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venerdì 28 agosto 2026

Srebrenica

Alberto Negri
Srebrenica: che cosa vidi in quei giorni

il manifesto, 28 agosto 2026

Il massacro di Srebrenica, ottomila morti, avvenne l’11 luglio 1995, nell’indifferenza, se non con la complicità, della autorità internazionali e del comandante locale del contingente olandese che si spinse a brindare con il generale Ratko Mladic, il capo dell’esercito serbo-bosniaco. La città rimase chiusa ai giornalisti e fu possibile raccogliere soltanto le testimonianze dei sopravvissuti in fuga che scendevano dalle montagne terrorizzati.

In un bosco scorgemmo una donna appesa a un albero: si era impiccata pur di non farsi catturare dalle milizie serbe. In un prato c’erano i resti di un uomo che si era fatto saltare in aria con una bomba a mano, per non essere preso vivo. Molti avevano visto uccidere mariti, figli, fratelli, sorelle, e non riuscivano neppure a parlare, ad alzare gli occhi da terra, quasi si vergognassero di essere ancora vivi.

L’attualità di Srebrenica, al di là delle sentenze dei tribunali internazionali e della morte del generale Mladic, è ancora oggi il racconto lancinante delle vittime di una vicenda che non può essere consegnata definitivamente soltanto ai libri di storia.

Qualche tempo fa incontrai uno dei sopravvissuti. Era stato ferito e aveva perso conoscenza mentre le milizie di Mladic intorno a lui trucidavano dozzine di persone da seppellire in una fossa comune. “Svenni su una catasta di cadaveri e i serbi pensarono che fossi morto e anch’io credevo di essere morto. Rimasi rannicchiato per ore fino al mattino seguente quando una mano afferrò il mio braccio, cominciò a scuotermi, a sollevarmi, e alla fine mi trascinò via”.

Mladic e le guerre balcaniche sono racconti come questi. Storie che continuano a uscire, anni dopo, dalle bocche dei sopravvissuti, come le voci delle vittime delle stragi naziste turbano ancora, per fortuna, le nostre coscienze. Eppure le stragi dei Balcani, dieci anni di conflitti, centinaia di migliaia di morti, milioni di profughi, appaiono già ricordi sbiaditi nella storia e nella memoria europea. Come se avessimo attraversato invano quelle montagne e quelle pianure per raccontare quello che vedevano e sentivamo, con città e villaggi perforati e triturati da bombardamenti e granate, in una sorta di delirio etnico che sembrava non avere mai fine. Rakto Mladic, insieme a Radovan Karadzic e a Slobodan Milosevic, fu uno degli architetti e degli autori dei massacri balcanici. Uno dei peggiori colpevoli. I suoi complici nei massacri di ieri oggi sono coloro che vorrebbero dimenticare.

lunedì 27 ottobre 2025

L'antisemitismo crescente: una risposta

Carlo Ginzburg
Il vincolo della vergogna per noi ebrei della diaspora
il manifesto, 26 ottobre 2025

Ricordo l’emozione che provai quando, nel 2006, mi venne conferita la laurea honoris causa da parte della Hebrew University di Gerusalemme. Per un ebreo diasporico come me, ricevere quel riconoscimento da un’istituzione così prestigiosa, insieme a figure che ammiravo, e ammiro, profondamente come Amos Oz e il cardinale Carlo Maria Martini, aveva un significato speciale. Oltre al ricordo di quel giorno indimenticabile ho ben poco da aggiungere. Mi preme però sottolineare che nel corso degli anni ho sempre rifiutato di condividere gli appelli al boicottaggio delle università di Israele da parte di università italiane.

Questi appelli dovevano, e devono, essere respinti: oggi più che mai. Perché «oggi più che mai»?

La notizia che recentemente ha occupato la rete, i giornali, le televisioni è quella del ritorno in patria degli ostaggi israeliani sopravvissuti. Bellissima notizia. Ma chi, come me, fa di mestiere lo storico, deve sottolineare che il presente non può oscurare il passato: un passato rappresentato, in questo caso, dall’orrendo pogrom del 7 ottobre organizzato da Hamas, e dalla risposta criminale, accompagnata da stragi di civili, adulti e bambini, costretti alla fame, decisa da Netanyahu. È lecito parlare, a questo proposito, di genocidio? Mi limiterò a citare la risposta data qualche giorni fa, a questa domanda, da Tatiana Bucci, 88 anni, sopravvissuta ad Auschwitz: «È un massacro. Lo vuole chiamare genocidio? Cosa cambia? Non vi colgo alcuna differenza».

