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giovedì 21 maggio 2026

Ben Gvir

Lucia Capuzzi
Chi è Ben Gvir, il colono pluriarrestato per sostegno al terrorismo

Avvenire, 20 maggio 2026

A lungo, alle pareti della casa dell’insediamento illegale di Kiryat Arba, dove il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir risiede, spiccava il ritratto di Baruch Goldstein, il medico che il 25 febbraio 1994 ha massacrato 29 islamici in preghiera alla Tomba dei Patriarchi di Hebron, prima di venire a sua volta linciato dalla folla. Come lui, anche Itamar Ben-Gvir - al centro delle polemiche di queste ore per il trattamento di scherno e disprezzo riservato agli attivisti della Flotilla - è un fedele seguace del rabbino estremista Meir Kahane. Da adolescente ha militato nel suo partito radicale Kach e per questo è stato esonerato dal servizio militare. Arrestato più volte per incitamento all’odio e sostegno alle organizzazioni terroristiche, è diventato noto all’opinione pubblica nel 1995 quando, durante un corteo contro gli Accordi di Oslo, è stato filmato mentre gridava, con in mano il cofano dell’auto di Yitzhak Rabin: «Abbiamo la sua auto, prima o poi avremo anche lui». Qualche settimana dopo, il premier è stato assassinato da un estremista. Avvocato specializzato nella difesa dei coloni e agitatore esperto, Ben-Gvir, 49enne, ha abbinato la partecipazione politica legale alle azioni provocatorie, come le marce nei quartieri musulmani di Gerusalemme o le preghiere alla Spianata della Moschee (o Monte del Tempio). Gesti ripetuti anche da ministro della Sicurezza. Il suo partito, Otzmah Yehudit, “potere ebraico”, ha sei seggi: un pacchetto chiave – con gli 8 delle altre formazioni ultrà – per la maggioranza di Netanyahu. Come il collega ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, per le sue tesi razziste dallo scorso giugno è sotto sanzioni da parte di Regno Unito, Canada, Australia, Nuova Zelanda e Norvegia.

lunedì 24 novembre 2025

Oggetto d'amore

 

Edna O'Brien (1930-2024) , la grande scrittrice irlandese, era nota per le sue memorie (Country Girl, 1960), romanzi (tra cui il magistrale Girl, 2019) e opere teatrali ( Joyce's Women, 2023). Ma si sapeva poco della sua scrittura di racconti, che la sua curatrice, Sabine Wespieser, riporta alla luce qui. The Object of Love raccoglie trentuno di questi racconti, selezionati tra il centinaio circa pubblicati durante la vita di O'Brien. Alcuni erano inediti in francese, mentre altri, ritradotti per questa edizione, erano apparsi in Francia molto tempo fa e non erano più disponibili. I racconti rivisitano i temi ricorrenti di O'Brien (la condizione femminile, il desiderio, la vergogna, la solitudine...), ma in uno stile sobrio in cui brevità ed ellissi intensificano l'emozione. Ciò è dimostrato dal racconto che dà il titolo all'opera, che racconta la tumultuosa passione di una donna per un uomo sposato. Questo piccolo gioiello di psicologia e concisione parla dell'ambivalenza degli amori paralleli, dove l'amante clandestino deve contemporaneamente esistere e rimanere invisibile. Una radiografia del cuore femminile, in bilico tra febbre e auto-annullamento.
Florence Noiville

https://www.lemonde.fr/livres/article/2025/11/23/les-breves-critiques-du-monde-des-livres-jorge-luis-borges-et-adolfo-bioy-casares-mircea-cartarescu-anne-enright-edna-o-brien_6654573_3260.html

La «poetessa della vulnerabilità». Cosí John Banville ha definito Edna O’Brien. Protagoniste dei suoi romanzi e racconti sono infatti donne che hanno innocenza e sogni da vendere. Donne che all’amore chiedono molto piú di quanto sia ragionevole aspettarsi. Che mai hanno in sorte matrimoni lunghi e destini semplici, ma storie d’amore clandestine, speranze deluse, pavimenti coperti di piatti rotti. Donne fragili e vulnerabili, certo, ma che hanno la sete di vita e sesso e libertà scritta negli occhi, nei capelli, in ogni cosa che fanno. (presentazione editoriale)

«Disse semplicemente il mio nome. – Marta, – disse, e capii che stava succedendo di nuovo. Mi tremavano le gambe sotto la grande tovaglia bianca e avevo la testa confusa, anche se non ero ubriaca. È cosí che m’innamoro. Era seduto davanti a me. L’oggetto dell’amore».

