Netanyahu, significa che qualcosa si è mosso. Che, grazie alla straordinaria mobilitazione di popolo delle ultime settimane, sospinta dalla Flotilla, gli equilibri stanno cambiando. Di qui anche la richiesta delle opposizioni al governo italiano di riconoscere la Palestina, ora, «senza se e senza ma».

Poco ci si è interrogati, tuttavia, sul senso che può avere riconoscere uno Stato che non c’è. E che non ci sarà, con tutta probabilità, per molto tempo, in assenza delle condizioni minime che lo rendono possibile. In una fase in cui è la stessa esistenza dei palestinesi come gruppo nazionale a essere minacciata (questo significa «genocidio»), l’atto simbolico del riconoscimento dovrebbe per lo meno servire a ribadire, in via di principio, che tra le macerie di Gaza e i check point della Cisgiordania un popolo palestinese esiste, resiste, e ha il diritto di autodeterminarsi (anche in forme diverse dalla fondazione di uno Stato). «Tutti i popoli hanno il diritto di autodeterminarsi», recita l’articolo 1 dei Patti internazionali del 1966. «In virtù di questo diritto essi decidono liberamente del loro statuto politico e perseguono liberamente il loro sviluppo economico, sociale e culturale».

Si tratterebbe dunque di riconoscere ai palestinesi non solo il diritto di opporsi all’occupazione, ma di «decidere del proprio statuto politico». Democraticamente, attraverso libere elezioni. Niente di più lontano dal progetto di amministrazione «apolitica» e tecnocratica elaborato da Trump e Blair. Ma qualcosa di ben diverso anche dalla pretesa di Abu Mazen, o del suo delfino, di ergersi a unico legittimo rappresentante del popolo palestinese, nonostante le ultime elezioni politiche in Cisgiordania risalgano a vent’anni fa.

È sintomatico, del resto, che tutti ripetano come un mantra che Hamas «ovviamente» non dovrà avere alcun ruolo nel governo della Striscia, mentre nessuno contesta il diritto dei cittadini israeliani di continuare a votare, se lo vorranno, per un criminale di guerra ricercato dalla Corte penale internazionale, e per i partiti che lo hanno fin qui sostenuto.

Il messaggio, sul piano simbolico, è chiarissimo. Ti riconosco, ma ti disconosco. Nel riconoscerti, certifico la tua inferiorità: il tuo status di soggetto a sovranità limitata, bisognoso di tutela, incapace di decidere del proprio destino. Con un gesto tipicamente colonialista, i grandi del mondo intenti a disegnare il futuro della Palestina omettono di consultare i palestinesi, molti dei quali, oggi, non chiedono uno Stato, ma la fine dell’apartheid, con l’abbattimento dei muri e il riconoscimento di eguali diritti a tutti coloro che vivono «dal fiume al mare», ebrei e palestinesi.

Si rinuncia, inoltre, a cercare interlocutori nell’ambito delle associazioni e dei movimenti della società civile palestinese, che ha in questi anni praticato la resistenza nonviolenta all’occupazione. E si vuole lasciare marcire in carcere un simbolo dell’Intifada come Marwan Barghouti, rispettato e amato da palestinesi dei più diversi orientamenti politici. Meglio affidarsi ai tecnocrati e continuare a trattare i palestinesi come selvaggi, incapaci di esprimersi sul proprio futuro.