Perché evocare in questa sede gli orrori che hanno segnato e continuano a segnare da due anni la striscia di Gaza? Per un motivo molto semplice: perché nella fragilissima situazione che si sta delineando, le università potranno avere più che mai, in Israele come altrove, un’importanza fondamentale, in quanto luogo di riflessione, di discussione, di insegnamento rivolto a studentesse e studenti di etnie diverse. L’attacco di Donald Trump alle università degli Stati Uniti è una conferma, in chiave negativa, di tutto ciò. Troncare i contatti con le università di Israele sarebbe pazzesco. Ma dobbiamo renderci conto di un fatto doloroso: questa proposta, che si ripete da anni, si inscrive oggi in un antisemitismo crescente, alimentato dagli orrori di Gaza. L’antisemitismo è un fenomeno ripugnante, che niente può giustificare; ma definire antisemitismo le critiche radicali nei confronti della politica israeliana è assolutamente inaccettabile.

Concluderò con una nota personale. Quindici anni fa scrissi un saggio in inglese intitolato The Bond of Shame, «Il vincolo della vergogna», cercando di esplorare un’idea che mi aveva afferrato improvvisamente: e cioè che il paese al quale apparteniamo non è, come vuole la retorica, quello che si ama, ma quello di cui ci si vergogna, o di cui ci si può vergognare. La vergogna può essere un legame più forte dell’amore. Ho verificato quest’ipotesi con amici provenienti da diversi paesi. Tutti hanno reagito allo stesso modo: con un moto di sorpresa iniziale seguito da un pieno consenso, come di chi è stato messo di fronte a una verità evidente. Certo, il peso della vergogna varia enormemente da un paese all’altro. Ma il legame della vergogna – la vergogna come vincolo – agisce, per un numero maggiore o minore di individui.

Avevo analizzato le radici di quest’idea riflettendo sulle pagine indimenticabili che Primo Levi dedicò ai temi della vergogna e della colpa. Nel suo ultimo libro, I sommersi e i salvati, Levi parlò della vergogna per il male commesso da altri, come quella, nata dal senso di appartenenza al genere umano, che i soldati dell’Armata Rossa provarono di fronte ai superstiti di Auschwitz.

Partendo dalla situazione estrema descritta da Primo Levi cercai di affrontare il tema dei confini dell’io. Sottolineare che ogni essere umano ha due corpi – quello fisico e quello sociale, quello visibile e quello invisibile – non basta. È necessario considerare l’individuo come il punto di convergenza di più insiemi. Un individuo non può essere identificato con le caratteristiche che lo rendono unico. Per comprendere le azioni e i pensieri di un individuo, presente o passato, è necessario esplorare l’interazione tra gli insiemi, specifici e via via più generici, ai quali quell’individuo appartiene. Ma quando ho tradotto in italiano il saggio che darà il titolo a un libro Il vincolo della vergogna – che verrà pubblicato da Adelphi tra qualche mese, ho ripensato alle parole di Primo Levi, che dichiarava di sentirsi, in diversa misura, «italiano ed ebreo». La vergogna che provo di fronte alle stragi di Gaza fa parte della mia duplice identità di ebreo diasporico.

Carlo Ginzburg ha letto questo discorso il 23 ottobre a Milano in occasione del centesimo anniversario della fondazione della Hebrew University di Gerusalemme e ce lo ha gentilmente proposto per la pubblicazione, lo ringraziamo.

sabato 19 ottobre 2024

Palestina addio



Soldato israeliano appostato a un checkpoint a Hebron, nella Cisgiordania occupata


Se arriva a muoversi su un terreno difficile, la ricerca storica rappresenta spesso una sfida per l'intelligenza. Non tanto per la raccolta dei dati,  quanto per la loro interpretazione. Prendiamo la guerra israeliana in corso. Ragionando sulla base delle tipologie presenti nell'opera di Clausewitz, l'annientamento di un popolo, o quanto meno della sua presenza su un certo territorio, non è previsto, non rientra nel novero degli eventi contemplati da una teoria della guerra. L'ipotesi dell'annientamento riguarda solo le forze nemiche. Gli ultimi sviluppi della guerra israeliana costringono invece l'osservatore a tener conto di un'altra ipotesi che consiste nell'annientamento del popolo nemico. Come si è appena suggerito, quella che viene annientata con la guerra può essere in realtà la presenza di un popolo su un certo territorio. Ora, a quanto pare, non ha più molto senso chiedersi come Israele intende regolare la questione palestinese dopo la fine delle ostilità. A questo punto, nelle previsioni dei vincitori annunciati, non ci dovrebbe essere un dopo, nel senso che al dunque nulla sarà più come prima. La Palestina, in particolare, sarà ulteriormente smembrata: Israele occuperà il nord di Gaza e, se possibile, il sud del Libano, mentre in Cisgiordania l'occupazione coloniale si allargherà ancora. Di fronte a una simile prospettiva, chiamare in causa, come si fa ritualmente, l'idea dei due Stati non ha più alcun senso. Alla Palestina toccherebbe un territorio ridotto al minimo, con una popolazione residua soggetta alle minacce e ai ricatti del potente vicino. Questo è il futuro così come si delinea agli occhi di Alberto Negri, quando scrive che non ci sarà un dopo.  


