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sabato 14 febbraio 2026

La morte dei senza dimora


Francesco Paolo Savatteri
Strappare la morte dall'anonimato, le voci di chi restituisce dignità ai senza dimora
Domani, 14 febbraio 2026

Parigi – «Quando iniziammo, i funerali delle persone senza fissa dimora non erano molto dignitosi: venivano seppellite otto persone alla volta, su ogni bara era scritto il peso del corpo al suo interno e gli addetti alla sepoltura erano vestiti in tute blu da lavoro». Adèle Lenormand ricorda il modo in cui più di vent’anni fa a Parigi si svolgevano i riti funebri per le persone senza fissa dimora. Negli anni le cose sono cambiate, anche grazie all’impegno di realtà come Collectif Les Morts de la Rue, per cui Lenormand lavora come coordinatrice.

Nato nel 2003, questo collettivo si definisce laico e riunisce al suo interno numerose associazioni. Vuole dare visibilità alle persone senza casa, vissute e morte da invisibili nelle grandi città francesi. «Oggi i funerali si svolgono per quattro persone alla volta, il peso non è più scritto sulle bare e gli addetti indossano un abito formale», spiega. Il primo obiettivo è dare un nome e una storia ai morti senza fissa dimora.

«Nel 2024 abbiamo contato 912 decessi di persone senza fissa dimora, ma sappiamo di essere ancora lontani dal totale», racconta Lenormand. I dati per il 2025, ancora parziali, ne indicano invece 814. Come sottolineato nell’ultimo rapporto annuale del collettivo, l’età media dei decessi è 47,7 anni, oltre trent’anni in meno rispetto alla media della popolazione generale francese. In Italia, secondo la Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora (fio.PSD), nel 2025 sono morte 414 persone senza casa.

L’associazione


Foto di Cécile Rocca
Foto di Cécile Rocca

Il numero di morti senza fissa dimora registrato durante l’anno è esposto in una delle vetrate della sede del collettivo, in modo che sia visibile a chi ci passa davanti. Gli uffici dell’associazione si trovano in rue Léon Giraud, nel 19esimo Arrondissement di Parigi: tre stanze con un affaccio su strada, all’interno di un palazzo grigio e squadrato. Alle pareti sono affissi manifesti di sensibilizzazione sulle condizioni di chi vive senza casa. Un poster recita “Vivere per strada uccide!”.

L’associazione si occupa anche di accompagnare i funerali dei senza fissa dimora di Parigi. I volontari assistono ai riti di sepoltura, che di solito si tengono al cimitero di Thiais, poco fuori la capitale. Durante la funzione leggono un discorso commemorativo sulla base delle informazioni che il collettivo è riuscito a raccogliere sulla storia e sull’identità delle persone defunte, in modo da strappare le loro morti dal completo anonimato. «Non sono mai andata ai funerali. Penso sarebbe troppo dura per me», dice Lenormand.

A occuparsi della ricerca di informazioni per gli elogi funebri è Mairé Palacios. «Ogni settimana riceviamo delle liste dagli ospedali e dall’obitorio della prefettura», spiega. «Innanzitutto chiamiamo il commissariato, per sapere chi ha segnalato la morte di quella persona. Contattiamo chi ha effettuato la segnalazione: a volte non otteniamo nulla, altre volte qualche notizia. Cerchiamo così di trovare una pista».

«L’idea è quella di scoprire qualcosa sulla storia della persona defunta, per l’ultimo omaggio che sarà letto al funerale», sottolinea Lenormand. «Poi prendiamo nota di come si è svolta la funzione: che tempo c’era, chi era presente e altri particolari. Conserviamo anche il testo declamato. A volte capita che qualcuno ci contatti molto tempo dopo perché ha saputo in ritardo della morte di quella persona. Per noi è importante poterlo aiutare dando queste informazioni».

In Italia


Foto di Cécile Rocca
Foto di Cécile Rocca

In Italia non esistono grandi realtà che concentrano la loro attività esclusivamente sui decessi delle persone senza casa. Ci sono però molte associazioni di contrasto all’esclusione sociale che includono questo aspetto nella loro missione, come la fio.PSD e i movimenti di ispirazione cattolica.

A Roma, ad esempio, lo fanno la Caritas e la Comunità di Sant’Egidio, che anni fa hanno stipulato una convenzione con l’Ama, l’azienda municipale che gestisce i servizi cimiteriali della città, per l’organizzazione dei funerali degli indigenti (una categoria più ampia delle persone senza fissa dimora, che comprende anche chi abita in abitazioni di fortuna).