domenica 13 luglio 2025

Un maestro orizzontale


Luigi Manconi

Goffredo Fofi è stato un maestro. Con la m rigorosamente minuscola, per carità. Nulla a che fare con i “venerati maestri” irrisi da Alberto Arbasino; e nemmeno quel Maestro con la m rigorosamente maiuscola, con il quale oggidì si è soliti appellare l’autore di un paio di romanzi e di un saggetto sulla cosmesi “al tempo dei social”; o il regista di un docufilm su gastronomia e intelligenza artificiale: ed eccoli entrambi pronti a tenere una qualche lectio magistralis davanti a un pubblico selezionatissimo.
Fofi è stato un maestro, innanzitutto perché intorno alla metà degli anni Cinquanta conseguì il diploma di maestro elementare, come tanti giovani della provincia italiana. E fu maestro per il rapporto pedagogico che ha avuto con tanti, tantissimi che, nel passaggio dall’adolescenza all’età adulta, trovarono in lui una capacità di ascolto e di insegnamento che avrebbe inciso profondamente sulla loro formazione.
Fofi era nato nel 1937 e, dunque, durante i movimenti collettivi della fine degli anni Sessanta e dei primi Settanta aveva appena superato la trentina. Aveva giusto quell’età che induceva al sospetto quei segmenti delle nuove generazioni che scoprivano, allora, la militanza politica e la mobilitazione sociale. Jerry Rubin, uno dei protagonisti del movimento Hippie, pronunciò all’epoca quelle parole fatidiche: “Non fidarti di chi ha più di trent’anni”.
Ebbene, molti di quelli che facevano parte dei settori militanti di quella generazione (attenzione: non si trattava di una “intera generazione”, bensì di una parte modesta eppure attivissima) si fidarono di lui. Per tante ragioni che costituiscono l’arte pedagogica di Fofi. Innanzitutto, la sua autorità orizzontale.
Mai ha parlato dall’alto di una cattedra, di una tribuna, di un palco: era sempre in mezzo ai suoi allievi-compagni, convinti o riottosi o anche ostili che fossero. Lui visibilmente più anziano e tuttavia così affine. E questa postura fisica corrispondeva puntualmente a un atteggiamento morale che costituiva un altro tratto peculiare della sua vocazione educativa. Era severo e talvolta intollerante e persino crudele, ma sempre stando fino in fondo dentro alle contraddizioni che denunciava e agli errori che criticava.
Una leggenda su di lui, non troppo estranea alla realtà, dice che fosse solito esaltare il primo libro o il primo film o la prima opera teatrale di un autore esordiente, per poi stroncare la seconda prova. Anche in questo si scorge una finalità educativa: intuiva il talento di un giovane, lo sosteneva, lo promuoveva e spesso lo recensiva entusiasticamente perché voleva offrirgli la migliore delle opportunità. Ma, poi, ne evidenziava i limiti e i difetti perché voleva che quello scrittore o quel regista non “si accontentassero”, non riposassero sugli allori, non precipitassero nel narcisismo autorale.
Fatto sta che, nel corso di circa settant’anni ebbe la curiosità e l’intuito e l’intelligenza, per segnalare, prima di chiunque altro, una lunghissima teoria di “artisti da giovani”: da Enrico Palandri a Salvatore Piscicelli, da Alessandro Baricco a Fabrizia Ramondino, da Filippo Timi a Nicola Lagioia, dal Teatro delle Albe a Pietro Marcello, da Silvio Orlando a Elio De Capitani. Da Clara Sereni a Mario Martone. E poi Roberto Saviano, Nadia Terranova, Salvatore Mannuzzu, Alberto Capitta. Ma l’elenco, davvero, potrebbe essere senza fine.
Era, si può dire, una sua ossessione come quella di utilizzare e di far utilizzare gli alias: a me impose due o tre pseudonimi affinché “non mi montassi la testa”. Ma ciò che rappresenta il suo connotato più peculiare di formatore della gioventù era la sua capacità di ripartire da capo sempre. Dalle periferie, da tutti i sud, da ciò che è piccolo e umile. E dalla Mensa dei Bambini Proletari, creata nel 1973 in una Napoli sfigurata, dove torna il colera.
A diciotto anni lui, nato a Gubbio, è in Sicilia con Danilo Dolci; a 88 anni è a Lamezia Terme in una comunità guidata da un prete: uno di quei tanti sacerdoti, irrequieti o ribelli che incontrò, dopo aver letto con passione Ernesto Bonaiuti: da don Zeno, fondatore di Nomadelfia – un’importante esperienza pastorale e sociale di cui non si parla più – a don Giacomo Panizza di progetto Sud. E altri eretici e disobbedienti, da Aldo Capitini a Bianca Guidetti Serra, ad Alex Langer, ai teologi e alle teologhe valdesi.