Alberto Negri, La guerra di massacro continua, il manifesto 18 ottobre 2024 

Anche dopo l’uccisione di Sinwar, capo di Hamas, Netayahu non riesce a pensare alla vita degli ostaggi israeliani (meno di un centinaio, la metà probabilmente già morti) e trattare una tregua con Hamas. La guerra di Gaza come quella del Libano – in attesa della rappresaglia contro Teheran – continua.

Per il governo israeliano, come del resto per Hamas, il diritto internazionale e quello umanitario sono parole vuote: non dimentichiamo che Sinwar per la Corte penale internazionale dell’Aja era un criminale di guerra esattamente come è, e resta, il premier israeliano in carica. Come hanno dimostrato le azioni di Gaza e del Libano del Sud, organismi come le Nazioni Unite per Netanyahu sono solo un impedimento alla guerra di massacri, di annientamento e di eliminazione dei nemici, non importa se al prezzo di decine di migliaia di morti di civili. Se ne è quasi accorta, a parole – sempre ambigue – perfino la presidente del consiglio Meloni oggi in Libano ma che – a meno di sorprese – eviterà di andare alla sede di Unifil. Perché nonostante il governo italiano continui a chiamare Paese “amico” Israele, nessuno si fida di Benjamin Netanyahu. Come diceva Churchill gli stati non hanno amici ma solo interessi.

L’interesse del governo israeliano e del suo capo oggi, come dichiara, è proseguire la guerra. Per altre settimane, forse per mesi, probabilmente fino all’insediamento del prossimo presidente americano. Tanto le conseguenze per Israele sono minime: gli europei sono divisi persino sulle più blande sanzioni nei confronti dello Stato ebraico ma soprattutto gli Stati uniti non fermeranno gli aiuti militari a Tel Aviv. Al massimo le autorità degli Stati uniti fanno trapelare qualche debole protesta verso Israele ma nei fatti nulla di concreto.
 
Certo l’uccisione di Sinwar, per altro trovato senza gli ostaggi, è un successo ma a Netanyahu questo non basta: per lui più il conflitto si infiamma e più vede i suoi obiettivi a portata di mano. Vuole restare al potere e nonostante il disastro del massacro del 7 ottobre ha buone possibilità di riuscita, oltre tutto oggi può esibire lo scalpo di Sinwar, insieme a quello di Haniyeh e di Nasrallah, il leader di Hezbollah. In più il governo israeliano ritiene di non avere finito il lavoro a Gaza: fare strage della popolazione, ridurla in spazi sempre più stretti e invivibili, occupare tutta la zona Nord della Striscia per realizzare una fascia di sicurezza spopolata dai palestinesi e sotto il loro controllo.

Quale sarà il futuro di Gaza dopo la fine di Sinwar, un uomo crudele che ha portato il suo popolo alla rovina? Nessuno oggi è in grado di dire come saranno governati gli oltre due milioni abitanti della Striscia – e viene da pensare all’intera condizione dei palestinesi, perché anche in Cisgiordania il “lavoro” di Netanyahu non è finito. Anzi nessuno vuole pensarci ed è proprio per questo che un cessate il fuoco a tempo indeterminato a Gaza appare quasi impossibile. Del resto Netanyahu ha respinto in tutti modi le proposte di Biden e della sua diplomazia per arrivare a una tregua: se è stato in grado di umiliare il suo maggiore alleato figuriamoci gli altri, oppure se si fa problemi etici o umanitari.
Più il tempo passa e più morti e distruzioni ci saranno e più diventerà improbabile la ricostruzione di Gaza e la sua stessa esistenza. Questa è l’agghiacciante prospettiva del dopo Sinwar. Forse non ci sarà un dopo.

https://machiave.blogspot.com/2024/10/la-morte-di-yahya-sinwar-decapitare-il.html