«Diamo la possibilità a coloro che abbiamo assistito in vita di avere un funerale dignitoso, specialmente per chi era religioso, organizzando un passaggio in Chiesa, in Moschea o in altri luoghi di culto», spiega Carlo Santoro, volontario della Comunità di Sant’Egidio.

È una pratica che va avanti da tempo. «Negli anni ’80, aiutando le persone per strada, ci siamo ritrovati con un problema concreto: quando morivano, bisognava organizzare i funerali. All’epoca eravamo giovani e piuttosto squattrinati, però alla fine si faceva una colletta per un funerale. Per vent’anni è andata così», ricorda Santoro. «Poi una giunta comunale ci è venuta incontro ed è nata la convenzione con l’Ama».

Gli indigenti di Roma vengono seppelliti nel cimitero di Prima Porta, a meno che non ci siano richieste specifiche da parte dei defunti. «Gli accordi prevedono che ci occupiamo di 50 funerali all’anno. Di solito però non ci arriviamo, per fortuna».

https://www.fiopsd.org/morti-senza-dimora/


lunedì 14 luglio 2025

La cultura woke


Milena Gabanelli
Paolo Giordano

La cultura woke: cos'è, cosa vuole
Corriere della Sera, 14 luglio 2025 

Il 4 marzo 2025 il neoeletto presidente Donald Trump dichiara davanti al Congresso che gli Stati Uniti «non saranno più woke». La wokeness, dice, è una minaccia. Mentre Elon Musk scriveva sul suo social X che il woke è un «virus mentale». Ma che cos’è la cultura woke? È davvero una minaccia?

In Europa il significato della parola «woke» rimane oscuro alla maggior parte delle persone. In Italia viene associato al «politicamente corretto», concetto collegato ma non sovrapponibile. Il termine «woke» deriva dal verbo «to wake», «svegliarsi», e ha una lunga tradizione nella comunità afroamericana: è un invito a vigilare sulle ingiustizie sociali. Dopo l’omicidio di George Floyd nel 2020, e l’esplosione delle proteste di Black Lives Matter, l’espressione woke coinvolge rapidamente tutte le minoranze oppresse del mondo, e diventa una vera e propria controcultura dei nostri giorni, portata avanti soprattutto dalle generazioni più giovani. I fondamenti del pensiero woke sono almeno tre: 1) lotta contro la discriminazione razziale, di genere, sessuale, coloniale, economica; 2) unione delle diverse forme di oppressione; 3) critica alle strutture di potere dove l’ingiustizia è sistemica, per riformarle.

Unione di minoranze

In sostanza, la cultura woke dice questo: «Tu, persona transgender i cui diritti fondamentali sono compressi dalla società, non sei diversa da me, persona nera, che vivo la mia forma di esclusione. Tu, attivista climatico che ti batti per la tutela dell’ambiente, sappi che i neri in America, per esempio, sono vittime più gravi dei cataclismi climatici rispetto ai bianchi, perché vivono in zone più esposte, case meno sicure, hanno meno accesso alle assicurazioni e alle cure. Quindi ci conviene unire le forze ed estirpare alla radice le cause dell’ingiustizia». Il woke è un ambito che coinvolge il linguaggio, le politiche di inclusione nei posti di lavoro delle minoranze, dai non bianchi alle persone con disabilità, alle persone transgender (politiche che negli Stati Uniti vengono indicate con la sigla DEI, Diversity, Equality and Inclusion). Woke è anche la rilettura della storia con la sensibilità di oggi, attraverso la critica della teoria della razza e la Cancel Culture.

Linguaggio inclusivo

La sfera che riceve più attenzione, anche mediatica, è quella linguistica. La cultura woke si fa promotrice di un cambiamento nel modo di scrivere e parlare (che, va detto, era già in corso da diversi anni). Negli Stati Uniti come in Canada, per esempio, diventa una prassi quella di rivolgersi alle persone con i pronomi che ritengono più adatti a loro stessi. Le persone possono decidere se essere indicate come «lui» o «lei» a prescindere dal sesso biologico. Oppure, se non si riconoscono in un’identità maschile o femminile, usare il pronome neutro «loro». Allo stesso modo, in Italia, si diffonde la scrittura con l’uso dell’asterisco al posto delle desinenze maschili/femminili. Vengono incoraggiate espressione neutre, come «persona transgender» rispetto a «transgender».

The Political Insider ha misurato la rapidissima diffusione della cultura woke dal 2020 in poi nelle pubblicazioni scientifiche e in quotidiani come il New York Times. Si è registrata una impennata di parole chiave collegate al woke, come «sessismo, patriarcato, omofobia, razzismo, islamofobia, transfobia (violenza di genere), ageismo (discriminazione basata sull’età), abilismo (discriminazione basata sulle abilità fisiche), Lgbtq+, impronta carbonica, postcolonialismo» e molte altre.