«Quelli di Edna O’Brien sono i racconti piú belli e dolenti che siano mai stati scritti».

«Nei racconti di Edna O'Brien le parole sono lavorate al cesello. La violenza dei sentimenti è descritta con tale calcolata circospezione che l'effetto è spietato come un'autopsia».
Philip Roth
Alice Munro

«La maestra della short story».
Harold Bloom

lunedì 27 ottobre 2025

L'antisemitismo crescente: una risposta

Carlo Ginzburg
Il vincolo della vergogna per noi ebrei della diaspora
il manifesto, 26 ottobre 2025

Ricordo l’emozione che provai quando, nel 2006, mi venne conferita la laurea honoris causa da parte della Hebrew University di Gerusalemme. Per un ebreo diasporico come me, ricevere quel riconoscimento da un’istituzione così prestigiosa, insieme a figure che ammiravo, e ammiro, profondamente come Amos Oz e il cardinale Carlo Maria Martini, aveva un significato speciale. Oltre al ricordo di quel giorno indimenticabile ho ben poco da aggiungere. Mi preme però sottolineare che nel corso degli anni ho sempre rifiutato di condividere gli appelli al boicottaggio delle università di Israele da parte di università italiane.

Questi appelli dovevano, e devono, essere respinti: oggi più che mai. Perché «oggi più che mai»?

La notizia che recentemente ha occupato la rete, i giornali, le televisioni è quella del ritorno in patria degli ostaggi israeliani sopravvissuti. Bellissima notizia. Ma chi, come me, fa di mestiere lo storico, deve sottolineare che il presente non può oscurare il passato: un passato rappresentato, in questo caso, dall’orrendo pogrom del 7 ottobre organizzato da Hamas, e dalla risposta criminale, accompagnata da stragi di civili, adulti e bambini, costretti alla fame, decisa da Netanyahu. È lecito parlare, a questo proposito, di genocidio? Mi limiterò a citare la risposta data qualche giorni fa, a questa domanda, da Tatiana Bucci, 88 anni, sopravvissuta ad Auschwitz: «È un massacro. Lo vuole chiamare genocidio? Cosa cambia? Non vi colgo alcuna differenza».

Perché evocare in questa sede gli orrori che hanno segnato e continuano a segnare da due anni la striscia di Gaza? Per un motivo molto semplice: perché nella fragilissima situazione che si sta delineando, le università potranno avere più che mai, in Israele come altrove, un’importanza fondamentale, in quanto luogo di riflessione, di discussione, di insegnamento rivolto a studentesse e studenti di etnie diverse. L’attacco di Donald Trump alle università degli Stati Uniti è una conferma, in chiave negativa, di tutto ciò. Troncare i contatti con le università di Israele sarebbe pazzesco. Ma dobbiamo renderci conto di un fatto doloroso: questa proposta, che si ripete da anni, si inscrive oggi in un antisemitismo crescente, alimentato dagli orrori di Gaza. L’antisemitismo è un fenomeno ripugnante, che niente può giustificare; ma definire antisemitismo le critiche radicali nei confronti della politica israeliana è assolutamente inaccettabile.

Concluderò con una nota personale. Quindici anni fa scrissi un saggio in inglese intitolato The Bond of Shame, «Il vincolo della vergogna», cercando di esplorare un’idea che mi aveva afferrato improvvisamente: e cioè che il paese al quale apparteniamo non è, come vuole la retorica, quello che si ama, ma quello di cui ci si vergogna, o di cui ci si può vergognare. La vergogna può essere un legame più forte dell’amore. Ho verificato quest’ipotesi con amici provenienti da diversi paesi. Tutti hanno reagito allo stesso modo: con un moto di sorpresa iniziale seguito da un pieno consenso, come di chi è stato messo di fronte a una verità evidente. Certo, il peso della vergogna varia enormemente da un paese all’altro. Ma il legame della vergogna – la vergogna come vincolo – agisce, per un numero maggiore o minore di individui.

Avevo analizzato le radici di quest’idea riflettendo sulle pagine indimenticabili che Primo Levi dedicò ai temi della vergogna e della colpa. Nel suo ultimo libro, I sommersi e i salvati, Levi parlò della vergogna per il male commesso da altri, come quella, nata dal senso di appartenenza al genere umano, che i soldati dell’Armata Rossa provarono di fronte ai superstiti di Auschwitz.