La sua autorità orizzontale si manifestò anche nel suo rapporto con i movimenti extraparlamentari degli anni Settanta, ai quali mai partecipò direttamente, ma che sempre accompagnò con sguardo curioso, anche nei momenti di più acuto disaccordo, senza mai abbandonarli a sé stessi e alla loro involuzione. Mai quella sudditanza psicologica che pure contraddistinse molti intellettuali dell’epoca. Così, all’interno di una cultura nazionale di cui Umberto Saba già nel 1945 evidenziava la tendenza al fratricidio, Fofi seppe essere fratello maggiore: fraterno nella condivisione di idee e di sentimenti, senza mai rinunciare alla responsabilità che comportava l’essere “maggiore”.
Passava per un “grande antipatico” in ragione della sua frequente durezza, per poi scoprire quanto fosse stimato e voluto bene da persone in apparenza lontanissime come Franca Faldini, la vedova di Totò, Alba Rohrwacher, Sergio Bruni, Vinicio Capossela, fino a Ernesto Galli della Loggia. Quest’ultimo firmò, insieme al direttore del Sole 24 Ore Fabio Tamburini e altri, la richiesta che gli fosse riconosciuto il vitalizio Bacchelli, ma quando un dirigente della Prefettura lo interrogò su quale fosse il suo stato economico dichiarò che non aveva bisogno di nulla. Nonostante – pochi lo sapevano – vivesse in una condizione assai simile alla povertà. Cosa che non avrebbe mai riconosciuto in quanto egli era – lo giuro – felice di vivere nella massima sobrietà: “mi servono pochissime cose”, e cucinava da sé abbondanti minestroni e verdure bollite.
Mi accorgo di aver scritto appena poche cose di ciò che di Goffredo ho conosciuto, e tantissime altre vorrei aggiungere. Ma mi preme soprattutto evidenziare il suo ruolo di organizzatore culturale: la creazione di tante riviste quanto nessun altro in Italia (da Ombre Rosse a Quaderni Piacentini, passando per Linea d’Ombra, Lo Straniero e Gli Asini).
L’invenzione di libri e di collane editoriali e, soprattutto, una tessitura instancabile di relazioni e di iniziative comuni. Attraverso un infaticabile percorso per le tratte ferroviarie di tutta Italia, tendendo insieme il Nord e il Sud e scoprendo, qui e là, un giovane artista o un operatore sociale particolarmente colto.
C’è un ultimo tratto pedagogico che non va scordato: nelle sue incessanti rapporti con singoli e gruppi di tutta Italia, Fofi non rinunciava a una sua antica consuetudine, oggi trascurata da quasi tutti: il consigliare libri e autori (inclinazione condivisa con l’amica Grazia Cherchi): elenchi su elenchi di scrittori poco noti o rimossi. Credo che si debba a lui la vendita di almeno metà delle copie di "Casa d’altri" di Silvio D’Arzo. Ma i venticinquenni degli anni Settanta devono a lui se hanno potuto capire da subito la grandezza de "La Storia" di Elsa Morante. Il giornalismo politico di Romano Bilenchi e la metafisica carnale di Marco Ferreri.
Infine, c’è il Fofi critico letterario e critico cinematografico, di cui altri dovranno scrivere. Chi, come me, non ha alcuna competenza, può ricordare solo il proprio sbalordimento davanti a quel patrimonio immenso di nomi, date e biografie; titoli di coda, truccatori e tecnici del suono; Promo, locandine e parrucchieri. Per lui, in questo dopoguerra, il cinema era stato davvero il “libro del mondo”: più che una rappresentazione perfetta di esso, il suo inveramento, laddove realtà e fantasia si possono magnificamente incontrare. In queste ore si ricorderà la sua “rivalutazione” di Totò. E quella, meno nota, di Nino D’Angelo.
È la cartina di tornasole del valore del maestro di Gubbio: solo una grandissima cultura poteva consentire un esercizio critico così raffinato. E, soprattutto, una interpretazione della categoria di popolare che non cede nemmeno per un attimo alla demagogia. Il popolo, abitualmente sacralizzato o disprezzato, torna a essere corpo vivo e potenza espressiva. Ricominciare da capo – è il sottotesto – da dove gli umili piangono e ridono.