Cultura della cancellazione

Un campo di studi in espansione, e che negli Stati Uniti prende il nome di Critical Race Theory, analizza come il razzismo sia radicato nelle istituzioni e nelle leggi. Per esempio, la festività del Columbus Day è da anni al centro delle critiche. Le Americhe non sarebbero state «scoperte», come vuole la narrazione eurocentrica, bensì invase e colonizzate. L’eredità di Cristoforo Colombo è dunque più controversa di quella che abbiamo imparato a scuola.

Molte figure chiave della storia americana ed europea vengono riconsiderate e spesso condannate per il proprio ruolo nello schiavismo e nell’oppressione. Tra il 2015 e il 2023, centinaia di statue (non solo quelle di Colombo), targhe commemorative e monumenti vengono vandalizzati negli Stati Uniti. Sono considerati simboli del suprematismo bianco e del colonialismo, tra gli altri, Thomas Jefferson, Benjamin Franklin, George Washington e perfino Abraham Lincoln, nonostante il suo ruolo nell’abolizione della schiavitù. Nel 2021 a Winnipeg, in Canada, vengono abbattute le statue della Regina Vittoria e di Elisabetta II dopo la scoperta di fosse comuni dove sono state seppellite le popolazioni native. La furia della «cancellazione» si ripercuote anche in Europa. In Belgio attaccate le statue di Leopoldo II per le atrocità commesse in Congo durante la colonizzazione. Nel Regno Unito, a Bristol, la statua del trafficante di schiavi Edward Colston viene gettata in un fiume. Ma vengono vandalizzate anche le statue di Winston Churchill per l’accusa, dibattuta fra gli storici, che avesse idee razziste. Il processo alla storia riguarda le opere esposte nei musei, i cartoni animati e i film per bambini. Lo scrittore Roald Dahl viene accusato di body shaming nella caratterizzazione di Augustus Gloop ne La Fabbrica di cioccolato.

Critiche al woke

La ricerca esasperata di pulizia nella lingua, la distruzione delle statue — che ricorda pericolosamente quella del fondamentalismo islamico in luoghi come Palmira — e l’ortodossia nella critica storica, hanno offerto il fianco alle critiche della destra, che ha individuato nel woke il nemico numero uno della libertà di espressione e perfino della democrazia liberale. Tant’è che nel sondaggio Ipsos del marzo 2023 il 60% degli elettori repubblicani considerava woke un insulto, così come il 42% degli elettori indipendenti e il 23% dei democratici. Ma la critica a una certa deriva è arrivata anche da una parte della sinistra: l’attenzione eccessiva all’identità etnica, di genere, sessuale, rischia di adombrare problemi socioeconomici più gravi e importanti. Nel libro La sinistra non è woke, la filosofa Susan Neiman afferma che l’ortodossia woke è in contraddizione con i valori universali della sinistra.

Minaccia o pretesto?

Posto il fatto che l’attenzione alle minoranze, la lotta alle ingiustizie sociali e la critica al colonialismo sono largamente condivisi, gli eccessi sono una minaccia reale alla democrazia, oppure un pretesto per le destre? Stimare l’impatto reale è difficile, per la varietà delle tematiche e la carenza di dati attendibili. Ci sono però degli indicatori che aiutano a orientarsi: per il 57% degli americani il woke ha avuto un ruolo importante nelle elezioni presidenziali del 2024 (You Gov).

Anche lo sport è un osservatorio stimolante: nel 2022 la prima nuotatrice trans, Lia Thomas, ha vinto in un campionato Ncaa femminile. La notizia ha destato scalpore e sollevato la questione della partecipazione delle atlete transgender nelle competizioni femminili (dove possono avere innegabili vantaggi legati al sesso biologico), sebbene si parli di circa 10 atlete su un totale di circa cinquecentomila. Ebbene, un sondaggio di NBC News ha mostrato che il 75% degli adulti americani era contrario alla partecipazione delle donne trans nelle competizioni sportive femminili.

Il divario politico

La percezione del woke è ovviamente molto diversa fra repubblicani e democratici. Da un sondaggio del sito no-profit The 74 il 69% dei democratici, ad esempio, considera il razzismo un elemento centrale dell’esperienza americana, contro il 24% dei repubblicani. Quasi il 70% dei sostenitori di Donald Trump considera la cancel culture un grave problema della società, contro l’appena 31% dei democratici. Il 56% sostenitori di Trump afferma che l’aumento della diversità è una minaccia per l’America, contro il 10% di chi ha sostenuto Kamala Harris.