Partendo dalla situazione estrema descritta da Primo Levi cercai di affrontare il tema dei confini dell’io. Sottolineare che ogni essere umano ha due corpi – quello fisico e quello sociale, quello visibile e quello invisibile – non basta. È necessario considerare l’individuo come il punto di convergenza di più insiemi. Un individuo non può essere identificato con le caratteristiche che lo rendono unico. Per comprendere le azioni e i pensieri di un individuo, presente o passato, è necessario esplorare l’interazione tra gli insiemi, specifici e via via più generici, ai quali quell’individuo appartiene. Ma quando ho tradotto in italiano il saggio che darà il titolo a un libro Il vincolo della vergogna – che verrà pubblicato da Adelphi tra qualche mese, ho ripensato alle parole di Primo Levi, che dichiarava di sentirsi, in diversa misura, «italiano ed ebreo». La vergogna che provo di fronte alle stragi di Gaza fa parte della mia duplice identità di ebreo diasporico.

Carlo Ginzburg ha letto questo discorso il 23 ottobre a Milano in occasione del centesimo anniversario della fondazione della Hebrew University di Gerusalemme e ce lo ha gentilmente proposto per la pubblicazione, lo ringraziamo.

mercoledì 19 febbraio 2025

Le carceri negazione del diritto



In quanto studiosi e docenti di scienze sociali, di sociologia del diritto e della devianza, chiediamo interventi adeguati per ricondurre il settore penitenziario ai principi costituzionali, invertendo le imperanti tendenze sicuritarie verso sostanziose politiche di sicurezza sociale

...

 31 dicembre 2024, il Capo dello Stato italiano, Sergio Mattarella, nel suo discorso di fine anno, ribadisce che le condizioni delle carceri italiane offendono la Costituzione, la quale indica norme imprescindibili sull’esecuzione della pena detentiva. Il sovraffollamento, certo, ma ancora di più e maggiormente pervasiva, “l’aria che si respira”, mefitica in senso letterale e metaforico: il riferimento inevitabile è all’infelice e deplorevole uscita del Sottosegretario di Stato per la Giustizia, di “non lasciare respirare chi sta dietro quel vetro oscurato”. Un’affermazione che attesta chiaramente una visione vendicativa e discreditante della pena.

Intanto nel 2024, 90 persone si sono tolte la vita all’interno degli Istituti italiani. Una ogni quattro giorni, un livello che non ha precedenti nelle carceri italiane; il tasso è più alto per le donne e per gli stranieri. Vanno aggiunti i 7 suicidi di agenti di polizia penitenziaria. Le risorse del trattamento sono davvero misere. Il lavoro, sempre definito dai vertici del DAP il “perno del trattamento”, coinvolge meno di un terzo delle persone detenute (al 31 dicembre 2023 il 28%; ma si tratta di lavoro di “casermaggio”, dequalificato e a turni brevi, mentre solo il 5% – 3.029 persone sui più di 62.000 presenti – sono alle dipendenze di cooperative o imprese esterne). Nel primo semestre del 2024 i corsi professionali registrano 3.716 iscritti, pari al 6% della popolazione detenuta; i percorsi di istruzione, dal canto loro, coinvolgono solo un terzo della popolazione detenuta.

Giuseppe Mosconi, Università di Padova
Francesca Vianello, Università di Padova
Salvatore Palidda, Università di Genova
Dario Melossi, Università di Bologna
Claudio Sarzotti, Università di Torino
Luigi Ferrajoli, Università di Roma Tre
Tamar Pitch, Università di Perugia
Amedeo Cottino, Università di Torino
Franco Prina, Università di Torino
Stefano Anastasia, Università Unitelma Sapienza
Alvise Sbraccia, Università di Bologna
Valeria Verdolini, Università di Milano Statale
Charlie Barnao, Università di Catanzaro
Pietro Saitta, Università di Messina
Stanislao Rinaldi, avvocato in Bologna
Giulia Fabini, Università di Bologna
Stefania Crocitti, Università di Bologna
Giovanni Torrente, Università di Torino
Daniela Ronco, Università di Torino
Cirus Rinaldi, Università di Palermo
Vincenzo Scalia, Università di Firenze
Elton Kalica, Università di Padova
Claudia Mantovan, Università di Padova