domenica 8 marzo 2015

L'esibizionismo digitale di massa






Carlo Bordoni


Dilaga il rito dell’intimità pubblica
Addio incontri riservati con prete e analista
Domina l’esibizionismo digitale di massa

Corriere della Sera La lettura, 8 marzo 2015

«A partire dal Medioevo, le società occidentali hanno posto la confessione fra i riti più importanti da cui si attende la produzione della verità». Tanto che l’uomo «è diventato una bestia da confessione». L’affermazione di Michel Foucault, del quale ora Feltrinelli pubblica le lezioni del 1971 per il corso al Collège de France, è ancora fatalmente attuale. Il dispositivo della confessione, come forma di autodenuncia, volontà di espiazione, liberazione dal senso di colpa e desiderio di condivisione pubblica, si è però adattato ai tempi, utilizzando i nuovi media come sostituti del sacro. Una tra le forme di spettacolarizzazione dell’intimità che la postmodernità ha introdotto, spingendo l’individuo a mostrarsi, ad autopromuoversi con disperata invadenza nel tentativo di affermarsi. E se per questo non basta Facebook, la Rete offre siti specifici (Erba del vicino, PostSecret, Insegreto, Sfoghiamoci.com) in cui rivelare il proprio intimo attraverso la sottomissione al giudizio collettivo.
Si prefigura una società a intimità diffusa, dove la condivisione della vita privata si fa valore espositivo che si misura nella quantità di like: è sempre più trendy confessare le colpe e gli episodi imbarazzanti della propria sfera personale.
Il dispositivo della confessione, inizialmente formulato dal cristianesimo come ricerca della verità del sé, fondamentale ai fini della propria salvezza, si è poi fatto strumento terapeutico nella psicoanalisi e procedimento laico riservato alla letteratura. Nel Tropico del Cancro Henry Miller dichiarava la sua motivazione alla scrittura promettendo: «Mi stenderò sul tavolo operatorio e metterò in mostra le budella». Solo all’autore era concessa la libertà, in nome dell’arte, di svelarsi in pubblico senza ritegno; agli altri conveniva esercitare la pratica della confessione privatamente. Dal sacerdote, nell’anonimato del confessionale, o sul lettino dello psicoanalista. Colloqui strettamente riservati, la cui funzione era penitenziale o terapeutica. Ma comunque sempre di fronte a un interlocutore singolo, un ascoltatore con il potere di assolvere, alla cui mercé ci si affidava nella consapevolezza che solo quella ritualità permette il sollievo. Perché la confessione è sempre una sorta di assoluzione, anche quando prevede un castigo, poiché contiene in sé il desiderio di espiare. Non a caso in tutte le legislazioni il reo confesso ottiene una riduzione della pena.
Ma come è stato possibile rompere i limiti del privato e riversare in pubblico, senza remore, ciò che appartiene alla sfera più intima dell’individuo?
Secondo Norbert Elias il «muro invisibile posto tra mondo interiore e mondo esterno» è soprattutto una questione «specifica di formazione della coscienza». Fa parte del nostro retaggio, è un fatto culturale. Come tale il mondo interiore dovrebbe restare segreto, un tabù insuperabile. Invece è stato travolto dall’imprevista corsa all’esibizione di sé, vero selfie dell’anima che si fa sempre più generalizzato e invadente. Supera i confini della decenza e, in video come sul web, appare più un coro di voci dissonanti che reclamano attenzione e chiedono con forza di essere ascoltate e riconosciute. È proprio il riconoscimento, l’attesa di una rivalutazione pubblica del sé, che muove alla confessione. Rispondere alla domanda «perché l’hai fatto?» significa a un tempo rivivere l’azione e, traducendone il fatto nelle parole, darne una spiegazione razionale per redimersi. Più che a soddisfare il bisogno inconscio di liberarsi del proprio senso di colpa e cercare la punizione, come sosteneva Theodor Reik, sulla scorta di Freud, qui si assiste alla purificazione della colpa attraverso la pubblica condivisione. Non si cerca la verità, la razionalizzazione dell’errore commesso, la sua trasposizione sul piano della parola che sostituisca l’azione e la rimuova.
L’ammissione, lo svelamento dei propri errori, delle colpe, dei tradimenti, del disamore, degli egoismi, ricerca l’approvazione pubblica, il riconoscimento della propria umanità e debolezza. Diventa una modalità di partecipazione, un rito di passaggio che sancisce l’appartenenza alla comunità. Si dissolve così ogni rapporto di potere, da quello che costringe a confessare, persino sotto tortura, a quello che s’instaura col confessore. L’assoluzione non è più data da un singolo, sia esso il giudice, il prete o il medico analista, ma da una moltitudine di pari che assorbe, ingloba il nuovo e se ne rafforza.
L’odierna pratica della confessione pubblica attraverso i media si potrebbe allora configurare come una riammissione nel corpo della comunità, quasi un aggiornamento dell’ exomologesi , cioè di quella drammatica rivelazione di sé attraverso la quale il peccatore chiede di essere riaccolto nella Chiesa.
Resta l’ambiguità che nella confessione risieda il vero, quale presupposto della libertà: invece della liberazione c’è il rischio di essere presi in trappola da un potere senza volto, la cui forza può essere distruttiva. Converrà, in fondo, seguire il suggerimento dello stesso Foucault, espresso un decennio più tardi in Mal fare, dir vero , e che suona come un tentativo di difesa a oltranza dell’individualità: «Non confessare mai!».