Il divario di età

Il woke è inoltre una cultura che appartiene soprattutto ai giovani. Da una ricerca del 2022 della Northwestern University, le persone nella fascia 18-29 anni erano significativamente più favorevoli all’insegnamento della «teoria critica della razza» rispetto agli over 50. Fra la Generazione Z il 36% si dichiara a favore della partecipazione delle atlete trans in competizioni femminili, contro il 25% dei più adulti. La stessa tendenza si riflette all’interno delle singole comunità: tra gli ispanoamericani, per esempio, il 60% delle persone under 30 sono favorevoli all’uso del termine «Latinx» al posto di «Latinos» e «Hispanics», rispetto al 47% del totale.

La guerra al woke

L’impatto del woke è stato presentato dalla propaganda di destra come una minaccia alla libertà di espressione per la sua attenzione al linguaggio inclusivo, e come una minaccia al funzionamento dello Stato per le politiche di inclusione sociale.

Uno studio condotto da Speech First sulle università americane, dal titolo emblematico «Niente laurea senza indottrinamento» (woke), sostiene che nel 2024 il 67% degli atenei americani richiedesse come condizione essenziale per la laurea l’aver partecipato ad almeno un corso legato a «inclusione, uguaglianza e diversità». Le università dunque sono state individuate come la culla del pensiero woke, e per questo attaccate dagli ordini esecutivi di Donald Trump con la cancellazione dei finanziamenti federali. In sostanza, per proteggere la libertà di espressione sono state sanzionate, allontanate e minacciate di deportazione persone che esprimevano il proprio dissenso.

Cresce la censura

Sempre in nome della libertà di espressione Trump si è dedicato attivamente alla censura. PEN America ha registrato un aumento vertiginoso dei libri che trattano tematiche razziali, Lgbtq+ e ambientali, dei quali è stata chiesta la censura. Se nel biennio 2021-2022 le richieste erano state circa 2.500, nel biennio 2023-2024 sono diventate oltre diecimila. Sono stati stilati elenchi di parole vietate nei bandi, negli articoli scientifici e in generale nei documenti pubblici, fra cui «attivismo, sessualità, trauma, disabilità e crisi climatica». Ma l’epurazione di Trump è a tutto campo: riguarda anche le assunzioni DEI negli uffici pubblici e nelle forze armate, con migliaia di persone mandate a casa. In sostanza, con la scusa del contrasto agli eccessi del woke, Trump ha sabotato ogni sforzo verso l’inclusione e la giustizia sociale. In nome della restaurazione del «senso comune», della «libertà di parola» e del «merito», ha innescato una cancel culture al contrario, con effetti ben più violenti degli eccessi che dichiara di voler correggere.

Un aneddoto istruttivo

Quando, alla fine di gennaio 2025, un aereo e un elicottero militare si sono scontrati sopra il fiume Potomac, a Washington D.C., Donald Trump ha immediatamente insinuato che persone prive di abilità necessarie fossero state assunte nell’aviazione per motivi di inclusione. Interrogato sulle prove a riguardo, Trump ha risposto che gli bastava il «common sense». Fonti accreditate attribuiscono il problema alla carenza di personale, supplita da turni troppo lunghi con accumulo di stress. Problemi antichi insomma, tutt’altro che woke. E qual è invece il «merito» che Donald Trump ha finalmente ripristinato? Ha piazzato a capo del CP3, la divisione antiterrorismo, Thomas Fugate, un ragazzo di 22 anni con esperienza di giardiniere e fattorino. Tulsi Gabbard alla direzione della National Intelligence, filorussa senza esperienza di intelligence. Pete Hegseth a capo del Pentagono, ex ufficiale della Guardia nazionale, ex mezzobusto di Fox News, accusato di molestie sessuali e con nessuna competenza in materia di Difesa. L’elenco di incarichi cruciali e privi di curriculum adeguati sarebbe ben più lungo.

E in Europa?

I partiti di destra ed estrema destra imitano la propaganda antiwoke americana, ognuno declinandola secondo i propri interessi specifici. In Francia Marine Le Pen prende di mira il multiculturalismo; in Germania AFD mette sotto il cappello woke la battaglia contro i migranti; in Spagna Vox si batte contro le politiche gender perché corrompono la società; in Italia il governo Meloni ha messo nella sua agenda politica una legislazione contro il riconoscimento dei figli di coppie dello stesso sesso. Con la scusa di colpire l’estremismo woke, vengono così messe in pericolo libertà fondamentali molto più ampie, l’essenza stessa della democrazia.


domenica 13 luglio 2025

Un maestro orizzontale


Luigi Manconi

Goffredo Fofi è stato un maestro. Con la m rigorosamente minuscola, per carità. Nulla a che fare con i “venerati maestri” irrisi da Alberto Arbasino; e nemmeno quel Maestro con la m rigorosamente maiuscola, con il quale oggidì si è soliti appellare l’autore di un paio di romanzi e di un saggetto sulla cosmesi “al tempo dei social”; o il regista di un docufilm su gastronomia e intelligenza artificiale: ed eccoli entrambi pronti a tenere una qualche lectio magistralis davanti a un pubblico selezionatissimo.
Fofi è stato un maestro, innanzitutto perché intorno alla metà degli anni Cinquanta conseguì il diploma di maestro elementare, come tanti giovani della provincia italiana. E fu maestro per il rapporto pedagogico che ha avuto con tanti, tantissimi che, nel passaggio dall’adolescenza all’età adulta, trovarono in lui una capacità di ascolto e di insegnamento che avrebbe inciso profondamente sulla loro formazione.
Fofi era nato nel 1937 e, dunque, durante i movimenti collettivi della fine degli anni Sessanta e dei primi Settanta aveva appena superato la trentina. Aveva giusto quell’età che induceva al sospetto quei segmenti delle nuove generazioni che scoprivano, allora, la militanza politica e la mobilitazione sociale. Jerry Rubin, uno dei protagonisti del movimento Hippie, pronunciò all’epoca quelle parole fatidiche: “Non fidarti di chi ha più di trent’anni”.
Ebbene, molti di quelli che facevano parte dei settori militanti di quella generazione (attenzione: non si trattava di una “intera generazione”, bensì di una parte modesta eppure attivissima) si fidarono di lui. Per tante ragioni che costituiscono l’arte pedagogica di Fofi. Innanzitutto, la sua autorità orizzontale.
Mai ha parlato dall’alto di una cattedra, di una tribuna, di un palco: era sempre in mezzo ai suoi allievi-compagni, convinti o riottosi o anche ostili che fossero. Lui visibilmente più anziano e tuttavia così affine. E questa postura fisica corrispondeva puntualmente a un atteggiamento morale che costituiva un altro tratto peculiare della sua vocazione educativa. Era severo e talvolta intollerante e persino crudele, ma sempre stando fino in fondo dentro alle contraddizioni che denunciava e agli errori che criticava.
Una leggenda su di lui, non troppo estranea alla realtà, dice che fosse solito esaltare il primo libro o il primo film o la prima opera teatrale di un autore esordiente, per poi stroncare la seconda prova. Anche in questo si scorge una finalità educativa: intuiva il talento di un giovane, lo sosteneva, lo promuoveva e spesso lo recensiva entusiasticamente perché voleva offrirgli la migliore delle opportunità. Ma, poi, ne evidenziava i limiti e i difetti perché voleva che quello scrittore o quel regista non “si accontentassero”, non riposassero sugli allori, non precipitassero nel narcisismo autorale.
Fatto sta che, nel corso di circa settant’anni ebbe la curiosità e l’intuito e l’intelligenza, per segnalare, prima di chiunque altro, una lunghissima teoria di “artisti da giovani”: da Enrico Palandri a Salvatore Piscicelli, da Alessandro Baricco a Fabrizia Ramondino, da Filippo Timi a Nicola Lagioia, dal Teatro delle Albe a Pietro Marcello, da Silvio Orlando a Elio De Capitani. Da Clara Sereni a Mario Martone. E poi Roberto Saviano, Nadia Terranova, Salvatore Mannuzzu, Alberto Capitta. Ma l’elenco, davvero, potrebbe essere senza fine.
Era, si può dire, una sua ossessione come quella di utilizzare e di far utilizzare gli alias: a me impose due o tre pseudonimi affinché “non mi montassi la testa”. Ma ciò che rappresenta il suo connotato più peculiare di formatore della gioventù era la sua capacità di ripartire da capo sempre. Dalle periferie, da tutti i sud, da ciò che è piccolo e umile. E dalla Mensa dei Bambini Proletari, creata nel 1973 in una Napoli sfigurata, dove torna il colera.
A diciotto anni lui, nato a Gubbio, è in Sicilia con Danilo Dolci; a 88 anni è a Lamezia Terme in una comunità guidata da un prete: uno di quei tanti sacerdoti, irrequieti o ribelli che incontrò, dopo aver letto con passione Ernesto Bonaiuti: da don Zeno, fondatore di Nomadelfia – un’importante esperienza pastorale e sociale di cui non si parla più – a don Giacomo Panizza di progetto Sud. E altri eretici e disobbedienti, da Aldo Capitini a Bianca Guidetti Serra, ad Alex Langer, ai teologi e alle teologhe valdesi.
La sua autorità orizzontale si manifestò anche nel suo rapporto con i movimenti extraparlamentari degli anni Settanta, ai quali mai partecipò direttamente, ma che sempre accompagnò con sguardo curioso, anche nei momenti di più acuto disaccordo, senza mai abbandonarli a sé stessi e alla loro involuzione. Mai quella sudditanza psicologica che pure contraddistinse molti intellettuali dell’epoca. Così, all’interno di una cultura nazionale di cui Umberto Saba già nel 1945 evidenziava la tendenza al fratricidio, Fofi seppe essere fratello maggiore: fraterno nella condivisione di idee e di sentimenti, senza mai rinunciare alla responsabilità che comportava l’essere “maggiore”.
Passava per un “grande antipatico” in ragione della sua frequente durezza, per poi scoprire quanto fosse stimato e voluto bene da persone in apparenza lontanissime come Franca Faldini, la vedova di Totò, Alba Rohrwacher, Sergio Bruni, Vinicio Capossela, fino a Ernesto Galli della Loggia. Quest’ultimo firmò, insieme al direttore del Sole 24 Ore Fabio Tamburini e altri, la richiesta che gli fosse riconosciuto il vitalizio Bacchelli, ma quando un dirigente della Prefettura lo interrogò su quale fosse il suo stato economico dichiarò che non aveva bisogno di nulla. Nonostante – pochi lo sapevano – vivesse in una condizione assai simile alla povertà. Cosa che non avrebbe mai riconosciuto in quanto egli era – lo giuro – felice di vivere nella massima sobrietà: “mi servono pochissime cose”, e cucinava da sé abbondanti minestroni e verdure bollite.
Mi accorgo di aver scritto appena poche cose di ciò che di Goffredo ho conosciuto, e tantissime altre vorrei aggiungere. Ma mi preme soprattutto evidenziare il suo ruolo di organizzatore culturale: la creazione di tante riviste quanto nessun altro in Italia (da Ombre Rosse a Quaderni Piacentini, passando per Linea d’Ombra, Lo Straniero e Gli Asini).
L’invenzione di libri e di collane editoriali e, soprattutto, una tessitura instancabile di relazioni e di iniziative comuni. Attraverso un infaticabile percorso per le tratte ferroviarie di tutta Italia, tendendo insieme il Nord e il Sud e scoprendo, qui e là, un giovane artista o un operatore sociale particolarmente colto.
C’è un ultimo tratto pedagogico che non va scordato: nelle sue incessanti rapporti con singoli e gruppi di tutta Italia, Fofi non rinunciava a una sua antica consuetudine, oggi trascurata da quasi tutti: il consigliare libri e autori (inclinazione condivisa con l’amica Grazia Cherchi): elenchi su elenchi di scrittori poco noti o rimossi. Credo che si debba a lui la vendita di almeno metà delle copie di "Casa d’altri" di Silvio D’Arzo. Ma i venticinquenni degli anni Settanta devono a lui se hanno potuto capire da subito la grandezza de "La Storia" di Elsa Morante. Il giornalismo politico di Romano Bilenchi e la metafisica carnale di Marco Ferreri.
Infine, c’è il Fofi critico letterario e critico cinematografico, di cui altri dovranno scrivere. Chi, come me, non ha alcuna competenza, può ricordare solo il proprio sbalordimento davanti a quel patrimonio immenso di nomi, date e biografie; titoli di coda, truccatori e tecnici del suono; Promo, locandine e parrucchieri. Per lui, in questo dopoguerra, il cinema era stato davvero il “libro del mondo”: più che una rappresentazione perfetta di esso, il suo inveramento, laddove realtà e fantasia si possono magnificamente incontrare. In queste ore si ricorderà la sua “rivalutazione” di Totò. E quella, meno nota, di Nino D’Angelo.
È la cartina di tornasole del valore del maestro di Gubbio: solo una grandissima cultura poteva consentire un esercizio critico così raffinato. E, soprattutto, una interpretazione della categoria di popolare che non cede nemmeno per un attimo alla demagogia. Il popolo, abitualmente sacralizzato o disprezzato, torna a essere corpo vivo e potenza espressiva. Ricominciare da capo – è il sottotesto – da dove gli umili piangono e ridono.

domenica 8 dicembre 2024

Il futuro della sinistra


Il futuro della sinistra, Corriere della Sera La Lettura, 8 dicembre 2024

Il fronte progressista in Europa non se la passa tanto bene. I politologi Maurizio Ferrera e Marc Lazar affrontano diagnosi e propongono rimedi: partire dalla lotta per la giustizia sociale e per l’eguaglianza (che non è egualitarismo); rispondere all’esigenza di sicurezza fisica, sociale ed economica; tutelare parità di genere e diversità; allargare la partecipazione democratica; proteggere da crisi climatica, pandemie, guerre (intanto). 



MARC LAZAR  Nessuno può contestare questi dati, nei quali si riflette un mutamento epocale: il passaggio dalla società industriale basata su un’ampia classe operaia alla società dei servizi, caratterizzata da una struttura di classe molto più eterogenea e frammentata. A metà degli anni Sessanta i partiti di sinistra catturavano fra la metà e i tre quarti del voto operaio, e gli operai rappresentavano fra il 40% e il 50% degli occupati. La terziarizzazione ha dimezzato la quota di operai, i partiti di sinistra hanno dovuto ibridare la propria base elettorale, cercando di attrarre i nuovi ceti medi. E in parte ci sono riusciti, ma a detrimento dei ceti popolari classici e dei nuovi ceti popolari, per esempio quelli che soffrono della precarizzazione del mercato del lavoro e i disoccupati.


MAURIZIO FERRERA — In molte metropoli europee una quota consistente di voti per i partiti riformisti proviene in effetti dagli elettori di classe media, quelli che sono più istruiti e abitano nei quartieri residenziali. Ma — al netto degli smottamenti sociali dovuti alla deindustrializzazione — la sinistra ha anche perso il voto di molti operai, per non parlare dei lavoratori atipici e dei nuovi poveri. Queste categorie si astengono oppure votano per la sinistra estrema o i partiti della destra populista. Come si spiega questo fenomeno?

MARC LAZAR — Da un lato, con la delusione per le politiche che i partiti riformisti hanno adottato quando sono stati al governo, non esattamente le stesse sul piano economico di quelle dei partiti di centrodestra ma che sembrano abbastanza vicine. Questo ha alimentato la diffidenza verso la politica e le istituzioni di cui fanno parte i partiti della sinistra. Dall’altro lato, con la crescente disaffezione per i meccanismi della democrazia rappresentativa e la svolta in parte neoliberista delle istituzioni europee. Le dinamiche di globalizzazione e integrazione economica sovranazionale hanno moltiplicato le diseguaglianze, eroso le prestazioni del welfare state, creato insicurezza sociale. La crescita dei flussi migratori, dal canto suo, ha suscitato paure e resistenze di natura culturale e identitaria strumentalizzate e amplificate dai nazional-populisti di destra. Insomma, gli strati sociali più svantaggiati hanno maturato una profonda sfiducia sia orizzontale (rispetto a chi è diverso) sia verticale (rispetto ai partiti tradizionali e alle istituzioni).


MAURIZIO FERRERA — Prima hai menzionato anche trasformazioni di natura antropologica.


MARC LAZAR — Mi riferivo alla cosiddetta «rivoluzione silenziosa», iniziata negli anni Settanta del secolo scorso, che ha portato alla diffusione di valori e temi «post-materialisti» (questione femminile, ambiente, nuovi diritti individuali) lentamente assorbiti dalla sinistra. Poi è arrivato un contraccolpo culturale, che ha portato di nuovo alla ribalta questioni concrete e materiali (reddito, lavoro, welfare) e ha alimentato crescenti paure nei confronti della diversità e delle istanze libertarie. Attenzione, però: in larga misura questi ceti sono coscienti dei rischi legati al cambiamento climatico e sono tolleranti nei confronti dei nuovi comportamenti e costumi. Ma rifiutano nuove norme «imposte dall’alto», perché diffidano delle élite. Gruppi sociali prima vicini alla sinistra se ne sono distaccati, aggregandosi intorno a valori e agende politiche tradizionaliste e conservatrici. Tutti questi cambiamenti si sono prima intrecciati fra loro e poi avvitati su sé stessi, creando una sorta di «singolarità» critica, amplificata dal lungo decennio di crisi iniziato a cavallo fra gli anni 2000 e 2010.




MAURIZIO FERRERA — La sinistra non è però rimasta ferma. Prima della «singolarità», si è sperimentata la cosiddetta Terza Via, promossa dal premier britannico Tony Blair, che ha influenzato altri leader. Ricordo la tavola rotonda del novembre 1999 sulla Progressive Governance, che a Firenze riunì Blair, il presidente americano Bill Clinton, il cancelliere tedesco Gerhard Schröder, il premier francese Jospin e Massimo D’Alema (c’era anche il presidente brasiliano Fernando Henrique Cardoso). Si trattò di una svolta importante, un momento di convergenza mai registrata prima verso nuovi valori e nuove tematiche. Nel volume degli Annali è riportato in Appendice un bellissimo carteggio tra Norberto Bobbio e lo storico Perry Anderson, in occasione della traduzione in inglese del libro di Bobbio Destra e Sinistra. Il grande filosofo italiano riconosceva a Blair di avere posto il problema di come aggiornare l’«ethos della eguaglianza» (il tratto distintivo della sinistra) in un nuovo contesto caratterizzato da crescenti diseguaglianze. E apprezzava il tentativo del New Labour di abolire la camera dei Lord e di rendere più accessibile l’istruzione universitaria.


MARC LAZAR — La Terza Via è spesso indicata come capro espiatorio per l’attuale crisi della sinistra. Blair è accusato di avere abbandonato le idee originarie del socialismo, di essersi arreso al liberismo economico, di aver divorziato dalla classe operaia. Insieme al suo ispiratore, Anthony Giddens, Blair ha cercato di elaborare una visione positiva della globalizzazione, del mercato, della rivoluzione tecnologica, delle nuove istanze di libertà. E di cambiare lo stesso lessico della sinistra: dall’eguaglianza di risultati all’eguaglianza di opportunità; dalla contrapposizione fra padroni e operai a quella fra vincitori e perdenti delle trasformazioni in atto. Il blairismo e le sue politiche vanno però collocate all’interno del contesto britannico. Fuori dal Regno Unito, la Terza Via è stata più che altro un brand alla moda, che ciascun leader adattava alle proprie convenienze nazionali. In Francia, poi, non attecchì per niente: Jospin espresse forti perplessità. Per i socialisti francesi non si trattava di andare oltre la socialdemocrazia, come diceva Giddens, ma di rinnovarla senza stravolgerne i fondamenti. La Terza Via è stata un momento importantissimo di discussione nella socialdemocrazia. E alla metà degli anni Novanta i partiti della sinistra sono stati al potere in quasi tutti i Paesi europei. Per diverse ragioni, sono stati però incapaci di coordinarsi tra loro sul terreno delle politiche economiche. Non solo non hanno fatto un vero bilancio «teorico» della Terza Via ma neppure delle loro esperienze al potere. Anche questo ha fortemente destabilizzato i loro elettori.


MAURIZIO FERRERA — Veniamo al presente. Dal libro esce un quadro di sfide complesse e in parte contraddittorie. La crisi di adattamento è questa volta difficilissima da gestire. Hai detto che la sinistra è come precipitata in una «singolarità». Questa metafora evoca la possibilità di un nuovo big bang. Ma anche il rischio che scelte iniziali sbagliate producano scenari indesiderabili. C’è un punto fermo da cui partire per avviare la rifondazione del riformismo progressista?


MARC LAZAR — La visione socialista ha un tratto per così dire invariante: la lotta per la giustizia sociale, in risposta a quello che Émile Durkheim definiva «il grido di dolore» dei più bisognosi, e per l’eguaglianza non sinonimo di egualitarismo. Poggiando su queste fondamenta, la sinistra deve oggi rispondere a quattro insiemi di esigenze molto sentite dai cittadini. Innanzitutto l’esigenza di sicurezza fisica, economica e sociale, soprattutto per i ceti più vulnerabili. Secondo, il desiderio di conservare i diritti di eguali opportunità e libertà (pensiamo alla parità di genere, alla tutela delle diversità) e di allargare gli ambiti di partecipazione democratica. Terzo, avere rassicurazioni e proposte sugli iper-rischi che minacciano le società odierne: mutamento climatico, pandemie, guerre. Infine, ascoltare una narrativa politica e culturale per il presente e il futuro capace di tenere insieme società sempre più diverse.


MAURIZIO FERRERA — Vorrei sottolineare in particolare l’esigenza di una nuova narrativa capace di integrare due dimensioni: quella «visionaria» (valori motivanti e immagini di un futuro migliore) e quella «operativa» (strategie concrete di cambiamento, proposte di policy). Al tuo primo punto fermo, quello che riguarda la giustizia sociale, ne aggiungerei poi un secondo: l’impegno al rafforzamento dell’Europa, come condizione per raggiungere un nuovo equilibrio fra libertà ed eguaglianza e assicurare una prosperità inclusiva. Nella mia Postfazione al volume, suggerisco che la sinistra riformista dovrebbe chiarire che la propria comunità di riferimento non può essere che l’Europa. Oggi non basta più chiedersi «quanta e quale giustizia sociale all’interno dell’Europa», occorre anche precisare «quanta e quale Europa sociale (fondi di coesione e solidarietà, garanzie e investimenti sociali) deve esserci all’interno dei sistemi nazionali». Solo collaborando a livello di Unione Europea è possibile uscire dalla singolarità e risolvere la difficile crisi di adattamento.